Novembre: ricordi d’infanzia

“Ave Maria gratia plena Dominus tecum…”

Cominciava così il mio avvicinamento alle castagne bollite che ogni anno, il giorno di Ognissanti, si cuocevano nella mia famiglia.

Centocinquanta avemarie per poter mangiare quella prelibatezza ai miei occhi di bambina.

Io mi lamentavo per l’attesa, loro, gli adulti, invece erano molto convinti di quello che stavano facendo.

Intorno alla tavola sedevano otto persone, due famiglie: la mia e quella dei miei zii. Vivevamo insieme.

Io, bambina di circa cinque anni, seduta tra mia mamma e mia zia Anna, incominciavo a rispondere alle avemarie in latino, non so nemmeno come, ripetendo quello che sentivo dire dai grandi.

Nessuno di loro lo aveva studiato, lo avevano imparato in chiesa.

In cucina intanto, in una pentola enorme, cuocevano le castagne e il loro profumo si spargeva per tutta la casa.

Nessuno andava a controllare la pentola: la quantità di acqua e l’intensità del fuoco garantivano, insieme all’esperienza, che tutto sarebbe filato via liscio fino alla fine dei tre rosari.

Nel frattempo io, non so esattamente in quale punto, ma, da quello che ricordo, dopo circa una ventina di avemarie, crollavo sulle ginocchia di mia mamma o di mia zia e venivo risvegliata solo alla fine dell’ultimo requiem aeternam .

Allora cominciava la festa: col cucchiaino scavavo la polpa della metà castagna che mi veniva data e, assaggiandola, mi sembrava la cosa più buona del mondo: più era alta la montagnetta di gusci nel mio piatto e più ero contenta.

Da quella giornata le castagne sparivano dalla nostra tavola e non sarebbero più  ricomparse fino all’anno successivo: è così che nascono gli eventi.

 

Gabriella

Aki e Haru – racconto d’autunno

Aki scostò il pannello di legno e carta di riso per far entrare la luce del mattino.

Sporse il viso tondo e fresco come un petalo di ciliegio per osservare la prima neve cadere e perdersi  nella terra scura del pianoro antistante.

Presto sarebbe arrivato un inverno lungo e freddo.

Gli alberi sui declivi trattenevano le loro foglie colorando il paesaggio d’amaranto, carminio, miele porpora e molti altri colori ancora.

Aki azzardò qualche passo sulla veranda per annusare l’aria  che odorava di montagne.

Poi il suo sguardo abbracciò le cime. I suoi occhi avevano il colore e la forma delle mandorle che crescevano a valle,  nella prefettura di Akita.

Sorrise alla natura, e due  fossette le contornarono la piccola bocca gonfia di vita.

Improvvisamente il vento le portò lo scalpitio di cavalli.

Qualcuno sarebbe presto arrivato,  e mai nessuno si arrampicava sino al pianoro di Kyatzu.

Un artiglio d’ansia le si aggrappò al petto rendendola incapace di muoversi.

-Haru! Haru!- cercò di gridare, ma la voce le si perdeva in gola.

Il suo giovane sposo dormiva sazio nella stanza dei tatami.

-Haru! Haru!- urlò finalmente correndo dentro casa.

-Aki cosa ti succede? Hai di nuovo visto un orso?-

-Haru! Qualcuno sta arrivando- riuscì a dire la piccola Aki accasciandosi sul tatami,  ancora tiepido ed afroso .

La luce del giorno proveniva ancora da est di Kyatzu quando due messi dello Shogun Akaori scesero dai cavalli e fecero risuonare i loro passi sulle assi di faggio della veranda.

-Samurai Haru!- chiamarono gli uomini.

Aki aprì i pannelli ai messi. I suoi occhi scuri rimanevano bassi.

Inchinandosi si scostò per farli entrare.

Haru non si voltò subito e rimase a guardare la stufa sorbendo rumorosamente la calda bevanda di riso.

-Samurai Haru, abbiamo un messaggio da recapitarvi-

Haru finalmente si girò lentamente prendendosi il tempo di osservare i due uomini coperti di pellicce.

Tese la mano per prendere il rotolo che gli veniva offerto dai due messi inginocchiati.

