Non l’ho sentito arrivare. Mi ha sorpresa piombandomi alle spalle, portando con sé una ventata di nevischio all’aroma di cannella.
Ha riempito il suo viso rubizzo con una gorgogliante risata, spalancandomi le braccia.
Come restare insensibili ai suoi colori, alle sue luci, ai suoi profumi? Come il serpente mi tenta offrendomi castagne e vin brulé. Il suo sorriso è pieno di promesse.
«Ti divertirai, riceverai dei bellissimi regali, ti riunirai persino alla tua famiglia perché, si sa, Natale con i tuoi! Ricordando il miracolo della natività, poi, diventerai forse anche più buona, anche se solo per un giorno, anche se solo con il pensiero destinato a volare via insieme ai buoni propositi irrisolti di ogni Capodanno. Dai, accogli il mio abbraccio, festeggiamo insieme!»
La sua voce stentorea mi lusinga e mi confonde come il canto delle Sirene.
Eppure volto le spalle e resisto. Cosa c’è da festeggiare quest’anno?
Eppure, mentre stringo le braccia al petto come per proteggermi da un vento che conosco fin troppo bene, qualcosa mi trattiene dal chiudere del tutto la porta.
Non è la promessa di regali, né l’incanto prefabbricato delle vetrine. È un dettaglio minimo, quasi impercettibile: il modo in cui il silenzio, dopo il suo ingresso rumoroso, sembra più tiepido.
Mi volto appena. Sul pavimento, insieme alle sue tracce di neve, c’è un riflesso sottile, come il brillare di un’idea che non ha bisogno di fuochi d’artificio per farsi vedere.
Forse una ragione per festeggiare esiste ancora.
È la possibilità minuscola ma ostinata che, anche quest’anno, qualcosa possa ricominciare. Un gesto gentile inatteso, una parola che rimette insieme un pensiero caduto, un respiro che torna più leggero senza sapere perché.
Allora gli faccio un passo incontro, senza entusiasmo forzato, senza maschere.
Solo perché, in fondo, riconosco quel piccolo bagliore: il semplice coraggio di concedere un’altra occasione alla luce.
E questo, almeno questo, vale una festa.
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