La fermata

La fermata

Eleonora se ne stava diritta alla fermata dell’autobus, i corti capelli biondi che uscivano dal berretto alla cosacca. Annusò l’aria che sapeva di legna bruciata, come all’orfanotrofio. Il sole stava per tramontare sul Naviglio. C’era un’altra ragazza che aspettava annoiata.

“Ma quando arriva?” si domandò.

Da un’auto che passava a velocità sostenuta ruzzolò fuori un fagotto, che si fermò proprio ai piedi di Eleonora. Sorpresa, lei lo soppesò a distanza. Decise di lasciarlo dov’era.

L’autobus non arrivava. Sarebbe arrivata in ritardo al primo appuntamento.

Il fagotto emise un suono. Eleonora si irrigidì.
Nuovo suono. Un gemito, quasi. Eleonora si avvicinò sospettosa e lo sfiorò con la punta dello stivale, pronta a gridare. Il gemito si fece più forte. Pensò a un animale, lo sperò.

Ora anche l’altra ragazza guardava incuriosita, si stava avvicinando.

Stavano tutt’e due in piedi attorno al fagotto, su entrambe la stessa espressione spaesata.

Eleonora lo toccò più forte. Nuovo gemito, più alto questa volta.

Lei e la ragazza si accovacciarono contemporaneamente. Un debole vagito. Sussultarono entrambe.

Eleonora scostò i lembi del fagotto, vide un volto piccolissimo. Fece per prenderlo in braccio, poi si ricordò del corso di Primo Soccorso: primum non nocere. L’altra ragazza si accovacciò accanto a lei senza dire nulla, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Per un attimo restarono lì, immobili, a guardare il fagotto. L’ambulanza arrivò a sirene spiegate nel giro di cinque interminabili minuti.

I sanitari fecero le domande di rito, Eleonora chiese dove lo portavano.

– “Al San Matteo naturalmente”

– “Unità neonatale?”

– “Terapia intensiva. Non si faccia troppe illusioni.”

Arrivò in ritardo. Lui la guardò in silenzio, senza dire nulla. Lei rispose meccanicamente, la mente altrove. Non riusciva a smettere di pensare a quel volto troppo piccolo per avere già una storia.

Andò a dormire tardi, il sonno agitato da sogni confusi.

La mattina dopo era l’Immacolata, telefonò al San Matteo, si appuntò gli orari di visita.

– “Vuole scegliere Lei il nome?” le chiese l’infermiera quando Eleonora si presentò.

– “L’abbiamo trovato ieri, è sotto la protezione di Sant’Ambrogio. Si chiamerà Ambrogio.”

 

Ambrogio visse due giorni. Le lesioni interne avevano ceduto il passo a un’estesa emorragia.

Sul suo calendario mentale ora il giorno di Sant’Ambrogio portava una minuscola croce.

 

L’uomo dell’appuntamento la contattò dopo tre giorni e si incontrarono davanti alla chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro. Girovagarono per la città prima di riscaldarsi nella pasticceria Barbieri. Eleonora non aveva fatto parola con lui dell’accaduto, ma in quel momento non poté più tenerselo per sè. La reazione di lui fu misurata ma partecipe. Dopo due cannoncini, passeggiarono ancora e si ritrovarono alla fermata dell’autobus.

– “Ecco, è successo qui.” Eleonora indicò il marciapiede, esitante.

– “Qui? Non vedo nessuna fermata.”

– “È qui. C’era un cartello.”

– “Non c’è nulla.” disse lui, scuotendo la testa.

Eleonora guardò il punto esatto dove il cartello era stato.
Le sembrò strano che una cosa così evidente potesse sparire. O forse era sempre stato così.
Mentre stavano per andar via, si sentì chiamare:
– “Scusa, sei tu? Eravamo qui qualche giorno fa, io… noi… il bambino…”

– “Sì. Non ce l’ha fatta”disse Eleonora abbassando lo sguardo.
Rimase immobile per un istante, sentendo il rumore dei passi e del traffico intorno. In quel momento arrivò un autobus. Eleonora restò dov’era. La ragazza non c’era più.

Eleonora e Andrea si avviarono abbracciati verso Strada Nuova, nell’aria di nuovo quell’odore di legna bruciata.

Fiordipesco

Chi scrive fa acrobazie con le parole e con i pensieri.

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