Racconti e Poesie

Quando me ne andrò

Quando me ne andrò
non avrò sassi nelle tasche.
Sarò come l’acqua del fiume
ostinata e gentile
che trova sempre la via
per arrivare al mare,
accarezza gli ostacoli
e si insinua senza sforzo.

Gocce salate
raccontano sul mio volto
versi d’amore e nostalgia.
Vorrei radicarmi come un’alga
e lasciarmi cullare dall’oblio…
Eppure insisto come l’acqua,
scavando trame
con ostinata limpidezza.

Quando me ne andrò
sarò corrente chiara
che crea la marea.
Lascerò che il vento
profumi dei miei passi
e avrò ancora sogni da sognare
come semi custoditi nell’acqua
in attesa di riva.

Lei Lilith, non Eva

Appena rientrata a casa dal Corso di Scrittura che frequenta da due anni, Marika decide di partecipare al Reading per la Festa della Donna con un racconto. Per uno spunto iniziale si affida al testo della Costituzione Italiana, rileggendo l’art. 3, che perfino sua figlia di dieci anni conosce. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, razza, lingua…et alia,” questo sarebbe un incipit davvero interessante. Le piacerebbe proporre una narrazione impegnata e al tempo stesso leggera. Non le sarà facile essendo fortemente convinta che sia scorretto classificare come “l’altra metà del cielo” l’universo femminile. Detesta questa ammuffita, anacronistica, definizione e intende reclamare la propria appartenenza alla Prima metà, quella irrinunciabile a partorire l’umanità. Mette a fuoco anche una frase della Bibbia, imparata alle elementari, che cita testualmente “maschio e femmina li creò.” La condivide, da sempre, con l’enunciato dalla tradizione rabbinica: Lilith fu la prima donna, non Eva. Lilith uscita dal fango come l’uomo, dunque uguale a lui.

Eva, lasciatisi sedurre da un serpente è dunque l’imperfetta: creata dalla costola di Adamo, sottomessa, responsabile di tutti i mali dell’umanità. Eva, deliberatamente mistificata, Mito inventato di convenienza, realtà distorta di cui tutti sanno e nessun maschio disconosce.
Lilith – di cui solo qualcuno sa e mantiene memoria – relegata al ruolo di strega e demonizzata è stata criminalmente sostituita, sin dagli albori del creato, con un’immagine femminile falsa a cui nessuna donna che si rispetta dovrebbe somigliare, né essere paragonata.

Marika è testimone di quanta ferrea volontà occorra per lottare, risvegliando la propria consapevolezza per il diritto di scegliere, decidere, piacere e compiere il proprio destino.
Nessuno ne è a conoscenza né saprà mai (eccezion fatta per sua madre che lo aveva intuito) quanto era stata offesa, umiliata, e più volte percossa dall’essere disumano di cui si era innamorata. Un uomo che non l’aveva mai compresa, apprezzata né sostenuta, che agiva costantemente nel tentativo di renderla fragile ed insicura. Lei lo aveva messo alla porta più volte. Puntualmente, come mosca che si precipita sul miele, lui si ripresentava il giorno successivo con tutta l’aria di chi le stava facendo un favore.

Stanca di sabotarsi, determinata ad evitare di percorrere l’identico calvario di sua madre (e di sua nonna), terrorizzata all’idea di non arrivare viva ai trent’anni, decise con deplorevole ritardo di uscire dal quella relazione. Sul pentagramma della propria esistenza aveva osservato con sgomento l’assenza di spazi e note e la presenza sgradita di disistima per sé stessa. Così, un bel giorno, finalmente, gettò nel cesso il Dottorato in stupidità e sopportazione.
Una felice, insperata e benedetta casualità le diede una mano. L’azienda per la quale operava le prospetto’ il trasferimento in altra città. Marika accettò senza porre condizioni, dotando di ali il suo cuore e quello della sua bambina. Con una buona dose di affanno e tormento, riuscì perfino a sfrattare lo scomodo inquilino “moroso” dal proprio appartamento, per metterlo in vendita.

La sua vita non divenne magicamente più semplice. Anzi, la paura terribile di amare, veleno di quella esperienza, portava ancora il nome di quell’uomo. Un giorno decise di partecipare ad una delle riunioni del gruppo di appoggio per “donne maltrattate”. Una volta ascoltate quelle testimonianze troppo simili alla sua, le mancò il coraggio di raccontare di essersi lasciata calpestare la dignità, congelandosi in un ruolo di crocerossina al capezzale di un amore malato.

