Ma… come va?

Ma… come va?
Come l’onda del mare sbrocca
al sopraggiungere del vento
si arrotola senz’ossa
nell’orizzonte del buio
trattiene tra i denti di pietra
la schiuma salata
e poi il sole accecato e vorace
la secca tra i ciottoli
dorati della battigia.

Nordicando

Com’è bello nordicare in compagnia
Per scacciare la malinconia.
Col profumo della natura
Nulla ci farà paura.
Ma che bello
Udire il canto del fringuello
che non sempre noi ascoltiamo
perché spesso chiacchieriamo.
C’è un sentiero un po’ fangoso
che risulta  scivoloso
E con un passo fiducioso
Seguiamo il Paolo strepitoso
che per noi sceglie i sentieri
che ci fan sentir leggeri.
Mentre veloci bacchettiamo
molti chilometri maciniamo.
Non si scherza con la salute,
con il Nordic non si discute!
Buon anno ai nordicanti
veterani e principianti.
Con i nostri cari saluti
Siete tutti benvenuti.

Rose

 Rose

Rose

di cui non sento la fragranza,

mi circondano come cornice.

Procedo incerta.

Luci abbaglianti di giorno

mi accecano

come fosse notte.

Dal cortile voci infantili mi trafiggono

con le loro lame.

Quando la mia anima e il mio corpo

danzeranno in armonia?

 

COCCODRILLO ALBINO (Parafrasando l’Avvelenata, non me ne voglia di F. Guccini)

Ma se io avessi previsto tutto questo

gossip di una TV Barbara e tal contesto

credete che avrei scritto Questione lampo?

Meglio sarebbe stato patire un crampo

Io niente, io curiosa, io troppa nicotina

destissima alle tre di questa stamattina

incredula la vista stretta in una morsa

davanti all’immagine rubata della borsa

E’ targata Birkin della prestigiosa Hermes

la osservo sullo schermo luminoso ades

Ricavata dalla pelle di coccodrillo albino

da uno sconosciuto cacciatore assassino

Guardo bene è tempestata di diamanti

dai riflessi abbaglianti  e sfavillanti

Vale (vale?!?) COSTA! Circa Euro 30mila

E qui la lingua purtroppo mi si affila…

Togliti il sorriso soubrette americana

tutta “evve” battutine e battiti di ciglia

tu vivi un’esperienza anti-nirvana

io soffro una caldana da guerriglia

Chiedo scusa a vossia, colpa mia

Uno sfogo di rabbia, non poesia

Rimedio con un sicuro toccasana

Vi preparo una caldissima tisana

 

25.11.2019

Autunni “IN”

Ottobre 1969

 

Quell’autunno, con soavità

fece apparire regina la fragilità

per distrarmi commossa e beata

al girasole della tua risata

Fu un autunno INTRIGATO

 

Quell’autunno, raggio d’estate

tra foglie rosse sospese o cadute

ci incamminò  fianco a fianco

osservandoci con sguardo attento

Fu un autunno INNAMORATO

 

Ottobre 2019

 

Questo autunno, carezza di fata

piano ancora il ventre mi dilata

e le ali della mia anima stupita

arpiona saldamente alla tua vita

E’ un autunno INTERPRETATO

 

Questo autunno, giorni di serenità

altra stagione che non invecchierà

di forti tinte mi colora più vera

piccolo germoglio alla tua primavera

E’ un autunno “BELLISSIMOINtitolato

 

Aki e Haru – racconto d’autunno

Aki scostò il pannello di legno e carta di riso per far entrare la luce del mattino.

Sporse il viso tondo e fresco come un petalo di ciliegio per osservare la prima neve cadere e perdersi  nella terra scura del pianoro antistante.

Presto sarebbe arrivato un inverno lungo e freddo.

Gli alberi sui declivi trattenevano le loro foglie colorando il paesaggio d’amaranto, carminio, miele porpora e molti altri colori ancora.

Aki azzardò qualche passo sulla veranda per annusare l’aria  che odorava di montagne.

Poi il suo sguardo abbracciò le cime. I suoi occhi avevano il colore e la forma delle mandorle che crescevano a valle,  nella prefettura di Akita.

