SONO RIUSCITA

Alla fine, me ne sono andata come volevo. Nel posto in cui sono ora, il tempo non scorre e l’aria profuma di glicine, come sul patio della nostra casa, dove usavamo mangiare tutti insieme nelle belle giornate di sole. Qui tuttavia i giorni non hanno peso.

Da qui posso vedere tutto, ma non posso toccare nulla, se non i cuori. Ho tutto quello che posso desiderare, ma mi mancano moltissimo le mie figlie.

Certo, ho provveduto ad aiutare ciascuna di loro: alla più grande ho procurato il lavoro fisso che tanto agognava. Non è cattiva, poverina, ma non ha troppa voglia di impegnarsi. Si sacrifica fino ad annullarsi, per la famiglia: per la nonna, per la sorella, per me… Ma la mattina, se deve alzarsi presto, è una battaglia. Comunque, ce l’ha fatta. Ora lavora in uno stabilimento farmaceutico, ha delle brave colleghe, si trova bene, ha uno stipendio fisso, fa una vita regolare.

Alla più piccola, invece, ho fatto incontrare l’amore della sua vita. È cubano, un bel ragazzone alto e con una bella parlantina, che l’ha fatta innamorare. È quello che ci voleva per una sanguigna come lei. Professionalmente è una donna capace, non avrà problemi.

Loro non sanno che sono stata io, anche se l’amica della mia figlia più grande, quella che scrive, l’ha capito subito che c’era il mio zampino. Del resto, con lei avevo un rapporto speciale: mi sentivo più sua amica io delle mie figlie. Quando ci trovavamo a parlare, ci intendevamo subito perché condividevamo gli stessi valori un po’ fuori moda: vestirsi in modo femminile, ma non volgare, le camicie da notte della nonna coi pizzi, le gonne a fiorellini, lo stile gitano, le stoffe provenzali, l’amore per la conoscenza, il parlare colorito ma non sguaiato, la pacatezza, la dignità, il femminismo.

Del resto, è a lei che ho chiesto aiuto quando mi sono resa conto che in quel modo non potevo più andare avanti.

Un giorno mi disse: «Sai, la parola giusta può cambiare tutto.» Ridevamo delle frasi a effetto che scriveva nei suoi racconti, di quella sua idea che il mondo si potesse risolvere con la bellezza della scrittura.

«Io non so scrivere» le risposi, «ma so leggere. E capisco quando qualcuno dice la verità.»

Lei sorrise, quasi sollevata. Ero la sua lettrice ideale, diceva. Io non lo sapevo ancora, ma era lei che avrebbe scritto la mia storia.

Quando le ho detto che non ce la facevo più, mi ha guardata con occhi intensi. Ho aspettato che dicesse qualcosa, che trovasse una soluzione, che facesse la magia delle parole che sapeva usare così bene.

Ha solo scosso la testa.

«Non posso aiutarti» ha sussurrato.

In quel momento, qualcosa dentro di me si è spezzato. Se nemmeno lei poteva salvarmi, allora non c’era davvero più niente da fare.

Forse avrei dovuto combattere di più? Pensavo che ci fosse una strada. Invece non c’era.

Quella sera, quando anche lei mi disse che non poteva aiutarmi, capii di stare urlando in un pozzo vuoto.

Mi accasciai nel mio letto sanitario, in silenzio.

Spensi l’interruttore.

Smisi di lottare.

La mia truppa se la cava, anche senza di me. Il padre delle mie figlie sta lentamente andando in declino, la vita fa il suo corso. Mia mamma tra un po’ mi raggiungerà. Ci stiamo già preparando ad accoglierla.

L’amica di mia figlia non lo sa, ma a volte le sussurro all’orecchio. L’altra sera, mentre correggeva un suo racconto, ha trovato una frase che non ricordava di aver scritto.

L’ha letta più volte, si è passata le dita sulle tempie, ha controllato i vecchi appunti.

Ma no, quella frase non era sua.

Eppure era lì, impressa in inchiostro nero.

Sono sicura che ha capito.

Sono sempre stata più brava a leggere che a scrivere, ma questa volta ho fatto un’eccezione.

Mi guardo intorno.

Qui ho tutto.

Tranne il mio cuore, che è rimasto laggiù.

