Amo Banksy

Che senso avrebbe vivere senza sperimentare un po’ la genialità mettendo a frutto i propri talenti quando, come nel caso di Banksy, si è dotati di un acuto umorismo e di una stupefacente abilità di sorprendere, arrivando addirittura a disseminare – in soli trentun giorni – ben trenta opere nella città di New York?    Impossibile non volere bene a questo “street artist” in grado di mettere alla berlina l’ipocrisia e capace di esprimere la propria creatività intervenendo sul tessuto urbano, con disegni e pitture che manifestano sia il malessere sociale che quello culturale di ognuno di noi.

La caratteristica dei suoi lavori è infatti la parodia: ogni opera mostra un’immagine caricaturale immortalata con precisione, eleganza, comicità, incanto, indignazione, commozione.   L’artista, in veste di provocatore, mi procura una intensa, immediata, carica emotiva. Gradisco i messaggi che invia, soprattutto quelli con i quali rifiuta o condanna la guerra, il potere, la polizia, i divieti, la sicurezza, il dominio delle multinazionali, la rispettabilità.  La maggior parte dei suoi interventi pittorici di pregio graffia le coscienze: apprezzo perfino quelli che insultano la scarsissima intelligenza umana.

Dell’affermato artista ambirei possedere lo spirito creativo: dinamico, in continuo divenire, scorrevole come un fiume. La sua genialità si regge, si arrichisce, si manifesta puntualmente sui cambiamenti significativi della società.  Impossibile per chiunque  contenerlo o arginarlo all’interno di un unico scritto: inafferrabile, ha saputo innescare un meccanismo perfetto con il quale alimentare la propria leggenda.

So che purtroppo sussiste l’ipotesi che il suo ingegno possa venire apprezzato e ricordato, in prevalenza, per la sua più spettacolare “trovata” messa in atto nel 2018 a Londra. Pochi hanno dimenticato che all’asta da Sotheby’s uno dei suoi quadri, – dopo essere stato aggiudicato per oltre un milione di sterline -,  si è parzialmente autodistrutto in decine di striscioline, davanti agli occhi allibiti del pubblico, dei giornalisti e della facoltosa compratrice.

Non fu certamente il “caso” a inceppare a metà percorso lo sminuzzatore della carta e il telecomando, lasciando intatta la parte superiorie dell’immagine, quella del solo palloncino rosso a forma di cuore.   La stima del quadro, schizzata inconcepibilmente al raddoppio, ha consentito all’artista di ribattezzare sarcasticamente l’opera  “La ragazza con il palloncino rosso” in “L’amore è nel bidone”. A voler sottolineare che per molti la spazzatura può valere assai più dell’arte stessa.

 

Elisabeth – Patty

Verso la metà degli anni ‘ 90, quando ancora lavoravo, conobbi Elisabeth: una collega neo assunta, trentaquattrenne.  Il giorno in cui mi venne presentata istintivamente indietreggiai. Alta un metro e 85 cm., fisico assai robusto, colorito bianco in contrasto con occhi e capelli nerissimi, esibendo un perenne sorriso malizioso faceva ombra all’intera scrivania.

Possedeva una vena artistica che sviluppava al meglio, durante la pausa pranzo, davanti a generose portate di cibo: con una mimica facciale portentosa metteva in scena emozioni, sentimenti, situazioni che ci deliziavano, strappando l’applauso.

Elisabeth non amava il proprio nome: chiese ed ottenne di essere chiamata Patty. Laureata giovanissima in lingue estere, aveva lavorato viaggiando per il mondo intero. Destinata all’Ufficio per gli affari con l’Estero si dimostrò talmente valida ed efficiente che le  “alte sfere” decisero di affidarle l’incarico, alquanto ambizioso, di aprire una sede a Londra, nella City.   Lei si gettò a capofitto nell’impresa ottenendo risultati eccellenti ed un meritatissimo successo personale.

Si rivelò essere una collega simpatica, valida e intelligente; diventammo buone amiche. Andavamo d’accordissimo: era molto estrosa e, come me, non le erano mai piaciuti i ruoli precostituiti, quelli che tolgono il fiato, spazio e autonomia. Per diverse pratiche, di competenza di entrambe, ci sentivamo via phone, fax o telefax, ma per le chiacchieratine confidenziali, destinavamo qualche ora la sera, da casa. Oppure ci scrivevamo lettere.

Un giorno mi chiamò a notte inoltrata per rendermi partecipe della sua gioia. Si era innamorata e da subito aveva iniziato la convivenza con un famoso giocatore di rugby, di colore.  Dieci settimane dopo, davanti alla bandiera inglese e sotto gli occhi della foto dell’immortale regina, i due contrassero matrimonio civile.  Trascorsi pochi mesi, Patty, avuta conferma dell’arrivo di un bebè, ce lo annunciò con estrema esultanza.