Sorrise alla natura, e due  fossette le contornarono la piccola bocca gonfia di vita.

Improvvisamente il vento le portò lo scalpitio di cavalli.

Qualcuno sarebbe presto arrivato,  e mai nessuno si arrampicava sino al pianoro di Kyatzu.

Un artiglio d’ansia le si aggrappò al petto rendendola incapace di muoversi.

-Haru! Haru!- cercò di gridare, ma la voce le si perdeva in gola.

Il suo giovane sposo dormiva sazio nella stanza dei tatami.

-Haru! Haru!- urlò finalmente correndo dentro casa.

-Aki cosa ti succede? Hai di nuovo visto un orso?-

-Haru! Qualcuno sta arrivando- riuscì a dire la piccola Aki accasciandosi sul tatami,  ancora tiepido ed afroso .

La luce del giorno proveniva ancora da est di Kyatzu quando due messi dello Shogun Akaori scesero dai cavalli e fecero risuonare i loro passi sulle assi di faggio della veranda.

-Samurai Haru!- chiamarono gli uomini.

Aki aprì i pannelli ai messi. I suoi occhi scuri rimanevano bassi.

Inchinandosi si scostò per farli entrare.

Haru non si voltò subito e rimase a guardare la stufa sorbendo rumorosamente la calda bevanda di riso.

-Samurai Haru, abbiamo un messaggio da recapitarvi-

Haru finalmente si girò lentamente prendendosi il tempo di osservare i due uomini coperti di pellicce.

Tese la mano per prendere il rotolo che gli veniva offerto dai due messi inginocchiati.

Poi tornò a guardare la stufa e gli uomini lasciarono la soglia di casa porgendo un ultimo inchino.

-Aki, devo partire. Lo shogun mi ha convocato per difendere le terre di Kyushu da un feroce nemico. Il suo nome è Kublai Kahn. Viene dal mare e tra pochi giorni toccherà le nostre coste. Dovrò essere lì per  tempo e partire oggi stesso-

Aki  rimase in silenzio, mentre i suoi occhi seguivano le nodosità del pavimento come se cercassero pezzi di Shogi(1)  sparpagliato ovunque.

Haru le prese le mani e la condusse fuori.

-Aki- disse – guarda questo ciliegio. Oggi le sue foglie sono d’oro. presto cadranno.

Ne colgo due. Una la terrò qui ben riposta nel mio petto,l’altra la conserverai tu.

Queste due foglie non cadranno a terra, e la mia promessa, amata moglie, è di tornare da prima che le nuove gemme di questo ciliegio vedano il mondo.-

Aki guardò il ciliegio poi alzò lo sguardo verso le montagne e,  tra gli alberi,  vide l’orso fermarsi ad osservare  loro due fermi mano nella mano..

(1) antico gioco giapponese simile agli scacchi

 

 

Alla mamma

In un angolo della cucina, mamma,

Ti rivedo, mentre lavi le stoviglie di una vita

E contenute lacrime scendono sulle tue dita.

Perché la tua anima dolce è

Così ferita?

Sono io la ragione dei tuoi affanni?

O ti inquieta l’avanzar degli anni?

Sempre ho gridato che son felice,

Felice d’esser nata…

Io sono così come sono

E per questa sofferenza, mi spiace,

Son qui a chiederti perdono.

Ora nel mio nido, con una creatura in grembo,

Sento più che mai lo scandir del tempo.

A me tanto caro è il ricordo del tuo amore

E dei tuoi cibi, misti e antichi,

tanto saporiti,

Che ancora inebriano i miei sensi.

Foglie di fantasia

Oggi, passeggiando lungo i viali alberati del paese, non ho resistito alla tentazione di raccogliere dal terreno qualche foglia d’autunno:  poche, per la verità e bagnate, sporche e quasi sfaldate dalla pioggia caduta incessantemente. Da tempo desideravo fortemente riuscire a scrivere su questi organi vegetali una frase, un saluto, un pensiero poetico; poi, avrei fatto una sorpresa donandole, o abbandonandole in luoghi  quali: l’ingresso del palazzo, le panchine, il bancone della biblioteca e, perchè no?, la sala d’attesa del dentista.

