Racconti e Poesie

rifletto e condivido

A volte basta un flash per aprirci la mente e portarci alla presa di coscienza di ciò che stiamo vivendo.
Mi è successo ieri ed ho capito quale è la mia situazione di questo periodo.
Come più volte ho condiviso su questo blog, da mesi sto facendo una grande fatica a motivo di difficoltà deambulatorie e di forti dolori che le accompagnano. Questo mi ha comportato e mi comporta una sorta di chiusura verso il “mondo” che mi circonda come se io non facessi parte del contesto ma potessi solo “ritirarmi” attribuendo questo atteggiamento alle difficoltà oggettive.
Come dicevo ieri ho avuto uno scossone e mi sono detta che forse sto sbagliando e che andando avanti così mi chiuderò sempre di più con conseguente depressione e senso di inutilità. Allora cosa fare? Mi sono detta che devo fare tutti gli sforzi necessari per “reinserirmi nelle relazioni” che invece sto evitando come se ne avessi paura. Inoltre devo imparare a non guardarmi con “compatimento” ma avere la consapevolezza di essere amata dai miei famigliari, dagli amici e soprattutto da Dio Padre : non sarà facile questa inversione di tendenza ma so che è necessaria per non “morire di solitudine”
Grazie a tutti coloro che leggeranno questo scritto e mi comprenderanno,
Carla

Canto di mondine

Giovani donne

chine sul confine

tra acqua e terra,

tra cielo e inferno.

Scacciano cantando

l’ardore del sole sulle membra

il fastidio degli insetti

i crampi alle caviglie

il dolore di una schiena curva

Le loro voci innalzano

il ceto di appartenenza

l’unità di classe

la fierezza del lavoro

che unisce e mai divide

come acqua benedetta

La Mondina

Mia madre mi sveglia, dobbiamo prepararci per andare al lavoro.

La luna si nasconde dietro la coltre di nubi e oltre la finestra il vento umido soffia forte sull’afa dell’estate. Fa caldo, molto caldo, tanto che tutte fatichiamo a prendere sonno, c’è chi cerca di darsi sollievo con un ventaglio e chi, ormai arresa all’amara sorte, rinuncia definitivamente a dormire e passa le ore con lo sguardo rivolto verso il soffitto.

I rumori dei campi riecheggiano fuori dal capannone e scandiscono il tempo ogni notte come un vecchio che conta i minuti sull’orologio logoro: lavoro, sonno, lavoro e ancora sonno.

Da un mese ho iniziato a lavorare come mondina. Ho sedici anni e sia io che mia sorella passiamo i mesi estivi nella risaia per circa dodici ore al giorno.

Mi infilo le calze di cotone fino ai fianchi e indosso la gonna lunga, lego un fazzoletto per coprire la testa, il viso, tutto. Spesso di giorno, piegata sotto il sole, mi capita di sentire gli insetti infilarsi sotto il tessuto, fino quasi a penetrarmi la pelle. Il caldo e il sudore a volte sono insopportabili e le gocce d’acqua colano tra le gambe, nei gomiti e sulla fronte.

Indosso il cappello, è ora di andare.

Lavoro dalle 4 del primo mattino fino al tardo pomeriggio, arrivando alla risaia dopo un percorso a piedi; utilizzare un mezzo di trasporto sarebbe impensabile e ci verrebbe trattenuto dalla paga.

Oggi il mattino è particolarmente umido, questa è la parte del giorno che più mi piace perché il sole è ancora nascosto e l’alba tarda ad arrivare. Sento i grilli e le cicale cantare, il vento che mi passa tra i capelli li rende appiccicosi ma in questo momento non c’è ancora il sole a bruciarmi la testa. Inizio a lavorare con i piedi immersi nel fango e guardo la mia vicina, mi sorride e si gira verso l’amica per spettegolare del paese. Una donna della mia squadra racconta storie e aneddoti sul marito facendoci ridere a crepapelle, ogni tanto cantiamo qualche canzone per scandire la giornata.

Nel nostro lavoro stiamo chine tutto il tempo ad afferrare le erbacce, io le strappo con tutta la forza come ad estrarre qualcosa di marcio, qualcosa di sporco.