Un condominio democratico

Nel condominio De Verbis, in via Paradigmi, abitavano molti tempi e modi.
Era un condominio democratico dove ognuno diceva la sua e si teneva conto delle opinioni di tutti.
Sempre in primo piano c’era il presente che, ogni tre per due, batteva i tacchi e ripeteva ad alta voce: «Presente», al secondo piano viveva l’imperfetto che, non sentendosi perfetto, stava sempre nascosto e non parlava con nessuno.
Al terzo piano si trovava il passato che, siccome guardava sempre indietro, soffriva di cervicale e ripeteva continuamente che: «Una volta si stava meglio», al quarto c’era il trapassato che, poverino, non comunicava più perché era morto.
Al quinto piano abitava il futuro che, essendo un po’ indolente, procrastinava ogni azione ripetendo: «Farò, dirò, studierò…» ma non concludeva niente.
Il sesto piano era di proprietà del congiuntivo che, con un po’ di puzza sotto il naso, si lamentava terribilmente perché molte persone non lo conoscevano o ne sbagliavano l’uso.
Al settimo piano, con la testa fra le nuvole, viveva il condizionale, modo dei sogni, che ripeteva a se stesso: «Vorrei, vivrei, andrei…» e infine all’ottavo, nell’attico, si trovava l’infinito perché, essendo infinito, dal terrazzo voleva vedere l’orizzonte.
Un giorno, i tempi e i modi decisero di indire una riunione condominiale perché qualcuno nel palazzo non pagava le spese.
L’amministratore Participio Deciso si accorse subito di chi era la colpa: era del trapassato che, non essendoci più, non poteva onorare le spese.
L’assemblea, democraticamente, votò di offrire ospitalità a un altro modo, ma non all’imperativo perché voleva comandare solo lui.
Era rimasto il gerundio il quale arrivò nel condominio cantando, ballando e rallegrando la giornata di tutti.
Il problema si presentò la sera quando, addormentatosi, passò la notte russando, russando e russando così forte che tenne tutti svegli.
L’assemblea si riunì nuovamente per risolvere il problema. Modi e tempi votarono all’unanimità per insonorizzare il quarto piano, dove si trovava il gerundio, così, sia i piani sotto che quelli sopra, non sarebbero più stati disturbati dal russamento: di notte tutti avrebbero dormito e di giorno si sarebbero divertiti.
Ma chi avrebbe pagato l’opera?
Il gerundio, naturalmente, decise l’assemblea. Il loro era o non era un condominio democratico?

