Racconti e Poesie

Omar

All’una di notte è dura svegliarsi
montare in sella e pedalare,
quando c’è freddo o la pioggia è gelata
è ancora più dura,
sulla neve può capitare di scivolare,
ma io mi rialzo in fretta:
il forno caldo mi aspetta,
il pane deve essere pronto per alba,
il suo profumo risveglia la città
e la crosticina croccante
appena increspata di farina
mi ricorda la sabbia dorata
soffiata dal vento sulle dune del deserto.
Io non ho paura della notte.
Ne ho passate tante a gettar reti
dai pescherecci, bambino accanto a mio padre.
Cullato e strapazzato, odiato e amato,
io e il mare siamo fratelli, di lui mi sono fidato.
arrivai con la nave dei migranti,
il viaggio di sola andata durò cinque giorni.
Il mio pane che sa di mare
ha il sapore buono della speranza.

 

 

 

 

 

 

Chiesa sconsacrata

Il biglietto arrivò in giorni diversi, ma con la stessa grafia, lo stesso tipo di carta un po’ ruvida. Nessuna firma.
Quando la voce tace e la pietra ricorda,
seguite il passo che non lascia orme.
Là dove il cielo è stato chiuso,
aprite ciò che non è mai stato serrato.”
Sotto, un piccolo segno, quasi una croce disegnata distrattamente, con un invito finale: “L’appuntamento è per venerdì 13 a mezzanotte presso la chiesa sconsacrata di Rovello. Vi aspetto”.
Non poteva che essere stato mandato da uno di loro, degli antichi compagni di classe che, ai tempi della scuola, avevano formato una società segreta.
Ma chi di loro? Tutti decisero di accettare l’invito, divorati dalla curiosità.
La chiesa era fuori paese, lungo una strada che nessuno percorreva più. Era chiusa da anni, ma il portone quel giorno era socchiuso.
Entrarono senza fare troppo rumore, più per abitudine che per rispetto. Luigi arrivò per ultimo. L’ora tarda non rappresentava affatto un problema per lui che, anzi, prediligeva le ore piccole della notte, ma era distante dal luogo dell’appuntamento, dato che ora abitava al limitare di un fitto bosco tra i monti. Spinse il malandato portone e mosse alcuni passi all’interno con i pesanti scarponi innevati che lasciavano piccole pozze d’acqua sul pavimento. Scrutò con aria solenne quello sparuto branco di giovanotti, uno ad uno e, in quel momento, a ognuno di loro fu chiaro chi fosse il mittente del biglietto; poi levò il mento e intonò il motivo che cantava sempre in apertura delle loro riunioni segrete: una specie di canto monocorde, come un richiamo. La luce passava a fatica dalle finestre rotte. L’aria aveva il sapore della polvere e dei ricordi. Il soffitto, alto e screpolato, conservava frammenti di affreschi: mani senza volto, ali spezzate, sguardi che non guardavano più nessuno. Gli astanti si affrettarono a rendere omaggio al capo della vecchia congrega segreta: si ricordavano di quanto, già ai tempi, tenesse al rispetto delle gerarchie e non volevano correre inutili rischi, prima di comprendere le motivazioni di quel conciliabolo.
Si accorsero delle candele solo dopo qualche passo. Erano appoggiate a terra, in fila, come a indicare un percorso. Non erano accese. Bastò un suo cenno perché il compagno prescelto raccogliesse ad una ad una le candele distribuendole ai compagni: la prima a Luigi e l’ultima per sé. Gli accoliti si disposero in cerchio intorno al capo, il quale accese la sua candela per poi ripetere il gesto con quelle di ognuno di loro. Aspettarono tutti in silenzio, riparando con la mano la fiammella della loro candela affinché non si spegnesse. Dopo una lunga pausa Luigi parlò e ripeté a memoria:
Quando la voce tace e la pietra ricorda,
seguite il passo che non lascia orme.
Là dove il cielo è stato chiuso,
aprite ciò che non è mai stato serrato.”
Poi spiegò: “In nome del nostro antico patto segreto, ora che siamo adulti ho sentito il bisogno di condividere con voi una dolorosa esperienza che mi sta insegnando l’importanza del grande valore dell’eredità spirituale e dei preziosi insegnamenti che ognuno riceve dai suoi cari defunti. Ho da poco perso il mio amato padre: non sentirò più la sua voce, ciò che di lui mi resta è una lapide con inciso il suo nome. Lascio però che a rimanere sepolto sia solo il suo corpo, ma tengo sempre vivo il suo ricordo in me per trasmetterlo, un giorno, ai miei figli”.
Quella fu l’ultima, ma memorabile, volta che si videro.