Con estrema delicatezza, quasi cullandole, mi sono portata a casa queste creature: le ho asciugate, ripulite con molta cura, stando sempre attenta che non mi si accartocciassero tra le dita.   Dall’angolo giochi destinato ai nipoti, e pure a me, ho sfilato astucci contenenti un’infinità di penne biro, matite e pennarelli. Usando proprio questi ultimi ho tentato di vergare la foglia più rovinata, fallendo l’esperimento; con l’uso di una penna biro invece sono riuscita nella fantastica impresa, ma limitatamente a quattro foglie.  Nella mia insanabile presunzione, supportata anche da una recente, indesiderata, sbadataggine, ho vissuto uno scarto del battito cardiaco: momenti carichi di pura gioia, incredulità.  La “mia” piccola opera si presentava ben riuscita, originalissima, praticamente una “meraviglia”.

Mi apprestavo ad imbandire la tavola per i festeggiamenti, con un sottofondo musicale fin troppo allegro, quand’ecco che venivo trafitta in modo umiliante, inatteso e inopportuno dalle immagini della Sibilla Cumana proiettate da un angolo remoto della mente. In gioventù avevo letto molto di questa donna famosa e misteriosa, rimanendo affascinata dalla sua storia, o leggenda?

Dopo lo smacco lacerante subito, con conseguente abbassamento di autostima, sono stata costretta a fare indietreggiare questa nonna creativa, esuberante e volonterosa per onorare la Sibilla di Cuma,  Somma sacerdotessa, oracolo del dio del sole Apollo, e di Ecate dea della luna.  Era lei la donna prescelta dagli dei a cui, in tempi antichissimi, era stato fatto dono di esercitare facoltà e potere di profetare in modo, più o meno enigmatico e alquanto oscuro, predicendo l’avvenire. Era lei che usava trascrivere i vaticini proprio sulle foglie degli alberi, disperdendole e sparpagliandole poi nell’aria.    Al fine di poter leggere ed interpretare il suo responso bisognava pazientemente raccoglierle insieme, ma, dal momento che il linguaggio degli oracoli non è comune al nostro, non si preoccupava di porre spazio o punteggiatura alcuna tra un vocabolo e l’altro: quindi ogni risposta doveva essere pazientemente, faticosamente e opportunamente decifrata.

Tra molti altri volumi, da qualche parte nell’appartamento in cui vivo, sospetto si nasconda un libriccino, forse in pessime condizioni, contenente un “Metodo” corredato da numerose tabelle di frammenti di responsi, tutti da interpretare, per interrogare la Sibilla Cumana.

Ecco, ora mi servirebbe proprio quel libriccino. Devo andare a scovarlo, non certo con l’intenzione di consultarlo quanto per seppellire al suo interno la mia creazione: quattro delicate foglie autunnali, fantasiose e tutt’altro che sibilline.

 

P.S. Nell’album-foto del cellulare, ad uso conforto personalissimo, ne ho archiviato il ricordo.

4 ottobre 2019

OGGI CAMBIO STRADA

Quante volte nella mia vita ho pensato : non posso andare avanti così, devo cambiare! Quante volte sono tornata indietro non riuscendo….ma in questo momento della mia storia si impone fare un passo nuovo. Da sola però non ce la posso fare e allora mi farò aiutare molto concretamente. Ormai ho deciso e non voglio avere ripensamenti
Lo devo a me stessa, ai miei figli, ai miei amici e forse in primis al Signore che mi ha chiamata alla vita. Immagino che leggendo vi chiediate: ma cosa deve cambiare Carla? Per il rapporto libero che sento esserci fra d noi voglio spiegarmi. Da molti molti anni soffro d un disturbo alimentare che mi ha resa più vulnerabile, piuttosto depressa e che ha delle pesanti ripercussioni anche sul mio fisico
Il passo che ho deciso d fare non sarà facile ma ce la metterò tutta. Sì tratta d un ricovero d circa un mese in una struttura che si occupa di rieducazione nutrizionale e riabilitazione motoria.
Avrò bisogno del sostegno d tutti, anche del vostro. Grazie
Carla