Da diversi giorni non vedo più Agnese che mi fa sempre compagnia durante il turno, “non può più venire” dicono, pare si sia presa la malaria a causa delle condizioni di lavoro.

Cantiamo più forte e ogni tanto ci facciamo delle grosse risate, una di noi, la più vecchia, ci tratta come se fossimo sue figlie, è premurosa e ci porta sempre qualcosa di dolce da mangiare dopo il lavoro.

Il sole è ormai alto sopra le nostre teste e alcune donne iniziano a parlare sottovoce di scontri e scioperi in centro paese. A quanto pare le proteste, aiutate da contadini e commercianti, hanno raggiunto un livello drammatico e gli agrari sono preoccupati. Diverse mondine dell’altra squadra sono state arrestate e alcune sono rimaste ferite durante le sommosse.

Anche il nostro principale è più teso ultimamente, controlla tutte durante la giornata lavorativa e ci intima di stare zitte. 

Maggio è quasi finito, ci avviciniamo a giugno e ultimamente i canti nella risaia sono cambiati: le donne alzano la voce e urlano per la loro libertà come a sperare che il vento umido intrappoli le loro parole e le porti dritte a chi possa ascoltarle, anche a Dio se esiste.

Cantano di cambiamenti, della possibilità di lavorare meno e in modo più dignitoso. Ho sentito che la richiesta è di diminuire le ore di lavoro da dodici a otto, a me sembra qualcosa di assurdo, chissà cosa ci farei con qualche ora in più a disposizione, probabilmente dormirei. Ogni tanto ci penso e mi chiedo se davvero possiamo sperare in qualcosa di meglio, se esiste un altro modo per vivere questa vita. Se ci fosse anche solo una possibilità, allora urlerei anche io fino a svegliare Dio.

Oggi, con le altre ragazze, abbiamo deciso di non andare al lavoro, vogliamo scioperare e scendiamo di corsa in paese. Le vie che conosco bene mi sembrano un teatro di battaglia e mi sento come un soldato che decide di andare in guerra, ma questa guerra è tutta per me, combatto per avere ciò che mi spetta di diritto. Siamo tantissimi: mondine, commercianti, agricoltori. L’agitazione e la rabbia si fanno sentire, risuonano sul pavimento e si espandono tra i vicoli in cui siamo cresciute. Camminiamo a passo spedito, speranzose, sento i canti delle risaie riecheggiare con forza attorno a me “Se otto ore vi sembra poche, provate voi a lavorare e sentirete la differenza di lavorar e di comandar”, dopo mesi di proteste ora siamo sotto il Municipio, in attesa di una risposta.

D’un tratto il tempo si ferma, il silenzio cala sulla folla.

Due uomini si fanno avanti e iniziano a dire che a Vercelli è stato sancito l’accordo per la diminuzione dell’orario di lavoro a otto ore, solo le squadre che vorranno potranno estendere l’orario fino a nove ore al giorno. Due donne vicino a me dicono che gli uomini sono uno un operaio di nome Somaglino e l’altro l’Avv. Cugnolio che rappresenta l’associazione contadina.

Il vento umido ora accarezza le lacrime di gioia che scendono sulle guance arrossate, a Vercelli le cose stanno cambiando e mentre le persone accanto a me urlano di felicità c’è già chi dice che anche nelle altre province le cose cambieranno. 

È il primo giugno 1906 e da domani non lavorerò più 12 ore al giorno.

È il primo giugno 1906 e per la prima volta sento che c’è speranza e mi tengo stretta questa voglia di lottare.

Le Brave Mamme non abitano qui

Sai… Quelle settimane di quelle che ti fanno sospettare di essere stata dimenticata da Dio

Dove nulla è filato liscio, dove hai corso come un criceto nella ruota, senza neanche capire come hai fatto a lasciare indietro la maggior parte delle cose che dovevi fare

Sprofondando in quel tristemente noto senso di inadeguatezza che è spesso la colonna sonora delle tue giornate.

L’ultima energia rimasta la usi per riscuoterti.

Decidendo che ti meriti una coccola solo per te.

Quindi ti programmi una serata osé.

Chiamerai la pizzeria, mangerai nel cartone e sfrontatamente non lo leverai neanche dal tavolo, sdegnato dagli schizzi di sugo che resteranno a seccare tutta la notte.

