Aki e Haru – racconto d’autunno

Aki scostò il pannello di legno e carta di riso per far entrare la luce del mattino.

Sporse il viso tondo e fresco come un petalo di ciliegio per osservare la prima neve cadere e perdersi  nella terra scura del pianoro antistante.

Presto sarebbe arrivato un inverno lungo e freddo.

Gli alberi sui declivi trattenevano le loro foglie colorando il paesaggio d’amaranto, carminio, miele porpora e molti altri colori ancora.

Aki azzardò qualche passo sulla veranda per annusare l’aria  che odorava di montagne.

Poi il suo sguardo abbracciò le cime. I suoi occhi avevano il colore e la forma delle mandorle che crescevano a valle,  nella prefettura di Akita.

Sorrise alla natura, e due  fossette le contornarono la piccola bocca gonfia di vita.

Improvvisamente il vento le portò lo scalpitio di cavalli.

Qualcuno sarebbe presto arrivato,  e mai nessuno si arrampicava sino al pianoro di Kyatzu.

Un artiglio d’ansia le si aggrappò al petto rendendola incapace di muoversi.

-Haru! Haru!- cercò di gridare, ma la voce le si perdeva in gola.

Il suo giovane sposo dormiva sazio nella stanza dei tatami.

-Haru! Haru!- urlò finalmente correndo dentro casa.

-Aki cosa ti succede? Hai di nuovo visto un orso?-

-Haru! Qualcuno sta arrivando- riuscì a dire la piccola Aki accasciandosi sul tatami,  ancora tiepido ed afroso .

La luce del giorno proveniva ancora da est di Kyatzu quando due messi dello Shogun Akaori scesero dai cavalli e fecero risuonare i loro passi sulle assi di faggio della veranda.

-Samurai Haru!- chiamarono gli uomini.

Aki aprì i pannelli ai messi. I suoi occhi scuri rimanevano bassi.

Inchinandosi si scostò per farli entrare.

Haru non si voltò subito e rimase a guardare la stufa sorbendo rumorosamente la calda bevanda di riso.

-Samurai Haru, abbiamo un messaggio da recapitarvi-

Haru finalmente si girò lentamente prendendosi il tempo di osservare i due uomini coperti di pellicce.

Tese la mano per prendere il rotolo che gli veniva offerto dai due messi inginocchiati.

Poi tornò a guardare la stufa e gli uomini lasciarono la soglia di casa porgendo un ultimo inchino.

-Aki, devo partire. Lo shogun mi ha convocato per difendere le terre di Kyushu da un feroce nemico. Il suo nome è Kublai Kahn. Viene dal mare e tra pochi giorni toccherà le nostre coste. Dovrò essere lì per  tempo e partire oggi stesso-

Aki  rimase in silenzio, mentre i suoi occhi seguivano le nodosità del pavimento come se cercassero pezzi di Shogi(1)  sparpagliato ovunque.

Haru le prese le mani e la condusse fuori.

-Aki- disse – guarda questo ciliegio. Oggi le sue foglie sono d’oro. presto cadranno.

Ne colgo due. Una la terrò qui ben riposta nel mio petto,l’altra la conserverai tu.

Queste due foglie non cadranno a terra, e la mia promessa, amata moglie, è di tornare da prima che le nuove gemme di questo ciliegio vedano il mondo.-

Aki guardò il ciliegio poi alzò lo sguardo verso le montagne e,  tra gli alberi,  vide l’orso fermarsi ad osservare  loro due fermi mano nella mano..

(1) antico gioco giapponese simile agli scacchi

 

 

Alla mamma

In un angolo della cucina, mamma,

Ti rivedo, mentre lavi le stoviglie di una vita

E contenute lacrime scendono sulle tue dita.

Perché la tua anima dolce è

Così ferita?

Sono io la ragione dei tuoi affanni?

O ti inquieta l’avanzar degli anni?

Sempre ho gridato che son felice,

Felice d’esser nata…

Io sono così come sono

E per questa sofferenza, mi spiace,

Son qui a chiederti perdono.

Ora nel mio nido, con una creatura in grembo,

Sento più che mai lo scandir del tempo.

A me tanto caro è il ricordo del tuo amore

E dei tuoi cibi, misti e antichi,

tanto saporiti,

Che ancora inebriano i miei sensi.

