Chi siamo Forum CHI SONO IO? MI CHIAMO GRAZIA, FACCIO LA CASALINGA, MA VORREI FARE…

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    Fiordipesco
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      Mi chiamo Grazia e faccio la casalinga. Quando lasciai il mio Paese ero una giovane donna innamorata e mi chiamavo Lena. Avevo sposato Evgenij – il compagno di classe che mi aveva rubato il cuore al liceo – poco dopo aver finito la scuola. Frequentammo insieme l’università, facoltà diverse nella stessa capitale culturale del Paese: Ingegneria meccanica lui, matematica io. Nei miei sogni mi vedevo in una scuola coi ragazzi, ma dalla mia pancia scaturì subito Yana. Poco dopo, quando nonostante le aperture politiche ed economiche di Gorbaciov, la situazione per i docenti e gli studenti di origine ebrea si fece sempre più difficile, decidemmo di lasciare il Paese. Finalmente si poteva fare. Coglievamo i segnali, le nostre famiglie avevano già visto troppo dolore nel corso delle generazioni, non esitammo neanche un momento.
      Decidemmo di chiedere un visto per emigrare negli Stati Uniti. Salutammo i nostri genitori, i parenti, i nostri amici Alla e Sergeij, Irina e Ivan, Aleksandr e Svetlana e iniziammo il nostro viaggio, era inverno; l’importante era lasciare il Paese prima che al governo cambiassero idea di nuovo.
      A Nettuno, fuori Roma, ci fermammo a prendere fiato, era la prima volta che vedevo il mare. Là sostammo a lungo prima di ottenere il visto che non arrivava mai. Durante quelle settimane interminabili visitammo la Città Eterna, ma i soldi per viaggiare erano pochi. Ci saziammo comunque gli occhi e la pancia come non avremmo mai immaginato di poter fare quando vivevamo nel nostro immenso ma vuoto Paese.
      Spesso io uscivo da sola, perché Genia doveva incontrare delle persone per cercare di vendere delle partite di orologi sovietici, a quel tempo erano una novità e ci si poteva ricavare dei bei quattrini. Era con quelli che contavamo di sostentarci per i primi mesi nella nostra nuova vita.

      A)Cominciammo ad allontanarci. Quando tornavamo dai rispettivi vagabondaggi eravamo troppo stanchi e pieni di paure per il futuro per appesantirci coi rispettivi racconti. Cenavamo insieme, quello sì, poi andavamo a letto presto, ognuno col proprio libro.
      Cominciai ad accorgermi della distanza che si insinuava tra noi, ma ero troppo occupata a cercare di tenere insieme me stessa per poter investire tempo ed energie a capire cosa stava succedendo a Genia.
      Ci pensò lui a dare una svolta alla nostra storia. Dopo 6 settimane che eravamo a Roma mi comunicò che si era innamorato di una donna italiana e che non aveva intenzione di proseguire il viaggio, si sarebbe fermato lì. I nostri sogni di una famiglia insieme, di una nuova vita nel Paese della libertà e del consumismo, di un posto di lavoro finalmente sicuro e che non ci imponeva umilianti compromessi… tutto sfumato nel giro di pochi istanti.
      Piombai in una paralizzata rassegnazione. Mi rendevo conto che era l’ultima cosa che avrei dovuto fare, dovevo riprendermi mio marito, perdio, ma non ne avevo la forza. Assistevo impotente e apatica allo sgretolarsi della mia vita e non riuscivo a raccogliere le energie per impedirlo.
      Evgenij si mosse velocemente: chiese l’annullamento del matrimonio, tramite non so quali conoscenze e bugie riuscì a ottenerlo e veleggiò senza preoccupazioni e vuoto di rimorsi nella sua nuova vita italiana.
      Io mi allontanai subito da Roma, non volevo rimanere un minuto di più in quella città che mi aveva distrutto il matrimonio, la vita, i sogni.
      Mi trasferii in Veneto, dove dei conoscenti mi avevano trovato un lavoro come colf. Dato che non parlavo l’italiano era difficile far valere il mio titolo di insegnante di Matematica; tuttalpiù, col tempo, avrei forse potuto lavorare come contabile, quelli servono sempre negli uffici e hanno a che fare molto coi numeri e poco con le persone.
      Andai ad assistere un uomo che aveva la moglie malata terminale di tumore. Mi occupavo di tutto: delle pulizie, ma anche di governare la casa, fare il bucato, la spesa, cucinare, segnalargli quando doveva cambiare la biancheria, assistere la povera signora morente. Era un uomo di buon cuore, soffrì molto per la perdita della moglie. Mi tenne con sè ed io continuai a occuparmi della casa e di lui. Aveva due figli adulti che venivano a trovarlo regolarmente e che si erano affezionati a me. Dopo qualche tempo ci sposammo. La nostra bambina nacque un anno dopo ed era bella come il sole italiano, aveva gli occhi e i capelli neri di lui, ma il carattere mio. Era vivace, amava gli animali e i giochi all’aria aperta. I fratellastri la adoravano e il padre naturalmente non aveva occhi che per lei.
      Ora faccio la casalinga, viviamo della pensione di mio marito. Io sono accorta e cerco di fare economia, come mi ha insegnato mia mamma. Coltivo i fiori del giardino e l’anno scorso ho addirittura vinto il primo premio per il più bel giardino fiorito del mio paese. Non voglio fare niente di diverso.