Per la propria salute mentale, e dell’anima, scelse saggiamente di recarsi settimanalmente nello studio di una Psicologa. A distanza di circa quattro anni, grazie a quel supporto ed ai colloqui clinici, si sentì riabilitata e tornò a sorridere alla vita. Cancellate le immagini ossessive, acquistata una solida autostima, si dedicò a coltivare un giardino colorato e ben curato. Una vita di coppia autentica, serena, sana per sua figlia e per il nuovo fiore d’amore appena affacciatosi alla vita.
Oggi sa di essere una persona matura e riflessiva. Sa davvero molte cose e ritiene impossibile possa avvenire a tempi brevi un cambiamento radicale dell’universo maschile. Il potere ed il possesso sembrano essere droghe irrinunciabili e germi inestirpabili. Urge riscrivere la visione della donna che non ha avuto potere neppure su se stessa. Come l’uomo buono, intelligente, affidabile e leale che l’ha voluta nella propria vita, spera che ogni altro uomo diventi capace di comprendere, e sintonizzarsi, con il sesso femminile, imparando a manifestare le proprie emozioni; non più a mantenerle rigorosamente represse.

Da tempo lei si gira un personalissimo film dal colore rosso fuoco, in sostituzione di cortei rosa e di mimose gialle. Sogna. Sogna l’accensione di mille e più di mille falò nei quali incendiare la sagoma di Eva. Mentre sorride al pensiero di questa “luminosa” visione, che ha già condiviso con le amiche più care, dal Giornale Radio giunge una terribile notizia. In questa giornata, in Italia, sono state assassinate quattro donne. L’informazione le gela il sangue piantandosi al centro del suo petto e diffondendo il dolore nella stanza. Lascia scorrere lacrime di amarezza consapevole che non ce la può fare a scrivere un qualsiasi testo, o racconto, per l’8 marzo.  Oggi, per l’ennesima volta, l’amore è stato seppellito.

Amare tutti

L’uomo ama la tua forma,
il tuo seno, il tuo lato B,
il tuo nome, le apparenze.

Tu donna, invece, ami
un suo sguardo,
il tocco della mano,
il tono della voce,
un suo sorriso,
il carattere, il profumo,
il colore della sua pelle,
il calore del suo corpo.

In ogni essere, noi donne,
troviamo qualcosa da amare
così finiamo con l’amare tutti.

La casa dei nonni

La tua amica ha suonato il campanello, uno squillo misurato. La accogli avvolta nello scialle chiaro all’uncinetto fatto da tua nonna. Il freddo è pungente, nell’aria odore di legna bruciata, in lontananza un nitrire di cavalli. Ciabattate insieme su per le scale di marmo rosa che profumano di sapone di marsiglia. Spingi la porta a vetri al primo piano ed entrate nell’ingresso che si apre sul salone: il pavimento è di marmo rosso, come si usava nelle case di campagna negli anni ‘70 del secolo scorso. Nel caminetto fiammeggiano delle candele bianche. La tua amica scorge in un lampo tutti questi dettagli insieme alla massiccia trave di rovere che sovrasta il caminetto. “Stiamo qui?” chiede mentre le fai cenno di accomodarsi nella cucina moderna nuova di zecca. “Ho visto che di là hai un bel caminetto acceso” ammicca lei con un luccichio negli occhi.
”Ma sì, stiamo pure di là” le concedi, mentre le mostri il soggiorno dove un accogliente divano a elle giallo invita a lunghe chiacchierate davanti alla grande porta finestra. Racconti alla tua amica che, anche se la stanza è luminosa, non ci stai molto volentieri perché la vista sulla piazza ti intristisce: quando eri bambina e in questa casa ci vivevano i nonni, lì davanti erano tutte marcite, non c’era un solo palazzo. Ora invece la casa si trova nel centro del paese.
La tua amica, che è tecnologica, identifica la tua Dracaena fragrans, poi collega il computer e cominciate gli esercizi di scrittura creativa. Tu scrivi a mano, vecchio stile, su un quaderno usato della nonna. Hai prodotto un incipit che non ti convince, ma vai avanti. Dopo 15 minuti vi fermate e ognuna legge ciò che ha scritto. Tu leggi senza emozioni, la tua amica ascolta e fa qualche commento. Tocca a lei. Mentre legge il suo incipit la tua mente vaga. Le fiamme delle candele danzano nel caminetto ormai in disuso. Devi chiamare il tecnico. Altri 15 minuti, ognuna di voi si tuffa nel proprio mondo interiore. Tu non senti più il tuo corpo, sei tutta dentro la scrittura. Il suono del citofono vi fa sussultare. Una voce concitata ti chiede se hai una coperta, c’è stato un incidente in piazza. Riconosci la tua amica Melania, la fai salire senza esitare. Mentre tutte e tre vi precipitate giù dalle scale con la coperta, Melania spiega che una ciclista è stata urtata da un’auto. Un’adolescente. Hanno già chiamato l’ambulanza. Forte del tuo corso di primo soccorso da volontaria della Croce Bianca, controlli le funzioni vitali della ragazza e la metti in posizione di sicurezza. I soccorsi arrivano subito, immobilizzano la malcapitata in barella e la portano al vicino ospedale a sirene spiegate. Rientrate in casa. Tu prepari un te caldo per riprendervi dall’emozione. Tra un biscottino e l’altro racconti alla tua amica che una cosa simile successe a tua nonna quando era adolescente: fu investita da un calesse. Per fortuna dei passanti intervenirono subito e lei si riprese, le rimase solo una leggera zoppia sinistra.

