Appena rientrata a casa dal Corso di Scrittura che frequenta da due anni, Marika decide di partecipare al Reading per la Festa della Donna con un racconto. Per uno spunto iniziale si affida al testo della Costituzione Italiana, rileggendo l’art. 3, che perfino sua figlia di dieci anni conosce. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, razza, lingua…et alia,” questo sarebbe un incipit davvero interessante. Le piacerebbe proporre una narrazione impegnata e al tempo stesso leggera. Non le sarà facile essendo fortemente convinta che sia scorretto classificare come “l’altra metà del cielo” l’universo femminile. Detesta questa ammuffita, anacronistica, definizione e intende reclamare la propria appartenenza alla Prima metà, quella irrinunciabile a partorire l’umanità. Mette a fuoco anche una frase della Bibbia, imparata alle elementari, che cita testualmente “maschio e femmina li creò.” La condivide, da sempre, con l’enunciato dalla tradizione rabbinica: Lilith fu la prima donna, non Eva. Lilith uscita dal fango come l’uomo, dunque uguale a lui.
Eva, lasciatisi sedurre da un serpente è dunque l’imperfetta: creata dalla costola di Adamo, sottomessa, responsabile di tutti i mali dell’umanità. Eva, deliberatamente mistificata, Mito inventato di convenienza, realtà distorta di cui tutti sanno e nessun maschio disconosce.
Lilith – di cui solo qualcuno sa e mantiene memoria – relegata al ruolo di strega e demonizzata è stata criminalmente sostituita, sin dagli albori del creato, con un’immagine femminile falsa a cui nessuna donna che si rispetta dovrebbe somigliare, né essere paragonata.
Marika è testimone di quanta ferrea volontà occorra per lottare, risvegliando la propria consapevolezza per il diritto di scegliere, decidere, piacere e compiere il proprio destino.
Nessuno ne è a conoscenza né saprà mai (eccezion fatta per sua madre che lo aveva intuito) quanto era stata offesa, umiliata, e più volte percossa dall’essere disumano di cui si era innamorata. Un uomo che non l’aveva mai compresa, apprezzata né sostenuta, che agiva costantemente nel tentativo di renderla fragile ed insicura. Lei lo aveva messo alla porta più volte. Puntualmente, come mosca che si precipita sul miele, lui si ripresentava il giorno successivo con tutta l’aria di chi le stava facendo un favore.
Stanca di sabotarsi, determinata ad evitare di percorrere l’identico calvario di sua madre (e di sua nonna), terrorizzata all’idea di non arrivare viva ai trent’anni, decise con deplorevole ritardo di uscire dal quella relazione. Sul pentagramma della propria esistenza aveva osservato con sgomento l’assenza di spazi e note e la presenza sgradita di disistima per sé stessa. Così, un bel giorno, finalmente, gettò nel cesso il Dottorato in stupidità e sopportazione.
Una felice, insperata e benedetta casualità le diede una mano. L’azienda per la quale operava le prospetto’ il trasferimento in altra città. Marika accettò senza porre condizioni, dotando di ali il suo cuore e quello della sua bambina. Con una buona dose di affanno e tormento, riuscì perfino a sfrattare lo scomodo inquilino “moroso” dal proprio appartamento, per metterlo in vendita.
La sua vita non divenne magicamente più semplice. Anzi, la paura terribile di amare, veleno di quella esperienza, portava ancora il nome di quell’uomo. Un giorno decise di partecipare ad una delle riunioni del gruppo di appoggio per “donne maltrattate”. Una volta ascoltate quelle testimonianze troppo simili alla sua, le mancò il coraggio di raccontare di essersi lasciata calpestare la dignità, congelandosi in un ruolo di crocerossina al capezzale di un amore malato.
Per la propria salute mentale, e dell’anima, scelse saggiamente di recarsi settimanalmente nello studio di una Psicologa. A distanza di circa quattro anni, grazie a quel supporto ed ai colloqui clinici, si sentì riabilitata e tornò a sorridere alla vita. Cancellate le immagini ossessive, acquistata una solida autostima, si dedicò a coltivare un giardino colorato e ben curato. Una vita di coppia autentica, serena, sana per sua figlia e per il nuovo fiore d’amore appena affacciatosi alla vita.
Oggi sa di essere una persona matura e riflessiva. Sa davvero molte cose e ritiene impossibile possa avvenire a tempi brevi un cambiamento radicale dell’universo maschile. Il potere ed il possesso sembrano essere droghe irrinunciabili e germi inestirpabili. Urge riscrivere la visione della donna che non ha avuto potere neppure su se stessa. Come l’uomo buono, intelligente, affidabile e leale che l’ha voluta nella propria vita, spera che ogni altro uomo diventi capace di comprendere, e sintonizzarsi, con il sesso femminile, imparando a manifestare le proprie emozioni; non più a mantenerle rigorosamente represse.
Da tempo lei si gira un personalissimo film dal colore rosso fuoco, in sostituzione di cortei rosa e di mimose gialle. Sogna. Sogna l’accensione di mille e più di mille falò nei quali incendiare la sagoma di Eva. Mentre sorride al pensiero di questa “luminosa” visione, che ha già condiviso con le amiche più care, dal Giornale Radio giunge una terribile notizia. In questa giornata, in Italia, sono state assassinate quattro donne. L’informazione le gela il sangue piantandosi al centro del suo petto e diffondendo il dolore nella stanza. Lascia scorrere lacrime di amarezza consapevole che non ce la può fare a scrivere un qualsiasi testo, o racconto, per l’8 marzo. Oggi, per l’ennesima volta, l’amore è stato seppellito.