Quel gran rugbista di nome Antony pensò bene di organizzarsi per la fuga accettando un lucroso ingaggio negli States, divenendo “uccel di bosco”.  Elisabeth non potendo ricostruire il rapporto non ne fece una tragedia: con animo rassegnato ma sereno, contando solo sulle proprie forze, affrontò un parto podalico tutt’altro che semplice e diede alla luce una splendida cretura, Sarah.

“Non voglio tenerti all’oscuro di tutto” mi scrisse – tra l’altro – in una lunga lettera spedita via “air mail” e corredata di due fotografie.  La prima, in bianco e nero, quella del matrimonio lampo, recava scritto sul retro “Shipwrecked” (Naufragato); l’altra a colori, che ritraeva la sua  dolcissima bimba, “Saved from the waters” (Salvata dalle acque).

A distanza di un paio di anni avvenne un fatto veramente increscioso che procurò un grande disagio ai colleghi e a me tanta amarezza e imbarazzo.  Dall’oggi al domani, senza lasciare traccia, Patty scomparve.   Su lei  – e Sarah – calò un silenzio assoluto, omertoso, che da parte degli “alti livelli” – a lungo interpellati – MAI venne violato.   Una gentile collega di Roma mi confidò che il loro responsabile si trovava a Londra, per sostituirla.  A fatica mi rassegnai che quell’improvviso oscuro enigma rimasse irrisolto.

Dopo circa tre anni Patty mi telefonò e, in prima battuta, mi  supplicò di offrirle solidarietà e  complicità nel NON dirlo ad alcuno!  Non accennò alla sua misteriosa sparizione, né all’aver voluto (dovuto?) tagliare i ponti con tutti, famigliari più stretti compresi.  Presa in contropiede dalla sorpresa, rimasi silenziosa e non indagai in proposito.

Mi disse che, nel frattempo, si era trasferita in Nord Africa dove aveva accettato un’occasione professionale interessante offertale da una nota Multinazionale americana, decantandone a dismisura i benefici.  Non riuscendo ad inserirmi nel discorso decisi di farle uno sgambetto passando repentinamente ai saluti.

Rise di cuore e parve rilassarsi. Dopo avermi ascoltata per un po’, con molta calma continuò: ” Elvì,“You don’t know, non immagini quanto mi siete mancati tutti!  Quanto ho sofferto non poterti più sentire.  Tu non sai quanto ho tribolato in questi anni!  Mi sono rimessa in gioco anche in amore, forse per trovare un punto fermo.  Ed ho molto sofferto durante e dopo la gravidanza di Nico, il mio secondo figlio. Lui é frutto di una bellissima, adrenalinica e squinternata relazione con un collega di colore.  Come Lisa è nato con un parto podalico ed io ho dovuto affrontare tutto “alone” (da sola), un’altra volta. La storia con il mio collega si era guastata in fretta; non mi ha abbandonata furtivamente come aveva fatto Antony, ma, vuoi ridere?  E’ tornato a vivere con la mogliettina, nonostante la separazione.”

Sospirando proseguì: “Mi dichiaro colpevole per non aver più nutrito la nostra bella amicizia, ma sono convinta che tu, conoscendomi a fondo, possa capire ogni mio comportamento senza giudicarmi.  Mostrando mancanza di disciplina, come sempre mi accade, mi sono dedicata alla vita ed ho pure creato un mix stellare di sperimentazioni amorose. Sarò sembrata troppo indifferente verso le persone che mi volevano  bene e immagino mi siano piovuti in testa mille commenti, e chissà cos’altro. I’m sorry”. (Mi spiace.)

Posò la cornetta del telefono senza preavviso ed io compresi del tutto che il nostro legame era terminato, per sempre e che non l’avrei mai più rivista. E ho continuato a crederlo in questi ultimi venti anni, durante i quali, talvolta, mi sono chiesta come avrei potuto impedire la “scucitura”.

Oggi, ultimo giorno del mese di luglio dell’anno del Covid, la buona Sorte ha “fatto saltare” la serratura della cassaforte dei ricordi, che conteneva anche questo fascicolo obsoleto.  Da una ex collega stamane ho ricevuto un WA dal tono misterioso con l’invito a “dare un’occhiata” ad un video che mi stavo inviando. Manuela precisava che, sebbene il contenuto risalisse al 2019, lei era riuscita a scaricarlo in quanto l’intero programma viene ripetutamente mandato in onda – da un Canale Satellitare straniero -, anche nel corso di questo anno.

Sullo schermo del cellulare ecco apparire in forma smagliante Elisabeth/Patty mentre partecipa ad un concorso di “Miss Mamma nel Mondo”, riservato a signore over 55 in sovrappeso.  Il presentatore, in lingua inglese, scandisce ad alta voce il nome “Patricia Mc Farland” invitandola a salire sulla passerella, quale “ottava classificata”.  Si tratta davvero di lei ed é riconoscibilissima. Colpisce la gioia autentica, abbagliante, che sprizza dalla sua persona. Perfino il passo leggero ed il suo perenne sorriso malizioso sono rimasti identici. Rimango a bocca aperta, pressochè basita.

