Criniere scosse
impazienti zuccotti
lo sparo erompe
Marzo
Urge la vita
arrosano i ciliegi
l’anima esulta
Chiesa sconsacrata
Il biglietto arrivò in giorni diversi, ma con la stessa grafia, lo stesso tipo di carta un po’ ruvida. Nessuna firma.
“Quando la voce tace e la pietra ricorda,
seguite il passo che non lascia orme.
Là dove il cielo è stato chiuso,
aprite ciò che non è mai stato serrato.”
Sotto, un piccolo segno, quasi una croce disegnata distrattamente, con un invito finale: “L’appuntamento è per venerdì 13 a mezzanotte presso la chiesa sconsacrata di Rovello. Vi aspetto”.
Non poteva che essere stato mandato da uno di loro, degli antichi compagni di classe che, ai tempi della scuola, avevano formato una società segreta.
Ma chi di loro? Tutti decisero di accettare l’invito, divorati dalla curiosità.
La chiesa era fuori paese, lungo una strada che nessuno percorreva più. Era chiusa da anni, ma il portone quel giorno era socchiuso.
Entrarono senza fare troppo rumore, più per abitudine che per rispetto. Luigi arrivò per ultimo. L’ora tarda non rappresentava affatto un problema per lui che, anzi, prediligeva le ore piccole della notte, ma era distante dal luogo dell’appuntamento, dato che ora abitava al limitare di un fitto bosco tra i monti. Spinse il malandato portone e mosse alcuni passi all’interno con i pesanti scarponi innevati che lasciavano piccole pozze d’acqua sul pavimento. Scrutò con aria solenne quello sparuto branco di giovanotti, uno ad uno e, in quel momento, a ognuno di loro fu chiaro chi fosse il mittente del biglietto; poi levò il mento e intonò il motivo che cantava sempre in apertura delle loro riunioni segrete: una specie di canto monocorde, come un richiamo. La luce passava a fatica dalle finestre rotte. L’aria aveva il sapore della polvere e dei ricordi. Il soffitto, alto e screpolato, conservava frammenti di affreschi: mani senza volto, ali spezzate, sguardi che non guardavano più nessuno. Gli astanti si affrettarono a rendere omaggio al capo della vecchia congrega segreta: si ricordavano di quanto, già ai tempi, tenesse al rispetto delle gerarchie e non volevano correre inutili rischi, prima di comprendere le motivazioni di quel conciliabolo.
Si accorsero delle candele solo dopo qualche passo. Erano appoggiate a terra, in fila, come a indicare un percorso. Non erano accese. Bastò un suo cenno perché il compagno prescelto raccogliesse ad una ad una le candele distribuendole ai compagni: la prima a Luigi e l’ultima per sé. Gli accoliti si disposero in cerchio intorno al capo, il quale accese la sua candela per poi ripetere il gesto con quelle di ognuno di loro. Aspettarono tutti in silenzio, riparando con la mano la fiammella della loro candela affinché non si spegnesse. Dopo una lunga pausa Luigi parlò e ripeté a memoria:
“Quando la voce tace e la pietra ricorda,
seguite il passo che non lascia orme.
Là dove il cielo è stato chiuso,
aprite ciò che non è mai stato serrato.”
Poi spiegò: “In nome del nostro antico patto segreto, ora che siamo adulti ho sentito il bisogno di condividere con voi una dolorosa esperienza che mi sta insegnando l’importanza del grande valore dell’eredità spirituale e dei preziosi insegnamenti che ognuno riceve dai suoi cari defunti. Ho da poco perso il mio amato padre: non sentirò più la sua voce, ciò che di lui mi resta è una lapide con inciso il suo nome. Lascio però che a rimanere sepolto sia solo il suo corpo, ma tengo sempre vivo il suo ricordo in me per trasmetterlo, un giorno, ai miei figli”.
Quella fu l’ultima, ma memorabile, volta che si videro.
Luce nelle tenebre
Il biglietto arrivò in giorni diversi, ma con la stessa grafia, lo stesso tipo di carta un po’ ruvida. Nessuna firma.
“Quando la voce tace e la pietra ricorda,
seguite il passo che non lascia orme.
Là dove il cielo è stato chiuso,
aprite ciò che non è mai stato serrato.”
Sotto un piccolo segno, quasi una croce disegnata distrattamente, con un invito finale: “L’appuntamento è per venerdì 13. Vi aspetto.”
Non poteva che essere stato mandato da Luigi, uno degli antichi compagni di classe che ai tempi della scuola, aveva fondato una società segreta.
Da quando aveva preso i voti, Don Luigi non perdeva occasione per invitare i suoi vecchi amici presso luoghi sacri, pii e misericordiosi o misteriosi e impartire loro sermoni, Questa volta si trattava della chiesa sconsacrata di Rovello.
La strada era fuori paese lungo una strada che nessuno percorreva più. Era chiusa da anni, ma il portone quel giorno era socchiuso. La luce passava a fatica dalle finestre rotte, l’aria aveva il sapore della polvere e dei ricordi.
Il soffitto alto e screpolato, conservava frammenti di affreschi, mani senza volto, ali spezzate, sguardi che non guardavano più nessuno. Candele erano appoggiate a terra, in fila, come ad indicare un percorso, non erano accese.
Alla chiamata parteciparono tutti, all’inizio scettici, poi quando udirono la voce suadente del Don, sempre più ferventi, sino ad inginocchiarsi e con le lacrime agli occhi accogliere la benedizione che giungeva attraverso l’imposizione delle sue mani enormi e grassoccie. Lisa, nella sua tutina nera, che la rendeva invisibile, appostata dietro una colonna, seguiva divertita il rituale mentre ascoltava i canti dei monaci riecheggiare dai secoli, con gesti sdegnosi scacciava mani che volevano sfiorarla, si lasciava carezzare dalle piume volate dalle ali dei cherubini e con due occhi di un verde indefinibile fulminava gli sguardi che dagli affreschi volevano penetrarla. Quella sera riuscì anche ad accendere le candele sistemate sul pavimento.
Fu uno spettacolo vedere Don Luigi prostrato che con voce spezzata dalla commozione annunziava l’avvenuto miracolo: “Ecco: il Lume Divino”.
L’indomani i compagni redenti ebbero a dire che quella selvaggia di Lisa non si era presentata, proprio lei; così bisognosa della provvidenza celeste.
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