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La vita come il fuoco

Alberto sedeva elegantemente sulla poltrona di seta, souvenir di qualche viaggio di sua madre, la Contessa. La donna aveva almeno una mezza dozzina di cognomi, ma per tutti, era semplicemente la Contessa Madre. Anche per Alberto.
Di fronte a lui, Morando, l’amico di sempre: nobile, ricco, vizioso, dedito all’ozio e all’arte della conversazione salace. Se ne stava annoiato, steso sul canapè di pregiata fattura, sul quale pare che Lincoln sognò le premesse del XIII emendamento: l’abolizione della schiavitù.
Alberto si alzò per rintuzzare il fuoco. Nel grande camino si levarono faville come lucciole rosse deliranti. Dalla legnaia in argento prese un ciocco e lo gettò sulle braci producendo altri barbagli e un suono sordo e stridente di tizzoni smossi. Come affamato, il camino prese ad ardere con schiocchi riconoscenti.
Morando rivolse lo sguardo velato dall’oppio all’amico: «Mio caro Alberto, non pensi che la vita sia come il fuoco. Occorre sempre alimentare le giornate con fiamme. Grandi fiammate, altrimenti ti spegni. E presto diventi cenere».
Alberto prese qualche secondo prima di rispondere. Tornò a sedersi sulla poltrona sollevando leggermente i pantaloni di vigogna per accavallare le gambe.
«Piuttosto mi chiedo se sia meglio una vita, un fuoco, che bruci costantemente. Se pensi che siano le fiamme a dare calore, allora rischi di fare solo falò di saggine che crolleranno senza nemmeno scaldare. Non è forse meglio un buon ceppo, pesante e secco, che lentamente si consumi in un quieto calore?».
Morando si ravviò il ciuffo riccio che gli cadeva su un occhio. «È per questo che hai deciso di prendere moglie la prossima primavera?», gli chiese con un tono sarcastico.
Alberto incrociò le mani afferrandosi le ginocchia. Era per quello?, si chiese. Il suo matrimonio era combinato dalle famiglie. Non aveva ancora conosciuto la futura sposa. Lo avrebbe fatto quella sera stessa. Nel grande salone fervevano i preparativi per la cena di gala e danze a seguire.
«Lo spero tanto», rispose Alberto più a se stesso che non all’amico.
Improvvisamente, udirono un rumore d’auto. Lo stridore dei freni e lo sbattere di portiere incuriosì i due amici.
Le voci dei domestici si sovrapposero a quella della Contessa Madre, la quale, dopo qualche istante, aprì le porte della stanza del camino, tossicchiando per l’intrusione.
I ragazzi si girarono e videro la donna con le guance paonazze e gli occhi in fiamme. Dietro di lei s’intravvedeva una figura esile. Se non fosse stato per i lunghi capelli neri, si sarebbe detto che fosse un ragazzino. Era invece una donna, vestita da cavallerizza, con giacca, pantaloni e cappello in tweed.
«Alberto, mio caro, ho il piacere di presentarti la marchesina del Brenno degli Infant…».
La ragazza si fece avanti. Ringraziò la donna con un inchino che aveva qualcosa di voluttuoso e sarcastico al tempo stesso.
Alberto e Morando rimasero a fissare come statue colei che sarebbe stata la futura sposa.
Non era solo la bellezza che rendeva quella donna speciale. Erano piuttosto i suoi occhi, vivi, sfrontati, divertiti. E le fossette. Due fossette sulle guance che delimitavano un sorriso aperto, franco.
«Cecilia», si presentò avanzando nella stanza con movenze sinuose. Lo faceva apposta, si capiva. La Contessa Madre era così scandalizzata dall’esser prossima a una crisi isterica.
Alberto si alzò all’istante per protendere la mano. Quando strinse quella piccola di Cecilia, percepì una lieve scossa. Morando si era messo seduto senza staccare gli occhi dalla ragazza.
«Contessa Madre, può lasciarci soli qualche minuto?», chiese Alberto sperando che uscisse di scena per darsi una calmata.
«D’accord mon cher, a bientôt petit marquise. Le diner sera servi d’ici dans un peu plus d’une heure». Faceva sempre così la contessa madre. Se qualcosa la turbava, usava il francese.
E certo, una futura nuora che si presentava sola, in largo anticipo e senza abito da sera era quantomeno disdicevole. La Contessa Madre girò impettita lasciando che il domestico richiudesse le porte.
«Cecilia, permettetemi di presentarvi Morando, mio caro amico e fine intellettuale». Cecilia si sfilò i guanti. Alberto nemmeno si era reso conto di aver stretto una mano guantata.
Morando fece per alzarsi dal canapè ma Cecilia lo bloccò con un gesto assai elegante.
«Oh, rimani pure seduto. Mi tratterrò pochi istanti», disse Cecilia dirigendosi verso il camino e continuando a parlare rivolgendo loro la schiena: «Alberto, sono arrivata in anticipo per farti una domanda, una sola. Poi ripartirò e forse, in base alla risposta, tornerò per la soiree».
I due erano divertiti e paralizzati al tempo stesso.
Un’amazzone bellissima era piombata nelle loro vite rompendo qualsiasi schema del bon ton aristocratico.
«Non mi resta che tentare la sorte, Cecilia», rispose Alberto guardandola con un ardore che superava le fiamme del camino».
Cecilia si appoggiò alla trave e senza staccare gli occhi dal fuoco chiese: «Supponiamo che la vita sia come questo fuoco, tu come vorresti ardesse?».
Alberto rimase perplesso. Si chiese se la sua affermazione di prima fosse quella appropriata. Pensò di no, che non lo fosse.
E nemmeno quella di Morando lo era.
Rispose dopo qualche secondo: «Divampante e ardente di mattino, fiammeggiante e vivace nel pomeriggio, quieto e struggente la sera».
Cecilia sorrise. Alberto avrebbe voluto prendere quel viso tra le mani e baciare le due fossette.
«Tornerai?», le chiese come inebetito.
Cecilia si rimise i guanti senza smettere di sorridere. Si voltò e uscì dalla stanza salutando con un silenzioso cenno del capo. Il cuore di Alberto la seguì.
Quando la cena era ormai servita, Alberto avvilito, la Contessa madre inviperita e Morando contento, i domestici richiamarono l’attenzione per le presentazioni dei nuovi arrivati: «Il Marchese e la Marchesa del Brenno degli Infanti e loro figlia, la Marchesina».
Cecilia pareva splendere.
Alberto si alzò di scatto facendo cadere la sedia. Sentì che il suo cuore era tornato.