Ma le sorprese non sono finite. Al termine della premiazione la telecamera inquadra in un primissimo piano lei mamma abbracciata festosamente dai due figli, ormai adulti. Entrambi sorridono divertiti esibendo la loro T-short bianca su cui spicca la scritta “Black lives matter”- “Le vite nere contano”.

I miei pensieri volano sparsi tra ricordi affollati e vivi e il mio cuore è gonfio di gioia. Quanto ingegno, imprevedibilità, coraggio e audacia ha saputo dimostrare Patty durante le prove obbligatorie sul palcoscenico della vita. Le sue doti mi hanno sempre stupita ed entusiasmata, soprattutto la sua assoluta capacità di non stare ad aspettare che la vita “accada”.  Sicuramente senza scendere a compromessi, anche in questa occasione è salita in sella ai sentimenti ed è stata in grado di “far accadere i fatti”, senza vacillare. Ha dato il meglio di sé e si merita, oltre ai miei, tutti gli applausi che le riserva l’immensa platea di spettatori.

31 Luglio 2020

L’INTELLETTUALE

C’era una volta un intellettuale tedesco appassionato di cinema e di tennis. Il cinema rappresentò, fin dall’infanzia, una via di fuga dalle situazioni familiari disarmoniose cui assisteva in casa. Il tennis invece lo faceva sentire vivo e giovane, fino in età avanzata, dato che la buona forma fisica e piccole precauzioni gli consentirono di praticarlo regolarmente e con assiduità ben oltre l’età della pensione.

Capitò un giorno che questo signore, che chiameremo Carlo, si recò a trovare una vecchia amica, inizialmente moglie del suo amico, poi amica ella stessa. A casa dell’amica, come spesso succedeva, c’era un’ospite straniera, come se ne erano succedute molte nell’arco degli anni, dato che l’amica era persona ospitale e progressista e amava ricevere il mondo in casa sua, non potendo assentarsi a causa degli obblighi familiari imposti dai genitori anziani. L’ospite era giovane e quieta, ma attenta. Lo studiò con cura, poi fece le sue mosse. Quando lui propose, su suggerimento dell’amica, di accompagnarla a vedere le attrazioni della città, non se lo fece ripetere due volte.

Si incontrarono la prima volta presso la clinica dove era temporaneamente ricoverato l’anziano padre dell’amica in seguito a un piccolo infortunio. L’ospite andava a trovarlo quotidianamente. Quel giorno si incontrarono per visitare una mostra presso un famoso museo di arte moderna. Pioveva. Lei era molto emozionata. Salì sulla Fiat Idea di lui e restò colpita dalla semplicità con cui si poneva il suo interlocutore. La soggezione rimaneva, ma un piccolo spigolo era stato scalfito.

Si rese conto che era un vero appuntamento con lui, il cuore le diede un brivido. La mostra era abbastanza noiosa, ma l’ospite sfruttò quel tempo per studiare il suo accompagnatore. Più lei cercava di porre rimedio con il raziocinio all’emozione che le paralizzava la lingua e le seccava la bocca, più il cervello le si svuotava di cose sensate da dire.

Un’altra volta passeggiarono nel parco, così, semplicemente. Era più facile parlare in quel modo. Lui l’aiutava molto: faceva domande garbate per mantenere in moto la conversazione, ascoltava con attenzione e faceva osservazioni pertinenti e spiritose. Dopo qualche tempo il braccio di lui si appoggiò sulle spalle di lei e camminarono così, lui con fare protettivo, lei emozionata e incerta.

In una di queste peregrinazioni per i meravigliosi parchi della città finirono in un locale tutto legno e vetro immerso nel verde. Era sera e l’interno era illuminato da luci soffuse e tante candele, che vicino alle finestre si rispecchiavano facendo risplendere l’interno come un palazzo principesco.

Al tavolo di quel locale, alle luci delle candele, ebbero la loro prima conversazione seria; socchiusero i rispettivi cuori per condividere le visioni della vita, misero le carte in tavola. Gli occhi di lui risplendevano con tenerezza e desiderio, si offriva all’amore come un bicchiere di cristallo.

 

Salva nel “SALVANEL”

Mi trovo in vacanza in un armonioso, silenzioso, paesino attorniato da monti, boschi, colline. Questo borgo di antichissime origini sta alle soglie delle Dolomiti ed è posto su un esteso terrazzamento di origine alluvionale.  Alloggio in mezzo alla natura in un B&B di proprietà di persone amiche: Marisa e Stefano i nonni, Lucia e Marco i genitori delle piccole sorridenti, vivaci e biondissime, Serena e Susanna.  All’ingresso del prato che conduce al caseggiato spicca una originale insegna in legno, – ideata e dipinta da Lucia -, che reca il nome del folletto “Salvanel”.