La bambina e la baby sitter

Roxana piangeva lacrime amare, chiusa nell’armadio per non farsi trovare dalla baby sitter. Era buio lì dentro e aveva paura che la vecchia serratura difettosa si inceppasse. Ripensava a quando la maestra, alla fine dell’anno, aveva premiato la classe con la lettura de “Il leone, la strega e l’armadio”. Erano in seconda, allora. Magari avesse potuto fuggire in un altro mondo attraverso l’armadio! Tastò il pannello di legno, ma era solido e inchiodato.
Il groppo che aveva in gola le aveva impedito di difendersi e spiegare perché non era colpa sua per ciò che era successo a Billy, così la baby sitter l’aveva ritenuta colpevole. Avrebbe riferito tutto ai genitori.
Roxana non aveva pianificato nulla. Era stata una specie di vocina dentro la sua testa che le aveva suggerito di prendere il coltello più grosso dal ceppo in cucina, prima di rifugiarsi nell’armadio. Quando la baby sitter, cercandola a gran voce, aprì l’anta dell’armadio, le si scagliò contro con un grido e affondò il coltello senza guardare. Giustizia era fatta!
La vista del sangue la fece barcollare. Sgorgò fuori con un ‘blob’, come nei fumetti, poi la sua mano fu investita da un liquido caldo e appiccicoso.  Puzzava.
Si ritrasse istintivamente,  gettò il coltello e scappò giù dalle scale senza sapere bene dove andare. La nonna! La nonna sicuramente le avrebbe offerto rifugio e protezione. In fondo, era l’unica parente vera che le fosse rimasta, dopo la morte dei genitori per un’overdose quando Roxana era piccola. I servizi sociali l’avevano sballottata da una famiglia all’altra, ma la nonna c’era sempre durante le vacanze estive e qualche volta anche nei fine settimana. Però era vecchia e malata, non poteva occuparsi di lei sempre, così le aveva spiegato l’assistente sociale.
Era stato facile scappare dalla prima famiglia quando l’avevano rinchiusa in casa da sola mentre andavano a fare compere. Con una forcina per capelli, in venti minuti Roxana era riuscita ad avere la meglio sulla serratura e se l’era svignata. Sfortunatamente l’avevano trovata subito dalla nonna e l’avevano rispedita a casa.
Nella seconda famiglia erano più guardinghi, forse li avevano avvisati. Le porte avevano dei catenacci che si potevano aprire solo dall’esterno. Scappare era impossibile. Lei però aveva escogitato un modo per  avvelenarli pian piano, mettendo una mezza pastiglia di sonnifero sbriciolata nella minestra ogni sera. Ogni settimana aumentava la dose. Quando era arrivata a tre pastiglie e mezza, la madre aveva avuto un incidente d’auto mentre era alla guida ed erano morti sia lei che il marito. Nessuno aveva sospettato nulla.
Così era finita nella terza famiglia, dov’era ora. All’inizio le cose sembravano andare bene, poi il fratello aveva cominciato a prendersi delle libertà. La picchiava quando i genitori non c’erano e aveva anche provato a spogliarla per “farle vedere come si fa”. Lei si era ribellata e lo aveva morso. Così era cominciata la guerra fredda tra di loro, a colpi di agguati.
La sera in cui i genitori erano andati al cinema avevano chiamato la baby sitter per curare entrambi. Roxana stava giocando nella sua stanza quando Billy era entrato senza far rumore. Le aveva fatto cenno con un dito sulla bocca di tacere. La schiena di Roxana si era irrigidita subito, tutti i suoi campanelli interni di allarme suonavano. Urlare subito o saltargli addosso prima che avesse modo di preparare una difesa? Optò per la seconda e gli si avvinghiò a una gamba. Gli arrivava fino al petto, in fondo Billy aveva solo quindici anni ed era pure in ritardo con lo sviluppo. Lo graffiò in viso e sulle braccia con tutte le sue forze, come un gatto, come una tigre. Il ragazzo non poté trattenere un urlo e cercò di scalciarla via. Lei ritornò alla carica con una gragnola di pugni che lui non si aspettava, cercò di restituirli, ma Roxana fu più veloce e lui non si muoveva più.
Fu a quel punto che arrivò la baby sitter, allertata dal fracasso che avevano fatto cadendo e rotolando in mezzo alla stanza.
Roxana scappò per i campi fino a una fermata dell’autobus, che aveva visto arrivare. Saltò su e scese al capolinea, prese la metropolitana e si avviò a casa della nonna, attenta a nascondere la mano insanguinata dentro il maglione. Qualche adulto la guardava un po’ più a lungo del solito, ma poi prevaleva il disinteresse e la paura di cacciarsi in qualche bega. Arrivò dalla nonna che era già buio. Sgattaiolò nel capanno degli attrezzi e aspettò che la nonna accendesse la luce della camera da letto. Solo allora si arrischiò a bussare tre volte contro il vetro. Era il loro segnale. La nonna sapeva che in quel modo bussava solo Roxana al vetro della finestra. Infatti si precipitò ad aprire la porta sul retro. Roxana entrò. Da principio la nonna non si accorse del sangue, non ci vedeva molto bene e la luce dell’abat jour era fioca. Era anche un po’ sorda, così Roxana dovette urlare per farsi comprendere.
Un vicino che era ancora in giardino a tagliare le piante nonostante il buio sentì tutto. Sentì come la bambina raccontò dell’attacco col coltello alla baby sitter e come chiese alla nonna di nasconderla.
Fu la sua testimonianza in tribunale che la inchiodò. Per l’omicidio della baby sitter fu condannata a sette anni di carcere. La nonna morì di crepacuore poco dopo la sentenza.
“Ti puoi rifare una vita” le dicevano le suore che venivano a trovarla in cella una volta alla settimana.
Quando riuscirono a spegnere l’incendio della villa di Sean Diddy Combs a Los Angeles fu trovato un cadavere carbonizzato. Sulla base dell’esame del DNA, gli esperti forensi determinarono che il corpo corrispondeva a un individuo di razza caucasica, di sesso femminile, di circa quindici anni, in stato avanzato di gravidanza.