Canto di mondine

Giovani donne

chine sul confine

tra acqua e terra,

tra cielo e inferno.

Scacciano cantando

l’ardore del sole sulle membra

il fastidio degli insetti

i crampi alle caviglie

il dolore di una schiena curva

Le loro voci innalzano

il ceto di appartenenza

l’unità di classe

la fierezza del lavoro

che unisce e mai divide

come acqua benedetta

Nero è il fiume

Maria stava lavando i panni nel torrente che scendeva impetuoso dalle colline per poi allargarsi giù a valle dove avevano sistemato i sassi per strofinare la biancheria e batterla.

A Maria piaceva fare la lavandaia. Quasi tutte le sue amiche preferivano andare nei campi a fare le mondine.

A Maria, piacevano gli odori e i rumori che sentiva mentre lavorava. Si divertiva ad attribuirgli colori, come se lei stessa appartenesse a un quadro.

Sapone di Marsiglia? Bianco

Erba schiacciata? Verde

Narcisi in fiore? Giallo

Vento che asciuga i panni? Azzurro

Pietra bagnata? Grigio.

Maria era giovane, forte e bella. Promessa sposa, anche se lei mica ci pensava al matrimonio.

Quel giorno d’inverno, Maria aveva le mani rosse e screpolate dal freddo. Faceva fatica a sbattere i panni, ma lo stesso, si distraeva con i colori. Il cielo aveva tonalità antracite e prometteva neve, quella grossa.

Avrebbe steso i panni in casa, in solaio. Suo padre aveva sistemato una stufa ricavata da vecchi mattoni delle case distrutte dalla guerra. Guerra? Marrone scuro, si diceva Maria, come le camicie dei tedeschi che si vedono sempre più di frequente in paese.

Lei non ci capiva nulla della guerra. Fascisti, nazisti, alleati, le sembravano figure distanti, come i rombi degli aerei che spesso passavano nelle notti.

Improvvisamente il vento condusse a Maria un rumore di passi, cauti, attenti a non spaventare.

«Come ti chiami?», le chiese una voce maschile. Maria pensò al colore del suono. Rosso. Come quello che si affacciava sul suo volto.

Si girò di scatto senza lasciare il panno che stava lavando.

Di fronte a lei, in piedi, un ragazzo magro ma bellissimo. Non vestiva divise e portava un fucile appeso alla spalla.

«Ciao Maria», il ragazzo si sedette a fianco, il fucile in grembo, «hai da mangiare?».

Forse il tono di voce, forse quel sorriso così aperto, forse quegli occhi grigi come il cielo, Maria si sentì subito a proprio agio.

«Non ora, domani se vuoi. Tu come ti chiami?».

«Pietro, nome di battaglia. Sono un partigiano».

Maria tacque e si concentrò sul bucato.

Pietro rimase a guardarla mentre lavorava. Ogni tanto le parlava. Raccontava storie di guerra e Maria pensava che Pietro se le inventasse per fare colpo su di lei. Questo le piaceva. Come alcune parole, tipo ideali. Ideali? Maria se li immaginava di tutti i colori, come l’arcobaleno.

Sapeva che dai monti, ogni tanto, scendeva qualche partigiano. «Non immischiatevi», aveva tuonato suo padre, rivolgendosi soprattutto al figlio maggiore, benché più piccolo di Maria, «la nostra guerra dobbiamo combatterla per avere da mangiare e da dormire. I padroni non gradiscono la politica, soprattutto quella dei partigiani. Se ci cacciano dalla cascina, hai voglia a riempirti la pancia con gli ideali. Testa piena e pancia vuota!».

Il giorno dopo Maria tornò al fiume. Pietro arrivò dopo un po’ di tempo.

Maria allungò al ragazzo il pezzo di pane che si era portata. Pietro ne prese una parte e il resto lo infilò nel tascapane: «Per i compagni», le disse.

Da quella volta, Pietro arrivava sempre al fiume dopo di lei e parlava, parlava, parlava.

La primavera sembrava affacciarsi anzitempo. Le piogge rendevano tutto più difficile. Maria cercava ogni scusa per andare giù al torrente. E ancora, Pietro arrivava sempre.

Un giorno le prese la mano. Maria ne ebbe vergogna. La pelle era screpolata e ruvida. Le mani di Pietro erano calde e morbide. Si capiva che era di buona famiglia, forse ricco, addirittura.

Un giorno si baciarono. I baci divennero sempre più carichi di desiderio.

Quando fecero l’amore, la primavera aveva stanato le prime margherite. Alcuni iris si allungavano lungo le sponde del fiume.

Maria tornò a casa ebbra, ubriaca di tanto amore, tanta passione. Pietro era stato molto dolce, dolce e impetuoso al tempo stesso, proprio come il torrente dove lavava i panni.

Nella notte si sentirono gli aerei volare. Di solito passavano per bombardare in città. Quella notte no. Le bombe cadevano fischiando non lontano dalla cascina. Tutti scesero nelle cantine per ripararsi. In lontananza, arrivavano anche echi di spari.

Il giorno dopo, il sole splendeva come sempre, ignaro della guerra.

Maria corse al fiume preoccupata per Pietro.

Lo vide in lontananza. Era arrivato prima.

Stava seduto contro un albero, il capo chino su un lato.

Dorme, pensò Maria, poi urlò: «Stupido! Dormi con i piedi dentro l’acqua?».

Pietro non rispose. Non poteva e non l’avrebbe mai più fatto.

Era stato ferito nell’imboscata. I fascisti o forse i nazisti, che stavano indietreggiando.

Maria si avvicinò e vide il sangue. Tanto sangue. Era sceso lungo l’erba colando verso il fiume. Si era rappreso, formando un rivolo scuro.

Prima che le gambe la facessero crollare in ginocchio lasciandola senza più colori nella testa, Maria pensò Fiume nero.

 

Maifreda da Pirovano. La Papessa.

Abbazia di Mirasole,  febbraio 1300.

 

Frate Candido correva alzando ora le mani, ora l’orlo del saio per non inciampare.

Nei corridoi rimbombavano lo scalpiccio dei suoi sandali e l’ansimare del suo fiato che gli spegneva la voce in gola.

Quando si fermò davanti alla porta dell’Abate, deglutì per recuperare la lucidità. Per un attimo, alzò lo sguardo al cielo recitando le prime quattro strofe del Pater Noster. Lo faceva sempre quando chiedeva l’aiuto di Dio.