Luce nelle tenebre

Il biglietto arrivò in giorni diversi, ma con la stessa grafia, lo stesso tipo di carta un po’ ruvida. Nessuna firma.
“Quando la voce tace e la pietra ricorda,
seguite il passo che non lascia orme.
Là dove il cielo è stato chiuso,
aprite ciò che non è mai stato serrato.”
Sotto un piccolo segno, quasi una croce disegnata distrattamente, con un invito finale: “L’appuntamento è per venerdì 13. Vi aspetto.”
Non poteva che essere stato mandato da Luigi, uno degli antichi compagni di classe che ai tempi  della scuola, aveva fondato una società segreta.
Da quando aveva preso i voti, Don Luigi non perdeva occasione per invitare i suoi vecchi amici presso luoghi sacri, pii e misericordiosi o misteriosi e impartire loro sermoni, Questa volta si trattava della chiesa sconsacrata di Rovello.
La strada era fuori paese lungo una strada che nessuno percorreva più. Era chiusa da anni, ma il portone quel giorno era socchiuso. La luce passava a fatica dalle finestre rotte, l’aria aveva il sapore della polvere e dei ricordi.
Il soffitto alto e screpolato, conservava frammenti di affreschi, mani senza volto, ali spezzate, sguardi che non guardavano più nessuno. Candele erano appoggiate a terra, in fila, come ad indicare un percorso, non erano accese.
Alla chiamata parteciparono tutti, all’inizio scettici, poi quando udirono la voce suadente del Don, sempre più ferventi, sino ad inginocchiarsi e con le lacrime agli occhi accogliere la benedizione che giungeva attraverso l’imposizione delle sue mani enormi e grassoccie.                                      Lisa, nella sua tutina nera, che la rendeva invisibile, appostata dietro una colonna, seguiva divertita il rituale mentre ascoltava i canti dei monaci riecheggiare dai secoli, con gesti sdegnosi scacciava mani che volevano sfiorarla, si lasciava carezzare dalle piume volate dalle ali dei cherubini e con due occhi di un verde indefinibile fulminava gli sguardi che dagli affreschi volevano penetrarla. Quella sera riuscì anche ad accendere le candele sistemate sul pavimento.
Fu uno spettacolo vedere Don Luigi prostrato che con voce spezzata dalla commozione annunziava l’avvenuto miracolo: “Ecco: il Lume Divino”.
L’indomani i compagni redenti ebbero a dire che quella selvaggia di Lisa non si era presentata, proprio lei; così bisognosa della provvidenza celeste.

 

 

 

 

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Il muro di cinta

Il muro di cinta
protegge dallo sguardo,
invalicabile pudore
che il dolore non coglie.

Dove sei anima cara?
Una volta mi capivi
o fingevi così bene.
Ora è spoglia quella casa
e il camino è spento.

Vorrei ritrovarti
mai il mio muro di cinta
mi protegge dal tuo sguardo.

Il pruno

Sei sbocciato oggi vestendoti di rosa
timido pruno dai rami gentili.
Ora fra le accoglienti fronde
ospiterai nidi e canti
Come ospiti me
che finalmente ho posato lo sguardo.

Ora respiro aria fresca
che profuma di te.
Abbraccio la tua corteccia,
il mio tronco avvinto al tuo.

Le nostre linfe libere scorrono
fra le radici piantate nella terra
e l’essenza di noi
rivolta verso il cielo.

Le spiegazioni dopo

Estia si dedicò a impastare gli spinaci con la farina e le uova. Mise una mazurka francese malinconica su Spotify. Se non poteva condividere tutto quel ben di Dio con l’uomo dei suoi sogni poteva almeno trarre il massimo del piacere lei. Se lo doveva, dopo tutti gli anni di sacrifici lontano da casa, lontano dall’Italia, dalla sua amata Pianura Padana.

Tirò la sfoglia con il mattarello, spingendo forte, più forte del necessario. La pasta cedeva, si allargava, diventava trasparente quasi. Il segreto dei buoni tortellini. Fuori era coperto, Estia sentiva freddo, più freddo che nel cuore dell’inverno nonostante in giardino fossero già spuntate le violette.

Il campanello suonò proprio mentre stava tagliando i quadrati. Rimase ferma un momento, il coltello sospeso. Non aspettava nessuno. Non aspettava mai nessuno, da quando c’era stato il Covid. Bisognava sempre prenotare tutto, anche le visite agli amici.