Sembra che questo  personaggio, piccolo, vestito di rosso e dispettoso, leggendaria creatura della tradizione popolare contadina,  abitasse – ma tutti sono convinti che abiti tuttora – nelle tane di boschi e nei granai.   Pare si muova, costantemente, solo nel cuore della notte e sia in grado di apparire, scomparire e volare.  Una volta entrato nelle case si diverte a scompigliare i capelli delle donne che dormono, mettendo fuori posto gli utensili della cucina. Questa “antica credenza”, che i vecchi di una volta raccontavano ai piccoli per spaventarli, viene ancora tramandata in famiglia.

I terrazzi in legno del B&B, avvolti da nuvole di fiori multicolori, risultano in perfetta sintonia con gli elementi circostanti: orti, alberi, prati rigogliosi, campi coltivati a legumi e perfino un piccolo maneggio ed una stalla  dove trovano ospitalità due  mansueti pony. Di loro, che già li cavalcano, si prendono amorevolmente cura anche le bambine di Lucia.

Dietro al B&B si distingue una Casa Vacanza abbandonata, ma non silenziosa: nel prato verdeggiante che la circonda, infatti, pascolano beatamente alcune pecore autoctone.   Allo spuntare dell’alba devo il mio insolito risveglio al loro monotono, insistente, belare.

Con la voglia di riavere indietro i miei occhi di  bambina, ogni mattina esco all’aperto e mi avvicino loro annusando l’aria.  So che vado cercando il disgustoso olezzo, per me inebriante ed indimenticabile, che permeava la stalla dell’amato nonno materno Bepi.

L’ambiente rappresenta una meta tranquilla, soddisfacente e rilassante. La natura veste colori meravigliosi e il suo contatto è rigenerante; il cielo sereno si estende all’infinito, l’aria limpida é ossigenante. Il territorio offre l’opportunità di escursioni naturalistiche che regalano panorami autentici ed emozionanti.  Alcuni sentieri nascosti tra il folto dei boschi portano sulle tracce del passato e alla riscoperta di borghi ormai disabitati.

Le creature che sbocciano alla vita qui vengono accolte con un tripudio di fiocchi colorati esposti lungo parapetti, finestre, terrazzi, vasi di fiori e il cancello di casa. Immancabile la presenza di una bellissima sagoma della cigogna, rigorosamente in legno, alta almeno un metro. Questo spettacolo mi incanta; riempie gli occhi di gioia,  scalda il cuore di dolcezza e dona  fiducia nel domani.

Questo paese, e la sua piccola comunità che amo profondamente, mi accolgono e mi proteggono donandomi un senso di vita vero: quello che risana.  La Natura è il mio Spirito Tutelare e mi “salva nel” suo prezioso grembo, ricaricandomi di energie essenziali.

 

8 Agosto 2020

Il bene condiviso

Care ragazze della mia età, amiche di trent’anni di vita, lo sapete che, se potessi, trascorrerei insieme a voi – ancora e volentieri – le ore dedicate al volontariato in Caritas.    Al servizio della comunità più fragile, condividerei tutto in fraternità: ogni stanchezza, le risate, le sorprese, le speranze, lo sconforto, i commenti, il cibo, le alzate di voce (forse per un principio di sordità?), qualche salutare incavolatura, incomprensioni e simpatie per gli assistiti della Parrocchia ogni volta più numerosi e, soprattutto, la profonda tenerezza nei confronti dei bambini piccoli, dai volti talmente belli da togliere il respiro.

Lucy, ricordo bene le tue telefonate ai Carabinieri, indispensabili per “salvarci le piume” dalla eccessiva prepotenza di alcuni personaggi pericolosi, sempre presenti nel multietnico tessuto sociale del territorio, che con il proposito di intimorirci arrivavano quando, spente le luci, chiudevamo i locali della sede.   Neanche stessimo uscendo dalla filiale di una Banca!

Mi mancate voi, ma non quelle fitte di dolore paralizzante alla spina dorsale  – al ritmo del ritornello “Ti sei strappata anche tu? Prendi subito una bustina di Aulin”- dovute allo sforzo di caricare, sistemare e scaricare quintali di scatole e scatoloni quando noi donne, sempre poche, per aiutare le persone bisognose si andava col furgone al Banco Alimentare di Muggiò a ritirare i beni di prima necessità oppure quando, una domenica al mese, all’alba si montavano i banchi per l’affollato mercatino di Bollate.

Era lì che dovevamo “fare cassa”, sia per poter comperare cibo sufficiente da offrire settimanalmente che per pagare qualche medicinale urgente o saldare una bolletta, prima che l’utenza venisse staccata.   Esponevamo con cura e meticolosità le nostre preziose merci, la maggior parte provenienti dalle nostre abitazioni, tantissime altre dalla generosità dei concittadini, mettendole in bella mostra, offrendole, armate di pazienza e buonumore, a prezzi vantaggiosi se non addirittura irrisori (eh, ma voi siete della Caritas!).    E alle mamme straniere, mai provviste di denaro, regalavamo di tutto un po’, a piene mani.