Foglie di fantasia

Oggi, passeggiando lungo i viali alberati del paese, non ho resistito alla tentazione di raccogliere dal terreno qualche foglia d’autunno:  poche, per la verità e bagnate, sporche e quasi sfaldate dalla pioggia caduta incessantemente. Da tempo desideravo fortemente riuscire a scrivere su questi organi vegetali una frase, un saluto, un pensiero poetico; poi, avrei fatto una sorpresa donandole, o abbandonandole in luoghi  quali: l’ingresso del palazzo, le panchine, il bancone della biblioteca e, perchè no?, la sala d’attesa del dentista.

Con estrema delicatezza, quasi cullandole, mi sono portata a casa queste creature: le ho asciugate, ripulite con molta cura, stando sempre attenta che non mi si accartocciassero tra le dita.   Dall’angolo giochi destinato ai nipoti, e pure a me, ho sfilato astucci contenenti un’infinità di penne biro, matite e pennarelli. Usando proprio questi ultimi ho tentato di vergare la foglia più rovinata, fallendo l’esperimento; con l’uso di una penna biro invece sono riuscita nella fantastica impresa, ma limitatamente a quattro foglie.  Nella mia insanabile presunzione, supportata anche da una recente, indesiderata, sbadataggine, ho vissuto uno scarto del battito cardiaco: momenti carichi di pura gioia, incredulità.  La “mia” piccola opera si presentava ben riuscita, originalissima, praticamente una “meraviglia”.

Mi apprestavo ad imbandire la tavola per i festeggiamenti, con un sottofondo musicale fin troppo allegro, quand’ecco che venivo trafitta in modo umiliante, inatteso e inopportuno dalle immagini della Sibilla Cumana proiettate da un angolo remoto della mente. In gioventù avevo letto molto di questa donna famosa e misteriosa, rimanendo affascinata dalla sua storia, o leggenda?

Dopo lo smacco lacerante subito, con conseguente abbassamento di autostima, sono stata costretta a fare indietreggiare questa nonna creativa, esuberante e volonterosa per onorare la Sibilla di Cuma,  Somma sacerdotessa, oracolo del dio del sole Apollo, e di Ecate dea della luna.  Era lei la donna prescelta dagli dei a cui, in tempi antichissimi, era stato fatto dono di esercitare facoltà e potere di profetare in modo, più o meno enigmatico e alquanto oscuro, predicendo l’avvenire. Era lei che usava trascrivere i vaticini proprio sulle foglie degli alberi, disperdendole e sparpagliandole poi nell’aria.    Al fine di poter leggere ed interpretare il suo responso bisognava pazientemente raccoglierle insieme, ma, dal momento che il linguaggio degli oracoli non è comune al nostro, non si preoccupava di porre spazio o punteggiatura alcuna tra un vocabolo e l’altro: quindi ogni risposta doveva essere pazientemente, faticosamente e opportunamente decifrata.

Tra molti altri volumi, da qualche parte nell’appartamento in cui vivo, sospetto si nasconda un libriccino, forse in pessime condizioni, contenente un “Metodo” corredato da numerose tabelle di frammenti di responsi, tutti da interpretare, per interrogare la Sibilla Cumana.

Ecco, ora mi servirebbe proprio quel libriccino. Devo andare a scovarlo, non certo con l’intenzione di consultarlo quanto per seppellire al suo interno la mia creazione: quattro delicate foglie autunnali, fantasiose e tutt’altro che sibilline.

 

P.S. Nell’album-foto del cellulare, ad uso conforto personalissimo, ne ho archiviato il ricordo.

4 ottobre 2019

OGGI CAMBIO STRADA

Quante volte nella mia vita ho pensato : non posso andare avanti così, devo cambiare! Quante volte sono tornata indietro non riuscendo….ma in questo momento della mia storia si impone fare un passo nuovo. Da sola però non ce la posso fare e allora mi farò aiutare molto concretamente. Ormai ho deciso e non voglio avere ripensamenti
Lo devo a me stessa, ai miei figli, ai miei amici e forse in primis al Signore che mi ha chiamata alla vita. Immagino che leggendo vi chiediate: ma cosa deve cambiare Carla? Per il rapporto libero che sento esserci fra d noi voglio spiegarmi. Da molti molti anni soffro d un disturbo alimentare che mi ha resa più vulnerabile, piuttosto depressa e che ha delle pesanti ripercussioni anche sul mio fisico
Il passo che ho deciso d fare non sarà facile ma ce la metterò tutta. Sì tratta d un ricovero d circa un mese in una struttura che si occupa di rieducazione nutrizionale e riabilitazione motoria.
Avrò bisogno del sostegno d tutti, anche del vostro. Grazie
Carla

Solitudine

Non c’è più una coltre che mi riscaldi,
Non c’è più la tempra che io ricordi.
L’assenza di parole costruisce il muro dell’imperturbabilità… e il mio cuore piange e piange.