Poi scalcerai le ciabatte, e sprofonderai nel divano con una coppa di prosecco gelato.

La morte dei giusti, dopo un numero indefinito di episodi di qualsiasi serie tv che abbia lo spessore culturale di un foglio di carta velina.

Per spegnere i pensieri, mandarli in fondo alla nuca, tanto domani torneranno a blaterare.. Ma stasera stiano in cantina.

Con un ghigno sotto i baffi, dai fondo alle ultime energie per metter via la spesa, componi contemporaneamente il numero del pizzaiolo e stai lì tutta emozionata all’idea di tanta grazia che aspetta.

Ma il figlio piccolo, con le antenne che solo i cuccioli sanno alzare, sentendo nell’aria che qualcosa di insolito sta per accadere, scende galoppando dalle scale….

“Mamma ho una fantastica idea per noi due stasera… Ci potremmo preparare un bel ciotolone di pop corn, poi andiamo insieme sul divano e ci guardiamo il film dei Transformers… Eh mamma? … Eh?… Eh?”.

Col respiro un po’ mozzo e la confezione dei broccoli ancora in mano, stai li’ a guardare quel faccino emozionato, quegli occhi che brillano.

Lo sai, lo hai letto, te l’hanno infilato nelle carni coi chiodi…

Una brava mamma, anche se stanca, trova sempre le energie per approfittare di qualsiasi occasione di condivisione con i propri figli.

Ci pensi, fai un respirone, raddrizzi le spalle.

Ti pieghi sulle ginocchia, lo abbracci, lo guardi negli occhi teneramente…

“Piccolo mio, amore bello… i Transformers mi fan schifo, e se non vuoi che la mamma si suicidi proprio stasera, prenditi i pop corn, il portatile e portatelo in camera, orari illimitati”.

Galoppa felice su per le scale, il bimbo… Il sacchetto in una mano e il portatile sotto l’ascella.

E tu plani sul divano.

Il prosecco in una mano.

Il telecomando nell’altra.

E sia.

Forse le Brave Mamme non abitano qui

Nero è il fiume

Maria stava lavando i panni nel torrente che scendeva impetuoso dalle colline per poi allargarsi giù a valle dove avevano sistemato i sassi per strofinare la biancheria e batterla.

A Maria piaceva fare la lavandaia. Quasi tutte le sue amiche preferivano andare nei campi a fare le mondine.

A Maria, piacevano gli odori e i rumori che sentiva mentre lavorava. Si divertiva ad attribuirgli colori, come se lei stessa appartenesse a un quadro.

Sapone di Marsiglia? Bianco

Erba schiacciata? Verde

Narcisi in fiore? Giallo

Vento che asciuga i panni? Azzurro

Pietra bagnata? Grigio.

Maria era giovane, forte e bella. Promessa sposa, anche se lei mica ci pensava al matrimonio.

Quel giorno d’inverno, Maria aveva le mani rosse e screpolate dal freddo. Faceva fatica a sbattere i panni, ma lo stesso, si distraeva con i colori. Il cielo aveva tonalità antracite e prometteva neve, quella grossa.

Avrebbe steso i panni in casa, in solaio. Suo padre aveva sistemato una stufa ricavata da vecchi mattoni delle case distrutte dalla guerra. Guerra? Marrone scuro, si diceva Maria, come le camicie dei tedeschi che si vedono sempre più di frequente in paese.

Lei non ci capiva nulla della guerra. Fascisti, nazisti, alleati, le sembravano figure distanti, come i rombi degli aerei che spesso passavano nelle notti.

Improvvisamente il vento condusse a Maria un rumore di passi, cauti, attenti a non spaventare.

«Come ti chiami?», le chiese una voce maschile. Maria pensò al colore del suono. Rosso. Come quello che si affacciava sul suo volto.

Si girò di scatto senza lasciare il panno che stava lavando.

Di fronte a lei, in piedi, un ragazzo magro ma bellissimo. Non vestiva divise e portava un fucile appeso alla spalla.

«Ciao Maria», il ragazzo si sedette a fianco, il fucile in grembo, «hai da mangiare?».

Forse il tono di voce, forse quel sorriso così aperto, forse quegli occhi grigi come il cielo, Maria si sentì subito a proprio agio.

