Villa Biscossi, PV – 1848

Rosa venne chiamata da suo padre, che le comunicò che lui e la moglie avevano scelto il suo futuro sposo. Rosa era in età da marito già da due anni, aiutava la madre e i fratelli nelle faccende domestiche, badava alle galline e l’anno prima aveva lavorato per la prima volta insieme alle altre mondine al servizio della famiglia Pallestrini.
La sorella più grande, Teresa, figlia della prima moglie di suo padre, Veronica, prestava servizio in casa Pallestrini come domestica già da dieci anni e si trovava bene. Il padrone, che di professione era cerusico, era esigente e di poche parole, ma giusto con lei, raccontava.

Tutte le mogli dei suoi fratelli e i mariti delle sue sorelle erano stati scelti dai genitori tra i figli delle famiglie contadine del piccolo borgo agricolo lomellino dove la famiglia si era stabilita due generazioni prima, ai tempi del nonno Carlo, capostipite del clan al serivizio dei Pallestrini di Mede.

Vivevano in cinquecento a Villa Biscossi, la famiglia Pallestrini gestiva un’importante azienda agricola che comprendeva diverse cascine. <span class=”relative -mx-px my-[-0.2rem] rounded px-px py-[0.2rem] transition-colors duration-100 ease-in-out”>La proprietà agricola dei Pallestrini si estendeva su un ampio territorio, comprendente terreni irrigui e coltivazioni di riso, cereali e foraggi, oltre all’allevamento di bovini.</span> <span class=”relative -mx-px my-[-0.2rem] rounded px-px py-[0.2rem] transition-colors duration-100 ease-in-out”>Questa azienda agricola era nota per l’adozione di pratiche agricole moderne e per l’attenzione alle condizioni di vita e di istruzione dei lavoratori.</span> <span class=”relative -mx-px my-[-0.2rem] rounded px-px py-[0.2rem] transition-colors duration-100 ease-in-out”>I Pallestrini partecipavano a importanti esposizioni internazionali, come l’Esposizione Universale di Parigi del 1856, per presentare i prodotti agricoli di Villa Biscossi.</span>

La maggior parte dei lavoratori erano mezzadri per i Pallestrini, ma i parenti di Rosa erano bifolchi, si occupavano dei buoi.

Rosa era nata in casa come tutti, era la decima dei figli di suo padre, di cui ne sopravvivevano sette. Sua madre si era risposata dopo essere rimasta vedova e aveva dato alla luce Siro, Maria e Maria Teresa. Francesco era nato da una relazione extra-coniugale del padre Ambrogio.

Rosa era una bambina equilibrata e vivace, dotata di grande sensibilità. Dalla madre e dalla zia materna aveva ereditato la propensione per i sogni ad occhi aperti, ma aveva anche imparato a ricamare e si divertiva a comporre intricati disegni per la sua futura dote.

Sognava di sposare, come una sorella più grande, un uomo agiato, o per lo meno un artigiano o un commerciante, che la trattasse gentilmente e guadagnasse abbastanza da farle mangiare qualche volta la carne. A casa loro la carne si vedeva raramente, al massimo qualche rana o qualche pesce catturato dai fratelli nei fossi.

Alla sera si sedevano tutti attorno al fuoco sull’aia e, mentre arrostivano pannocchie di mais e pescato, Rosa intonava canzoni per l’intera famiglia. Aveva un animo gentile e non mancava mai di portare l’acqua per dissetare i genitori e i fratelli nei campi, era il suo compito.

Dunque il padre le comunicò il nome del suo futuro sposo. Rosa lo conosceva fin da bambina, avevano giocato insieme a rotolarsi nel fieno, si erano arrampicati insieme sugli alberi e insieme si erano lanciati nei fossi nelle assolate giornate d’agosto per acchiappare rane e pesci.

Il futuro sposo voleva diventare commerciante e Rosa sapeva che aveva in progetto di lasciare Villa Biscossi appena possibile e trovare il modo di imparare a leggere e scrivere. Lì da loro erano tutti illetterati, anche i genitori di Rosa firmavano i contratti con una croce. Era appena passato il giorno di San Giorgio, patrono dei lattai, e Rosa aveva visto come suo padre aveva siglato la vendita del latte di dieci vacche al lattaio del paese: una stretta di mano e una pacca sulla spalla, poi una croce su un grosso foglio.

Cominciò a sognare anche lei: come sarebbe stata la sua vita se avesse imparato, non dico a scrivere, ma almeno a leggere? Avrebbe potuto leggere delle storie ai figli che avrebbero avuto, avrebbe potuto cercare delle poesie e filastrocche, ché le piaceva tanto quando le raccontava il cantastorie girovago che una volta all’anno arrivava in cascina.

C’era una Volta, nello stesso Tempo

Tutte le ragazze di qualsiasi tempo sognano di sposare il Principe. Avevo questo sogno anch’io, ne parlavo per interminabili notti con il mio diario, l’amico più intimo che abbia mai avuto. Ahimé, chissà che fine avrà fatto. Sarà rimasto nella vecchia casa, dove nessuno l’ha mai più cercato, nemmeno quei due fratelli che avevano battuto ogni contrada della regione a caccia di storie.

Di uomini ce ne sono tanti, ma di Principe ce n’è uno solo. Sposarsi, è tutta qui la chiave del successo. Conquista un uomo onesto e sarai rispettabile, sposa un uomo incostante e sarai una disgraziata, vivendo nel riflesso dei suoi vizi. Puoi sperare in un colpo di fortuna oppure prendere parte alla corsa per colpirli, interessarli, convincerli ad investire.