Poi tornò a guardare la stufa e gli uomini lasciarono la soglia di casa porgendo un ultimo inchino.

-Aki, devo partire. Lo shogun mi ha convocato per difendere le terre di Kyushu da un feroce nemico. Il suo nome è Kublai Kahn. Viene dal mare e tra pochi giorni toccherà le nostre coste. Dovrò essere lì per  tempo e partire oggi stesso-

Aki  rimase in silenzio, mentre i suoi occhi seguivano le nodosità del pavimento come se cercassero pezzi di Shogi(1)  sparpagliato ovunque.

Haru le prese le mani e la condusse fuori.

-Aki- disse – guarda questo ciliegio. Oggi le sue foglie sono d’oro. presto cadranno.

Ne colgo due. Una la terrò qui ben riposta nel mio petto,l’altra la conserverai tu.

Queste due foglie non cadranno a terra, e la mia promessa, amata moglie, è di tornare da prima che le nuove gemme di questo ciliegio vedano il mondo.-

Aki guardò il ciliegio poi alzò lo sguardo verso le montagne e,  tra gli alberi,  vide l’orso fermarsi ad osservare  loro due fermi mano nella mano..

(1) antico gioco giapponese simile agli scacchi

 

 

Alla mamma

In un angolo della cucina, mamma,

Ti rivedo, mentre lavi le stoviglie di una vita

E contenute lacrime scendono sulle tue dita.

Perché la tua anima dolce è

Così ferita?

Sono io la ragione dei tuoi affanni?

O ti inquieta l’avanzar degli anni?

Sempre ho gridato che son felice,

Felice d’esser nata…

Io sono così come sono

E per questa sofferenza, mi spiace,

Son qui a chiederti perdono.

Ora nel mio nido, con una creatura in grembo,

Sento più che mai lo scandir del tempo.

A me tanto caro è il ricordo del tuo amore

E dei tuoi cibi, misti e antichi,

tanto saporiti,

Che ancora inebriano i miei sensi.

Foglie di fantasia

Oggi, passeggiando lungo i viali alberati del paese, non ho resistito alla tentazione di raccogliere dal terreno qualche foglia d’autunno:  poche, per la verità e bagnate, sporche e quasi sfaldate dalla pioggia caduta incessantemente. Da tempo desideravo fortemente riuscire a scrivere su questi organi vegetali una frase, un saluto, un pensiero poetico; poi, avrei fatto una sorpresa donandole, o abbandonandole in luoghi  quali: l’ingresso del palazzo, le panchine, il bancone della biblioteca e, perchè no?, la sala d’attesa del dentista.

Con estrema delicatezza, quasi cullandole, mi sono portata a casa queste creature: le ho asciugate, ripulite con molta cura, stando sempre attenta che non mi si accartocciassero tra le dita.   Dall’angolo giochi destinato ai nipoti, e pure a me, ho sfilato astucci contenenti un’infinità di penne biro, matite e pennarelli. Usando proprio questi ultimi ho tentato di vergare la foglia più rovinata, fallendo l’esperimento; con l’uso di una penna biro invece sono riuscita nella fantastica impresa, ma limitatamente a quattro foglie.  Nella mia insanabile presunzione, supportata anche da una recente, indesiderata, sbadataggine, ho vissuto uno scarto del battito cardiaco: momenti carichi di pura gioia, incredulità.  La “mia” piccola opera si presentava ben riuscita, originalissima, praticamente una “meraviglia”.

Mi apprestavo ad imbandire la tavola per i festeggiamenti, con un sottofondo musicale fin troppo allegro, quand’ecco che venivo trafitta in modo umiliante, inatteso e inopportuno dalle immagini della Sibilla Cumana proiettate da un angolo remoto della mente. In gioventù avevo letto molto di questa donna famosa e misteriosa, rimanendo affascinata dalla sua storia, o leggenda?

