Paronomasia

Sul Mare del Nord c’era un grosso gatto che soffriva di gotta. Viveva in una grotta con sette tigrotti.
Poiché a tutti piacevano le aringhe, abbondava la lisca, ma il servizio di ritiro rifiuti era lasco.
Un giorno sparì uno dei tigrotti. Arrivò il Commissario Montalbano per indagare. Quando vide le lische, guardò negli occhi il gatto e disse: “Qui succedono cose losche!”
”No, Commissario, Le assicuro” disse il gatto con la gotta. “Per favore, mi gratti!”.
Il Commissario grattò il gatto con la gotta che viveva nella grotta con i tigrotti. Tutto d’un tratto, il grosso gatto si trasformò in un tigrotto senza gotta, che strofinò le sue gote contro quelle del Commissario. A quel contatto, il Commissario spiccò un balzo e fu fuori dalla grotta. Se ne andò a casa e mangiò tre cannoli alla ricotta.

Io ricordo

  1. Tappezzeria scozzese sui toni del marrone, ero nell’anticamera di casa nostra. Avevo sei anni e chiesi a mia madre “Mamma, che cos’è la coscienza?”. “Quella che tu non hai” fu la sua risposta. Sentivo mio fratello, più grande di me di otto anni, sghignazzare in sottofondo. Ne sapevo quanto prima.

2. Ricordo che amavo dormire sotto il letto, non sopra. La nostra casa aveva molta moquette. In quegli anni si usava, mia madre la amava perché conferiva una sensazione di calore e accoglienza, si poteva camminare a piedi nudi senza timore di prendersi un maldigola. Ovviamente ce l’avevamo in tutte le camere da letto, oltre che in soggiorno. Ce l’avevamo pure in mansarda, nel seminterrato, sulle scale. Sulle scale era costituita da dei rettangoli incollati che evitavano al piede di scivolare.
Grazie alla moquette, il pavimento non era mai freddo ed io mi ci sdraiavo volentieri. Facevo tutto sul pavimento: puzzles, Lego, biglie, giocare col cane e, appunto, dormire. Ricordo che mi piaceva la sensazione di cuccia sotto al letto: la rete a molle sopra la mia testa, lo spazio appena sufficiente per girarmi.
Ricordo che a volte sentivo i miei genitori salire al piano notte, aprire la porta accostata della mia camera da letto e ridacchiare alla vista di me che dormivo sotto invece che sopra il letto.
Mio fratello non lo faceva mai, non l’aveva mai fatto.

3. Quando ero bambina avevo un cane di nome Yuri. Come Yuri Gagarin. Aveva il mantello marrone e il pancino bianco, anche i calzini erano bianchi e avevano un buon odore d’erba. L’avevamo preso al canile, ricordo che la sua pipì appena arrivato a casa nostra aveva un odore molto forte. Ci mise parecchio per normalizzarsi, e mantenne comunque sempre un odore pungente, di cui ci lamentavamo ogni volta che sostavamo in giardino, d’estate.
Yuri era il mio compagno di giochi, il mio confidente e il mio capro espiatorio. Già intuivo vagamente la scala gerarchica familiare, di cui io ero l’ultimo gradino, ma un giorno mio fratello la rese esplicita dicendo che l’unico su cui io potevo esercitare un qualche potere era il cane.
Il gioco preferito mio e di Yuri era metterci sotto la cassapanca, in un punto in cui il biondo legno di cirmolo veniva illuminato dal sole del pomeriggio, poi io facevo sbucare la mano dallo spazio sotto le gambe della cassapanca e Yuri doveva prenderla. Digrignava sempre i denti e starnutiva a più non posso, cosa che mi divertiva assai.
Ricordo che un giorno che mi sgridarono duramente decisi che, se i miei genitori avessero fatto del male a Yuri – come a volte minacciavano quando faceva la pipì in casa – non avrei più parlato per lo shock (dovevo aver visto alla televisione qualcosa del genere).
Yuri fece una fine triste. Esasperati dalle continue manifestazioni di disagio canino (quando partivamo, pur rimanendo lui in compagnia della nonna, spesso alzava la gamba contro l’angolo del mio letto), all’età di dodici anni lo fecero “addormentare”. Mia mamma non ne poteva più. “La sua vita l’ha fatta” fu il commento di mio papà. A quel tempo non c’era la sensibilità verso gli animali che c’è oggi.
Io continuai a parlare.