L’uomo dei cavoli

In un paese del Sudeuropa dove gli abitanti vivevano ancora del lavoro dei campi e l’olio scorreva a fiumi abitava una giovane coppia di sposi.
Il marito aveva mani grandi con cui manovrava sapientemente sia l’aratro che la cazzuola. Nel corso degli anni, tra la nascita dei figli e l’acquisto degli armenti, riuscì a edificare una casa per sé e per la sua famiglia.

La moglie era dedita alla casa e all’educazione dei figli, si occupava di preparare pasti nutrienti con i prodotti che dava la terra, curava che le figlie imparassero a ricamare per preparare la propria dote e che il ragazzo andasse bene a scuola. Nei giorni di festa madre e figlie indossavano l’abito tradizionale, costituito da una camicetta e da una gonna scura che si raccoglieva a pieghe. Tutti insieme si recavano allora in piazza, dove si svolgeva la vita della comunità: i suonatori intonavano le canzoni antiche con i tamburelli, le note incalzanti spingevano i piedi dei ballerini, le mani si alzavano al pari delle fiamme, gli sguardi tra i giovani si incrociavano furtivi.
Entrambi i coniugi si dedicavano all’educazione dei figli dando il buon esempio. Le scelte generose cementavano la vita della comunità, il tempo intrecciava una fitta tela di favori tra gli abitanti; al pari di un arazzo in via di tessitura, la tela mostrava il suo disegno generazione dopo generazione.

Le tre figlie avevano ereditato dalla nonna materna delle abilità particolari. Alla nascita del fratellino, ognuna gli aveva fatto dono di una qualità speciale: la più grande gli aveva donato occhi belli, la mediana un’energia inesauribile, la più piccola un cuore buono.

Una a una le figlie si sposarono e andarono a vivere in altre case, dove fondarono le rispettive famiglie. Durante le feste si ritrovavano tutti nella casa dei genitori in cui si celebrava in pompa magna: le figlie aiutavano a preparare i dolci tradizionali, attorno al desco ci si scambiavano le notizie sugli ultimi avvenimenti, nel pomeriggio si giocava a tombola, dopo cena si suonava e si ballavano le danze popolari con grande diletto di adulti e bambini.

Il figlio maschio però tardava ad accasarsi. Nonostante ne avesse grande desiderio, il suo sogno segreto di avere una famiglia tutta sua non si era realizzato. Il suo cuore si gonfiava di tenerezza alla vista dei nipoti, per i quali d’inverno aveva sempre un posto speciale sulla slitta che trascinava nella neve, carica del raccolto del suo orto. L’uomo aveva una predilezione per i cavoli. Aveva trovato, infatti, che i cavoli erano l’ortaggio che più si addiceva al suo appezzamento di terreno, dove crescevano, rinvigoriti da buon letame maturo, come per magia. Ogni mattina, prima di nutrire le galline e recarsi al lavoro, l’uomo ispezionava il suo orto e ne constatava il buono stato di accrescimento. Un giorno, controllando alcune foglie secche da rimuovere da sotto alcune piante di cavolo, ne trovò una grande di una forma inusuale che non si staccava: tirò allora un po’ più forte e ne uscì un vagito. Stupito, scostò le foglie vicine fino a scoprire un piccolo fagotto che si muoveva leggermente: una bambina. Grande fu la sua meraviglia e ancora più grande il suo sollievo nel constatare che la piccola era sana e vigorosa. La portò svelto in casa e la adagiò in una scatola di cartone foderata di lana morbida. Di lì a poco informò la famiglia, che fece festa grande e organizzò una cerimonia in cui la piccola venne battezzata Cavolina.

Da quel momento la vita dell’uomo dei cavoli fu dedicata alla figlia. Cavolina crebbe lieta e leggiadra, aiutando il padre nei lavori dell’orto e imparando da lui i segreti delle erbe selvatiche commestibili e medicamentose, oltre a studiare diligentemente a scuola. Quando arrivò alla pubertà scoprì di possedere anch’ella dei poteri particolari. Per l’amore che portava al padre, Cavolina desiderava ardentemente donargli ciò che nella loro casa mancava di più. Fu così che, una notte, dopo molte preghiere, Cavolina si addormentò sognando la madre mai conosciuta. La madre era una fata e nel sogno le indicò un bosco dove mandare l’uomo a fare legna. Il giorno dopo, su indicazione di Cavolina, il padre andò nel bosco e incontrò una giovane donna; i due si piacquero, si innamorarono e poco tempo dopo si sposarono. La loro gioia fu allora completa e vissero insieme felici e contenti per molti anni a venire.