Dopo lo smacco lacerante subito, con conseguente abbassamento di autostima, sono stata costretta a fare indietreggiare questa nonna creativa, esuberante e volonterosa per onorare la Sibilla di Cuma,  Somma sacerdotessa, oracolo del dio del sole Apollo, e di Ecate dea della luna.  Era lei la donna prescelta dagli dei a cui, in tempi antichissimi, era stato fatto dono di esercitare facoltà e potere di profetare in modo, più o meno enigmatico e alquanto oscuro, predicendo l’avvenire. Era lei che usava trascrivere i vaticini proprio sulle foglie degli alberi, disperdendole e sparpagliandole poi nell’aria.    Al fine di poter leggere ed interpretare il suo responso bisognava pazientemente raccoglierle insieme, ma, dal momento che il linguaggio degli oracoli non è comune al nostro, non si preoccupava di porre spazio o punteggiatura alcuna tra un vocabolo e l’altro: quindi ogni risposta doveva essere pazientemente, faticosamente e opportunamente decifrata.

Tra molti altri volumi, da qualche parte nell’appartamento in cui vivo, sospetto si nasconda un libriccino, forse in pessime condizioni, contenente un “Metodo” corredato da numerose tabelle di frammenti di responsi, tutti da interpretare, per interrogare la Sibilla Cumana.

Ecco, ora mi servirebbe proprio quel libriccino. Devo andare a scovarlo, non certo con l’intenzione di consultarlo quanto per seppellire al suo interno la mia creazione: quattro delicate foglie autunnali, fantasiose e tutt’altro che sibilline.

 

P.S. Nell’album-foto del cellulare, ad uso conforto personalissimo, ne ho archiviato il ricordo.

4 ottobre 2019

IL MIO GRUPPO DI LETTURA

Il mio gruppo di lettura è un infante: è stato fondato solo un anno fa. All’inizio eravamo in tanti, più di una dozzina, e ci riunivamo sul soppalco della biblioteca comunale. Ora alle riunioni mensili ci troviamo quasi sempre in 4 o 5 e la biblioteca ci è preclusa: abbiamo la possibilità di usufruire di un centro ricreativo esterno, ma a noi piacerebbe essere circondate dai nostri amati libri.

Siamo tutte donne, lo siamo state praticamente fin dall’inizio, quando i pochissimi uomini presenti ai primi due incontri non si sono più ripresentati, forse per autoselezione – e non è necessariamente un male.

 

Gli appuntamenti iniziali erano vivaci ed effervescenti: molte persone e tutte volevano dire la loro, tanto che ci faceva comodo il prezioso contributo di alcune moderatrici venute da un gruppo di lettura vicino per aiutarci e guidarci nella scelta dei titoli. Dopo alcuni incontri però il nostro gruppo di lettura ha cominciato a muovere i primi passi sulle proprie gambe e le moderatrici, a causa anche dei mille impegni propri, non hanno più partecipato, pur seguendoci da vicino tramite il gruppo Whatsapp subito creato per tenerci in contatto su tutto ciò che ruota attorno alla lettura.

 

Ci incontriamo una volta al mese alle 21 per confrontarci sul libro, stabilito durante l’incontro precedente, che tutte abbiamo letto nel corso del mese. In genere tutti portano la propria copia del libro, spesso e volentieri qualcuno legge dei passaggi che l’hanno particolarmente colpita e ciascuno commenta liberamente. La fondatrice del gruppo fa da moderatrice. Ultimamente ci troviamo spesso in soli 4 o 5, ciò che toglie vivacità e pluralità alla dinamica del gruppo.

 

Altri gruppi di lettura si organizzano diversamente: per qualche anno ho fatto parte di un gruppo di lettura nel quale ognuno sceglieva liberamente le proprie letture e poi le presentava agli altri partecipanti.

 

Mi provoca sempre un moto di commozione vedere come la fondatrice del gruppo di lettura si cura anche degli aspetti materiali dei nostri incontri: non c’è stata volta che non ci abbia allietato, consolato, incoraggiato con i suoi deliziosi baci di dama (i miei biscotti preferiti, per la leggiadria del nome e per il gusto nocciolato!) di una marca introvabile, sempre posizionati troppo vicino a me, tanto da non riuscire a frenare la mia golosità e finire per spazzolarne almeno la metà; non fa mai mancare bottigliette di plastica con l’acqua e bicchieri (anche se mi piacerebbe che ci orientassimo, col contributo fattivo di tutti, verso una scelta più ecologica, per esempio portando ciascuno la propria tazza e le bottiglie di vetro) .

