quel tocco sulla spalla

12 giugno 2019
Quanto bene fa sentire una persona che ti mette lo mano sulla spalla senza una parola. Lei non sa il mio stato d’animo ma in qualche modo vuole confortarmi incoraggiarmi dirmi che si è accorta d me
Posso solo ringraziare nel mio cuore l’amore che è passato e mi ha raggiunta!

speranza

12 Giugno 2019

Dopo una notte indefinibile ecco un nuovo giorno dove speranza viva mi dà la forza d non disperare Qualcuno che non delude mi ama, mi risponderà, non potrà lasciarmi sola: voglio vivere

SETTE VITE (11.06.2019)

Oggi, inspiegabilmente, proprio oggi che per tutti gli alunni é il primo giorno delle vacanze, dopo un anno trascorso sui banchi di scuola, ho rivisitato con i pensieri, con gli occhi del cuore e con la penna, un lontano dispiacere tenuto a lungo sottotraccia, – mai pensavo si sarebbe risvegliato! – riguardante quel “nipote di nonna Lisetta” che, quando ero bambina, mi aveva scippato una certa dose di serenità: Toni, il gatto, che io avevo ribattezzato “Nemico numero uno”.  Nonna lo adorava, lo ricopriva di mille attenzioni, trascorreva giornate intere con lui, coccolandolo sulle ginocchia e sussurrandogli amorevolmente “MicioMicio”.
L’animale era un “trovatello” dal corpo robusto, pelo grigio scuro lungo e soffice, molto curato e pulito, due occhi giallini fosforescenti e cattivi, vibresse lunghe e spesse: un felino per niente socievole con altri.

Non potendo ottenere un pò di affetto da nonna, tenevo d’occhio il gatto in lontananza e, quando, stanco di carezze, con un improvviso balzo decideva di allontanarsi, eccomi prontissima a inseguirlo.  Lo cercavo ovunque, lo rintracciavo, lo mettevo alle corde e lo acchiappavo per la collottola, – impresa difficile! – stringendo forte con le mie piccole mani.
Lo reggevo con le braccia tese in avanti, distante dalla faccia per paura che mi graffiasse, – ci provava senza tregua! – e, mentre emetteva insopportabili miagolii sembrava che da quei temibili occhi gialli volesse scagliare fulmini. Nonostante il peso, mai mollavo la presa.

Con il cuore che mi percuoteva nel petto come un tamburo, salivo di corsa gli scalini che portavano in alto, al granaio – una delle “sacre banche alimentari” dei nonni, – dove regnavano forti odori di legna, di fieno, di patate, di cipolle, di tabacco e, anche, di escrementi di volatili.  Trovavo sempre una provvidenziale finestra spalancata, quella sul lato più lontano del casolare, non vista da nonna: mi affacciavo  e scagliavo Toni nel vuoto.  Ricordo che venivo attraversata da un forte brivido nel vederlo volare agitando le zampe in aria, annaspando alla ricerca di un appiglio.  Ogni volta, come per incanto, un istante prima dell’impatto al suolo, si predisponeva ad atterrare sulle lunghe zampe.  A terra, prima caracollava un pò, poi si dava alla fuga, velocissimamente.

Questo perverso gioco infantile, stremandomi, mi faceva sentire valorosa come un’eroina.  Qualche tempo dopo, tutt’altro che ardimentosa, mi sono sentita mancare scoprendo lo smisurato, misterioso, paranormale?, vantaggio delle speranze di vita di cui godono i gatti.

 

L’INVOLUCRO

Il vincitore del premio Nobel per la Letteratura, Anatole France, tra molte altre perle
di saggezza, ha scritto: “Non conosco uomo così audace come i sogni di una donna”.
Voglio credere che lo scrittore francese sapesse pure che, da sempre, esistono uomini
così audaci da dedicarsi alla soppressione dei sogni delle donne.