 

Se potessi

Se potessi gridare il mio  pensiero, valicherei montagne
e l’eco risuonerebbe il ritornello incalzante.
Se potessi chiudere il rubinetto dei pensieri, mi coricherei su  un campo di grano ammirando, a braccia aperte, le nuvole che si rincorrono.
Se potessi cantare la mia canzone con voce soave
la dedicherei a te,  se anche non senti le mie parole.
Se potessi costruire una casa, la innalzerei con pareti  di carta colorata,  così da percepire tutti i suoni gioiosi  che allieterebbero i miei giorni.
Se potessi scegliere un sentiero non lo sceglierei, ma camminerei senza meta cercando, in ciascun pellegrino che incontro, quelle fragilità e quelle sensibilità che riempiono il cuore e l’animo, sino a farlo traboccare di letizia.
Se potessi, forse non  cambierei nulla…. continuerei a sognare.

Graziella L.

CALEIDOSCOPIO

La giovane signora conosciuta e benvoluta da noi tutti, chiamata semplicemente “la bella imprenditrice”, arrivò al Circolo Ricreativo di Burraco in compagnia dela “nuovo straniero” giunto in paese.  L’uomo avrà avuto una quarantina d’anni: alto, magro, capelli scarmigliati, volto affilato, olivastro, inquieto; occhi minuscoli, scuri, furbi; barba ispida e brizzolata. Sulle spalle un voluminoso zaino, consunto e lacero, color marrone, un carico dal quale non si liberò mai.  Il suo aspetto trascurato ci lasciò sconcertati: indossava abiti vissuti, sporchi e stropicciati.  Si comportò in modo strano: senza mai sorridere, o scambiare un saluto con i presenti, transitò muovendosi con passo felpato tra i vari tavoli, gettando occhiate particolari, furtive. Mantenni a lungo il ricordo del fremito, accompagnato da una sensazione di disagio, che mi attraversò.

All’interno del locale del Circolo, dove da diversi anni prestavo anche opera di volontariato in veste di “barista”, molti dei presenti espressero – più o meno sottovoce – ipotesi sul ruolo svolto dal nuovo arrivato: “Per me é il suo amante. Nooo, é il suo compagno. A seguire altre qualifiche: il fidanzato, l’autista, l’accompagnatore, il personal trainer, il futuro consorte, il nuovo operaio assunto nell’Azienda dell’imprenditrice, il cassiere, il ragioniere.”  Alcuni anziani avventori, per gentilezza nei confronti della donna, sorrisero al nuovo venuto; altri si finsero indifferenti.

Nel frattempo, nel cortile esterno del Circolo, davanti ad un crocchio di adulti incuriositi, l’imprenditrice con voce squillante andava fornendo svariate, ed esilaranti versioni circa l’attività dell’amico taciturno, attribuendogli un caleidoscopio di identità personali e lavorative, anche con il supporto di  squallide battutine.  Divertita di trovarsi al centro dell’attenzione, giocava con parole e gesti, lanciando nel contempo preoccupate occhiate all’interno del locale.  Dalla posizione in cui mi trovavo, – dietro al bancone del bar -, avvertivo che la donna, nonostante il susseguirsi di contagiose risatine, ai miei occhi si stava rivelando intimamente agitata.  Decisi di manifestare questo pensiero all’amica Mari, compagna di scuola di vecchia data, ora collega barista, che lo condivise apertamente.

A partire da quel giorno di marzo calò il mistero: nessuno ebbe più notizia dello straniero e della donna.

Oggi, vigilia di Pasqua, Mari al telefono mi domanda: “Hai già letto il giornale?” “Mari, é la vigilia e ho molto da fare. Lo leggerò stasera. Perché?” “Aprilo. Guarda l’articolo e la fotografia a pagina ventidue. Lo scoprirai.” “Puoi anticiparmelo? Ho varie pentole sul fuoco.” “Non voglio rovinarti la sorpresa. Ciao carissima streghetta. Tanti auguroni a te e ai tuoi cari. Smacksmack.”