Disponevamo di ogni ben di Dio e, fatta qualche rara eccezione, si trattava di materiale davvero buono, spesso nuovo o mantenuto in ottime condizioni: vestiti di tutte le taglie, borsette, scarpe, cinture, piatti, vasi, vasini, vasetti, bomboniere, servizi da caffè, sveglie, soprammobili, dischi, libri, enciclopedie (di cui non riuscivamo mai a disfarci) manufatti, lampadari, bigiotteria, cellulari, vecchi telefoni, quadri, giocattoli, bicchieri a non finire, cartelle, pellicce, perfino qualche abito da sposa.   E chi più ne ha più ne metta.

Ognuna di noi seguiva un proprio “reparto”, talvolta fingendosi anche competente, tranne  te Lucy, la più allegra di noi: ti occupavi di tutto e tutti con estrema gentilezza e disponibilità, eri una fonte inesauribile di informazioni, espertissima in particolar modo di bigiotteria, argenteria ed orologeria.   Federica, tu te ne stavi beatamente seduta nella distesa dei giocattoli; Clara, Marianna e Adele: voi ve la cavavate brillantemente con le manifatture; Alexandra e Giselle, silenziosissime e sorridenti, eravate ovunque, fra scarpe, borsette e servizi da tavola e non perdevate mai di vista la scodella (sbeccata) degli “euri”.   Rossana, carinissima!, tu arrivavi sempre con una borsa termica colma di ogni dolce sorpresa da offrirci e da offrire a chiunque si avvicinasse: bonbon, cioccolatini, dolcetti, succhi di frutta e the e, borbottando sottovoce, sistemavi la merce sui banchi facendo sparire magicamente eventuali oggetti fragili andati rotti o scheggiati durante il trasporto.

A tal proposito, come non rammentare le varie volte in cui nel tragitto venimmo fermate   da agenti della polizia stradale che, dopo averci attentamente osservate da vicino, constatato che si trattava di  “tre simpatiche signore non più giovani”, insistevano per farci  da scorta seguendo il furgone su cui viaggiavamo?   Lucy alla guida, Helena ed io accanto già fisicamente provate, ancora un  filino assonnate e tutte con la sigaretta accesa, ci distraevamo tra nuvolette di fumo, chiacchiere e risate, dimentiche del mezzo stipato fino all’inverosimile: un unico brusco sobbalzo sui dissuasori sarebbe stato sufficiente a  provocare l’apertura delle portiere posteriori (da sempre difettose), con il rischio di passare un grosso guaio.

E che dire di quel fantastico servizio di piatti per dodici in porcellana purissima, decorato oro zecchino, dal valore esagerato, che decidemmo di caricare per ultimo affinchè fosse poi il primo a venire scaricato, con cautela?   Si trattava di un regalo talmente raffinato che, al pensiero della sua resa in vil denaro, ci eravamo sfregate le mani.  Giunte a destinazione, al posto assegnatoci trovammo ad attenderci Federica che senza esitazione, né alcuna precauzione, si precipitò ad aprire le portiere posteriori (come detto, malfunzionanti) favorendo così l’improvviso spaventoso assordante schianto a terra del gigantesco scatolone zeppo di preziose stoviglie; fu impossibile recuperare un solo componente.

Federica, so che ti ricordi: pallida e spaventatissima, tra le lacrime ci chiedesti scusa mille volte, ma noi,  impietrite, non riuscivamo a sentirti anche a causa delle divertite risate dei molti espositori accorsi ad osservare l’accaduto.  Con tanta rassegnazione, e più di un nodo in gola, raccogliemmo diligentemente  i cocci; Rossana arrivata in nostro soccorso sentenziò: “Con questa premessa, prevedo giornata nera”.   Confesso che Helena ed io, addette alla sezione “libri, dischi, cd, francobolli e quadri”, in quel frangente vedemmo andare in frantumi anche una montagna di cibo, eccedente “la solita scorta”, che avremmo potuto acquistare il mattino successivo.

La profezia di Rossana, alla faccia della sfiga per il servizio chic andato in duemila pezzi!, si rivelò inesatta, infatti, in quella indimenticabile giornata, –  anche per questo motivo ancora ce la ricordiamo bene -, realizzammo un profitto sbalorditivo, del tutto insperato, il più sostanzioso dei nostri trent’anni di carriera da venditrici caritatevoli.