Bussò alla porta e rimase in attesa. Una voce chiara e ferma lo invitò a entrare.

«Magister», esordì Fra Candido saltando ogni preambolo canonico, «l’acqua!».

Il giovane Abate rimase fermo, in piedi davanti alla sua scrivania. Attendeva che il monaco si riprendesse. Era evidentemente in preda all’ansia.

Passò qualche secondo, poi Fra Candido disse ancora: «L’acqua dei pozzi!», interrompendosi subito dopo.

Il giovane Abate lo esortò: «Ebbene?».

«Avvelenata! Qualcuno ha gettato pezzi di carogna in ognuno di essi!».

Sul viso dell’Abate si disegnò un’espressione profonda, lo sguardo di chi cerca prima le domande, poi le risposte. Era entrato nell’ordine degli Umiliati diversi anni prima. Subito, aveva percepito l’energia infusa dagli ideali ispirati a una profonda religiosità. Ora era incaricato di condurre l’Abbazia e di gestirne l’economia basata principalmente sulla produzione di feltro. L’acqua era dunque fondamentale.

Ma non era questo che aveva turbato tanto Fra Candido, e non era a questo che stava pensando il giovane Abate mentre rifletteva a capo chino con la punta delle dita unite sotto il naso.

«Chi mai può aver fatto questo?», chiese quasi a se stesso.

«Non lo so», rispose Fra Candido aprendo le braccia per poi lasciarle cadere.

L’Abate sospettava che l’obiettivo di tale gesto fosse impedire la visita prevista l’indomani: Maifreda da Pirovano, detta la Papessa. Donna nobile, di rara intelligenza, suora dell’ordine degli Umiliati. Professava i principi di Guglielma di Milano, altrettanto nobildonna in attesa di beatificazione per i miracoli compiuti. Prima di morire, Guglielma stessa elesse Maifreda sua Vicaria. Ecco perchè Papessa.

L’Abate decise di concentrarsi sul problema più imminente: l’acqua dei pozzi inutilizzabile. Per nulla al mondo avrebbe rinunciato a sentire i discorsi della Papessa.

In seguito, si sarebbe occupato di trovare l’autore del misfatto.

L’Abate guardò per un istante fuori dalla finestra. Le campagne intorno all’Abbazia erano striate di bianco e di nero. Il cielo aveva quella luce tenue e rosata dell’alba invernale. Si sedette alla scrivania. A Fra Candido parve si fosse allontanato di mille chilometri.

«Fratello Candido, dai ordine di recuperare quante più pertiche di feltro possibili. Legatele assieme e gettatele nei pozzi dopo averle affrancate ai bordi».

Fra Candido rimase immobile. Gettare il loro prezioso feltro nei pozzi? E perché?

Trasalì quando il Priore batté un pugno sul piano della scrivania: «Presto, Fratello, fai come ti dico». Il tono era benevolo e Fra Candido uscì di corsa seguito dalla benedizione del priore che gli scaldò il cuore.

Il feltro prosciugò i pozzi, ne pulì i fondi, i fianchi e bonificò la sorgente. L’acqua tornò potabile.

L’indomani la Papessa arrivò all’Abbazia di Mirasole con il suo nutrito seguito. Celebrò messa, predicò la beatificazione di Guglielma da Milano. Usò parole che non lasciavano fraintendimenti: Cristo è stato figlio di Dio, sua incarnazione maschile. Guglielma e stata figlia di Dio, sua incarnazione femminileElla risorgerà.

I frati, le monache dell’ordine degli Umiliati la ascoltavano attenti e rapiti. Tutti tranne uno. Colui che riportò le parole di Maifreda al tribunale inquisitorio. Divenne sorvegliata speciale.

Il 10 aprile 1300, Pasqua, Maifreda, in abiti sacerdotali, celebrò Messa solenne secondo le liturgie.

Morì nello stesso anno, a settembre, dopo un processo che la vide colpevole di eresia e per questo condannata al rogo.

Il giovane Priore conservò per sempre nella memoria il significato delle parole che Maifreda da Pirovano gli aveva sussurrato: Dio è uomo, Dio è donna, Dio è tutto.

Nota dell’autrice: i fatti sopra descritti relativi all’Abbazia di Mirasole sono frutto di pura fantasia. Il resto è liberamente ispirato dalla storia.

 

Tilda

Milano 1863

 

Il landò si fermò davanti al palazzo della famiglia De’ Pozzi.

Domenico Albinò scese e pagò il vetturino che ripartì con uno schiocco delle labbra scomparendo nella nebbia grigia e densa di fine autunno. Nella via, i contorni delle case parevano dissolversi. Altro non restava che lo scalpitio degli zoccoli in lontananza.

Domenico era un giovane matematico catanese molto istruito e avrebbe presto ottenuto un incarico nella neonata università di Milano. In realtà, ambiva a trovare fondi per le sue ricerche sulla fisica sperimentale, studi che condivideva con un gruppo di scienziati provenienti da tutta Italia.

Nel frattempo, si guadagnava da vivere come precettore, stimatissimo dalla ricca borghesia milanese.

Domenico si spazzolò la cappa con le mani, calcò il cappello sulla testa e picchiò il battente contro il legno massiccio del portone. Gli fu aperto da un lacchè al quale si presentò consegnandogli un biglieto.

«Buongiorno dottore, prego, vogliate seguirmi», disse il valletto con una voce atona, come se la sua presenza dovesse essere solo verbale, non fisica.

Attraversarono un giardino interno, alcune siepi di osmanto profumavano l’aria. Le aiuole traboccavano di crisantemi.

Il domestico condusse Domenico nello studio dove lo attendeva il signor Dè Pozzi, un uomo elegante, austero e che aveva l’aria delle persone granitiche, saldamente aggrappate ai principi dei propri padri e dei padri dei propri padri. Un uomo d’altri tempi, pensò Domenico.

Il signor Dè Pozzi lo accolse quasi accigliato, poi ostentò una certa cordialità. Domenico ne fu stupito.

«Caro dottore Albinò, vorrei offrirvi dell’ottimo Marsala, appena arrivatomi dalla Sicilia. Colore a calore a riscaldare il freddo di queste giornate», gli aveva detto dopo le presentazioni . Domenico accettò di buon grado, anelando ai profumi della propria terra.