Allitterazione, Assonanza, Onomatopea

Allitterazione

Il treno a Trento trovò ritardo
Se sento sospirare lo sento a stento
Si era infrattato fra le fresche frasche
La mosca si posa sulla rosa odorosa
Le farfalle dalle ali gialle

Assonanza

Io mi dirigo ma non rido se non ti vedo
In agosto la pigrizia non conosco
A Verona vengo ma c’è vento

Onomatopea

Fri fri fri… sentivo le cicale cantare
Nella vecchia fattoria iah iah oh
Criiii… la porta si aprì con un fastidioso cigolio

Tu sei dentro a una vita che ignoro

Dimmi, come stai? Senti caldo… o forse freddo? Aspetta, ti metto a posto il cuscino. Va meglio?
Ecco, finalmente sorridi. Bastava mettere meglio il cuscino… Lo sapevo che con te non è tempo perso. Non lo è mai stato, tanto meno potrebbe esserlo ora.
Ieri ho avuto l’interrogazione di Letteratura, dovevo preparare Dante. Ho portato la storia di Paolo e Francesca. Che non so neppure perché te lo sto raccontando, a te non è che Dante poi piaccia da morire… Così, per dire. Però Paolo e Francesca non puoi non amarli. L’amore perduto, l’amore maledetto… maledetto chi li uccise e maledetto chi li destinò all’inferno, seppure trasudando pietà. La pietà cortese dei benpensanti… quanti ne uccise!
E cosa mia potranno farsene della pietà degli uomini Paolo e Francesco? Loro avrebbero voluto amarsi ed essere felici, mica diventare immortali.
Meno male che la campanella ha suonato prima che potessi terminare il concetto di chi ci avrei ficcato io, all’inferno, al posto di Paolo e Francesca, uno dei primi casi di femminicidio storicamente documentati.
Vedo che sorridi… o forse l’ho solo immaginato, perché mi farebbe piacere che tu sorridessi.
Ma poi, chi voglio prendere in giro? Sono patetica. Ieri non ho avuto nessuna interrogazione, la scuola l’ho finita da quarant’anni. Mi faceva solo piacere illudermi per qualche minuto che fossimo ancora lì, insieme, in quei giorni che non sapevamo essere felici.
Vorrei la macchina del tempo. Non per tornare indietro a cambiare il destino, neanche per impartire lezioni alle più giovani noi. Vorrei solo tornare indietro per godere della tua compagnia, abbracciarti forte, farti capire quanto per me eri importante. Lo hai mai saputo? Ormai, non posso più chiedertelo.
Osservo il tuo guscio vuoto. Eppure non posso accettare che tu non ci sia più. A cosa stai pensando, persa nel tuo mondo a me negato?
Tu sei dentro a una vita che ignoro.

Ritorni

Mi piace quando mi guardi con gli occhi spalancati di chi non si capacita. Sei ancora incredulo che io abbia accettato di rivederti. Sono passati sette anni. Ti ho buttato fuori casa il sette settembre del duemiladiciassette, tutti quei sette avrei dovuto giocarli al lotto, invece ho giocato la mia vita. Sapevo solo di non voler passare un minuto di più con te, con un uomo che non mi rispetta, che non conosce l’abc della comunicazione, che si considera un illuminato, che si crede l’unico in grado di guidare mentre tutto il resto del mondo è composto da deficienti. Non un minuto di più o mi sarebbe venuta l’orticaria, mi sarei ammalata, o ti avrei piantato un coltello nella pancia. Vedi, è stato meglio lasciarci, soprattutto per te. Un maschicidio era in agguato, meglio non farlo accadere, io sono contraria alla violenza. E così ti ho rimosso dalla mia vita, faticosamente, pezzo per pezzo, ricordo dopo ricordo, oggetto dopo oggetto. Tu mi hai restituito fisicamente le cose che ti avevo regalato, il cuscino ricamato per te con tanto amore, moderna Penelope tra computer, lavatrici e lezioni di tedesco. Io ho steso pesanti coltri sul male che mi hai fatto, sull’entusiasmo che mi hai rubato, sulle speranze che hai soppresso, sull’ottimismo che hai annullato, ma per fortuna ne è rimasto ancora.