In moltissime occasioni abbiamo potuto constatare che stavamo vivendo insieme il susseguirsi di indimenticabili eventi “miracolosi”, l’ultimo dei quali – Rossana ti ringrazio per avermi aggiornata – è la notizia che, l’Amministrazione Comunale dopo anni di “nostre battaglie”, ed a seguito della chiusura dei locali angusti ed inadeguati di cui disponevamo,   ha finalmente stanziato un’ingente somma per l’affitto della nuova sede Caritas, più ampia, accogliente, decorosa e meglio organizzata, inaugurata di recente.

Care amiche, ragazze della mia età, da qualche anno sono lontana da voi ma oggi non ce la faccio a nascondere la nostalgia; con affetto vengo a trovarvi insieme ai buoni ricordi e ad ognuna di voi esprimo la mia profonda gratitudine per il BENE condiviso.

 

11 giugno 2018

Il tuo diario

Jessica,

sono contenta tu abbia scelto di mettere a parte il nostro piccolo, prezioso Laboratorio, di questa nuova esperienza, sempre catartica, diventata ormai per te una buona abitudine di cui giustamente andare orgogliosa.    Per farti sapere cosa penso del “tenere un diario” prendo a prestito sagge parole di Henry Miller: “Con il tuo diario puoi smettere di essere una persona sensata e di pretendere di avere la testa sulle spalle”; contenesse anche narrazioni scandalose, la libertà di pensiero é un valore inestimabile che serve per dare respiro, spazio e consistenza al flusso della conoscenza.

Come a suo tempo svelato, tengo più di un diario su cui scrivere; rarissimamente rileggo e dal momento che in quello “personale” metto a nudo l’anima non desidero certo diventi ad “usum populi”.   Scritto in un linguaggio che mi appartiene, appassionato, espressivo, colloquiale e talvolta, perché no?, un tantino volgare, é quindi tutt’altro che curato, elegante, raffinato o forbito.   Ed io, essendo “scrittrice per caso”, conosco i miei limiti espressivi, litigo con la grammatica, bisticcio con virgole e maiuscole e spesso purtroppo, per la fretta di raccontare, incappo in svariate sviste grossolane.

Dopo la piacevole lettura del tuo racconto ho esclamato “Beata te!” perché conosci alla perfezione una lingua straniera.   In tal modo, oltre a dimostrarti persona istruita e colta, incidentalmente, sei stata pure “giudiziosa” e, così, non sarà possibile a chiunque “spiare” i tuoi scritti per carpire i tuoi segreti.

 

 

 

 

Diario

Il 24 marzo proposi a una mia allieva di scrivere una paginetta di diario in inglese, come esercitazione pratica di quanto appreso durante le numerose lezioni con me. Per invogliarla, mi offrii di ricambiare allo stesso modo. E’ così che cominciò il mio esperimento di scambio diaristico. All’inizio non riuscii a scrivere proprio ogni giorno ma, vedendo che la mia allieva si impegnava, non volli essere da meno e mi applicai con più costanza.
Oggi, due mesi abbondanti dopo, sono orgogliosa di potervi dire che scrivere il diario è diventata una piacevole abitudine che mi aiuta a tenere traccia dei piccoli e grandi avvenimenti della mia vita. Il bello è che sta cambiando. All’inizio il mio sforzo era tutto diretto alla metodicità, ora invece comincio a sentire l’esigenza di staccarmi dalla descrizione fattuale per descrivere di più i miei pensieri e le mie emozioni. Questo mi suscita però un conflitto, perché di fronte a un’allieva non me la sento di mettere a nudo la mia intimità. A dire la verità, non la voglio rivelare a nessuno. E’ solo così, secondo me, che un diario è veramente sincero: quando l’autore lo scrive esclusivamente per se stesso, senza l’intenzione che venga letto da chicchessia. In questi giorni sto cercando un modo onorevole nella mia mente per ritrarmi dal mio impegno con la mia allieva, senza però causare la cessazione della scrittura del diario da parte sua, dato che per lei è importante a scopo didattico.

Stavo anche pensando di cambiare lingua. Attualmente scrivo in inglese per dare un valore aggiunto alla mia allieva, ampliare il suo lessico e darle un’idea delle espressioni informali; se scrivo per me sarebbe più naturale scrivere in italiano.

In seguito potrei decidere di condividere occasionalmente una pagina con un mio amico tedesco che sta studiando italiano, solo sporadicamente però. Chissà se arriverò mai a scrivere in tedesco… no, credo che sarebbe necessario una permanenza prolungata nel Paese per attuare il flusso di pensieri in quella lingua.

Sono orgogliosa di me per essere riuscita a impostare questa nuova abitudine. In passato non sono mai riuscita a tenere un diario con regolarità, scrivere ogni giorno mi pesava e mi sembrava un risultato irraggiungibile; che la mia forza di volontà si sia rafforzata?

Cosa pensate di tutto questo? Avete mai tenuto un diario? Lo scrivete tuttora? Vi riesce difficile mantenere la regolarità? In che momento della giornata vi piace scrivere? Rileggete i vostri diari?