Basta terra!

Ho nove anni, i miei genitori hanno bisogno di me, del mio contributo.
Mi mandano in campagna a lavorare da un proprietario terriero.
Sono troppo giovane per riuscire ad immaginare cosa mi aspetta.
Appena arrivato mi mostrano la mia sistemazione per dormire: un lercio materasso nella stalla.
Al mio risveglio conosco il primogenito del mio padrone, ha un’aria crudele e nessun riguardo per i bambini. È un tempo in cui i bambini come me sono solo manodopera.
Le giornate di lavoro mi lasciano esausto.
La terra è bassa e il sole picchia, anche il figlio del padrone. Quando torno nella mia nauseabonda dimora non dimentica mai di venire a tormentare la sua vittima. Non c’è nessuno a difendermi, non mi resta che subire.
Sono troppo piccolo per reagire e devo portare i soldi a casa. Mi sento un prigioniero.
Non credo che resisterò a lungo, mi manca la mia famiglia, mi manca mia madre.
Provo a rassegnarmi ma è troppo da sopportare.
Trovo il coraggio, scappo!
Decido di farlo di notte così nessuno se ne accorgerà. Mi immergo nel buio pesto nella campagna, e la vista non è il mio senso più efficiente, solo un tenue bagliore della luna ad indicarmi la direzione. Ogni minimo fruscìo mi terrorizza, forse un serpente o peggio un orso. Corro più veloce che posso verso casa che mi sembra più lontana che mai. Finalmente giungo in paese e realizzo che non posso presentarmi dai miei, le botte potrebbero moltiplicarsi. Vago per due giorni nascondendomi come posso finché un paesano mi trova e scopro che i miei genitori mi stanno disperatamente cercando.
Mi porta a casa. Mia madre corre verso di me e mi abbraccia, incrocia lo sguardo di mio padre, lui non osa dire niente.
Da quel momento basta terra.

Ordine

Sapevo che sarebbe arrivato questo momento e ora che sono qui temo di non essere pronto.
È la mia prima volta, ho il fiato corto, mi tremano le gambe.
Non ho avuto scelta ma adesso questo è il mio dovere, non posso tirarmi indietro. Chissà se Dio potrà perdonami.
Devo concentrarmi, frenare l’ ansia,
è solo un piccolo movimento ma che cambierà anche la mia vita, per sempre.
Mi dicono di non incrociare gli sguardi, sarà più facile.
Un colpo preciso senza esitazione.
Fuoco!