 

La mia visita autonoma al Festival della letteratura di Mantova di quest’anno mi ha galvanizzato, rattristandomi contemporaneamente per il fatto di viverla da sola. Per l’anno prossimo, mi ripropongo di mettere a disposizione del mio gruppo le mie capacità organizzative per visitarlo assieme. Mi piacerebbe che la profonda emozione che mi ha assalito assistendo, per esempio, alle letture dei Diari di Virginia Woolf sulla Panchina Letteraria fosse condivisa e “portasse semenza”: sono sicura che se partecipassimo in gruppo ne scaturirebbe qualche idea costruttiva.

Anche le conferenze sono state molto interessanti e avrebbero potuto aprire la strada a nuove direzioni di lettura.

 

Cose che ho osservato in altri gruppi di lettura e che mi piacerebbe fare con il mio: letture ad alta voce su temi scelti, colazioni letterarie, libro parlato (donatori di voce), visita di eventi letterari (reading, presentazioni di libri, festival della letteratura di Mantova,conferenze su autori, visite guidate anche auto-organizzate a dimore di autori, riflessioni su citazioni, giochi letterari, letture drammatizzate, viaggi all’estero a tema letterario, ecc.).

 

Anche se il nostro gruppo di lettura è ancora in fasce, a volte transitoriamente in… fase di dentizione, ritengo che sia un importante contributo all’offerta culturale di un piccolo paese: grandi cose possono scaturire da piccole iniziative, come insegna il successo della colazione letteraria presso la biblioteca di Casalmaiocco.

Molti cittadini spesso non partecipano agli eventi per pigrizia, a causa di orari scomodi o perché isolati, ma sono confortati dal fatto di sapere che esistono. Ben triste sarebbe, secondo me, la vita in un paese senza la vivacità apportata da un gruppo di lettura vitale e affiatato.

LA COPPIA

La coppia si teneva su a vicenda.

84 anni lui, 75 lei, e a conoscerli bene ci si rendeva conto che era un miracolo che fossero riusciti a farcela così a lungo.

Lei era nata in Basilicata, da una famiglia di contadini. Erano 7 fratelli. I genitori occasionalmente affrontavano il viaggio a piedi dalla Basilicata alla Puglia per cercare lavoro lasciando i 7 figli a casa da soli.

A 9 anni, la madre prese in disparte la bambina e le disse: “Tu ormai sei andata a scuola, hai fatto la prima e la seconda elementare, adesso basta studiare, devi portare soldi a casa”. Fu così che la bambina venne mandata a servizio a Roma a fare la serva in casa di un giornalista romano e della sua compagna. La bambina doveva anche pulire a casa della madre del giornalista. Fu lì che un giorno sparì del denaro. Venne incolpata la bambina. Lei ebbe un bel negare, venne comunque massacrata di botte, pestata a sangue. Non ebbe mai il coraggio di confessare questo episodio, nemmeno ai propri genitori, che in ogni caso non avrebbero potuto fare nulla perché lontani e perché in disperato stato di necessità. Più tardi, da adulta, non riuscì mai a parlarne nemmeno ai propri figli.

 

Successivamente a Roma la bambina venne raggiunta dai fratelli, poi un po’ per volta si trasferirono tutti al nord. Cominciò uno che si trasferì a Riozzo, poi la bambina lo raggiunse e trovò lavoro in una fabbrica di materie plastiche. Più tardi si sistemarono al quartiere Madonnina di Dresano, dove la bambina, ormai divenuta una ragazza, conobbe il futuro marito, con cui nel giro di un anno si sposò . A 19 anni nasceva la sua prima figlia.

 

QUANDO CADDE IL MURO DI BERLINO

Nel 1989 avevo 18 anni e frequentavo la quarta liceo scientifico, studiavo Kant, Hegel e Marx.

Quando cadde il muro ricordo che ero davanti alla televisione in soggiorno con i miei genitori e mi resi perfettamente conto che stavo assistendo a un evento epocale. Mi salì un groppo in gola, come tutte le volte da allora quando rievoco questo evento.