 

Creatura “Affa ssi nan te”

Se mi fosse stato consentito, la creatura che avrei voluto “scegliere” sarebbe stato Ilya e fu proprio lui, un bambino di dieci anni, quello che poi ci venne “assegnato”.   Fu l’ultimo a scendere dal pullman, il solo a presentarsi cadendo a terra, inciampato nelle proprie scarpe e la mia anima, amante dei deboli, dei distratti e degli stravolti, ne rimase catturata. Lui se ne stava rintanato in un magrezza eccessiva, accentuata dall’altezza e da un pallore malsano, nascosto dietro ad un paio di occhiali da vista grigi, enormi, usurati ed improponibili, con lenti a “fondo di bottiglia” e ad una timidezza amica del suo lieve, costante, tremore alle mani.  Era arrivato in pulmann in compagnia di altri 31 bambini, belli e biondissimi, provenienti da Novozybkov, città della Bielorussia: altrettante famiglie, pronte ad ospitarli con cuore e calore, se li sarebbero  portati a casa per cinque intense settimane emotive.

Per raccontare del suo “soggiorno di risanamento” mi occorrerebbe almeno un quaderno; due, invece, per esprimere la sensazione di aver ricevuto molto di più di quello che ho dato.  La sua “vacanza terapeutica” serviva a dargli una speranza di vita in più, accrescendo le difese del suo organismo con cibi sani, ricchi di proteine e vitamine (alto 1,40mt pesava soltanto 23 kg!), a fornirgli anche un paio di occhiali da vista, che avrebbe scelto dalla montatura color rosso fuoco.

Ci eravamo preparati all’impegno che ci attendeva affinché l’impatto con la sua realtà, – i suoi limiti fisici, la probabile nostalgia, le crisi di “apnea notturna”-, non ci destabilizzasse: la mia famiglia aveva frequentato per quattro mesi un corso di lingua russa; prenotato una cara amica ucraina (fortuna volle abitasse vicinissima) per supportarci nel caso di un’emergenza; contattato il nostro medico di base per eventuali problematiche di salute, a noi sconosciute. Per facilitarci reciprocamente la conversazione, in casa, avevo appiccicato ovunque! un’infinità di post-it gialli, con domande e risposte scritte nei due idiomi: appeso all’uscio, tra palloncini colorati, spiccava lo striscione “Benvenuto”.

La domanda del primo foglietto, in alto sul vetro della porta del bagno, recitava: “Preferisci la vasca o la doccia?”   Peccato che Ilya non conoscesse la risposta: ci fece capire a gesti che preferiva “nuotare”.  Incuriosito, chiese timidamente a cosa servissero il bidet e la carta igienica e, ascoltando la spiegazione del loro uso, divenne particolarmente inquieto. Entrato nella vasca gli porsi la spugna e mentre versavo nell’acqua alcune dosi del  bagnoschiuma, in un lampo mi strappò di mano la confezione, svuotando l’intero contenuto sul proprio petto.  Poi, mulinando velocissimo l’acqua con le braccia lanciava a piene mani la schiuma in aria, soffiando sulle bolle: queste, raggiunto il soffitto, mi inzupparono allegramente da capo a piedi.

Sghignazzammo come pazzi e, quando iniziò a cantare a squarciagola, battere le mani per applaudirsi, ridendo di gioia quasi fino a soffocarsi, fui colta da una commozione indescrivibile, la stessa che provo ancora adesso.   Farlo uscire da quella bolla di felicità fu un’impresa davvero molto, molto ardua.  Seppi poi da Julia, l’amica ucraina che mi aiutò, che in una lettera indirizzata alla madre Ilya descrisse l’entusiastica avventura del suo “bagno schiumato”, vantandosi di averlo fatto “come in Italia”.

Creatura facile da amare, era un bambino gentile, educato, intelligente, curioso e affettuoso, ma la sua estrema fragilità si rivelò spiazzante.   Non riusciva a salire gli scalini di casa, a turno ce lo caricavamo sulle spalle; non era in grado di afferrare o lanciare una palla, nè di “giocare a calcio”. Il giorno in cui vide la bicicletta che gli avevamo procurato, scoppiò in un pianto inconsolabile: conscio dei propri limiti fisici e del poco equilibrio di cui godeva, stava malissimo. Lo tenni stretto al cuore, cullandolo tra le braccia, confortandolo a lungo con tenere carezze e, per un po’, piansi anch’io sommessamente.

Come detto, di questo meraviglioso bambino avrei molto da scrivere, mi limiterò a considerare altri momenti vissuti insieme, iniziando con il ricordare che ignorava completamente l’uso del denaro –  con le monetine giocava “alle biglie” -; non era mai entrato in un negozio, dal barbiere, in un supermercato né in un’auto.  Ci teneva tantissimo ad essere fotografato, seduto orgogliosamente al posto di guida, le mani strette al volante, la portiera spalancata ed il sorriso abbagliante: si sentiva “like a great hero” (parole sue). Farlo scendere dal mezzo si rivelò, tutte le volte, un’impresa per niente facile.