Quello che sappiamo dell’Amore

Quante volte diciamo “ti amo” nella vita?
Non contano i “ti amo” buttati in mezzo ad una frase tanto per dire, ma quelli detti sul serio, con il cuore che batte a mille, le pupille dilatate e le farfalle nello stomaco.
La tesi di Amy consiste nel fatto che i bambini lo dimostrano più frequentemente, attraverso l’affetto e la sincerità, gli adolescenti lo sussurrano sotto voce, ancora increduli di ciò che provano e un po’ timorosi nel dare il loro cuore in mano a qualcun altro, mentre gli adulti sono un genere a sé. Alcuni pretendono di basarsi sulle esperienze, più o meno negative, che si portano alle spalle facendo in modo, molto spesso, che quelle tre paroline non vengano mai più pronunciate e finiscano nascoste sotto pile di scuse e menzogne, a prendere polvere in un angolo remoto di sé.
Qualche giorno prima, mentre Amy stava parlando con una sua amica, si era decisa a chiederle di punto in bianco: «Secondo te cos’è l’amore?»
L’amica l’aveva osservata come si guarda un pazzo o qualcuno che non sa bene ciò che sta dicendo e le aveva sussurrato: «A me lo chiedi? Dovresti essere tu a dirmelo».
Amy l’aveva guardata con fare assente e poi si era girata verso la finestra aperta, come faceva sempre quando pensava ad una risposta sensata da dire.
Con fare deciso aveva risposto: «L’amore è un uomo che sta seduto in un bar la mattina prima di andare al lavoro, pensa alla carriera e alla Gazzetta sportiva che tiene tra le mani mentre sorseggia il suo caffè. Sente di essere soddisfatto, non ha bisogno di nulla. Ad un tratto, però, la porta del bar si spalanca e lei entra. In quel momento lui sa che nulla sarà mai più come prima». L’amica l’aveva guardata dubbiosa: «Beh allora non resta che scoprirlo», le aveva detto con un sospiro.
Quel pomeriggio Amy tornò al bar. Lo trovò al solito posto, con in mano un caffè e la Gazzetta sportiva aperta alla pagina dei risultati del campionato.
Mark teneva gli occhi fissi sulla Gazzetta anche se non la stava leggendo realmente.  Mentre sorseggiava il suo caffè ripensava alla ragazza che aveva intravisto il giorno prima e di cui aveva incrociato lo sguardo. Gli aveva sorriso e lui era rimasto colpito dai suoi occhi sereni e remoti.
La sentì entrare nel bar con un brivido, come se improvvisamente stesse respirando aria fresca, e si voltò a guardarla.
Lei indossava un vestitino azzurro, con una gonna lunga. I capelli a caschetto le mettevano in risalto il viso, mentre gli occhi verdi brillavano.
«Indossa i colori del cielo e delle foglie scosse al vento», pensò, e sentì abbattersi tutte le barriere.
«Tu sei una creatura eterea, non puoi stare nel chiuso di un bar, – riuscì a dirle quasi con timidezza – perché non usciamo a fare una passeggiata all’aria aperta?»
Lei accettò con un sorriso.
Mentre camminavano, Amy lo prese sotto braccio, con una confidenza che lo stupì piacevolmente, e cominciò a raccontargli della sua passione per il pianoforte che suonava fin da piccola. Le piaceva moltissimo ascoltare i suoni che le sue dita creavano solo sfiorando i tasti di quello strumento. Potevano essere brividi o lacrime le sensazioni che trasmetteva ogni volta che le note entravano nella sua anima.
Improvvisamente, Mark scoprì in sè il desiderio di aprirsi. Negli anni si era costruito attorno così tanti muri da non riuscire più a fidarsi: preferiva non entrare troppo in sintonia con il mondo esterno.
In quel momento, tuttavia, le cose avevano cominciato a cambiare e le sue nubi interiori a diradarsi, spazzate vie dalla brezza degli occhi di lei.
Come leggendogli nella mente, lei gli chiese: «Cosa c’è che ti turba dietro tutta questa imperturbabilità di cui ti travesti? Continui a dire che sei felice, che non hai bisogno di nulla, ma sento in te una malinconia e un dolore profondi. Confidati».
La voce gli uscì come un fiume in piena: «Sono stato ingannato e ferito molte volte, soprattutto da una donna con cui pensavo sarebbe stato per sempre.  Così mi sono creato una nuova routine e sto molto bene, sono felice».
«Ma ti manca qualcosa – Amy lo riprese subito prima che lui lasciasse cadere il discorso – sogni una famiglia».
Mark sussultò, si chiese come lei avesse fatto a intuire il suo più grande rammarico.
«Puoi farcela, Mark. Puoi trovare qualcuna che ti restituirà amore e fiducia. Devi solo crederci», lei sussurrò.
Mark chiuse gli occhi per un istante, sentendo che si stavano riempiendo di lacrime.
Quando li riaprì, lei era sparita, come rapita da un turbinio di vento.
Non la rivide mai più.
Amy entrò in ufficio e la sua amica, Malinconia, l’accolse con un sorriso languido: «Alla fine il tuo assegnato ce l’ha fatta, ha trovato una persona che lo ama e lo rende felice. Il capo apprezzerà l’esito positivo di questa tua missione».
Per la prima volta Amy sentì il peso del suo lavoro: interagire con gli umani salvandoli dalle loro stesse emozioni.
Alzò le mani verso l’alto e creò un vortice d’aria. Ci guardò dentro e vide Mark sorridente accanto a una donna. Questa volta c’era mancato poco che si affezionasse sul serio, o forse quel confine lo aveva superato e le faceva male sapere che la sua corsa verso la felicità non aveva mai pace, ogni missione andata a buon fine rendeva felice sempre qualcun altro e lei si ritrovava di nuovo al punto di partenza.
Il capo la richiamò all’ordine: «Ti sei meritata una pausa, ma non dimenticarti di chi tu sei, mi raccomando Amore, o Amy come hai deciso di farti chiamare tra gli umani».
Amore pensò che, forse, l’amore per gli umani è un’emozione temporanea, che li fa sentire vivi anche solo per un momento e che poi, con il tempo, si trasforma in qualche altro suo collega: Affetto, Stima, Fiducia.
«Chissà se il mondo degli umani differisce così tanto dal mio», si chiese mentre camminava verso casa. Una figura le si mise di fianco, la guardò con fare disinvolto e le si presentò: «Mi chiamo Disillusione, ti andrebbe di prendere un caffè?»
Amore esitò ma poi, sentendosi a suo agio, lasciò da parte il suo lato più romantico e innocente e accettò la proposta. Era arrivato il tempo di crescere.