Successivamente, quando studiavo alla scuola interpreti, ogni volta che in cabina veniva letto un pezzo sulla caduta del muro e noi dovevamo tradurlo, le parole mi si spezzavano, riuscivo a stento a mantenere una voce udibile.

Anche se la mia famiglia non era direttamente coinvolta, mi sentivo parte di quella nazione che per tanti anni aveva subito questa frattura e viveva con questo dolore di separazione e quindi la gioia era tanta, l’incredulità prevaleva, e anche l’apprensione per il futuro: se la Germania sarebbe stata in grado di fare fronte all’impegno enorme che il processo di riunificazione implicava.

Mia mamma, che in fondo avrebbe dovuto esserne colpita molto più di me, in realtà non dava mostra di esserne particolarmente commossa o colpita in qualche modo. Probabilmente le chiesi anche quali erano le sue emozioni, le sue reazioni, ma non mi ricordo quale fu la risposta.

Oggi, quando penso a quel momento storico, il sentimento prevalente è di grande ammirazione per la Germania, per la competenza con cui ha affrontato tutte le necessità burocratiche, pratiche, di integrazione, di riappacificazione con un passato molto difficile. Certamente, permangono ancora dei problemi. Larga parte della popolazione della ex-Germania est non ha un reddito equivalente a quello della Germania ovest, ci sono preoccupanti fermenti di estremismo di destra, la popolazione ancora soffre di una specie di complesso di inferiorità, ma in generale la nazione è unita e si sente parte di un’unica nazione, che per me è un enorme traguardo.

Una delle cose che ricordo con maggior sgomento e ammirazione è il fatto che, quando crollò il muro, nel giro di pochissimi giorni, il governo federale istituì il Begrüβungsgeld (denaro di benvenuto), una piccola somma a cui tutti i tedeschi dell’ex-Germania est avevano diritto all’arrivo in occidente per superare il divario del potere di acquisto delle due diverse valute tedesche. Pur essendo giovane mi rendevo conto dell’enorme sforzo economico che questo segno concreto di aiuto, di buona volontà, di riappacificazione significava. E ancora una volta era la riprova che la Germania era una grande nazione, ben piantata coi piedi per terra.

OGGI CAMBIO STRADA

Quante volte nella mia vita ho pensato : non posso andare avanti così, devo cambiare! Quante volte sono tornata indietro non riuscendo….ma in questo momento della mia storia si impone fare un passo nuovo. Da sola però non ce la posso fare e allora mi farò aiutare molto concretamente. Ormai ho deciso e non voglio avere ripensamenti
Lo devo a me stessa, ai miei figli, ai miei amici e forse in primis al Signore che mi ha chiamata alla vita. Immagino che leggendo vi chiediate: ma cosa deve cambiare Carla? Per il rapporto libero che sento esserci fra d noi voglio spiegarmi. Da molti molti anni soffro d un disturbo alimentare che mi ha resa più vulnerabile, piuttosto depressa e che ha delle pesanti ripercussioni anche sul mio fisico
Il passo che ho deciso d fare non sarà facile ma ce la metterò tutta. Sì tratta d un ricovero d circa un mese in una struttura che si occupa di rieducazione nutrizionale e riabilitazione motoria.
Avrò bisogno del sostegno d tutti, anche del vostro. Grazie
Carla