Il signor Dè Pozzi indicò a Domenico una poltrona davanti al camino, si diresse verso la scrivania e tornò con due calici. Brindarono, ma il signor Dè pozzi  non si sedette, piuttosto si affrancò alla mensola del camino tendendo un braccio .

Domenico notò nell’uomo una certa angustia che gli negava la pace.

Il signor Dè Pozzi si schiarì la voce. Questo fu l’impulso iniziale di un discorso che pareva dovesse strozzarlo.

«Dottor Albinò, sono qui a ringraziarvi per aver accettato l’incarico di precettore per mio figlio Gianrico», disse tutto d’un fiato.

Domenico stava rispondendo che era un piacere, ma il signor Dè Pozzi lo zittì con un gesto della mano, come per dire mi lasci parlare.

«Ho la fortuna di avere due figli, Gianrico e Tilda. Il primo compirà otto anni, la seconda ne ha appena sei».

Domenico ascoltava sorseggiando il marsala, il signor Dè Pozzi, invece, non aveva ancora assaggiato il suo.

«Gianrico è … come dire … svogliato nelle questioni d’intelletto ma molto dotato nelle questioni di fioretto. Ama praticare l’arte della spada, ma non quella dei libri. In pratica, avrà un osso duro da modellare», aveva continuato l’uomo.

Di nuovo fece una piccola pausa e finalmente assaggiò il liquore.

Domenico rispose: «Spero di essere all’altezza ma sarete voi stesso a giudicare non appena concluso il primo semestre».

Il Signor Dè Pozzi scosse la testa per annuire, poi disse: «In realtà, non è su questo che voglio mettervi in guardia, bensì …». L’uomo si interruppe come se fosse affaticato o combattuto da forze contrastanti, poi riprese: «Tilda, al contrario, è come posseduta da un demone, da una sete di conoscenza. Ho ceduto alle sue insistenze, permettendole di assistere alle vostre lezioni. Ora me ne dispiaccio. In ogni caso Tilda ha l’ordine di rimanere in silenzio». Il signor Dè Pozzi pareva giustificarsi di fronte a Domenico, il quale era perplesso dalle sue parole.

L’uomo parve avvedersene, così continuò: «Per Tilda abbiamo previsto un percorso di devozione. Lei sarà fatta monaca. Ha mostrato molto interesse per la Bibbia, sapete?».

Di nuovo il signor Dè Pozzi si schiarì la voce, che ora usciva determinata: «Vi chiedo, quindi, di non considerare Tilda. Intendo dire che voi sarete il precettore solo di mio figlio maschio. Vi invito caldamente a non rispondere alle domande della bambina e a non impartirle alcun insegnamento».

Benché lo ritenesse ingiusto, Domenico era abituato a vedere le sorelline dei suoi alunni nascoste tra le tende e spiare le lezioni a loro precluse. Assentì chinando il capo.

Non sapeva, Domenico, quanto gli sarebbe stato difficile mantenere la promessa.

Subito dalle prime lezioni, aveva colto negli occhi di Tilda una luce che si accendeva e si spegneva come un faro: era l’interesse seguito dalla delusione.

Quando Domenico domandava a Gianrico di risolvere una semplice operazione, Tilda, seduta in fondo alla stanza, lasciava cadere le mani lungo i fianchi, annoiata. Le dita, però, indicavano sempre il risultato esatto.

Passarono un paio di mesi, durante i quali Domenico lanciava sfide matematiche a Tilda senza che Gianrico potesse capire, incagliato com’era sulle tabelline. Se disegnava sulla lavagna la sequenza di Fibonacci, Gianrico rispondeva: «È una chiocciola!», mentre Tilda gonfiava le guance quasi sbuffando poi indicava il risultato, disegnando silenziosa nell’aria il numero successivo.

Un giorno, Domenico decise di verificare la portata dei suoi sospetti. Propose al piccolo Gianrico un’equazione che solitamente si proponeva a studenti di grado più alto, quindici o sedici anni almeno.

Gianrico non comprese minimamente, Tilda, invece, aveva osservato quasi con ingordigia l’equazione masticando calcoli come se pregasse. Nel giro di pochi secondi alzò la mano. Le sue dita indicavano il risultato esatto.

Domenico trasalì. Ne scrisse un’altra, di pari livello. Gianrico era distratto, agitava le gambe guardando la finestra. Non poteva vedere la sorellina dietro di lui, in piedi, quasi febbricitante, con le mani che mostravano la soluzione.

Tilda aveva in sé un genio, non un demone. Ella aveva un dono che avrebbe portato il mondo verso nuove scoperte.

In seguito, verso il termine di ogni lezione, Domenico approfittava della malavoglia di Gianrico e si concentrava su Tilda impartendole silenziosi insegnamenti e proponendo questioni sempre più difficili. Nel giro di sei mesi, la bambina era in grado di risolvere grattacapi per studenti universitari, ma ciò che affascinava Domenico era la bramosia con cui Tilda li affrontava.

Prima della fine del semestre, Domenico chiese un colloquio con il Signor Dè Pozzi. Si era preparato un lungo discorso, convincente a parer suo, sull’ineluttabilità di mettere il dono di Tilda al servizio dell’umanità.

«Voi non avete rispettato i patti, signor Domenico Albinò, pertanto vi prego di dimettervi dal vostro incarico», disse soltanto il signor Dè Pozzi con il collo che si arrossava dalla rabbia e con un tono che non ammetteva repliche.

Domenico non poté fare di più se non sperare che quella bambina trovasse il modo per affermare le sue capacità. Solo, prima di lasciare la casa, posò sulla cattedra il trattato di fisica che aveva appena pubblicato.

Uscendo, con la coda dell’occhio vide Tilda fiondarsi sul volume.

Le sembrò un topolino che aveva trovato il formaggio.

 

Allitterazione, assonanza, onomatopea

ALLITTERAZIONE

  • Forte il fabbro forgia ciò che ai soldati darà in sorte. Fucili armi e cannoni tra i campi di marte cosparsi di morte.
  • Prima di primavera esiste una stagione mera, un attimo magico, che non è più l’inverno con le sue spoglie membra, ma uno spasmo di doglie che in un alito di vento si coglie.
  • Immagino un mago con occhi da drago, lunghe le unghie per i suoi artifizi, cattura l’attenzione, crea tensione, dal palco un denso fumo appare, come una bianca palude, un effimero lago dove improvvisamente scompare il mago.

ASSONANZA

  • Di notte, i rumori arrivano come da lontane fosse.
  • Stupido che sei, stupido a rigare il tuo viso di lacrime soffocate.
  • Madame de Pompadour, la conoscevi tu?