Ora ti ripresenti a me in candide vesti, le guance e il capo rasato, un moderno Buddha simile a colui che mi aveva rapito quando ti conobbi. Ora però so che la tua lingua è biforcuta, la tua mente scaltra, il tuo cuore vendicativo. Non c’è posto nella mia nuova vita per te. Vado avanti per la mia strada, quale che sia.
Ti allontani a testa china, non ti vedrò mai più. E così sia.

Camminare nei boschi quando cade la neve.

Camminare nei boschi quando cade la neve. C’è della magia in tutto questo.

Alzare gli occhi al cielo e aprire la bocca per assaggiare il sapore dei fiocchi, grandi e piccoli, come i giorni della vita.

Il silenzio è interrotto solo dai nostri fiati e dai nostri passi che scricchiolano affondando nel sentiero bianco.

Noi non siamo gente di montagna, e i boschi, la neve, il silenzio ci fanno fare pensieri belli e brutti, come i giorni della vita.

Mi fermo un istante, di nuovo apro la bocca per dissetarmi con la neve che scende da un cielo bianco, un cielo che sembra abbia smesso di esistere.

Mi giro a guardarti, ti chiedo: «E se ci perdessimo?».

Per un attimo hai soppesato la domanda, forse pensavi fosse un desiderio, poi hai visto il timore nei miei occhi.

Non hai risposto, hai lasciato che la domanda cadesse con la neve. Perdersi, ritrovarsi, come nei giorni della vita.

I nostri passi lasciano impronte. Vediamo altre tracce, di animali. Ho pensato fossero di volpe.

Ora sei tu a chiedere: «E se ci fossero i lupi o gli orsi?».

Forse scherzi, o forse no. Ho cercato di capirlo dal tono, di trovarvi fili di paura. Difficile scandagliare la voce di un uomo e riconoscere i suoi timori. Ti ho guardato, la tua bocca sorrideva, i tuoi occhi no. Potevano esserci lupi e orsi, forse sì, forse no, come nei giorni della vita.

Ti ho risposto: «Gli orsi sono in letargo, e i lupi se ne stanno distanti da noi umani. Puzziamo troppo».

«I grizzly non vanno in letargo», hai commentato.

«I grizzly vivono ad almeno cinquemila chilometri da qui», ti ho risposto dall’interno del cappuccio che faceva rimbombare la mia voce.

Non mi ero accorta del silenzio. Silenzio nel vero senso della parola. Ho smesso di respirare un attimo e di ascoltare il mio cuore che pulsa per la salita. Mi sono voltata perché quel silenzio era assenza. Come in alcuni giorni della vita.

Tu non ci sei. Eri dietro di me un attimo prima e non ci sei più. Mi sono fermata per aspettarti. Le braccia conserte, la posa di chi accetta di malavoglia certe situazioni.

Ti ho visto spuntare dal fianco del bosco, mi hai chiamato: «Vieni», più a gesti che non con la voce.

Ho ridisceso il tratto di sentiero per raggiungerti. Mi hai condotto per un viottolo che non avevo notato. La neve era rivoltata dalle tracce, anche dalle tue orme.

Pochi passi e si è aperta una radura. Aveva qualcosa di magico. Un piccolo stagno ghiacciato in alcuni punti, l’erba gialla che contornava la riva, i pini che sembrava emanassero calore perché sotto di loro non c’era neve ma cuscini d’aghi marroni.