Da sola non arrivi da nessuna parte, e se ci arrivi ti ritrovi a pezzi, irriconoscibile, sfigurata dai compromessi e con l’anima martoriata dai ricatti.

Nostra madre restò vedova quando ancora eravamo fanciulle. Fu in quei duri mesi che ci forzò a studiare canto e pianoforte, per quanto non fossimo particolarmente portate per la musica. Mentre affinavamo i nostri talenti, il volto di nostra madre si riempì di rughe d’apprensione e, consumandosi lentamente d’angoscia per il futuro di tutte noi, diventò inflessibile, severa, e spietata.

Grazie alla Provvidenza, di lì a poco si risposò con un uomo per bene, agiato e frequentemente lontano per affari. Era chiaro, a me e a mia sorella, che nostra madre aveva giocato bene le sue carte, anche quelle che non aveva. Ci trasferimmo a vivere nella grande casa del nostro patrigno, un palazzo vecchio ma decoroso, con una bella tenuta.

Un semplice sguardo di nostra madre spazzò via la nostra timidezza e varcammo quella soglia col mento alto, forse sentendoci già un poco regine ma, disgraziatamente, non eravamo sole.

Il nostro patrigno aveva una figlia, una ninfa dei boschi dagli occhi sognanti, terribilmente innocenti. Il suo sorriso, un incantesimo potente, ogni suo boccolo dorato era un’opportunità in più rispetto a quelle che la sorte aveva riservato a me. Da lì a pochi anni il salotto sarebbe stato frequentato da file di pretendenti, tutti interessati alla bella e ricca figlia del mercante. Ad asta terminata saremmo rimaste noi fondi di magazzino.

Allora ci detergemmo la coscienza con la perfidia di nostra madre e demmo inizio a quel gioco strano, che ci divertiva e ci teneva occupate durante le lunghe giornate in casa. Le imbrattavamo il viso, i capelli e i vestiti con la cenere, la obbligavamo poi ad umiliarsi, facendole mangiare la terra impastata con le sue stesse lacrime. Ci consolavamo così, giocando alle padrone.

Una mattina sentimmo bussare alla porta. Ricevendo poche visite ci vestimmo in fretta e ci precipitammo ad accogliere le notizie in arrivo. Un messaggero reale lasciò nelle mani di mia madre un invito rivolto alla nostra famiglia, a prendere parte al gran ballo di Palazzo. Con l’occasione il Principe avrebbe scelto la sua sposa.

Non vedevo il Principe da tempo, da quando eravamo stati ufficialmente presentati al mio primo ballo, chissà se si ricordava di me. Lui era giovane e prestante, dai modi inappuntabili. Non so se fossero gli occhi celesti o la corona, portata con uno stile quasi personale, ma per quei pochi attimi passati insieme mi era piaciuto.

Giorni interi di preparativi, mia madre, mia sorella e io ci presentammo al gran ballo nella nostra forma migliore. Gioielli lucidati fino a far sanguinare le dita, stoffe di prima scelta, capelli intrecciati con la minuzia di una ricamatrice. Mi sentivo come se tutti gli occhi del regno mi guardassero, conducendomi lungo il tappeto rosso più importante della mia vita.

Sporgevo lo sguardo oltre la folla e lo vedevo volteggiare a tempo di musica, non riuscendo mai a capire con chi avesse dato inizio alle danze. La gente si accalcava muta attorno al centro della sala, con gli occhi incantati puntati su quella coppia come se stesse assistendo a un prodigio. Quando finalmente riuscii a distinguere bene il Principe e la sua incantevole dama rimasi paralizzata, un brivido gelido si propagò per tutto il mio corpo, dai piedi alle braccia, fino alle lacrime.

Non riuscivo a spiegarmi come fosse arrivata fino a quella sala, con un vestito intessuto di fili d’argento e lievi scarpette di cristallo ai piedi, ma avrei riconosciuto quei capelli biondi in meno di un secondo fra tutte le teste presenti quella sera. Finii lo champagne che avevo nel bicchiere, ne chiesi un altro, assaporai anche quell’ultimo sorso di magia e con mia madre e mia sorella ritornai a casa.

La mattina seguente il messaggero reale bussò nuovamente alla nostra porta, con un’insistenza maggiore rispetto alla prima volta. Entrò e si accomodò, reggeva un cuscino di raso tinto di porpora, su cui mostrava una piccola e perfetta scarpetta di cristallo. Qualsiasi cosa fosse andata storta dopo che avevamo lasciato la sala, il Principe voleva ritrovare l’incantevole dama con cui aveva danzato tutta la sera, avrebbe sposato senza indugiare la fanciulla il cui piede avrebbe calzato quel minuscolo tesoro.

La nostra bionda sorella doveva aver lasciato il Palazzo con una certa fretta, peggio per lei. Andai in cucina e con un coltello affilato mi tagliai di netto le dita del piede. Indossai con facilità la scarpetta, ma fui tradita da un filo di sangue che colava silenzioso lungo il tacco.

Mi sedetti in un angolo piangendo dal dolore, in quel medesimo momento lei si faceva avanti, indossava la scarpetta con leggerezza e in uno schiocco di dita raggiungeva il Principe che la aspettava trepidante all’altare.

All’uscita della chiesa due colombe bianche si posarono sulla sua spalla. Come però il suo sguardo si incontrò con il mio, sussurrò una parola e i due uccelli si alzarono in volo. Raggiunsero me e mia sorella e ci cavarono gli occhi.

Ci ritrovammo così, al centro di una folla festante, noi punite con la cecità, e lei con la sua innocenza avvelenata dalla vendetta, costrette a guardare in faccia il futuro senza nessuna gloria, forse avrebbe potuto finire diversamente. Se fossimo state unite.