Spense la musica e scostò la tendina del tinello, ma non riconobbe l’uomo in piedi davanti al cancello. Era senza auto, ma era solo e non vendeva niente. Guardò meglio e riconobbe il ciuffo alla Peter Pan. Il tagliaravioli infarinato cadde con un tonfo che fece scappare il gatto.

Si avvicinò al cancello in pantofole, pulendosi le mani infarinate nel grembiule. Non disse niente. Lui neanche. I pioppi oscillavano nella brezza del mezzogiorno. Gli occhi di lui scesero alle sue mani bianche di farina, poi risalirono. Un mezzo sorriso, quel mezzo sorriso. Estia sentì qualcosa stringersi nello stomaco, una cosa familiare, come un dolore che si credeva guarito.

“Stai facendo la pasta,” disse lui. Non era una domanda.

“Sì,” disse lei.

In cucina la sfoglia aspettava, i quadrati già tagliati, i bordi che cominciavano ad asciugarsi.

“Come hai fatto a trovarmi?” chiese lei.

 

Lui scrollò le spalle, quel gesto di sempre, come se le cose accadessero intorno a lui senza che lui le cercasse davvero.

“Mi ha detto tua sorella.”

Estia pensò a sua sorella. Avrebbe avuto qualcosa da dirle.

“Entra,” disse invece. “I tortellini si rovinano.”

La musica dentro di lei cominciò a suonare un valzer. Improvvisamente in cucina si stava bene, non faceva più freddo. Era la prima volta che lui veniva a casa sua. Di proposito non aveva mai rivelato il proprio indirizzo.

Strizzò gli spinaci dentro un telo di lino, li tagliuzzò con la mezzaluna mentre lui osservava gli alti armadietti in legno di noce, la cappa in stile rustico, il pavimento in cotto, le tendine in pizzo filet.

“Sono stato uno sciocco” disse, appoggiato contro gli armadietti dietro di lei, le braccia incrociate con finta indifferenza.

Estia si girò lentamente. Gli conficcò i propri occhi nei suoi. Dentro di sé un tremito che non riusciva a controllare – chissà se si vedeva anche da fuori? Non riusciva a parlare.

“Molto sciocco” disse infine.

Non era crudeltà. Era solo la verità, ed Estia aveva imparato che la verità detta piano fa meno male di quella trattenuta.

“Sono una bestia” annuì lui, piano, come se se lo meritasse.

Estia si girò di nuovo verso il tagliere. Prese la farfalla di pasta, la richiuse su se stessa, premette il bordo con le dita. Un tortellino. Poi un altro.

“Hai mangiato?” chiese.

Lui scosse la testa. Lei prese un piatto da sopra la sua testa, lui si chinò fulmineo, la prese per un polso e la attirò a sé. Estia non poté che farsi avvolgere dal suo abbraccio. Qualcosa in profondità dentro di lei cominciò a sgretolarsi. Era la prima volta che l’abbracciava, la prima volta che la toccava in modo così intimo, deliberato.

Percepì il corpo di lui contro il suo, asciutto ma tonico, del resto andava in palestra. Caldo, così meravigliosamente caldo, come le sue mani. Una parte di lei sognava un film non ancora scritto e tutto da vivere. Non era ancora pronta a lasciarsi andare tuttavia, era ancora tesa, in attesa di spiegazioni.

Lui non parlava. Respirava soltanto, con il mento affondato nei capelli di lei. Come se stesse recuperando qualcosa che aveva perso e non sapeva come rimettere a posto.

Estia aspettò. Aveva imparato ad aspettare, era diventata brava in quello, negli ultimi mesi.

“Non so da dove cominciare,” disse lui alla fine.

“Dal principio,” disse lei. “Ho tutto il tempo. I tortellini cuociono in tre minuti.” I suoi occhi lo canzonavano in tono di sfida.

“Vieni qui, intanto, aiutami” lo diresse lei. Lo guidò davanti alla pentola con l’acqua in ebollizione e calò a uno a uno i tortellini. “Quando salgono a galla li scoli con il mestolo forato e li metti in questa zuppiera” gli ordinò.

“Sissignora” disse lui battendo i tacchi con un sorriso e mettendosi sull’attenti.

“Ho preso una decisione” iniziò lui.

“Dopo. Ora mangiamo” tagliò corto Estia.