 

ONOMATOPEA (invento)

  • Scia scia scia sciack, scia scia scia sciack. Nasce un paessaggio dalle mie pennellate.
  • Vrrrr, l’aeroplano arriva… vvvrrr apri la boccuccia.
  • Planf! A me il divano.

Camminare nei boschi quando cade la neve.

Camminare nei boschi quando cade la neve. C’è della magia in tutto questo.

Alzare gli occhi al cielo e aprire la bocca per assaggiare il sapore dei fiocchi, grandi e piccoli, come i giorni della vita.

Il silenzio è interrotto solo dai nostri fiati e dai nostri passi che scricchiolano affondando nel sentiero bianco.

Noi non siamo gente di montagna, e i boschi, la neve, il silenzio ci fanno fare pensieri belli e brutti, come i giorni della vita.

Mi fermo un istante, di nuovo apro la bocca per dissetarmi con la neve che scende da un cielo bianco, un cielo che sembra abbia smesso di esistere.

Mi giro a guardarti, ti chiedo: «E se ci perdessimo?».

Per un attimo hai soppesato la domanda, forse pensavi fosse un desiderio, poi hai visto il timore nei miei occhi.

Non hai risposto, hai lasciato che la domanda cadesse con la neve. Perdersi, ritrovarsi, come nei giorni della vita.

I nostri passi lasciano impronte. Vediamo altre tracce, di animali. Ho pensato fossero di volpe.

Ora sei tu a chiedere: «E se ci fossero i lupi o gli orsi?».

Forse scherzi, o forse no. Ho cercato di capirlo dal tono, di trovarvi fili di paura. Difficile scandagliare la voce di un uomo e riconoscere i suoi timori. Ti ho guardato, la tua bocca sorrideva, i tuoi occhi no. Potevano esserci lupi e orsi, forse sì, forse no, come nei giorni della vita.

Ti ho risposto: «Gli orsi sono in letargo, e i lupi se ne stanno distanti da noi umani. Puzziamo troppo».

«I grizzly non vanno in letargo», hai commentato.

«I grizzly vivono ad almeno cinquemila chilometri da qui», ti ho risposto dall’interno del cappuccio che faceva rimbombare la mia voce.

Non mi ero accorta del silenzio. Silenzio nel vero senso della parola. Ho smesso di respirare un attimo e di ascoltare il mio cuore che pulsa per la salita. Mi sono voltata perché quel silenzio era assenza. Come in alcuni giorni della vita.

Tu non ci sei. Eri dietro di me un attimo prima e non ci sei più. Mi sono fermata per aspettarti. Le braccia conserte, la posa di chi accetta di malavoglia certe situazioni.

Ti ho visto spuntare dal fianco del bosco, mi hai chiamato: «Vieni», più a gesti che non con la voce.

Ho ridisceso il tratto di sentiero per raggiungerti. Mi hai condotto per un viottolo che non avevo notato. La neve era rivoltata dalle tracce, anche dalle tue orme.

Pochi passi e si è aperta una radura. Aveva qualcosa di magico. Un piccolo stagno ghiacciato in alcuni punti, l’erba gialla che contornava la riva, i pini che sembrava emanassero calore perché sotto di loro non c’era neve ma cuscini d’aghi marroni.

«Prima c’erano tre caprioli», mi hai detto, «ma ci hanno sentito e sono scappati».

«Già», ti ho risposto, «loro sì che devono aver paura, di noi, degli esseri umani».

«Essere Umano, non trovi sia un ossimoro, talvolta?», mi hai chiesto sedendoti sotto un pino.

Ho pensato alle guerre ancora accese nell’anno appena iniziato.

Mi sono seduta accanto a te, ho appoggiato la testa sulla tua spalla. Non ho risposto subito perché ho intravisto la sagoma di un capriolo, correva saltellando verso una discesa sul fianco della montagna. Era come se fuggisse senza togliermi gli occhi di dosso.

«Dipende dal significato che diamo alla parola umano. Forse siamo cattivi dentro, noi esseri Umani. Però sì, in ogni caso siamo un ossimoro».

Fortunato e la principessa azzurra

Fortunato, così lo avevano chiamato i suoi genitori. Peccato che nella sua vita, di fortuna, ne avesse avuta poca.

Almeno sino il giorno prima, quando il capo, un signore grande e grosso da sembrare un pachiderma, lo aveva chiamato per andare in aeroporto a prendere Samantha. Samantha Mason.

A Fortunato, non parve vero quando il Direttore commerciale lo convocò per chiedergli di andare a prendere Samantha Mason, top manager del cliente più grande della loro azienda. «Pensa, ha solo trent’anni ed è già la figura più importante», così gli disse il capo, poi aggiunse: «Non mi far fare brutte figure. Ne va di tutti i nostri contratti, e del tuo posto di lavoro, conseguentemente».

Fortunato era tornato alla sua scrivania. Per qualche istante, incredulo, fissò lo schermo. Un suo collega chiese: «Bronto, tutto bene?». Già perché in ufficio nessuno riusciva a chiamarlo Fortunato. Per loro era Bronto. I motivi erano due: la sua sinusite e la sua somiglianza con un Brontosauro.

Infatti, la natura gli aveva assegnato una certa irregolarità nelle proporzioni. Aveva la testa minuta rispetto al collo. Le spalle strette rispetto ai fianchi e alle gambe, stranamente tozze. I denti piccoli e distanti, come gli occhi. Non era certo un adone, ma compensava magnificamente con due cose: Il senso dell’umorismo e un romanticismo quasi agghiacciante. Sognava la principessa azzurra sul cavallo bianco che lo avrebbe portato nel suo castello.

E quel giorno, la principessa azzurra, sarebbe arrivata. A Malpensa. Se il capo aveva pensato di mettergli paura, si sbagliava. Lui aveva iniziato a sognare.

Fortunato si era preparato per bene, la divisa aziendale fresca di lavanderia, sbarbato e profumato. Aveva anche pensato di accoglierla con un mazzo di fiori. Il miglior benvenuto per una principessa.

Per tempo, si era messo in macchina. Non voleva tardare. Ma si sa, a Fortunato qualcosa andava sempre storto.

