Il prigioniero n. 47497

Il prigioniero n. 47497

In occasione della lettura della vivida, dolce, poesia “Il miele ereditato” di Barquero mi sentii stimolata a scrivere il racconto “Cose dell’altro secolo”: un affresco pieno di immagini famigliari, prese dal mio vissuto, che attraversavano molti anni della mia vita.

Con rammarico evidenziavo di non conoscere affatto mio padre. La mia convinzione, tra ipotesi e congetture formulate, era che a causa dell’esperienza traumatizzante della guerra la sua anima si fosse un po’ smarrita. Divenuta solitaria, lo induceva a sostenere una continua battaglia contro se stesso e a serrare sotto chiave sentimenti ed emozioni. Come scrissi, sulla sua persona disponevo di poche informazioni: il suo lavoro, il silenzio impostosi sul dolore e la sua eccessiva, ingiustificata, intransigenza.

Quindi non vi è traccia di un “nostro tempo” vissuto insieme. Incapaci entrambi di abbattere il muro della separazione, in un angosciante silenzio dei cuori, avevamo relegato la nostra parte migliore nel “Regno del non detto”. Mentre ne scrivo la tristezza mi fulmina e le lacrime insistono a pizzicarmi gli occhi. Provo pena per entrambi, ma  mi assolvo.  Avevo scelto, infatti, di allontanarmi da lui e dalle sue aspettative per privilegiare l’incontro con me stessa e abitare “la mia vita”. Certa che in tal modo avrei evitato di assomigliargli nel comportamento, nel carattere o nelle mie scelte future.

Oggi, grazie a mia sorella maggiore Livia, un insperato raggio di sole dalla potenza accecante ha fatto luce sul mistero che lo avvolgeva, confermando le mie supposizioni e la scelta di essermi rassegnata all’idea che papà ed io non avremmo potuto “conoscerci”.

Questa mia sorella, appassionata di storia, lingue straniere, e a tutt’oggi eccellente studiosa, con una telefonata mi ha anticipato l’invio di diverse e-mail, inerenti un gran numero di fatti tessuti nel tempo, descritti mantenendo un buon ordine cronologico. Talune notizie le aveva “strappate” a fatica, parola per parola, dalle labbra di papà prima che egli non fosse più tra noi.  Poi aveva potuto prendere visione di documenti personali, originali, da lui sempre gelosamente conservati, rendendoceli invisibili.

Alcuni anni orsono, sospinta da una legittima curiosità filiale, Livia – anche in nome e per conto di noi sorelle – si era posta in cammino andando alla ricerca delle radici, del passato e della storia del nostro genitore. Inizialmente, d’istinto, si era affidata ad un primo sconosciuto indizio: “Dippach”, che  risultò poi essere il nome di un luogo in Turingia.

Con ammirevole determinazione, decise di muovere i primi passi investigativi dirigendosi in quella direzione, prendendosi tutto il tempo necessario per affrontare un avventuroso viaggio a ritroso, lungo un minuzioso itinerario.

Una delicata missione “unificante”, un’ambiziosa ricerca della verità, fortemente voluta e portata a termine con la fattiva collaborazione di parecchi conoscenti, suoi cari amici di vecchia data, residenti in molteplici località europee.

Nel corso del suo viaggio, oltre a rinsaldare il legame con tutti loro, è riuscita ad instaurare nuove amicizie, a raccogliere informazioni, materiale, fotografie, notizie e curiosità. Incontrate le persone anziane, che abitavano ancora i luoghi frequentati da nostro padre, ha avuto la fortuna di intervistarne alcune.

“Apro” i testi delle e-mail e con curiosità, e turbamento, mi dedico alla loro lettura e rilettura. Non mi sarà facile riassumerne il contenuto, ma intendo provarci.

Il primo fatto che colpisce mi chiarisce la ragione per la quale papà impartiva i suoi “indiscutibili” ordini in una lingua rozza, che noi chiamavamo “ostrogoto”. Il nonno paterno, espatriato giovanissimo, aveva vissuto e lavorato in diverse case patrizie tedesche. Rientrato in Italia, si era sposato e con tutta la famiglia dedicato all’agricoltura. Nelle lunghe sere d’inverno insegnava alla numerosa prole elementi base di tedesco. All’età di ventiquattro anni, anche papà per un certo periodo aveva lavorato in Germania. Nella fattoria presso cui si guadagnava il pane imparò a fare “il gelato” manualmente con il latte eccedente il suo fabbisogno.