      B)Tramite Alla e Sergeij avevamo ottenuto l’indirizzo di una famiglia di amici italiani a Milano a cui potevamo chiedere aiuto. Li contattammo e fummo subito invitati da loro. La moglie tedesca ci accolse con calore, nonostante io non parlassi che due o tre parole di inglese mi sentii subito benvoluta. Ci sistemammo con Jana nella loro mansarda col pavimento in legno e un piccolo bagno privato. Era più grande del nostro appartamento di San Pietroburgo!
      Ogni mattina facevamo un abbondante colazione come da noi neanche nelle feste, perché mancava sempre qualcosa: il burro era finito, lo zucchero era limitato, il pane era solo quello nero. La loro famiglia, che comprendeva una figlia adolescente e un ragazzo di 24 anni che se ne era appena andato a vivere da solo in un Paese vicino, era rumorosa ma piena di armonia. Durante il giorno Genia usciva con Enrico che lo aiutava a piazzare orologi presso i suoi conoscenti e io aiutavo Wibi a riordinare, passeggiavo nel piccolo paese con Jana, leggevo, guardavo mentre Wibi cuciva o dipingeva i bicchieri di vetro con piccole margherite dal centro giallo.
      Furono giorni sereni e pieni di un tepore dolce che ci ritemprò in vista del salto nell’ignoto.
      Dopo qualche settimana ritornammo a Nettuno. Quando arrivò il visto facemmo salti di gioia e ci imbarcammo sul primo aereo per Boston.
      In breve tempo io trovai un posto come contabile in un ufficio, Genia cambiò molti lavori. Mandammo Yana a lezione di danza classica, il figlio di Alla e Sergeij, Kyrill, nel frattempo cantava nel coro del Bolshoi.
      Col tempo riuscimmo a guadagnare abbastanza da trasferirci in un appartamento più grande, ma il nostro matrimonio cominciava a dare segni di cedimento. Di tanto in tanto scrivevo ai nostri amici italiani, mandavo foto, ci aggiornavamo sulle reciproche novità. Mi rattristai alla notizia della malattia di Wibi ma dovevo anche badare alle mie difficoltà personali. Con Genia decidemmo di separarci, i primi tempi furono difficili ma poi decisi di togliermi qualche sfizio: visitai le più importanti città degli Stati Uniti, cominciai a prendere lezioni di sci, scoprii la passione per i viaggi internazionali. Una volta all’anno andavo a sciare all’estero, anche in Italia.
      Dopo molti anni, Wibi aveva già varcato la soglia dell’incorporeo, contattai di nuovo la famiglia italiana e andai a trovarli nella loro vecchia casa durante un viaggio sciistico con un amico russo. La figlia viveva ormai all’estero da molti anni, il figlio si occupava dell’azienda di famiglia con il fattivo contributo di Enrico che, ormai in pensione, aveva tappezzato ogni parete della casa con fotografie giganti dell’amata moglie.
      Fu una sensazione strana rivedere la casa in cui avevo passato settimane così belle da giovane madre, ora mi sembrava tutto più piccolo e come smorto, non c’era più la vita che animava quella casa.
      Tornai a casa e non li rividi più. Enrico seguì la moglie alcuni anni dopo, la figlia prese ad abitare nella casa. Ora c’era Internet, ma non era più la stessa cosa.
      Yana ha avuto un bambino l’anno scorso, ora io mi divido tra i miei viaggi sugli sci (vado ancora in Italia!), il lavoro part-time e la cura del mio nipotino.
      La mia vita ha preso una direzione completamente inaspettata rispetto ai miei progetti iniziali, ma non vorrei essere diversa dalla donna che sono diventata.

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