I bambini nati nella sua stessa regione, che nell’ aprile del 1986 era stata investita dalla nube tossica della centrale nucleare di Cernobyl, provenivano da famiglie numerose, vivevano in fattorie fatiscenti in mezzo alla campagna più povera, soffrivano – in varie forme – per una salute mimata da quel terribile evento.   Per recarsi a scuola, lontana  chilometri, erano costretti ad attendere a lungo l’arrivo di un bidello (che non sempre arrivava) che li avrebbe “raccolti” a bordo di un carretto trainato da cavalli: il problema era che, essendo creature debolissime, quasi sempre venivano sopraffatte dal sonno e si addormentavano sul ciglio delle strade.

Talvolta Ilya chiedeva di poter vedere i cartoni animati alla Tv: davanti allo schermo si assopiva nella frazione di un secondo netto, rischiando di cadere dal divano: imparammo così a proteggere il suo delicato corpo con molti cuscini.  Scoprimmo che tutti i “nostri” bambini Bielorussi conoscevano quattro parole “internazionali”: mamma, coca cola, ciupaciups e kinder; diversamente dagli altri però, Ilya era colto e, fu una piacevolissima sorpresa scoprire che si esprimeva in un buon inglese. Prima della ripartenza, aveva anche imparato a parlare in italiano.

A proposito del suo ritorno a Novozybkov, ricordo che l’entusiasmo per la possibilità di volare lo aveva eccitato moltissimo, quasi fino a togliergli l’appetito ed il sonno.   Ilya aveva molto sofferto, anche la sete e la fame, durante il viaggio di andata, durato oltre le 36 ore, poiché avvenuto con svariati mezzi di fortuna.    Venti anni orsono,  – oggi non so se è ancora così –  a quei bambini era consentito lasciare la Patria in aereo solo  accompagnati dai loro genitori.    Tutte noi, famiglie ospitanti, concordammo valesse la pena offrire ai bambini il viaggio di rientro in volo – fattibile dall’Italia in presenza di due adulti ed un medico, della limitata durata di 8 ore! – coprendo volentieri il costo per l’enorme bagaglio che li accompagnava; questo, grazie anche alla generosità di parenti, amici, vicini di casa e di  alcuni sponsor, conteva ogni ben di Dio: dispositivi sanitari, prodotti per l’igiene – tra cui, con certezza, confezioni di schiuma da bagno – vestiti, giocattoli, regali anche per le loro numerose famiglie, senza trascurare, allora si usava farlo, il voluminoso album delle foto-ricordo.

Il giorno della partenza, arrivati in aereoporto con largo anticipo,  nonostante l’acuto dispiacere per il “distacco”, saggiamente evitammo tutti di mostrarci tristi. Io, mi appartai con Ilya e molto affettuosamente mi complimentai per la sua bravura, la simpatia, la nuova vitalità, la sua preziosa presenza.  Ne elogiai l’eleganza ed il suo aspetto sano e bellissimo: con sollievo si notava che le sue mani non tremavano, raramente inciampava e, miracolosamente, il suo peso era aumentato. Si commosse molto e con lo sguardo stampato nel mio, quasi a volermi sondare l’anima, mi abbracciò più volte forte, forte.

Poi, del tutto inaspettatamente, venne colto da un’inspiegabile agitazione e, saltellandomi accanto, mi indicava la borsetta, pretendendo gli consegnassi “subito, subito” il vocabolario tascabile bilingue, che custodivo all’interno. Non mi capacitavo della sua frenesia, ma un suo scaltro amabilissimo sorriso, che ben conoscevo, gli illuminò il volto quando, trovata la traduzione del vocabolo desiderato, me la indicò ridendo divertito.

Un’istante dopo, sorprendendo i numerosi presenti, a voce altissima, scuotendo le braccia verso l’alto, iniziò a cantilenare: “Non sono un bambino bravissimo, non sono un bambino bravissimo. Io sono “affa ssi nan te”. Affa ssi na nte! Affa ssi nan te!  Non sono un bambino…”.     In modo del tutto teatrale, travolto da una irrefrenabile risata, girandosi per osservare la mia reazione, finse di inciampare e finì col ruzzolare.

 

coronavirus

Ci è piovuta addosso questa minaccia di essere contagiati da questo virus potenzialmente mortale. Anche se la vita quotidiana continua, non posso negare un sorta di paura per me per la mia famiglia
Io più volte mi sono chiesta il senso di questa epidemia e ho trovato una risposta del tutto personale che ha a che fare coi miei valori e col mio credo. Il Signore attraverso questa prova universale forse vuole dirci che il padrone della vita è Lui, solo Lui e se noi uomini continuiamo ad ignorarlo vuole scuoterci, farci piegare le ginocchia ed implorarlo.

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