Amare tutti

L’uomo ama la tua forma,
il tuo seno, il tuo lato B,
il tuo nome, le apparenze.

Tu donna, invece, ami
un suo sguardo,
il tocco della mano,
il tono della voce,
un suo sorriso,
il carattere, il profumo,
il colore della sua pelle,
il calore del suo corpo.

In ogni essere, noi donne,
troviamo qualcosa da amare
così finiamo con l’amare tutti.

A Milano

A Milano
oggi che è tutta un ombrello
ci si urta sugli autobus
come carne al macello

A Milano
dove c’è tantissima gente
per sentirti piccolo e solo
un numero, quasi un niente

A Milano
dove impera la fretta
si dimentica il sorriso
per un caffè o la sigaretta

A Milano
dove è proibito rallentare
mettere a fuoco, ridere
fermarsi a considerare

A Milano
oggi che è tutta un ombrello
sono viva, spensierata
grazie al tuo amore bello


Amore monocorde

Senza darmi un bacio
nessuna promessa

Occupato sempre e solo
a difendere il tesoro
(sconosciuto) sepolto
nel fondo del tuo cuore

Ok, tientelo stretto!
Intanto riempio la notte
di sogni, di sospiri
di illusioni e di me stessa

Pazza, pazza che sono
di scriverti non smetto

ELEONORA Patrizia Begni

Tutte le mattine si svegliava con la bocca impastata. Colpa delle gocce che prendeva per dormire o del bicchierino di vodka che si concedeva in relax sul divano?

Si alzava con fatica. Invidiava le persone che al suono della sveglia erano già operative. Lei no. Dopo tre allarmi si alzava dal letto.

Caffè, sigaretta e doccia. In quest’ordine. 

Eleonora era una persona metodica. Organizzata riguardo le routine quotidiane, per il resto la sua esistenza era all’insegna del caos totale.

Tailleur, tacchi e pellicciotto, rigorosamente ecologico. Era molto attenta al rispetto degli animali ed era vegetariana.

Quella mattina la attendevano svariati appuntamenti, il suo incarico riguardava la selezione di personale qualificato nell’ambito del marketing.

Si recava al lavoro in metropolitana. Nella città in cui viveva, era da sconsiderati muoversi in auto, a causa del traffico e della mancanza cronica di parcheggi. Meglio lasciare l’auto in garage.

Si mostrava esteriormente come una persona snob. Mai un capello fuori posto, tutti i giorni un abito diverso. Distaccata e un po’ arida.

In ufficio non aveva molti amici, solo Katia, la cui scrivania era di fronte a lei, e un paio di colleghi maschi. Nessuno conosceva i particolari intimi della sua vita, neppure Katia.

Aprì l’agenda e scorse velocemente la lista degli appuntamenti. La prima era una ragazza, entrò, si sedette di fronte a lei. La ragazza si presentò, Eleonora alzò lo sguardo e vide un paio di occhi di un colore indefinito: grigio-verde. Rimase folgorata: era lo sguardo di Ivan.

Da ragazza Eleonora aveva perso la testa per un ragazzo Ivan, appunto, che abitava due isolati oltre la sua casa. Aveva dieci anni più di lei. 

A quei tempi lei frequentava la quinta superiore: liceo linguistico e il ragazzo stazionava con un gruppo di amici davanti al liceo. Un giorno Eleonora e le sue compagne uscirono da scuola e lei … bum… un fulmine la colpì , quel ragazzo era uno schianto.

 

Ironia dello scambio

Rifiutavo di credere
esistesse un modo,
– IL TUO! –
di cui tanto ti vantavi,
per non restare
contaminati dall’amore

Tu contrastavi
il mio sentimento
con cinismo, leggerezza,
noncuranza,
malafede e freddezza
Ed io ti ho mollato

Adesso che ti somiglio,
e più non ti voglio,
insisti per tenermi
e insegnarmi un modo
– quello che era IL MIO! –
per contaminarmi

La casa di Hilde

Oltre quel monte il confineOltre il confine chissàOltre quel monte la casa di Hilde
(Francesco De Gregori)

I due camminarono per i sentieri impervi fino all’imbrunire. Una figura alta e imponente, sebbene leggermente curva come a contare gli anni della vita, e una minuscola ma orgogliosamente ritta sulle gambe.
Con loro pochi bagagli: uno zaino sulle spalle dell’uomo e una capra tenuta alla corda dal bambino.
«Finalmente abbiamo passato il confine, – il padre si risolse finalmente a parlare dopo ore di silenzio – il pericolo è passato e potremo riposarci un po’».
Il piccolo si lasciò cadere sull’erba ancora tiepida e la capra cominciò a brucare serena.
«Papà – chiese con gli occhi fissi sull’animale – perché ci stiamo portando dietro la capra?»
«Perché lei è come noi», rispose l’uomo. «Era persa per strada, da sola, ma ci è venuta incontro come se ci conoscesse. Anche noi stiamo bastando a noi stessi, come lei, e lei lo ha capito. Ci ha scelti e noi non lasciamo indietro nessuno».
«Ma cosa sono quelle pietre luccicanti che ti ha affidato Hilde? Perché sono venuti a cercarti? Abbiamo fatto qualcosa di sbagliato?» il bambino cominciò a parlare in tono sempre più concitato, gli occhi spalancati dalla curiosità e dal timore.
«Si chiamano diamanti e per certa gente sono molto preziosi. Per noi non sono nulla, sono solo merce di scambio che serviranno a comprare la libertà a molta gente e chi ha cercato di fermarci non erano uomini cattivi, erano inconsapevolmente convinti di fare il loro dovere».
«Ma quindi la libertà di può comprare?»
«Purtroppo a volte è l’unico sistema ma il punto di partenza è la scelta. Come la capra: ha scelto di liberarsi dal suo gregge come noi abbiamo scelto di liberarci dal nostro».
«E ora cosa accadrà?»
«Consegneremo i diamanti agli uomini della Resistenza, ma questa è un’altra storia che ti racconterò domani».

La casa di Hilde

 

Nella neve
profonde di mio padre
le impronte
io vi saltavo dentro,
la capra sprofondava
io la spronavo
e così sino a casa.
Non c’era sentiero,
solo fiato di noi:
tre nuvole terse nel cielo.
Mia madre sorrise alla capra,
mio padre le porse
una sporta di juta
e un bacio bagnato sulla guancia.
Guardai dietro me
la montagna:

non era più verde.

Ora sapevo che dietro quel monte

non c’era confine,

ma la casa di Hilde

vestita di bianco.

Se potessi

Se alzandomi domani
potessi aver dimenticato
non vivrei ogni giorno passato

Se cantando da subito
potessi sentirmi rinata
donerei ogni musica ascoltata

Se scrivendo meno (non così tanto)
potessi vivermi meglio
eviterei questo amaro pianto

Motel sull’autostrada

Mentre si allontanava

abbandonandoti

all’autogrill

un oscuro smarrimento

selvaggio sconosciuto

e confuso

ti riempiva anima

e occhi di pianto

impedendoti di scorgere

che OLTRE lui

proseguiva bellissima

l’autostrada della vita

 

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