Quella panchina rossa

Mi chiamo Sofia e oggi compio 50 anni.
Per essere più precisa, mi chiamavo Sofia e oggi avrei compiuto 50 anni se mio marito, 20 anni fa, non mi avesse uccisa.
L’uomo che aveva giurato davanti a Dio e agli uomini di amarmi, onorarmi e rispettarmi sempre, nella buona e nella cattiva sorte, mi ha strappata alla vita e a nostro figlio di soli 5 anni in quello che, dai giornalisti dell’epoca, fu descritto come un delitto passionale, frutto del raptus di un uomo che non voleva rinunciare alla donna che amava.
A me non fu possibile parlare e raccontare la mia versione dei fatti: non avevo più una voce per farlo, mi si era strozzata in gola insieme all’ultimo respiro che ho esalato. Avevo appena compiuto 30 anni e avrei voluto vivere con tutte le mie forze, vedere crescere mio figlio Luca proteggendolo con tutto l’amore di cui una madre è capace, quell’amore che mi aveva fatto trovare il coraggio e la forza di scappare da un marito violento.
All’inizio lui era sembrato diverso, anche se a mia madre non era mai veramente piaciuto. Lo aveva annusato, con l’istinto di una chioccia che difende i suoi pulcini. «Ha gli occhi brutti, non è sincero», mi aveva ammonita. Ma io avevo poco più di 20 anni e me ne ero innamorata con l’irruenza della mia età.
Di lui mi erano subito piaciute le mani. Forti, grandi, mani da lavoratore. Me le immaginavo ad accarezzarmi il volto, a stringermi a sé in un abbraccio. Mani in grado di proteggermi, di farmi sentire a casa.
Mai avrei potuto immaginare, nemmeno nei miei peggiori incubi, che quelle mani invece si sarebbero strette, strette, strette attorno al mio collo fino a soffocarmi.
Lui era più grande di me, un uomo fatto. Proprio quello che cercavo, essendo rimasta orfana di padre da bambina.
I primi tempi del matrimonio furono abbastanza felici, nonostante lui si fosse rivelato gelosissimo e possessivo. Io avevo occhi e cuore solo per lui, eppure non gli bastavo mai.
Non cucinavo bene, non sapevo tenere pulita la casa a dovere, non ero una vera donna neanche a letto. Di mandarmi a lavorare non se ne parlava neanche, nonostante il mio diploma. «A te ci penso io perché io sono l’uomo. Tu fuori di casa ci esci solo con me», affermava con convinzione. Forse era geloso anche della mia istruzione, lui che non aveva finito le superiori per andare subito a lavorare. «Le donne non devono riempirsi la testa di sciocchezze, altrimenti finiscono come te, una buona a nulla», mi ripeteva di continuo come un mantra al quale, alla fine, anch’io ho cominciato a credere.
Non mi accorgevo neanche che ogni giorno mi spegnevo un poco di più. Poi finalmente rimasi incinta e la mia vita cambiò: quando mi misero in braccio Luca, il mio bambino bello e perfetto, tutto acquistò finalmente un senso.
Così mio marito ebbe una ragione in più per dispiacersi di me. Non ricordo se cominciò prima a picchiarmi e poi a bere ma ricordo bene entrambe le cose: le sue guance rosse di vino e le mie nere di lividi.
Quando mi picchiava cercavo di farmi piccola, di non fare rumore per non svegliare Luca e non farlo assistere alla scena. Poi le sberle non bastarono più e cominciarono le botte cattive, a calci e pugni e a ricoveri in pronto soccorso con le ossa rotte.
Io non lo denunciavo. Avevo paura. «Vuoi lasciarmi? Il bambino resterà con me, lo crescerò come un uomo», mi minacciava mio marito, e io gli credevo. Cosa avrebbe potuto fare da sola una nullità come me?
Poi, quando Luca stava per compiere 5 anni, la svolta che segnò per sempre le nostre vite: mio maritò alzò le mani anche su di lui. «Viziato e pusillanime come tua madre, ti insegno io l’educazione!». Urlava e picchiava il mio bambino, poi anche me perché cercavo di difenderlo. Quando finalmente crollò sul letto a smaltire la sbornia e il cattivo umore, ebbi il tempo sufficiente per radunare poche cose in una valigia e scappare insieme a mio figlio.
Ci rifugiammo da mia madre che ci accolse a braccia aperte. A casa sua cominciò la mia seconda vita, bella ed entusiasmante ma purtroppo così breve!