«Prima c’erano tre caprioli», mi hai detto, «ma ci hanno sentito e sono scappati».

«Già», ti ho risposto, «loro sì che devono aver paura, di noi, degli esseri umani».

«Essere Umano, non trovi sia un ossimoro, talvolta?», mi hai chiesto sedendoti sotto un pino.

Ho pensato alle guerre ancora accese nell’anno appena iniziato.

Mi sono seduta accanto a te, ho appoggiato la testa sulla tua spalla. Non ho risposto subito perché ho intravisto la sagoma di un capriolo, correva saltellando verso una discesa sul fianco della montagna. Era come se fuggisse senza togliermi gli occhi di dosso.

«Dipende dal significato che diamo alla parola umano. Forse siamo cattivi dentro, noi esseri Umani. Però sì, in ogni caso siamo un ossimoro».

L’uomo più importante

Papà, radice e luce,
portami ancora per mano
nell’ottobre dorato
del primo giorno di scuola.
Le rondini partivano,
strillavano:
“fra cinquant’anni
ci ricorderai”.

Maria Luisa Spaziani, Papà, radice e luce

Una passata di rossetto leggero sulle labbra, due gocce di profumo ai polsi, mi do un’ultima occhiata allo specchio. Sono pronta.All’uscita di casa vengo salutata dalla bellissima giornata di sole, una carezza di calore sulla pelle ad annunciare che la primavera è alle porte e la vita si risveglia. Mi sento carina e leggera nel mio vestitino a fiori mentre mi reco all’appuntamento con l’uomo più speciale di tutto il mio mondo. Eccolo lì, già seduto al tavolino del bar, che mi sta aspettando.
Mi vede arrivare e mi saluta con un grande sorriso e gli occhi luccicanti di gioia.
«Ciao papà, che bello rivederti!» esclamo mentre mi faccio avvolgere dal suo abbraccio, morbido e rassicurante.
«Mi sei mancato, papi. Non farmi più questi scherzi di non farti vedere così a lungo. Sei che ho sempre bisogno di sapere tutto, come stai, se va tutto bene, se sei sereno».
Lui mi rivolge uno di quei suoi sorrisi dolci, quasi malinconici, che hanno sempre avuto il potere di smuovermi un mondo dentro al cuore.
«Eh, come vuoi che vada. Tutto il giorno nel mio laboratorio a ricavare porta penne con i ferri di cavallo. Che fra l’altro ho quasi esaurito. Quando me ne porti altri?»
Ora, mio padre chiama laboratorio un cantinotto buio e polveroso che, secondo me, non gli fa neanche troppo bene alla salute ma, finché si tiene occupato, tutto sommato è il male minore e quindi lo assecondo.
«Presto ti porto altri ferri, non è che posso sferrare i cavalli apposta con quello che costa il maniscalco, non ti pare?».
Dalla sua smorfia poco convinta capisco che sì, a lui invece parrebbe. Ma preferisce cambiare discorso.
«Ordiniamo?».
Faccio un cenno al cameriere: «Due cappuccini con molta schiuma e una spruzzata di cacao».
Quando arrivano, mio papà si tuffa goloso nella sua tazza. Ne riemerge con i baffi bianchi e marroni. Prendo un tovagliolino, ridendo: «Fai proprio come i bambini! Aspetta che ti pulisco la faccia, non ti si può guardare!».
Torniamo seri, come se avessimo esaurito gli argomenti della classica conversazione di chi non si vuole impegnare in qualcosa di più coinvolgente, forse per pudore di mostrare i propri sentimenti. Quante cose vorrei dirti, papà mio! Sono stata una brava figlia? Ho mai saputo farti capire quanto io ti ami e quanto bisogno ho sempre avuto di te? Ti ho reso felice?
Chissà se anche il tuo silenzio è, come il mio, riempito da mille domande inespresse. Vorrei non lasciarti andare più, ti afferro le mani, come se bastasse per trattenerti ancora. Ma il tempo stringe inesorabilmente. C’era il sole, ora il cielo è già buio. Come è possibile?
«Sai che devo andare ora», mi sgrida con gentilezza staccandosi dalla mia presa.
«Lo so, papi. Ma è troppo triste questo pensiero. Quando ci rivedremo?»
«È compito tuo più che mio. Io faccio tutto il possibile ma sei tu che mi devi chiamare, è così che funziona».
«Va bene, papà. Allora ti lascio andare, per il momento. Arrivederci al prossimo sogno!».