A Noa, la ragazza olandese che ha lottato con tutte le forze per lasciarsi morire, era
stata sterminata senza pietà, e in più riprese, la costellazione dei sogni.  La sua lunga
notte non si é più trasformata in mattino: é rimasta immersa nella profonda oscurità,
inospitale e invivibile.
Certe ferite non guariscono, sono refrattarie alla cicatrizzazione, soprattutto in presenza della corrosiva lentezza del dolore.  Perfino la medicina dell’amore, spesso, non funziona: risulta insufficiente a ridare speranza.

“Vincere o imparare” é il titolo del libro, – il diario che la ragazza aveva scritto nel corso degli anni, e, pubblicato da poco tempo, – che mi spinge a domandarmi: con questa scelta definitiva avrà ritenuto di avere vinto o di avere imparato?
Non mi permetto il lusso di giudicare. La sua scomparsa lascia in eredità un grande interrogativo per una personale, utile, preziosa ma pure amarissima riflessione: “Una volta assassinati i pensieri, massacrati i sogni, e strappata l’anima, vale davvero la pena faticare per salvare quell’involucro chiamato corpo?”

Come molte donne, da sempre – e parecchio ne soffro – conosco l’audacia di alcuni uomini, privi di sogni, abilissimi nello spegnere la luce delle donne; ciò nonostante continuo a sperare, con tutto il mio essere, che il Cielo, lassù, ad ognuna di loro conceda in premio la luce dell’Immortalità.

Clinica Dentistica (Non é poesia)

Centesima, silente, asettica sala d’attesa.
Ennesima assistente carina, sorridente.

Dentista giovane, simpatico, aitante
amico/nemico.  Sconosciuto l’Assistente

Altro giro, altra corsa, altri biglietti
Vinco facile. Estrazioni sorprendenti!

Guarda bene é uscito proprio il mio numero
“Quattro rifatti vecchi traballanti denti”.

Anestesia, ansia. Lacrime non mi permetto.
Sciacqui, saliva rosso sangue nel fazzoletto.

Sorriso storto. Davanti l’assegno da firmare.
“E’ stata super brava!” Adesso riposo da godere.

Ghiaccio, antibiotici, pillole contro il dolore.
Alito da tramortire un toro. Ne odio il sentore.

Sto seguendo la dieta “Devi ancora soffrire”.
Benissimo!, avrei giusto sei etti da smaltire.

Rido mentre percorro il mio privato calvario.
“Non fumare!” e poi “Bugia!” scriverò sul diario.

 

 

 

 

 

Contrasti

Inganno o desiderio
colpo secco che mi stordisce
quando giro gli occhi e non vedo
annuso e non fiuto
odo e non sento, illusa
annaspo nel brivido di improbabili attese.
Sguaiate mi ronzano intorno
parole che non trovano pagine.
Sarà il periodo mi dico, sarà
l’inverno che si abbarbica alle pareti
del gelo e non vuol morire oppure
questo temporeggiante tempo anteprimavera
che riscalda ormoni prematuri
adagiati senz’anima sul fondo
di torbide pozzanghere.
Fui voce allegria curiosità sogno amore.
Piange sul lontano fruscio di corse e capriole
la malinconia dei muscoli.

Torre Airone – Via Stella del Sud

Pomeriggio cinereo
di fine maggio

Severa bellezza
di un cielo gravido
di nuvole contrariate

Vento freddo
spira furioso

Urla raffiche
nel volo colorato di
mille petali di fiori

Gocce sonore
giungono improvvise

Appesantiscono
ali di piccole
tortore strepitanti

Benedetta “Slammer” per la Giornata Mondiale della Poesia

L’articolo della giornalista Valeria Giacomello ci racconta che Benedetta Murachelli, poetessa di Peschiera Borromeo assai conosciuta e stimata, si è messa alla prova, e ha dato prova, in forza della sua sorprendente vitalità, di saper tenere testa a tutti gli altri poeti presenti giovedì 31 marzo, vincendo il Poetry Slam di San Donato. La notizia ha reso particolarmente felici e fiere le “alunne” partecipanti al suo Laboratorio di Scrittura di Pantigliate.

In merito al Poetry Slam, ho cercato di saperne di più, ed ho così scoperto che ha origini antichissime: già i Greci organizzavano questo tipo di competizione. Negli ultimi anni ha avuto un rinnovato slancio, prima in America e adesso in tutto in mondo; nel 2018, in Italia, gli eventi sono stati più di 300.