Quel giorno, sulla tangenziale, il traffico era bloccato. Un camion ribaltato o qualcosa del genere. Fortunato aveva iniziato ad angustiarsi, batteva le mani sul volante. Alla fine raggiunse l’aeroporto proprio mentre il volo di Samantha stava atterrando. Trovare parcheggio gli prese qualche minuto di troppo, poi, quando stava varcando la soglia degli arrivi, dovette tornare indietro, alla macchina, perché aveva dimenticato il mazzo di rose e il biglietto con il nome di Samantha Mason. Quando finalmente raggiunse la sospirata meta, si sentì per un attimo smarrito. Cercava febbrilmente un posto, dove mettersi nella ressa di gente che pareva essere vomitata dal gate. Per di più, un cingalese continuava a tallonarlo, forse attratto dalle rose. All’inizio, Fortunato lo evitava semplicemente, poi quando si era fatto insistente, lo aveva mandato al diavolo: «Ma vai a fanculo!», più propriamente gli disse. Per poco non gli aveva messo le mani addosso.

Finalmente Fortunato si era piazzato in prima fila agli arrivi. Mazzo di rose in bella vista e cartello un po’ alzato, affinché le persone che uscivano potessero vederlo.

Purtroppo, Samantha Mason non lo raggiunse. Forse, si disse, era già sbarcata. Sicuramente aveva preso un taxi per andare in ufficio. Fece un po’ di giri in aeroporto, con le rose e tutto il resto. Ma niente. Solo il cingalese rompiballe. Fortunato era così disperato che piazzò in malo modo il mazzo di rose tra le mani del cingalese, fece a pezzi il cartello e si diresse verso la sua macchina. Non aveva il coraggio di tornare in ufficio. Men che meno di chiamare il capo per giustificarsi.

Riprese la tangenziale, ma era talmente angustiato da sbagliare l’imbocco almeno due volte.

A un certo punto, ovviamente, fu il capo a chiamare lui. Parlava a bassa voce per non farsi sentire, il tono come un sibilo di serpe, le parole dette tutto di un fiato: «Dove sei che Samantha Mason è già qui».

Fortunato farfugliò qualcosa, il traffico bloccato, il camion ribaltato, ma il capo aveva già messo giù.

Quando entrò al lavoro, si diresse mestamente verso l’ufficio del Direttore. La porta era chiusa. In ogni caso, Fortunato si aggiustò la cravatta della divisa, i capelli, fece un bel respirone e bussò. Voleva scusarsi con il capo e con Samantha. Si era già preparato il discorso, qualche battuta per stemperare la tensione e per accattivarsi la top cliente. Qualcosa tipo: «The devil in the traffic[i]».

Quando disse: «Mi scusi, sono…», sentì la voce del capo interromperlo e dire: «Just a moment, please. Un momento per favore. Ti chiamo dopo».

Fortunato sentì di aver di nuovo pestato qualche uovo.

Si diresse alla scrivania. I colleghi erano stranamente silenziosi. In ufficio aleggiava un’aria diversa. Lui aveva salutato distrattamente, apposta, perché non voleva che nessuno gli chiedesse nulla.

Si era buttato subito a leggere le mail, così per distrarsi. Infatti, quando il telefono sulla scrivania squillò, Fortunato fece un salto sulla sedia.

Era l’interno del direttore. Alzò la cornetta così di fretta che gli scivolò di mano e cadde a terra. La raccolse più in fretta che poteva, quando rispose, sentì il capo fare un sospiro. Un sospiro di quelli che fanno i vulcani prima di eruttare. Comunque disse solo: «Vieni qua».

Fortunato si lisciò i capelli con le mani e nel farlo, si rese conto di puzzare di sudore. Il deodorante non aveva retto. Cercò di ritrovare tutta la sua baldanza, voleva essere positivo, così a lunghi passi tornò verso l’ufficio del direttore, spalancò la porta e rimase immobile come un fermo immagine.

Davvero non riusciva nemmeno a respirare, nel vedere Samantha Mason. Samantha Mason. Samantha cognome, Mason nome. Samantha, cognome di origine dello Sry Lanka. Mason, nome del cingalese che continuava a tampinarlo all’aeroporto. Le rose erano buttate sul tavolino, malamente.

Fortunato ebbe, per la prima volta in vita sua, uno svenimento.

 

[i] Parafrasi di ‘the devil in details’, associabile al nostro ‘quando il diavolo ci mette la coda’.

Le tre amiche

Le onde si infrangevano contro la scogliera nera creando spruzzi di bianco che tornavano al mare, striando il verde profondo delle acque inquiete.

Il cielo era carico di nuvole, ma alcuni raggi di sole trapelavano regalando squarci di blu. Presto il tempo sarebbe migliorato.

Dall’alto della scogliera, si poteva vedere la brughiera correre piatta, bruna di arbusti e rosata d’erica.

In lontananza, vi era la fattoria dei Fincher, una casa bianca e bassa le cui finestre erano ingentilite da imposte colorate di verde oliva. Intorno, cespugli di lavanda delimitavano il frutteto e l’orto. Poco distante, l’essiccatoio per il pesce, il pollaio e l’ovile che in quel momento era vuoto. Se si allungava lo sguardo, si potevano vedere le macchie bianche delle pecore cariche di lana.

La casa dei Fincher era composta da grandi vani, una cucina molto attrezzata, camere luminose dal soffitto rigato di travi, e soprattutto il salotto, la stanza meno frequentata dai Fincher, ma dove risiedevano le nostre tre amiche. Nessuno avrebbe potuto dire né il perché e nemmeno da quanto fossero lì. Di fatto stavano tutto il tempo a chiacchierare amabilmente.

A guardarle da lontano, erano simili e diverse al tempo stesso. Rotondette tutte e tre, davano l’impressione di querule sorelle, ma mentre una aveva la pelle rossa come un’irlandese scottata dal sole africano, le altre due erano piuttosto chiare. Miss Golden aveva quasi il colore del miele, forse grazie alla lunga permanenza all’aria aperta, giacché quell’estate era stata assai clemente rispetto al solito. Miss Smith, invece, era la più bruttina, per via del profilo incerto e della pelle tendente al verde, come soffrisse di quella malattia chiamata clorosi. Era anche la più anziana e  si dava delle arie da gran regina, tant’è che le altre due, di nascosto, la chiamavano Granny[1].

A un artista, potevano sembrare un quadro di Caravaggio.

Come già detto, le tre passavano buona parte del tempo a conversare di ogni futilità, raggiungendo considerazioni profonde sul tempo, sulle fioriture o sulle vicissitudini della famiglia Fincher, formata da papà Fincher, mamma Fincher, piccolo Fincher, gatto Fincher e cane Fincher.