 

Rocco sentì un peso cadergli di dosso, pericolo scampato, per ora. Al tavolo del tinello, seduti l’uno di fronte all’altra, si studiavano mentre i tortellini sparivano nelle rispettive bocche. Non avevano mai mangiato insieme, non si erano mai nemmeno seduti l’uno di fronte all’altra al tavolo. Estia scoprì un piacere nuovo, osservare i lineamenti di Rocco in tutta calma, studiare i suoi occhi leggermente asimmetrici, quel ciuffo che gli dava un’aria da ragazzo nonostante un matrimonio e tre figli grandi alle spalle.

“Vuoi?” chiese Rocco prendendo il Parmigiano e la grattugia e cominciando a grattugiare sopra il suo piatto. Le versò da bere, poi aspettò che lei facesse un cenno per iniziare.

Il calore benefico dei tortellini che scendevano nello stomaco fu come una coperta avvolgente per Estia. Il condimento di burro e salvia non le era mai sembrato così buono. Rocco mangiava composto, era il primo uomo che non appoggiava i gomiti sul tavolo mentre mangiava.

Estia ebbe un pensiero improvviso: voleva essere anche lei la prima donna che faceva qualcosa di mai-prima-d’ora per lui, con lui. Voleva essere audace, voleva essere libera.

I tortellini le avevano regalato una meravigliosa sensazione di benessere, quasi un’euforia sensuale. Aveva già provato quella sensazione. Vent’anni prima, quando abitava in Inghilterra a casa di Mark. Aveva notato che ogni volta che mangiavano insieme, dopo la prendeva un’inspiegabile voglia di fare l’amore. Lui si stupiva sempre, si prestava quasi di malavoglia, era inglese dopotutto.

Estia decise che non voleva rischiare di sentire la spiegazione di Rocco, che poteva farle cambiare idea. Voleva fare una piccola pazzia, lei che mai si concedeva pazzie. Per le spiegazioni c’era tempo dopo. Casomai, lui avrebbe potuto rifiutare, se era venuto per chiudere. Sapeva che non l’avrebbe fatto.

 

 

Si alzò, girò intorno al tavolo. Rocco alzò gli occhi, ancora con la forchetta in mano.

Estia gli tolse la forchetta. La posò sul piatto.

“Le spiegazioni,” disse, “dopo.”

Lo prese per mano e lo condusse su per le scale, verso la zona notte. Rocco si fermò davanti alla galleria degli antenati, dove il trisavolo Pippo sembrava disapprovare.

“E questi?” chiese stupito.

“Sono i miei antenati. Genealogista per passione. Sono arrivata al 1700.”

Le violette sul comodino, le stesse che Estia aveva raccolto quella mattina, emanavano un profumo intenso e inebriante. La mazurka di Spotify aveva ripreso a suonare, quasi impercettibile. Estia abbassò la tapparella, accese due candele di cera d’api nei portacandele di cristallo, le posò sul davanzale e si sedette accanto a lui sul bordo del letto.

Lui non si muoveva, osservava gli acquarelli con le rose sopra il letto, le violette, la pila di libri sul comodino. Poi la guardò, non come l’aveva guardata in cucina, non come l’aveva guardata al cancello. In un modo che Estia non gli aveva mai visto, come se la stesse vedendo per la prima volta e se la conoscesse da sempre nello stesso momento.

Lei non abbassò gli occhi.

Fuori i pioppi oscillavano ancora, il vento era diventato più potente. La mazurka incalzava, quasi impercettibile, come una cosa che esisteva solo per loro due.

Estia pensò a tutte le mazurke che avrebbe voluto ballare con lui in quei mesi, a tutte le volte che aveva impastato sola, a tutte le mattine in cui si era alzata sognando una giornata da condividere, mentre lui partecipava alle riunioni benefiche. Pensò a sua sorella, che sapeva sempre tutto.

Si lasciò guidare docile. Prese lui l’iniziativa di baciarla, piano prima, poi con un’intensità che Estia non si aspettava e che riconobbe come sua.

Le mani di lui erano calde e piacevoli, come sapeva che sarebbero state. Il suo modo di muoversi appassionato ma rispettoso. Le candele proiettavano ombre lunghe sul soffitto. La mazurka cedette il passo al Bolero di Ravel, finché Estia esplose.

Il picchio

Raimondo scolò con attenzione le biete selvatiche. Erano le undici di un giovedì mattina e non aveva nessun posto dove essere. Da quando si era separato dalla moglie si era iscritto a un corso di riconoscimento e cucina delle erbe selvatiche e aveva scoperto che il suo giardino poteva dargli da mangiare per buona parte dell’anno senza ricorrere al supermercato. Certo la sua professione di programmatore non gli lasciava molto tempo libero, ma tra un incarico e l’altro capitava che ci fossero dei giorni vuoti, giorni che lui impiegava per preparare la terra e seminare, cioè il grosso del lavoro. Quell’anno voleva seminare le rape tonde “palla di neve”, le sue preferite, che gli piaceva cucinare lessate per poi saltarle in padella con panna e pepe, una vera bontà.