Commerciale e Pasticcere

Commerciale incontra Pasticcere Eataly.
Si amano e vanno a vivere assieme.
Comprano casa insieme in un paesino di provincia.
Trovano una casa vicina anche per la madre di Commerciale.
Dopo vent’anni, sono ormai solo amici.
Non si lasciano per non dare un dolore alla madre di Commerciale.
La madre muore di Covid.
Si lasciano.
La madre di Pasticcere piange.
Commerciale acquista una nuova casa in centro paese e adotta cinque gatti.
Commerciale e Pasticcere si vedono tutte le settimane.
Commerciale impara a cucire.

Maria Amalia

Mi chiamo Maria Amalia, ho  l’hobby dell’uncinetto e frequento un gruppo che si ritrova presso il centro anziani Auser del mio paese.

Ho novantaquattro anni e, siccome vivo da sola e raramente ho ospiti, una settimana sì e una no faccio la torta allo yogurt per le mie compagne di uncinetto. Mi fanno un sacco di complimenti. A volte qualcuna mi chiede di confezionarle una presina, di vendergliela: io non vendo niente, semmai regalo. Sì, perché dopo antipatiche questioni, ho deciso di non vendere più nulla. Lavoro all’uncinetto per la parrocchia. Passo il tempo e mi aiuta a concentrarmi: mi alzo alla mattina alle sei, faccio colazione con caffè e biscotti, sciacquo i piatti e preparo gli ingredienti. Una volta pesati e messi in fila, accendo il forno e comincio a mischiarli. Mi piace pensare che, mentre cucino, le mie coetanee fanno cose simili: indovino le loro case, le loro vite, i loro pensieri.

Mentre la torta cuoce, sistemo la casa. Mi muovo col deambulatore, per cui vado piano, però faccio tutto: prima il letto, matrimoniale, donatomi da mia suocera buonanima. Non l’ho mai potuto soffrire, così convoluto e pesante, in stile spagnolo, ma ai miei tempi non si faceva gli schizzinosi. Poi innaffio le piante, che mi mette di buonumore e alla mia età ci vuole: basilico e prezzemolo, li aggiungo al pasto che mi portano a mezzogiorno. Per fortuna i volontari dell’Auser che me lo consegnano sono sempre allegri. Infine la sala-cucina, dove c’è il divano su cui lavoro all’uncinetto, leggo, guardo la televisione. Entro le dieci bisogna essere presentabili e lo deve essere anche la casa, diceva mia mamma.

Quando la torta è pronta, faccio la prova stecchino, spengo il forno e socchiudo lo sportello. Il vapore profumato si spande per tutta la casa e mi ricorda mia nonna, quando andavamo a trovarla nel fine settimana e lei preparava la torta per me e mia sorella.

Non ho avuto una vita facile, ma non mi lamento, e poi sono ancora qui, mentre la maggior parte dei miei coetanei se n’è andata da un pezzo.

Amo ascoltare la storia della vita delle persone. Quando ne ho la possibilità, cerco di ascoltare bene e memorizzare, poi a casa mi faccio i miei film e a volte li scrivo pure. Da giovane ho lavorato per un giornale ed ero anche brava, avevo un discreto numero di lettori. Oggi c’è Internet, io uso WhatsApp, ma a me piace ancora leggere il quotidiano di carta. In paese lo compro a giorni alterni, in vacanza lo prendo sempre. Ero un’avida lettrice, la mia maestra diceva che avrei potuto avere un futuro come scrittrice. Purtroppo in famiglia c’era bisogno del mio stipendio, così sono andata a lavorare presto, però ho fatto le serali e mi sono diplomata alle Scuole Magistrali.