«Non ora, domani se vuoi. Tu come ti chiami?».

«Pietro, nome di battaglia. Sono un partigiano».

Maria tacque e si concentrò sul bucato.

Pietro rimase a guardarla mentre lavorava. Ogni tanto le parlava. Raccontava storie di guerra e Maria pensava che Pietro se le inventasse per fare colpo su di lei. Questo le piaceva. Come alcune parole, tipo ideali. Ideali? Maria se li immaginava di tutti i colori, come l’arcobaleno.

Sapeva che dai monti, ogni tanto, scendeva qualche partigiano. «Non immischiatevi», aveva tuonato suo padre, rivolgendosi soprattutto al figlio maggiore, benché più piccolo di Maria, «la nostra guerra dobbiamo combatterla per avere da mangiare e da dormire. I padroni non gradiscono la politica, soprattutto quella dei partigiani. Se ci cacciano dalla cascina, hai voglia a riempirti la pancia con gli ideali. Testa piena e pancia vuota!».

Il giorno dopo Maria tornò al fiume. Pietro arrivò dopo un po’ di tempo.

Maria allungò al ragazzo il pezzo di pane che si era portata. Pietro ne prese una parte e il resto lo infilò nel tascapane: «Per i compagni», le disse.

Da quella volta, Pietro arrivava sempre al fiume dopo di lei e parlava, parlava, parlava.

La primavera sembrava affacciarsi anzitempo. Le piogge rendevano tutto più difficile. Maria cercava ogni scusa per andare giù al torrente. E ancora, Pietro arrivava sempre.

Un giorno le prese la mano. Maria ne ebbe vergogna. La pelle era screpolata e ruvida. Le mani di Pietro erano calde e morbide. Si capiva che era di buona famiglia, forse ricco, addirittura.

Un giorno si baciarono. I baci divennero sempre più carichi di desiderio.

Quando fecero l’amore, la primavera aveva stanato le prime margherite. Alcuni iris si allungavano lungo le sponde del fiume.

Maria tornò a casa ebbra, ubriaca di tanto amore, tanta passione. Pietro era stato molto dolce, dolce e impetuoso al tempo stesso, proprio come il torrente dove lavava i panni.

Nella notte si sentirono gli aerei volare. Di solito passavano per bombardare in città. Quella notte no. Le bombe cadevano fischiando non lontano dalla cascina. Tutti scesero nelle cantine per ripararsi. In lontananza, arrivavano anche echi di spari.

Il giorno dopo, il sole splendeva come sempre, ignaro della guerra.

Maria corse al fiume preoccupata per Pietro.

Lo vide in lontananza. Era arrivato prima.

Stava seduto contro un albero, il capo chino su un lato.

Dorme, pensò Maria, poi urlò: «Stupido! Dormi con i piedi dentro l’acqua?».

Pietro non rispose. Non poteva e non l’avrebbe mai più fatto.

Era stato ferito nell’imboscata. I fascisti o forse i nazisti, che stavano indietreggiando.

Maria si avvicinò e vide il sangue. Tanto sangue. Era sceso lungo l’erba colando verso il fiume. Si era rappreso, formando un rivolo scuro.

Prima che le gambe la facessero crollare in ginocchio lasciandola senza più colori nella testa, Maria pensò Fiume nero.

 

Maifreda da Pirovano. La Papessa.

Abbazia di Mirasole,  febbraio 1300.

 

Frate Candido correva alzando ora le mani, ora l’orlo del saio per non inciampare.

Nei corridoi rimbombavano lo scalpiccio dei suoi sandali e l’ansimare del suo fiato che gli spegneva la voce in gola.

Quando si fermò davanti alla porta dell’Abate, deglutì per recuperare la lucidità. Per un attimo, alzò lo sguardo al cielo recitando le prime quattro strofe del Pater Noster. Lo faceva sempre quando chiedeva l’aiuto di Dio.

Bussò alla porta e rimase in attesa. Una voce chiara e ferma lo invitò a entrare.

«Magister», esordì Fra Candido saltando ogni preambolo canonico, «l’acqua!».

Il giovane Abate rimase fermo, in piedi davanti alla sua scrivania. Attendeva che il monaco si riprendesse. Era evidentemente in preda all’ansia.