Gli capitava sempre più raramente di pensare a Sandra. Sandra che l’aveva lasciato con una lettera scritta a mano, tre pagine fitte. Non voleva più vederlo. Si era imbarcata su un catamarano alla volta delle isole Baleari, le stesse dove quarant’anni prima era scomparso suo zio tedesco. Lo zio aveva lasciato una ex-moglie e due figlie, tutte estranee, nessun’altra traccia. Voleva sparire anche Sandra?

Per il momento decise di abbandonarsi al piacere della routine. Da un po’ di tempo infatti si concedeva di svegliarsi all’ora in cui il suo corpo decideva che le pile erano cariche. Dopo aver nutrito le creature impazienti, tre gatte che gli aveva lasciato Sandra “in custodia”, si fece una doccia calda completa di shampoo e spazzolone raschia-schiena, si vestì sportivo e fece di buon passo il tragitto verso la panetteria-pasticceria del paese per acquistare il pane della sua infanzia, tre michette fragranti e leggere come una nuvola. Chiese anche un pezzo di “sfoglia di grano”, una specie di croccante pane carasau condito con profumato olio extravergine di oliva. Il commesso, il padre della panettiera, lo accontentò arrotondando il conto, senza neanche pesare la sfoglia di grano. Si sorrisero con un cenno d’intesa.

A casa Raimondo apparecchiò la tavola come faceva sempre: tovaglietta di plastica per non sciupare la tovaglia di lino ricamata a mano da Sandra, piatto coordinato, burro bavarese, marmellata di albicocche fatta in casa da Sandra, tè nero, limone fresco e miele di montagna. Era la colazione della sua infanzia quando erano in cinque attorno alla tavola e l’allegria regnava sovrana, si faticava a trovare uno spiraglio per parlare.

Dopo colazione sintonizzò la radio su un canale russo per fare esercizio di ascolto mentre rigovernava. Prese un appunto mentale di procurare gli ingredienti per il russischer Zupfkuchen, la ricetta gliel’aveva passata il suo collega di Monaco che era cresciuto a Berlino est. La cena coi colleghi era la settimana seguente, non voleva arrivare impreparato. Davanti allo specchio esaminò la pelle con qualche ruga in più e arrossamenti imprevisti e inspiegabili, si fece rapidamente la barba e si preparò a lavorare in giardino; voleva procedere per piccoli passi, quel giorno avrebbe liberato dalle erbacce il contorno dell’aiuola circolare in cui cresceva l’acetosella. Gli sarebbe piaciuto seminare il prezzemolo o qualche erba aromatica da sfoggiare nei piatti del corso di cucina. Avrebbe anche potuto offrirne un po’ a quella compagna così carina che gli sorrideva sempre.

Passando in ricognizione il soggiorno vide che era ancora sottosopra dalla serata prima. Aveva visto un film con gli amici del liceo: lattine di birra e bicchieri sporchi erano sparsi dappertutto, chicchi di popcorn sopra e sotto il divano, scorse anche un vomito delle micie. Decise di concedersi un attimo di pausa prima di riordinare il soggiorno. Fu colto di sorpresa dal ding del cellulare. Un messaggio. La compagna del corso di cucina, quella biondina tutto pepe che sembrava averlo in simpatia e non portava la fede al dito? Si sedette sul divano, controllò i messaggi: ne erano arrivati tanti, ma lei non c’era, anzi, era inattiva dalla sera precedente. Passò a leggere le notizie del giorno, poi l’edizione online di The Guardian, quindi Deutsche Welle. Gli venne come un languorino, un desiderio al basso ventre, “Sandra dove sei, con chi sei, cosa fai?”. Pensò a quante volte avevano fatto l’amore su quel divano, nelle fredde sere d’inverno mentre fuori fioccava, nei caldi pomeriggi d’estate con le tapparelle abbassate, col sottofondo del Commissario Montalbano, con le note finali del Concerto di Capodanno da Vienna. Si massaggiò l’inguine, sentì il desiderio che saliva. Prese dallo scaffale dei libri un racconto erotico, la sua mente correva, sostituiva volti e nomi insignificanti con quelli della sua vita. Placato il desiderio si ricompose, si lavò e uscì a lavorare.

In lontananza il picchio batteva sul tronco dei pioppi per la prima volta nella stagione. Era arrivata la primavera.

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