Il mio primo lavoro è stato come insegnante privata per una famiglia di agricoltori del mio paese. Avevano tre figli, tutti e tre malaticci, così li facevano istruire privatamente. Oltre a me, che insegnavo italiano, storia e geografia, c’era il maestro di matematica, testa fina e gran viaggiatore, per lui presi la mia prima cotta. Ci scambiavamo bigliettini, mi faceva molti complimenti, ero bella a quel tempo, un figurino coi miei capelli lunghi e la vita sottile.

Mi offrirono un posto presso la scuola alberghiera: davo lezioni alla sera, in cambio ricevevo vitto, alloggio e un piccolo stipendio. Fu lì che mi appassionai alla cucina. Essendo diventata buona amica di una delle aiuto-cuoche, cominciai a raccogliere ricette. Risparmiavo ogni lira perché volevo affittare una stanza per conto mio, dove poter essere indipendente e cucinare.

Ora sono vecchia e molti cibi mi disturbano, ma allora potevo mangiare di tutto e lo facevo con giusto. In albergo affinai il palato e presto seppi distinguere una frittata da un’omelette francese, un budino da una mousse au chocolat.

Quando ebbi messo da parte un gruzzolo sufficiente, aprii un catering: lavoravo giorno e notte, a volte mi aiutava mia sorella, le soddisfazioni non mancavano.

Ebbi un discreto numero di amori. Grazie al mio lavoro conoscevo molte persone. Una volta fui invitata a un ballo da un affascinante diplomatico dell’ambasciata francese per il quale avevo organizzato un banchetto. Mi assediava da settimane, ero lusingata. Quella sera non stavo nella pelle! Un’amica mi prestò un abito di quelli attillati che lasciano le spalle scoperte. Gioielli non ne avevo, ma mi sentivo una dea in seta rossa. Camerieri in livrea servirono canapè e frittelle salate di zucchine. Ballammo tutta la sera; il mio cavaliere era galante e mi copriva di attenzioni, senonché verso fine serata lo vidi sbiancare mentre gli veniva incontro una bella donna che lo abbracciò con confidenza: era la moglie, tornata dalle vacanze in anticipo!

Ci rimasi male, ma mi servì di lezione.

Finii per sposare un cuoco. Giovanni era alto e gioviale, mi faceva ridere e sapeva ballare. Ci trovavamo insieme agli altri della brigata di cucina la domenica mattina, organizzavamo pic-nic degni della Regina Elisabetta, ognuno portava qualcosa, poi si condivideva sull’erba, come in un quadro di Toulouse-Lautrec. Alla sera Giovanni ed io andavamo in una sala da ballo e danzavamo fino a cascare dal sonno.

Ogni volta che mi portava fuori, Giovanni mi sorprendeva con un dolcetto preparato apposta per me. Continuò a farlo anche da sposati, in occasione di ogni evento importante: il compleanno, la nascita della nostra prima figlia, l’atterraggio della Missione Apollo sulla Luna, che chissà poi se ci andarono davvero.

Da quando mio marito non c’è più, qualche volta gli parlo e so che mi ascolta. Se sono in difficoltà, talvolta riesce anche a mandarmi un aiuto. Recentemente cercavo un documento, era il giorno del compleanno di Giovanni, improvvisamente sento un rumore, mi volto, vedo un libro caduto dalla libreria, aperto. Lo raccolgo: era aperto al Vangelo secondo Giovanni, all’episodio della guarigione del cieco nato. Lo poso sul tavolo, in quel momento il mio sguardo si posa sul documento che cercavo da tre giorni, appoggiato sulla credenza, che ho improvvisamente “visto”, come se prima fossi stata cieca. Ho ringraziato Giovanni e ho telefonato a mia figlia.

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