Chi siamo Forum LE VELE LE VELE LE VELE LASCA LA RANDA, MOLLA LA SCOTTA E PASSA SOTTOVENTO

Questo argomento contiene 0 risposte, ha 1 partecipante, ed è stato aggiornato da Oldgamine Oldgamine 3 settimane, 6 giorni fa.

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    Oldgamine
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    La prima uscita, dal porto di Sistiana, mi lasciò senza fiato: fu un’esperienza unica, affascinante e preoccupante; con il vento a favore la velocità della leggera barca a vela risultò così elevata da impedirmi qualsiasi movimento. Riuscivo a malapena a reggermi in piedi, aggrappata rigidamente a qualche ormeggio: spaventata per un possibile volo verso il mare aperto, sballottata, non ero in grado di muovermi.

    Poi il vento si calmò e, per me, il lungo percorso sull’acqua fu magnifico; non per Dusan a cui, per alcuni tratti, risultò molto tecnico e complicato governare l’imbarcazione. Da vero lupo di mare, era preparato, esperto ed efficientissimo. Temevo di essergli d’intralcio: mi rassicurò tranquillizzandomi più volte.

    Il viaggio ebbe un suo fascino speciale, vuoi per il vento nei capelli, il sole che ci baciava, i nostri sguardi d’intesa, le grida quando venivamo investiti da pesanti spruzzi di acqua salata, le risate, la meraviglia del respiro del mare, la bellezza mozzafiato dei luoghi circostanti.

    Quel giorno, con stupore ed emozione, posato sulla punta di un promontorio, riconobbi da lontano il romantico Castello di Miramare; più oltre, ben saldo sulla roccia della Riviera delle falesie, avvistai l’antichissimo Castello di Duino. Se ricordo bene, per andare a visitare quello splendido borgo, attraccammo ad un porticciolo chiamato “l’isolotto di Dante”.

    Il giorno successivo ci fermammo nel porto di una ridente località della Jugoslavia – poi divenuta territorio della Slovenia -a pranzare in una modesta trattoria abbuffandoci di chili di pesce e di gelato. In quella occasione Dusan mi mise a parte della sua passione per le regate veliche e delle numerose
    vittorie conseguite negli anni.

    Il “mulo de Trieste”, Dusan, era dunque un simpatico marinaio: alto, bello, biondo; due occhi di cielo e un fisico atletico abbronzatissimo. Inspiegabilmente, aveva occhi soltanto per me ed io ero certa di averlo amato da subito. Il suo ingresso nel mio cuore scompose, deliziosamente, tutte le tessere della mia giovane esistenza. Vissi così il mio “primo innamoramento”: il più violento, il meno solido, quello che non fu “consumato”. Si trattava di un amore speciale e ingenuo, il solo che toglie l’equilibrio, il respiro, l’appetito, l’udito e la vista. Sì, lo guardavo, mi guardava e…non ci vedevamo assolutamente. Accecata dalla novità, innamorata del volto dell’amore, al colmo della felicità mi libravo nell’infinito del cielo. Imparai perfino, e velocemente, a nuotare come un’ondina.

    Avevo sedici anni e lui diciotto, quando ci conoscemmo in casa di comuni amici. Da allora, parecchie volte fui invitata a veleggiare a bordo della sua maneggevole barca bicolore: scafo rosso fuoco, vele candide. Sin dalle prime ore del mattino, con il vento in poppa, fuggivamo insieme per l’intera giornata, provocando le proteste degli amici.

    L’estate esaurì i propri giorni di sole e non fu facile accettare di separarci: avvenne tra lunghi abbracci, molta commozione e decine di promesse.

    Iniziammo da subito una fitta corrispondenza: pagine e pagine scritte con penne di ogni colore dell’arcobaleno. Era l’anno 1967: all’interno delle nostre abitazioni non aveva ancora fatto capolino il “telefono fisso”.

    A causa del drastico chirurgico intervento da parte di un genitore, prima della fine dell’anno, venne sigillata la finestra che spandeva luce ed ossigeno sulla nostra amicizia e, al suo posto, si presentò aperto il portone sul buio della delusione. Non un solo Santo in Cielo accorse a proteggermi e sostenermi.

    Poi, in un afoso giorno di luglio del nuovo anno, inaspettatamente, ed insperabilmente, ricevetti una fotografia. Dusan l’aveva affidata alle mani di Clara, nostra comune amica, a me molto cara, che segretamente me la inviò, in busta chiusa, celata all’interno di un suo voluminoso scritto.

    Tratto un profondissimo respiro, mi rifugiai nel bagno chiudendo la porta con la chiave. Le fibre e la linfa sembravano voler abbandonare il mio corpo che tremava: un primissimo piano immortalava Dusan, ed il suo disarmante sorriso, accanto all’amata barca a vela. Vicino alla prua, dal lato sinistro dello scafo, dipinto con vernice fresca, a grandissime lettere spiccava il mio nome.

    Lacrime copiose e caldissime inondarono le mie gote, offuscandomi la vista; girata la foto, sul retro a fatica lessi e rilessi altre mille volte: “Lasca la randa, molla la scotta e PASSA DA ME”.

    Avrei voluto che il pavimento cedesse, sgretolandosi sotto ai miei piedi, per inghiottirmi e poi trasportarmi lontano, fino a trovarmi accanto al “mulo de Trieste”.

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