Il calendario sulla pelle

Sazia di sole e mare decido di visitare i tesori archeologici che l’isola mi offre.
Parto di buon mattino, a bordo dell’autobus locale con destinazione Heraklion, entusiasta al pensiero che presto avrei ammirato uno dei musei più importanti al modo.
Il mezzo procede lentamente, le fermate sono parecchie e alcuni passeggeri sostano in piedi. Il caldo si sta facendo insopportabile.
Mentre, comodamente seduta, mi guardo in giro stupita di come tanta gente può confluire in così poco spazio, noto una donna molto anziana non tanto distante me. È di corporatura minuta, ha le spalle curve, gambe larghe e leggermente inarcate.
Si sta asciugando il sudore dal volto con un lembo del fazzoletto nero legato sotto il mento che copre testa e fronte, indossa una camicia a maniche lunghe, un grembiule allacciato in vita sopra la gonna alle caviglie, calza stivaletti da contadina, tutto rigorosamente nero, ha una sporta tracolla.
Provo una tenerezza istintiva per questa vecchietta, mi alzo in piedi agitando un braccio per invitarla a occupare il mio posto.
Avverto inaspettata la pressione leggera delle sue piccole dita appoggiate alla mia mano; si regge in equilibrio durante il breve tragitto che la separa da me. Sento la sua pelle punteggiata da macchie scure e dalla quale affiorano spesse vene, ruvida e grinzosa tra le ossa. La mano odora di cipolle, osservo qualche traccia di terra incastonata tra le unghie molto corte, inizia a borbottare tra sé come una filastrocca, sembra di ascoltare la voce sottile e gioiosa di una bimba.
Fisso sul suo viso illuminato dal sorriso le ombre scure di solchi profondi scavati dal susseguirsi delle stagioni, scorgo sulla pelle il colore delle zolle riarse dal sole e nei suoi occhi, infossati sotto le sopracciglia aggrovigliate, ne sono certa, un tempo azzurri, il grigiore di un eterno autunno. Si siede a fatica, mi libera la mano dalla sua, poi borbottando ancora, fruga dentro la sporta, mi fa dono di una carota e mi benedice impartendomi il segno della croce. Sono grata a questa donna per avermi riservato un gesto tanto importante, la vedo volgere il capo verso il finestrino e assopirsi piano piano.
La pagina di storia scritta sulla sua pelle è uno dei ricordi più belli che conservo dell’isola di Creta.

