Tutti gli articoli di Rosangela Farina

Minigonna

“Tipo di gonna con l’orlo inferiore che arriva molto sopra le ginocchia, mostrando parte della coscia. Nata ufficialmente nel 1963 grazie alla designer britannica Mary Quant che, ispirata dalle giovani donne che tagliavano le gonne per renderle più corte, decise di produrre una linea di abbigliamento che esaltasse questa nuova ribelle moda.”
Se cerco su Internet questa è la spiegazione della parola minigonna.
Quando ero bambina e poi ragazza di minigonne ne avevo e ne ho indossate molte di diversi colori e modelli. Era uno degli indumenti che mettevo spesso, sia d’inverno sia d’estate, così come gli shorts, i pantaloni a zampa d’elefante e le camicie hippy perché questo era il modo di vestire a metà tra gli anni sessanta e settanta. Per me era normale e non ci vedevo niente di rivoluzionario.
Ma a maggio del 1986 tutto cambiò.
Mancavano pochi giorni al mio compleanno. Ricordo che era domenica perché avevo appena accompagnato il mio ragazzo alla Stazione Centrale di Milano: doveva rientrare in caserma dopo un fine settimana di libera uscita.
Lui, più giovane di me di cinque anni, svolgeva il servizio militare a Padova. Andavo spesso a trovarlo, così potevamo trascorrere un po’ di tempo insieme.
Ogni tanto tornava lui a Milano il sabato, e la domenica sera io lo accompagnavo in stazione a prendere il treno, poi rientravo a casa sulla mia utilitaria.
All’epoca vivevo in un palazzo di ringhiera appena fuori Milano. Entravo nel cortile dall’enorme portone sempre aperto, parcheggiavo davanti al ripostiglio di mio padre e facevo un piccolo pezzo a piedi per raggiungere le scale che portavano al secondo piano dove abitavo.
Anche quella sera feci la stessa cosa. Erano da poco passate le nove e trenta ed era già buio.
Appena fatto il primo gradino, mi sono soffermata sotto la luce delle scale per cercare le chiavi di casa.
Sono una persona ordinata, ma la mia borsetta è ed è sempre stata un campo di battaglia.
Fazzoletti, monete, lucidalabbra, caramelle, vecchi scontrini e quant’altro tutto sparpagliato nella borsa e, in mezzo a quel caos, le chiavi che faticavo a trovare.
Già scendendo dall’auto, avevo intravisto un ragazzo, più o meno della mia età, che era entrato dal portone a piedi. Proprio sotto il mio appartamento abitava una famiglia con tre figli maschi, poco più giovani di me, che invitavano i loro amici tutti i giorni e a tutte le ore, suscitando le lamentele dei condomini per i continui schiamazzi.
Ho pensato che quel ragazzo stesse andando a casa loro. Indossavo una minigonna rosa con i brillantini che mi piaceva molto e non portavo i collant perché faceva caldo.
Impegnata a cercare le chiavi non mi sono accorta che lui era fermo proprio dietro di me. Ho avvertito qualcosa di freddo salirmi tra le gambe fin sulla schiena e ho sentito lo squarcio della mia gonna che si è aperta in due ma mi è rimasta attaccata per la cintura.
Il ragazzo ha farfugliato qualcosa, non ricordo esattamente ma poteva essere “Non fiatare” o “Stai zitta”. È stata questione di pochi secondi, un brivido gelido mi si è diffuso in tutto il corpo e io che, di solito, di fronte a situazioni di emergenza non reagisco e rimango immobile come paralizzata, mi sono girata di scatto e gli ho tirato un manrovescio con forza. Gli è caduto il coltellino di mano, l’ha raccolto ed è scappato a gambe levate. Ho cominciato ad urlare come una pazza, non chiedevo aiuto, urlavo e basta.
Nonostante nel palazzo abitassero molte famiglie le mie grida sono state udite solamente dal papà della mia migliore amica che abitava al primo piano. È uscito di casa, ha fatto le scale di corsa e ha provato ad inseguire e raggiungere il ragazzo che però si era già dileguato.
-Tutto a posto? Ti ha fatto del male? – mi ha chiesto poi.
– No, no. Tutto ok- ho risposto schiacciandomi contro il muro per non far vedere lo squarcio nella gonna.
Sono entrata in casa, mi sono svestita, ho messo il pigiama e sono andata a letto. Fortunatamente i miei genitori dormivano già e non si erano accorti di nulla.
Avrei voluto farmi una doccia e lavare via il senso di sporco e vergogna che provavo, ma non avevo il bagno in casa, solo una turca sulla ringhiera in comune con un’altra famiglia.
I giorni sono passati, ho continuato la mia vita serenamente, ma non ho mai raccontato a nessuno quell’episodio e da allora non ho più indossato una gonna, figuriamoci una minigonna!
Negli anni molti mi hanno chiesto perché non mettessi mai un vestito o una gonna: le mie amiche, mio marito, mio figlio, persino alcuni miei parenti e io davo le risposte più svariate.
-Fa freddo. I collant mi prudono. I pantaloni mi tengono caldo e sono più pratici. Sono cicciottella e le gonne mi stanno male. Sono vecchia e mi sentirei ridicola ad indossare una minigonna.
La verità era che non riuscivo più a mettermi una gonna: ci ho provato e riprovato tantissime volte. Ne indossavo una, mi guardavo allo specchio, poi sentivo un brivido salirmi tra le gambe, cominciavo a tremare e mi toglievo la gonna.
Le ho buttate via tutte: nel mio armadio c’erano e ci sono solo pantaloni, di tanti colori, ma pantaloni.
Non riesco neanche lontanamente ad immaginare quanto deve sentirsi male una donna che ha subito violenza; in fondo il mio è stato un episodio di poco conto. Mi sono spesso detta: – Magari era solo un tentativo di furto o forse uno stupido scherzo che io ho ingigantito nella mia mente.
Comunque quel banale episodio mi ha condizionato la vita.
Ho sentito spesso delle donne affermare: – Se rinasco un’altra volta, voglio essere un uomo -.
No, io no. Se rinasco un’altra volta, voglio essere una donna ………. con la gonna, anzi con la minigonna.