Si tratta dunque di un fenomeno davvero curioso, straordinario, che desta sorpresa. La recita avviene su un palcoscenico. I poeti concorrenti recitano i loro versi, in una vera e propria gara. Alla fine è il pubblico a decretare il vincitore.

Con l’interpretazione della poesia accade il recupero dell’oralità, forma di trasmissione culturale a me tanto cara. Ogni artista, attraverso il Poetry Slam, avendo a disposizione il corpo, la voce e tre minuti per esprimersi, è come se si esibisse in una disciplina teatrale, estremamente coinvolgente. I suoni delle parole, giocati bene, sono determinanti e superano il senso delle parole stesse, imponendo i presenti alla riflessione.

Direttamente dalla voce di Benedetta abbiamo poi saputo che la gara si era svolta in diverse manche, con lei sempre in testa. Quando ha vinto aveva “abbattuto” ben quattro giurie scelte fra il pubblico.

Con estrema bravura, la nostra attivissima poetessa, otre a scrivere di poesia, a narrarci le sue molteplici esperienze di vita, ad insegnarci ad amare la grammatica, la semantica, le metafore, le similitudine, la struttura dei grandi Poeti, e altro, sa pure recitare con spigliatezza e intraprendenza. E lo fa con la stessa naturalezza di una ragazza che scuote il sole dai capelli mentre mescola lo zucchero nella tazzina di caffè.

 

Il miele ereditato Efrain Barquero

Mio nonno era il fiume che fecondava queste terre.
Pieno d’innumerevoli mani e occhi e orecchie.
E, nello stesso tempo, cieco e taciturno come un albero.
Era la barba antica e la voce profonda della casa.
Era il seminatore e il frutto. Il ceppo rugoso.
L ‘indice del tempo e il sangue propizio.
Mio nonno era l’inverno con le mani fiorite.
Era il fiume stesso che popolava le terre.
Era la terra stessa che moriva e rinasceva.
Mia nonna era il ramo incurvato dalle nascite.
Era il volto della casa seduto in cucina.
Era l’odore del pane e della mela conservata.
Era la mano del rosmarino e la voce della preghiera.
Era la povertà dei lunghi inverni
avvolta nello zucchero come un’umile ghiottoneria.
Quindici figli mangiarono dalle sue mani miracolose;
Quindici figli dormivano col suo sonno d’aquila.
In molti nipoti e pronipoti abbiamo continuato
a passare nelle sue braccia secche.
Ma lei è sempre la mano che mescola l’acqua e la farina.
È il silenzio delle notti pieno d’uccelli addormentati.
È il braciere dell’infanzia con la focaccia che scappava.
Mio padre era quello che assomigliava di più alla terra.
Deve essere nato insieme con il frumento o il grano.
Mio padre era bruno.. e dormiva sul cavallo.
Era come il cavaliere lento della primavera.
Gli altri miei zii assomigliavano tutti agli uccelli locali.
Tutti avevano qualcosa degli alberi e delle montagne.
Alcuni erano possenti come i cavalli normanni.
Altri avevano il volto di pietra o di grano tostato.
Ma tutti ricordavano le cose prossime alla terra.
Era uno sciame turbolento che riempiva la casa.
Era una banda di pavoncelle che preannunciava la pioggia.
Erano le cesene che rubavano le ciliege.
lo nacqui quando erano già vecchi;
quando mio nonno aveva i capelli bianchi,
e la barba l’allontanava come nebbia,
io nacqui quando ardevano i falò di maggio.
E la prima cosa che ricordo è la voce del fiume e della terra.

Nonna Roma


Poesia di Monica Caprari


Sei scomparsa

passando fra le mie dita

mischiandoti con la terra

lasciandomi sola con l’inverno.

Un ultimo bacio ancora.

Poi chissà quando

e chissà  se

ci rivedremo.

Potrei coglierti con le viole

che crescono sul muro di cinta

ma la mia mano non le raggiunge

e la tua mano non trema più