Quel giorno, però, anziché la solita cordiale atmosfera, tra le tre aleggiava una sorta di nervosismo.

«Oh! Cielo! Si può sapere cosa le è successo?», chiese Miss Smith all’amica vicina che se ne stava adagiata in una strana posizione, un po’ di sghimbescio.

«È che ieri sono caduta, e ora guardi…», rispose ella mostrando il fianco acciaccato.

«Oh! Mio Dio, che ematoma! Si sta facendo marrone», disse con voce preoccupata Miss Golden, che stava dall’altra parte, di fianco della dolorante amica.

«Già, colpa del piccolo Fincher. Stava giocando con cane Fincher, proprio qui davanti, e accidentalmente mi ha colpito. Io sono stata presa alla sprovvista e sono caduta rotolando come un sasso sul pavimento».

Le due amiche guardarono Miss Stark quasi con orrore, lei non se ne accorse e continuò: «Sì, mamma Fincher lo ha sgridato. Io non sapevo che dire. Mi hanno subito aiutato, adagiato come adesso, ma il dolore, quello, non passa. Continua a pungere ed è come se si allargasse di minuto in minuto. Sto impazzendo, credetemi», sospirò con la voce che andava via via strozzandosi.

«Le credo eccome», rispose Miss Golden, «a guardare bene, sembra che quel morello, quel livido, s’ingrandisca a vista d’occhio. È duro?».

«Macchè,  a tastarlo, se non mi facesse così male, è tutto molle. Forse mi sono rotta qualcosa», rispose Miss Stark con la voce tremolante.

Le altre si guardarono di sbieco, cercando di non farsi notare dalla poverina, che ora stava piangendo. Nei loro sospiri trapelava una certa ansietà e preoccupazione. Più inquietudine che apprensione: in verità il fianco era davvero brutto a vedersi e starne vicino causava una certa angoscia. In ogni caso, decisero di troncare la conversazione per un po’, così da lasciare che l’amica potesse riprendersi.

Il sole avanzava nella stanza, come strusciando sul pavimento. Il cielo si era definitivamente aperto e dalle finestre spalancate alcune mosche erano entrate infastidendo i presenti. Soprattutto le tre amiche.

Faceva ancora caldo, malgrado fosse settembre inoltrato. L’odore dei fiori d’erica invadeva le stanze della grande casa, talvolta mischiandosi a zaffate di salsedine e di pesce seccato al sole .

Miss Smith ruppe il silenzio chiedendo: «Sta meglio ora, cara?».

«Non molto, anzi, per niente, ma non voglio passare il pomeriggio a piangermi addosso. Voi, piuttosto, come state?»

«Io ho un leggero bruciore dentro. È da due giorni… ma non ho voluto tediarvi con questa cosa. Magari vi sareste preoccupate», rispose Miss Smith.

Le altre due parvero sobbalzare. Miss Golden chiese con un filo di voce teso, il tono di chi è a un passo dallo scatto d’ira: «Scusi? Sta male da due giorni e non ci ha detto niente?»

«L’ho detto, non volevo preoccuparvi. non sarà nulla, che dite?», chiese alle amiche con una vena d’ansia nella voce.

Miss Golden cercò di recuperare la calma e disse: «Si sa che certi disturbi non vanno mai sottovalutati. Conoscevo una vicina… anche lei aveva iniziato a soffrire di bruciori. Ebbene, da un giorno all’altro non l’ho più vista. Mai più vista. Chissà che fine avrà fatto, la poverina».

«Ne ho sentito parlare, di questo fatto. Anche i Fincher ne discutevano. Sembrava quasi un problema nazionale. Si trattava di Miss Red, vero?», disse Miss Stark la cui voce non aveva perso il tono di sofferenza.

«Miss Red, certo. Me la ricordo. Non è accaduto molto tempo fa, no?», aggiunse Miss Smith con la voce incerta per via del suo strano malessere.

«Sì, sarà un paio di settimane. Eppure a vederla, non avreste mai detto che la sua malattia fosse a uno stadio così avanzato», sospirò Miss Golden.

Dopo essersi scambiata una lunga occhiata con Miss Golden, Miss Stark disse: «Ho sentito papà Fincher dire che era una cosa contagiosa. Quella di Miss Red, intendo. Era davvero preoccupato».

Le tre amiche rabbrividirono,  stettero in silenzio per qualche istante, poi Miss Smith prese la parola: «Certo, il mio non è che un leggero bruciore, non ne farei un caso nazionale. Miss Red, invece, aveva qualcosa di molto grave. Credo di aver sentito parlare di Dracunculosi ».

Tra le tre, in verità, la più malmessa era proprio Miss Golden, che cercava di nascondere le rughe che solcavano la sua pelle ormai vizza. Fu proprio Miss Golden a cambiare discorso: «Che cosa avreste voglia di fare, oggi, care?». Tutti i giorni poneva quella domanda e la risposta era sempre la stessa: arrivare sino alla scogliera e fare un bel bagno in mare.

Improvvisamente le amiche ebbero un moto di spavento, tacquero perché era entrata mamma Fincher. Raramente varcava quella soglia, solo per spolverare o cacciare via gatto Fincher, che grattava il divano in damascato rosso.

Mamma Fincher si diresse verso il tavolo Chippendale che impreziosiva la stanza e controllò il vassoio della frutta. Sospirò nel vedere le tre mele.

Uscì per buttarle, ma anziché andare verso il pollaio,si diresse verso la scogliera, attraversando la brughiera. Non avrebbe saputo dire perché. Forse le era spiaciuto vedere quelle belle mele avvizzire.

Forse si era figurata che la vita fosse un po’ così.

Di fatto, le lanciò al vento mormorando: «Addio».

 

 

 

 

[1] Nonna

Al mare – fine anni sessanta – prima parte

Mamma e papà davanti, seduti sulla FIAT 850 color caffelatte. Io e mia sorella maggiore dietro. A tenerci ben salde sui sedili non c’erano né seggiolini né cinture di sicurezza, ma una serie di valigie che non appena ti muovevi s’infilavano con gli angoli nel costato.

Io non so se avete presente una FIAT 850. Di fatto, aveva quasi la forma di supposta. Nel nostro caso, anche il colore delle supposte di allora.

Ebbene, la nostra Fiat 850 pronta per partire per il mare perdeva le sembianze di auto e assumeva quelle di piramide. Sul tettuccio, stavano impilate un sacco di cose. Tavolini, sdraio, ombrelloni e altro che non saprei dire. Tutto sommato, eravamo una famiglia che si portava dietro dolo il necessario. Capitava di vedere macchine sovrastate da materassi, credenze, cucine a gas. Credo di aver visto anche una bara. Spero fosse vuota.