Apnea

Squilla il telefono. Lo ignoro.
È il mio weekend di libertà e i bambini sono dal padre.
Di certo è lui che ha bisogno di aiuto perché li convinca ad obbedirgli.
Il telefono insiste più volte, rispondo: sono i Carabinieri.
Mio figlio è rimasto coinvolto in un incidente stradale.
Sentirsi gelare il sangue. Ora capisco la sensazione! Per un attimo sembra rimanere bloccato nelle vene.
È in viaggio in elicottero verso l’ospedale di Brescia, quello più vicino per i casi gravi.
Condizioni del ferito: non comunicate.
Posso farcela ad arrivare fino là senza morire di paura!
Mi metto in viaggio, in apnea, ancora non ho notizie ma tengo duro.
Qualunque emozione deve essermi estranea.
Il mio secondo cervello non la pensa allo stesso modo, mi costringe a fare tappa in ogni bagno disponibile.
Finalmente arrivo all’ospedale, lo vedo per meno di un minuto, il tempo per spostarlo dal pronto soccorso alla rianimazione.
Il piccolo volto tumefatto, non può accorgersi di me. Coma.
Anche in questo momento il mio bambino è il più bello del mondo.
Per quattro giorni resto fuori dalla rianimazione, sono pochi i momenti in cui posso vederlo. Continua a non vedermi, a non sentirmi.
Resisto distaccata altrimenti potrei morire.
In attesa la mia mente cerca costantemente un contatto con la sua.
Non mollare piccolo mio, puoi farcela.
Ce la faremo.
Sono passati ormai vent’anni, mio figlio si è appena laureato.
Non penso più a quei giorni, sembra quasi che nulla sia mai accaduto, ma se il telefono squilla…corro subito a vedere chi mi chiama.

Il fuoco della passione

Florence sentiva dentro di sé un sacro fuoco ardere. Non si trattava di un fuoco qualsiasi, ma di una di quelle fiamme che ti fanno sentire imbattibile, destinato a compiere grandi imprese. Purtroppo, il fuoco di Florence era alimentato da un carburante sbagliato: l’incrollabile certezza di essere una cantante straordinaria.
Sin da bambina, aveva deciso che avrebbe coltivato il suo talento innato. Durante una recita scolastica, mentre tutti i bambini intonavano “Jingle Bells”, lei, senza alcun preavviso, trasformò la melodia in una sorta di assolo metal. L’insegnante pianse, ma non certo per l’emozione.
L’anno seguente, la vita sembrò prendersi gioco di lei: alla nuova recita, le fu assegnato il ruolo della Sirenetta, la quale, per via di un sortilegio, era diventata muta. «È un crimine sprecare una voce come la mia!» protestò invano.
Crescendo, Florence iniziò a esibirsi ovunque: compleanni, matrimoni e persino funerali. Una volta, durante la commemorazione funebre di uno zio, cantò “Amazing Grace” con tale trasporto che il prete dovette interrompersi per rassicurare i presenti: l’ululato udito in chiesa non era un presagio apocalittico.
Sorda a critiche e consigli, continuava imperterrita per la sua strada. «Ho il fuoco della passione!» proclamava, mentre chi l’ascoltava pensava che si trattasse più di un incendio fuori controllo.
Decisa a dimostrare il suo valore, si iscrisse a un talent show locale, “Falling Stars”. Di fronte a una giuria composta da un macellaio, un’insegnante in pensione e un DJ dal viso perennemente afflitto, Florence diede il massimo. O il minimo, a seconda dei punti di vista.
Scelse di cantare “My Heart Will Go On”. Immaginate un cinghiale innamorato che grugnisce alla luna dopo una sbornia epica: quello era il livello. I giudici erano indecisi se ridere o chiamare un veterinario. Al termine della performance, regnò un silenzio surreale, seguito da fischi e pomodori lanciati dalla platea.
Nonostante il fiasco, Florence non si arrese. «La passione trionferà su tutto!» insisteva, mentre i suoi familiari disperati si chiudevano in casa ogni volta che lei accendeva il karaoke.
Un giorno, però, accadde qualcosa di inaspettato. Durante una sagra di paese, il sistema audio si guastò. Mentre la folla rumoreggiava, il presentatore, preso dal panico, chiese a Florence di cantare a cappella per intrattenere il pubblico. «Almeno tireranno i pomodori a lei e non a me», pensò.
Florence salì sul palco con la sicurezza di un elefante ignaro di trovarsi in un negozio di cristalli. Iniziò a cantare una bizzarra versione di “My Sharona” e accadde qualcosa di magico: il pubblico esplose in una risata collettiva. Non era una risata di scherno, ma una risata sincera e contagiosa. Senza rendersene conto, Florence aveva scoperto il suo vero talento: far divertire la gente.
Da quel momento, lasciò da parte i sogni di diventare una cantante famosa e si trasformò nell’attrazione comica più richiesta delle sagre di tutta la provincia. Il fuoco della passione bruciava ancora, ma finalmente aveva trovato la sua vera vocazione: portare gioia, stonature e un pizzico di follia ovunque andasse.
E così visse felice, stonata e (quasi) contenta.

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