Incapace di trattenere la curiosità apro il quotidiano e scopro l’identità dello “sconosciuto arrivato in paese”: si tratta di un nomade, capo di una banda di rapinatori, con i quali ha già messo a segno diversi colpi ai danni di Bankomat, ricercatissimo dalla Polizia.  L’ultima rapina, ai danni di una Banca, l’ha compiuta ieri in una città della Toscana.  Perfettamente riuscita, miracolosamente senza necessità di minacce di violenza o colpi di arma da fuoco.  Per darsi alla fuga, – a bordo di una vettura BMW, sottratta un mese prima alla legittima proprietaria -, l’uomo ha tenuto il piede pesantemente schiacciato sull’acceleratore perdendo la vita in un terrificante schianto, contro un muro di cemento.  Guardo attonita la fotografia: l’auto ha l’aspetto di una grande, scassatissima, fisarmonica.  Pezzi di lamiera, vetri, ferri del mestiere, un cuscino, e molti altri oggetti, si sono sparpagliati ovunque.

Osservo meglio, più da vicino; mi é parso di intravedere e riconoscere il famoso zaino marrone: eccolo.  Mostra una ferita aperta, rivelando parte dell’inutile contenuto cartaceo, banconote di scarsissimo valore se paragonate al prezioso, meraviglioso, multicolore caleidoscopio che é la Vita.

L’INVOLUCRO

Il vincitore del premio Nobel per la Letteratura, Anatole France, tra molte altre perle
di saggezza, ha scritto: “Non conosco uomo così audace come i sogni di una donna”.
Voglio credere che lo scrittore francese sapesse pure che, da sempre, esistono uomini
così audaci da dedicarsi alla soppressione dei sogni delle donne.

A Noa, la ragazza olandese che ha lottato con tutte le forze per lasciarsi morire, era
stata sterminata senza pietà, e in più riprese, la costellazione dei sogni.  La sua lunga
notte non si é più trasformata in mattino: é rimasta immersa nella profonda oscurità,
inospitale e invivibile.
Certe ferite non guariscono, sono refrattarie alla cicatrizzazione, soprattutto in presenza della corrosiva lentezza del dolore.  Perfino la medicina dell’amore, spesso, non funziona: risulta insufficiente a ridare speranza.

“Vincere o imparare” é il titolo del libro, – il diario che la ragazza aveva scritto nel corso degli anni, e, pubblicato da poco tempo, – che mi spinge a domandarmi: con questa scelta definitiva avrà ritenuto di avere vinto o di avere imparato?
Non mi permetto il lusso di giudicare. La sua scomparsa lascia in eredità un grande interrogativo per una personale, utile, preziosa ma pure amarissima riflessione: “Una volta assassinati i pensieri, massacrati i sogni, e strappata l’anima, vale davvero la pena faticare per salvare quell’involucro chiamato corpo?”

Come molte donne, da sempre – e parecchio ne soffro – conosco l’audacia di alcuni uomini, privi di sogni, abilissimi nello spegnere la luce delle donne; ciò nonostante continuo a sperare, con tutto il mio essere, che il Cielo, lassù, ad ognuna di loro conceda in premio la luce dell’Immortalità.

Clinica Dentistica (Non é poesia)

Centesima, silente, asettica sala d’attesa.
Ennesima assistente carina, sorridente.

Dentista giovane, simpatico, aitante
amico/nemico.  Sconosciuto l’Assistente

Altro giro, altra corsa, altri biglietti
Vinco facile. Estrazioni sorprendenti!

Guarda bene é uscito proprio il mio numero
“Quattro rifatti vecchi traballanti denti”.

Anestesia, ansia. Lacrime non mi permetto.
Sciacqui, saliva rosso sangue nel fazzoletto.

Sorriso storto. Davanti l’assegno da firmare.
“E’ stata super brava!” Adesso riposo da godere.

Ghiaccio, antibiotici, pillole contro il dolore.
Alito da tramortire un toro. Ne odio il sentore.

Sto seguendo la dieta “Devi ancora soffrire”.
Benissimo!, avrei giusto sei etti da smaltire.

Rido mentre percorro il mio privato calvario.
“Non fumare!” e poi “Bugia!” scriverò sul diario.

 

 

 

 

 

Contrasti

Inganno o desiderio
colpo secco che mi stordisce
quando giro gli occhi e non vedo
annuso e non fiuto
odo e non sento, illusa
annaspo nel brivido di improbabili attese.
Sguaiate mi ronzano intorno
parole che non trovano pagine.
Sarà il periodo mi dico, sarà
l’inverno che si abbarbica alle pareti
del gelo e non vuol morire oppure
questo temporeggiante tempo anteprimavera
che riscalda ormoni prematuri
adagiati senz’anima sul fondo
di torbide pozzanghere.
Fui voce allegria curiosità sogno amore.
Piange sul lontano fruscio di corse e capriole
la malinconia dei muscoli.