Il viaggio iniziava a un’ora imprecisata della notte, quando il mattino deve ancora farsi strada nell’orizzonte viola. Eppure dovevamo percorrere duecento, massimo trecento chilometri. Si andava il Liguria.

La prima tappa, il casello autostradale, pareva un mare grigio coperto di sardine. C’erano così tante macchine in coda che si scendeva e si faceva amicizia. Penso siano nate storie d’amore, faide e scazzottate. Poi si saliva e si riprendeva il viaggio come niente fosse.

All’epoca soffrivo il mal d’auto. Gli ammortizzatori della macchina erano quello che erano, ma sicuramente incideva il fatto che, a un certo punto del viaggio, io e mia sorella ce ne stavamo in ginocchio a fare le linguacce alle macchine dietro. Mio padre ha rischiato il linciaggio.

Generalmente, si alloggiava in qualche pensione. Le pensioni, erano proprio pensioni. Mica come adesso che anche la più sgarruppata c’ha la piscina. No. Allora sembrava di stare in uno di quei condomini dell’hinterland milanese, senza ascensore e con le porte in laminato finto legno.

Il mare, io lo odiavo. Almeno al mattino, perché mia mamma ci costringeva ad alzarci all’alba per andare sul molo a respirare lo iodio. Ioodio, io odio. Camminavamo con la salsedine che ci induriva i capelli. Al pari nostro, si vedevano altri figli emaciati di città che vagavano trascinati come gli ignavi nel limbo.

Quando finalmente il sole lambiva la spiaggia, ci sistemavamo con tanto di ombrellone. Per il bagno, bisognava aspettare, che avevamo appena fatto colazione. Tre ore. Le tre ore più lunghe della mia vita. Allora me ne stavo accoccolata a guardare la gente. Vi dico subito che le donne avevano i peli sotto le ascelle. Tutte, indistintamente. C’erano anche quelle che li avevano sulle gambe e sulla faccia. Non ricordo come si gestisse la questione inguine. Forse i costumi erano talmente alti da nascondere tre quarti del corpo.

Gli uomini, invece, avevano il riportino per nascondere la calvizie. Il riporto era un problema quando tirava vento. Svolazzava come una bandiera.

Mio papà no. Lui era magro come un’acciuga. Non era un cappellone, certo, ma i pochi ricci facevano il loro dovere.

Mia mamma era sempre la più bella della spiaggia. Almeno secondo mio papà. Poteva pure passare Brigitte Bardot, ma mio padre avrebbe detto: «Mica c’ha le gambe belle come le tue».

Noi bambini avevamo i costumi di una strana stoffa, forse un misto tra lycra e flanella. Di fatto, quando si bagnavano diventavano pesanti come tute di palombari.

I bambini si dividevano in due schiere: quelli con le spalle bianche di crema solare, e quelli con le spalle rosse bruciate dal sole.

La crema solare aveva una protezione duecento (mila). Praticamente era malta da applicare con la cazzuola.

Io e mia sorella eravamo nel secondo gruppo. Ci venivano le bolle, poi ci divertivamo a toglierci lembi di pelle che si staccavano docili.

Per fare il bagno, o sapevi nuotare, o avevi il salvagente. Mica i braccioli, credo non esistessero, perlomeno nella nostra famiglia. Noi avevamo un salvagente che se non lo tenevi fermo con le mani, finivi nel buco e andavi in fondo al mare. Una volta papà aveva portato un materassino, di quelli rossi e blu. Puzzava di gomma e s’imbeveva d’acqua. In ogni caso lo usava mamma, così io e mia sorella giocavamo a riva, a farci trasportare dalla risacca. Quanto tornavamo all’ombrellone, il costume penzolava carico di sassolini e macchiato di catrame. Non chiedetemi perché, ma tutte le volte ci si macchiava di catrame.

La merenda era: o pane burro e marmellata, o pane e marmellata. Eravamo una famiglia del nord.

I bambini figli delle famiglie del sud, potevano spaziare dalle fette di pane imbevute di pomodoro alla parmigiana con le polpette.

I giochi da spiaggia erano praticamente tre: pallone gonfiabile colorato, secchiello con paletta, rastrello e un’altra cosa che non ho mai capito a cosa servisse, tipo piccone. Nemmeno fossimo sulle dolomiti. Che poi, io e mia sorella manco ci potevamo fare i castelli di sabbia, perché la spiaggia era di sassi. Al limite potevamo costruire trincee come al fronte. Infine, c’erano le biglie di plastica trasparente, con le foto di Eddy Merx e compagnia bella. Quello era un gioco destinato ai maschi. Io schiumavo perché con le biglie di vetro ero una campionessa del rione.

La percentuale di papà che giocavano con i figli a costruire castelli (non di sabbia, almeno sulla nostra spiaggia), era intorno all’uno per mille. Pochi, pochissimi. La maggior parte se ne stava sotto l’ombrellone a fumare. All’epoca, tutti fumavano dappertutto. Forse solo in chiesa non si poteva. Per il resto, nel cinema, nei ristoranti, negli ospedali, aleggiava una nebbia di nicotina. Soprattutto nei reparti maternità. Lì era praticamente d’obbligo. Anche se un papà non fumava, lì, nella sala d’attesa, si accendeva una sigaretta con il mozzicone dell’altra. Perché i papà mica partecipavano al parto. No, aspettavano fuori in attesa che arrivasse l’infermiera col verdetto: «È maschio!», «È femmina!», «Sono due!». Questo è capitato a mio zio. Credo sia svenuto, ma nessuno se n’è accorto per via della nebbia di nicotina.

Già, perché non esisteva l’ecografia. Il sesso si poteva prevedere con il pendaglio, oppure osservando la pancia, se era a punta o no.

L’orizzonte del mare era punteggiato da pedalò e canotti. Qualche barca di pescatori della domenica. Certo, non c’erano moto d’acqua e nemmeno gonfiabili sfarzosi come Regge di Versailles.

Talvolta potevamo comprare il gelato. Già, il gelato. Adesso puoi scegliere tra un migliaio (alla sesta) di gusti. Allora erano quattro: panna, cioccolata, fragola e limone. Talvolta fior di latte. La vera rivoluzione fu l’avvento della stracciatella

FINE PARTE UNO