Durò qualche mese, il tempo per rivolgermi a un centro antiviolenza per ricevere aiuto, denunciare mio marito e iniziare le pratiche per la separazione.
La sera del mio omicidio, avevo da poco compiuto 30 anni, stavo tornando a casa dal mio primo giorno di lavoro. Ero inebriata di felicità: avevo trovato un buon impiego, ero in grado di pensare a me e a Luca e rifarmi una vita. Il futuro era pieno di promesse. Per quello forse non ho notato l’ombra nera proprio dietro di me. Era mio marito che mi aveva seguita fin sotto casa. Il tempo di aprire il portone e me lo sono trovato addosso.
Io sono sicura di avere lottato con tutte le mie forze. Ho urlato, ho scalciato, ho graffiato. Nessuno, nessuno nel palazzo ci ha sentiti. Nessuno è corso in mio aiuto. Mia madre era fuori con mio figlio, almeno loro non hanno dovuto assistere al mio omicidio.
Quanto dolore ho patito! Ogni istante che è passato mentre la vita mi lasciava è stato duro e cattivo come una coltellata. Poi il pensiero di Luca, io volevo vederlo crescere, volevo stare con lui! Non potevo morire, non potevo. Quanto ho lottato!
Poi improvvisamente il dolore è cessato. È stato come se l’androne buio si riempisse di luce e io, dall’alto, potevo osservare la scena. Un uomo ansimante curvo su un corpo di donna. Un manichino senza vita, con il collo spezzato.
Con orrore, mi resi conto che quel corpo era il mio. Ero morta! Finito il dolore, cominciò l’odio. Un odio profondo, un rancore senza fine che mi accompagnò ogni giorno mentre vagavo nella mia valle oscura.
Passarono quelli che per voi viventi furono anni, per me furono solo un tempo indefinito, senza notte o giorno. Non abbandonai mai mio figlio. Lo vidi diventare grande grazie a mia madre, quella donna coraggio che, dopo aver cresciuto da sola una figlia, crebbe da sola anche il suo nipote.
Mio marito lo mandarono in galera per scontare una pena irrisoria. Sarà stato anche tutto il male che gli ho augurato, fortunatamente un giorno il suo cuore ha smesso di battere dopo l’ennesima bevuta eccessiva. Non l’ho mai incontrato qui nel mio mondo di ombre, spero che sia andato direttamente all’inferno.
Un giorno, seguii mia madre e mio figlio, ormai adolescente, fino alla piazza principale del nostro paese. Avevano il vestito delle occasioni importanti e il volto serio. Si tenevano per mano, chissà se potevano sentire che anche la mia stringeva la loro.
In piazza s’era radunata molta gente. Erano tutti lì per inaugurare una panchina, un simbolo contro la violenza alle donne, rossa come il sangue innocente da loro versato.
Dopo il sindaco prese la parola mio figlio. Il mio Luca, quanto mi ha saputo rendere orgogliosa! Ha parlato di me, della sua mamma strappata alla vita a soli 30 anni, uccisa da un mostro. Mentre non sapeva trattenere le lacrime ringraziava per quella panchina, perché tutta la città mi avrebbe ricordato per sempre insieme a lui.
È passato del tempo da quel giorno e arriviamo a oggi, il giorno in cui avrei compiuto 50 anni, il giorno in cui ho ritrovato la voce per raccontarvi la mia storia.
Ho seguito ancora mio figlio, che questa volta teneva per mano una ragazza giovane, fino alla panchina rossa. Si sono seduti che ancora si tenevano per mano e lui le ha raccontato di me. «Ho ereditato il sangue da mio padre – le ha spiegato – ma il cuore no, quello l’ho preso da mia madre. Oggi ti ho portato sulla panchina rossa a lei dedicata per prometterti che, se accetterai di sposarmi, ti rispetterò come donna, come moglie e come amica e, un giorno, anche come madre dei nostri figli. Te lo giuro sul sangue versato dalla mia mamma».
Mentre lei gli diceva di sì, e si abbracciavano piangendo, qualcosa dentro di me si è sciolto e mi sono sentita finalmente libera. Mio figlio era al sicuro, la sua futura moglie era al sicuro, i loro figli sarebbero stati al sicuro. Per me era arrivato il tempo di abbandonare l’odio e il dolore.
Un ultimo sguardo verso i miei cari, un ultimo pensiero. Ora è tempo di andare verso la luce.

Solitudine

Non c’è più una coltre che mi riscaldi,
Non c’è più la tempra che io ricordi.
L’assenza di parole costruisce il muro dell’imperturbabilità… e il mio cuore piange e piange.