 

Tornate in soggiorno, dove le candele bruciano con fiamma flebile, annegata nella cera. Rileggi il tuo paragrafo: la calligrafia è la tua, le parole no. Le candele sembrano non esaurirsi mai.
Riponi il quaderno, la tua amica chiude il computer, la mattinata di esercizi è finita. Squilla il telefono, è Melania: è arrivata la notizia che la ragazza investita sta bene, ha una caviglia fratturata, ma l’hanno già ingessata e si riprenderà. “E’ la caviglia sinistra, vero?”chiedi. “Sì, come fai a saperlo?”. Noti che le fiamme nel caminetto ora danzano allegramente. Accompagni la tua amica al cancello, nell’aria uno zoccolìo di  cavallo.

A Milano

A Milano
oggi che è tutta un ombrello
ci si urta sugli autobus
come carne al macello

A Milano
dove c’è tantissima gente
per sentirti piccolo e solo
un numero, quasi un niente

A Milano
dove impera la fretta
si dimentica il sorriso
per un caffè o la sigaretta

A Milano
dove è proibito rallentare
mettere a fuoco, ridere
fermarsi a considerare

A Milano
oggi che è tutta un ombrello
sono viva, spensierata
grazie al tuo amore bello


Amore monocorde

Senza darmi un bacio
nessuna promessa

Occupato sempre e solo
a difendere il tesoro
(sconosciuto) sepolto
nel fondo del tuo cuore

Ok, tientelo stretto!
Intanto riempio la notte
di sogni, di sospiri
di illusioni e di me stessa

Pazza, pazza che sono
di scriverti non smetto

ELEONORA Patrizia Begni

Tutte le mattine si svegliava con la bocca impastata. Colpa delle gocce che prendeva per dormire o del bicchierino di vodka che si concedeva in relax sul divano?

Si alzava con fatica. Invidiava le persone che al suono della sveglia erano già operative. Lei no. Dopo tre allarmi si alzava dal letto.

Caffè, sigaretta e doccia. In quest’ordine. 

Eleonora era una persona metodica. Organizzata riguardo le routine quotidiane, per il resto la sua esistenza era all’insegna del caos totale.

Tailleur, tacchi e pellicciotto, rigorosamente ecologico. Era molto attenta al rispetto degli animali ed era vegetariana.

Quella mattina la attendevano svariati appuntamenti, il suo incarico riguardava la selezione di personale qualificato nell’ambito del marketing.

Si recava al lavoro in metropolitana. Nella città in cui viveva, era da sconsiderati muoversi in auto, a causa del traffico e della mancanza cronica di parcheggi. Meglio lasciare l’auto in garage.

Si mostrava esteriormente come una persona snob. Mai un capello fuori posto, tutti i giorni un abito diverso. Distaccata e un po’ arida.

In ufficio non aveva molti amici, solo Katia, la cui scrivania era di fronte a lei, e un paio di colleghi maschi. Nessuno conosceva i particolari intimi della sua vita, neppure Katia.

Aprì l’agenda e scorse velocemente la lista degli appuntamenti. La prima era una ragazza, entrò, si sedette di fronte a lei. La ragazza si presentò, Eleonora alzò lo sguardo e vide un paio di occhi di un colore indefinito: grigio-verde. Rimase folgorata: era lo sguardo di Ivan.

Da ragazza Eleonora aveva perso la testa per un ragazzo Ivan, appunto, che abitava due isolati oltre la sua casa. Aveva dieci anni più di lei. 

A quei tempi lei frequentava la quinta superiore: liceo linguistico e il ragazzo stazionava con un gruppo di amici davanti al liceo. Un giorno Eleonora e le sue compagne uscirono da scuola e lei … bum… un fulmine la colpì , quel ragazzo era uno schianto.

 

Ironia dello scambio

Rifiutavo di credere
esistesse un modo,
– IL TUO! –
di cui tanto ti vantavi,
per non restare
contaminati dall’amore

Tu contrastavi
il mio sentimento
con cinismo, leggerezza,
noncuranza,
malafede e freddezza
Ed io ti ho mollato

Adesso che ti somiglio,
e più non ti voglio,
insisti per tenermi
e insegnarmi un modo
– quello che era IL MIO! –
per contaminarmi

Il 1° Amore

Chi era?
Nessuno
Una proiezione
Un sogno

Il mio 1° Amore
non più rivisto
sta ai bordi
della memoria

Il mio 1° Amore
così impossibile
troppo effimero
non consumato

Niente sesso
nel 1° Amore
di cui ho perduto
presto le tracce

Ma il 1° Amore
non si corda mai
Non ricordo bene
Ci fu veramente?

Chi era?
Nessuno
Una proiezione
Un sogno

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