Scopro che per motivi diversi, tra i quali quelli legati all’evento bellico, visitò, lavorò, rimase ferito in guerra o fatto prigioniero, in molte altre località: dalla Turingia alla Sassonia, dalla Grecia all’Albania, la Prussia, zone confinanti la Francia o la ex Jougoslavia.

Mi viene meno il coraggio di domandarmi per quale bizzarra ed inspiegabile causa il ricordo che mi sono tenuta stretta fino a ieri non coincida affatto con alcuno di tali Luoghi.  Ho sempre creduto che papà, da Soldato dell’Esercito avesse partecipato dal ‘935 al ‘941, esclusivamente, all’occupazione italiana dell’Abissinia (ora Ethiopia). Mistero….

Negli anni devastanti della Guerra aveva patito l’inferno sotto ogni sua forma: fame, sete,  gelo, febbri malariche, torti, umiliazioni, insulti, infortuni, manganellate, ferite ed un’inconsolabile disperazione. Un triste destino si mise di traverso proprio nel giorno dell’Armistizio, l’8 settembre del 1943! La Wehermacht lo catturò facendolo prigioniero, assegnandolo ad una miniera, divenuta stabilimento militare dedicato alla produzione di “granate per Hitler”. Qui, fruendo di un unico pasto, lavorava sedici ore al giorno a trecento metri di profondità.

Nel 1945, all’arrivo della forze armate di Liberazione fu trovato ancora in vita, fortemente minato nel fisico. La sua miracolosa sopravvivenza venne attribuita alla capacità di compiere spontanee rinunce a favore di altri commilitoni e di sapersi adattare a inenarrabili situazioni disumane. Prima di poter rimpatriare rimase ricoverato per molti mesi e ricevette adeguate cure sanitarie ed una umanissima assistenza infermieristica.

Sono venuta a sapere molti altri episodi della sua vita. Dopo le scuole elementari fu costretto a faticare lavorando sempre “nei campi”, anche all’estero. In fanteria gli venne riconosciuto il grado di “tiratore scelto”. In prigionia gli furono insegnate importanti nozioni infermieristiche. Inoltre, per via della sua conoscenza della lingua alemanna, spesso gli furono assegnate funzioni di interprete!

Ancora malconcio, una volta rientrato in Italia, nel 1947 sposò la sorella della moglie di uno dei suoi fratelli. Poi, pedalando in sella ad una bicicletta decise di raggiungere la Lombardia. Insieme ad un gruppo amici, si mise fiduciosamente alla ricerca di un “buon lavoro” che gli consentisse di farsi raggiungere, entro breve tempo, dalla giovane sposa.

Dalla Fabbrica del Veleno, inizialmente venne assunto come muratore; anni dopo, ne divenne uno dei Poliziotti Privati. Un’occupazione dignitosa, impegnativa e mal retribuita. Papà alto di statura, con il portamento ed il passo militare, con la sua divisa di ordinanza mi metteva in soggezione, incutendomi ulteriore timore ed un battito rapido del cuore. Ricordo bene il completo grigio antracite, la camicia blu, la cravatta nera, il berretto con visiera, il cinturone corredato dal fodero per la sua personale “rivoltella.”

Dulcis in fundo.

La telefonata di Livia mi informa che – alla memoria di nostro padre – la Presidenza della Repubblica Italiana ha disposto la consegna della “Medaglia d’onore,” riservata agli Internati Militari Italiani nei lager nazisti dal 1943 al 1945.  In occasione del Giorno dedicato alla Memoria, il 27 di questo mese –  a causa del persistere della pandemia – lei sarà la sola congiunta presente all’evento. Il preziosissimo riconoscimento le verrà consegnato dalle mani del Prefetto di Sondrio durante una cerimonia ufficiale, che coinvolgerà i parenti di altri I.M.I., alla presenza di Sindaci, giornalisti, fotografi ed emittenti televisive.

Provo una sincera, immensa, gratitudine per Livia, per la sua determinazione e tenacia nell’aver voluto intraprendere il viaggio alla ricerca della storia che “ci appartiene e ci accomuna”. La ringrazio di cuore per essersi attivata affinchè nostro padre, “lavoratore coatto” per l’economia di guerra, avesse titolo per ricevere la Medaglia d’Onore.

A mio padre che anche da dove si trova mi starà ancora “tenendo d’occhio”, vorrei dire: “Quando il Sonno Eterno, reclamandoti, ti ha liberato da ogni memoria autobiografica che appesantendoti anima e mente non ti abbandonava mai, mi sono unita a te. Ho così accettato che la tua parte migliore dovesse comunque rimanermi dentro e appartenermi.”

21.01.2021

Oldgamine
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