Passò qualche secondo, poi Fra Candido disse ancora: «L’acqua dei pozzi!», interrompendosi subito dopo.

Il giovane Abate lo esortò: «Ebbene?».

«Avvelenata! Qualcuno ha gettato pezzi di carogna in ognuno di essi!».

Sul viso dell’Abate si disegnò un’espressione profonda, lo sguardo di chi cerca prima le domande, poi le risposte. Era entrato nell’ordine degli Umiliati diversi anni prima. Subito, aveva percepito l’energia infusa dagli ideali ispirati a una profonda religiosità. Ora era incaricato di condurre l’Abbazia e di gestirne l’economia basata principalmente sulla produzione di feltro. L’acqua era dunque fondamentale.

Ma non era questo che aveva turbato tanto Fra Candido, e non era a questo che stava pensando il giovane Abate mentre rifletteva a capo chino con la punta delle dita unite sotto il naso.

«Chi mai può aver fatto questo?», chiese quasi a se stesso.

«Non lo so», rispose Fra Candido aprendo le braccia per poi lasciarle cadere.

L’Abate sospettava che l’obiettivo di tale gesto fosse impedire la visita prevista l’indomani: Maifreda da Pirovano, detta la Papessa. Donna nobile, di rara intelligenza, suora dell’ordine degli Umiliati. Professava i principi di Guglielma di Milano, altrettanto nobildonna in attesa di beatificazione per i miracoli compiuti. Prima di morire, Guglielma stessa elesse Maifreda sua Vicaria. Ecco perchè Papessa.

L’Abate decise di concentrarsi sul problema più imminente: l’acqua dei pozzi inutilizzabile. Per nulla al mondo avrebbe rinunciato a sentire i discorsi della Papessa.

In seguito, si sarebbe occupato di trovare l’autore del misfatto.

L’Abate guardò per un istante fuori dalla finestra. Le campagne intorno all’Abbazia erano striate di bianco e di nero. Il cielo aveva quella luce tenue e rosata dell’alba invernale. Si sedette alla scrivania. A Fra Candido parve si fosse allontanato di mille chilometri.

«Fratello Candido, dai ordine di recuperare quante più pertiche di feltro possibili. Legatele assieme e gettatele nei pozzi dopo averle affrancate ai bordi».

Fra Candido rimase immobile. Gettare il loro prezioso feltro nei pozzi? E perché?

Trasalì quando il Priore batté un pugno sul piano della scrivania: «Presto, Fratello, fai come ti dico». Il tono era benevolo e Fra Candido uscì di corsa seguito dalla benedizione del priore che gli scaldò il cuore.

Il feltro prosciugò i pozzi, ne pulì i fondi, i fianchi e bonificò la sorgente. L’acqua tornò potabile.

L’indomani la Papessa arrivò all’Abbazia di Mirasole con il suo nutrito seguito. Celebrò messa, predicò la beatificazione di Guglielma da Milano. Usò parole che non lasciavano fraintendimenti: Cristo è stato figlio di Dio, sua incarnazione maschile. Guglielma e stata figlia di Dio, sua incarnazione femminileElla risorgerà.

I frati, le monache dell’ordine degli Umiliati la ascoltavano attenti e rapiti. Tutti tranne uno. Colui che riportò le parole di Maifreda al tribunale inquisitorio. Divenne sorvegliata speciale.

Il 10 aprile 1300, Pasqua, Maifreda, in abiti sacerdotali, celebrò Messa solenne secondo le liturgie.

Morì nello stesso anno, a settembre, dopo un processo che la vide colpevole di eresia e per questo condannata al rogo.

Il giovane Priore conservò per sempre nella memoria il significato delle parole che Maifreda da Pirovano gli aveva sussurrato: Dio è uomo, Dio è donna, Dio è tutto.

Nota dell’autrice: i fatti sopra descritti relativi all’Abbazia di Mirasole sono frutto di pura fantasia. Il resto è liberamente ispirato dalla storia.

 

Diego il Gatto

Sono una signora di mezza età con le sue abitudini.

E mi alzo all’alba per aver mezz’ora di pacioso silenzio, col caffè e la sigaretta.

Vado al lavandino della cucina, giro la testa verso la finestra e aspetto Diego il Gatto.

Che terminati i bagordi notturni, in giro per i giardini altrui, scavalca il cancelletto e salta sul davanzale.

Gli apro la finestra, ma c’è da aspettare che si contorca il suo numero di volte, prima di degnarmi del suo ingresso.

Gnaula, aspetta alla ciotola, si fa la sua bustina, si stiracchia, va sul divano e si infogna nella sua copertona rossa.

Prima di addormentarsi, mi fissa per un po’…

Sarebbe bello pensare che mi guardi con amore e gratitudine… Ma felinamente parlando, è assai più probabile che faccia considerazioni sulla vita di merda che conduco io, mentre lui sta a pastellarsi la coperta tutta mattina.

Questa è l’abitudine mia e di Diego.

Ogni mattina che Dio mette in terra.

Stamattina ero al lavandino, con le occhiaie di una mignotta a fine turno e con gli occhi talmente gonfi da far fatica a tenerli aperti.

Ho girato la testa verso la finestra, e mi sono concessa un piccolo lusso.

Ho fatto finta di vedere Diego saltare il cancelletto un’altra volta.

Ho aperto la finestra, e ho fatto finta di guardare il grassone contorcersi un’altra volta.

Ho aperto la bustina.

Ho preparato la coperta.

Per un’altra mattina.

Come tutte le mattine che Dio mette in terra.

Cosa vuoi che ti dica, Diego?

Va’ e corri nel cielo?

Va’ e vola nel cielo?

Ma va la’…dove cavolo vuoi volare e correre, gatto mio adorato?

Sei partito con uno zaino sul groppone, te lo abbiamo messo addosso noialtri quattro, la tua famiglia con le gambe.

Uno zaino che pesa un quintale, né corse e né voli, quindi..

Potrai solo camminare pian piano, con quel borsone sulla schiena.

Ma è pieno di tutto il nostro amore, e so che non ti dispiacera’ portarlo

La carezza dell’acqua

Seduta sulla barca.

Guardo il più incredibile mare che io abbia mai avuto sotto gli occhi.

Tutti si buttano… Chi si tuffa, chi si cala dalla scaletta.

Nessuno fa caso a me, tutti presi a nuotare e starnazzare.

Neanche l’acqua fa caso a me, né alle mie dita aggrappate al bordo della barca.

Mi canto le solite filastrocche.

Non importa.

Non e’ necessario.

Non è fondamentale.

Anzi, il bagnato, il sale sono sempre vagamente fastidiosi.

Ma non so che giorno è oggi, però le mie bugie hanno il suono stridulo di una campana rotta.

E il mio corpo senza permesso, si alza, mette le mani sul bordo della scaletta e inizia a scendere… L’acqua che gli accarezza il ventre e le cosce.

Ora gli urlo qualcosa.

Cosa fai, come osi.

L’acqua è pericolosa.

Non respirerai.

Soffocherai.

Annegherai.

Morirai.

Sarai inghiottito e annientato.

Ma davvero non so che giorno è oggi, questo corpo non mi ascolta.

E mi sporgo per recuperarlo, per tirarlo in salvo, sciagurato senza senno.

Ma scivolo piano anch’io, l’acqua che avvolge, e confonde, e lava la paura.

L’acqua che per la prima volta fa caso a me…

Mi sorride, mi abbraccia, mi accoglie, mi sostiene.

Apro le braccia, mi lascio andare e riprendo a respirare.

E me ne sto li’ stupefatta come fosse il primo giorno di una vita nuova.

L’acqua ci tiene.

Me e la mia paura.

E mi sfascio la bocca in un sorriso, il viso bagnato, il sale dell’acqua e delle mie lacrime.

Attimo

Il cielo si apre

in uno dei suoi

orizzonti più azzurri

raggi pennellano cirri scarmigliati

che s’involano verso oriente,

questo basta a perdonare la pioggia

che mi ritorna il sentore di terra bagnata

e del suo seme.

 

 

 

Scaramanzia

Dentro al tondo

di un catino ci sciacquavi

le verdure

con le mani

e le brutture

alla luce

del mattino

ci leggevi

anche il destino

galleggiava la buona sorte

giù in fondo resta la morte!

Rigirata l’acqua poi

la versavi

nel giardino

per nutrire frutti e fiori

e buttare via i dolori.

 

1 2 3 23