Spiriti

Due spiriti

Due modi di ridere

Due occhi per vivere

Due mani si cercano

Si confrontano

nel giardino bellissimo

del mondo

 

Coi colori pastello

disegnano

tutte le sfumature

dei paesaggi interiori

dell’anima

E’ un rapporto complesso

Dolce al tempo stesso

 

Due spiriti

ignari della realtà

che dalla felicità separa

sono grati

al mistero dell’Amore

che offre riparo

e li rende

l’uno all’altro caro

 

Ricordi d’infanzia

Quando mia madre ci disse che saremmo andati via – allora si diceva “faremo San Martino” era il 29 giugno del 1959.
Ricordo la mia corsa nella piccola stradellina dove andavo con Annarosa a cercare le prime viole di campo e la Iuli ci veniva dietro con la sua andatura, fermandosi di tanto in tanto dietro di noi con il suo fare pigro.
La Iuli era un setter da caccia dal pelo maculato tra il rosso e il bianco.
Le volevamo bene e lei voleva bene a noi.
Ricordo le sue cucciolate che ci rendevano felici. La sua cuccia era nel garage del nonno Tranquillo di nome ma non di fatto.
Guardavo il profilo del pioppeto lontano, avvolto dai colori dell’imminente tramonto che avevo visto tante volte in quei dieci anni trascorsi al mio paese..
Le mie lacrime scendevano silenziose sulle mie guance, nella consapevolezza che quei momenti non li avrei più avuti.
Infatti, il nostro trasferimento a Milano, in periferia, avvenne di notte.
Arrivammo il mattino presto dove, ad attenderci era il portiere di un vecchio edificio a cinque piani.
Lì c’era il nostro appartamento composto da due stanze, con il bagno fuori sulla ringhiera.
Io piangevo, stordita per il viaggio ma soprattutto mi sembrava tutto così irreale.
Tenevo tra le braccia una bambola di pezza che mi aveva dato mia madre, che stringevo a me come l’unico bene che mi fosse rimasto.
Alle prime luci del mattino scorsi le ringhiere del palazzo opposto ….ci divideva un cortile.
Una parete a lato lasciava intravedere oltre una porta senza rifiniture, l’ingresso a un cortile più piccolo che portava a una palazzina più piccola di quattro piani.
Ricordo il colore dei gerani, tanti gerani e qualche oleandro che le donne avevano messo per abbellire il loro impossibile giardino.
Il primo giorno fu un andirivieni di scatoloni, portati a braccia da mio padre e dagli zii che ci avevano dato il loro aiuto per sistemare i pochi mobili.
Iniziava l’estate.
Le famiglie che vivevano nel palazzo erano tantissime. Tanti bambini e tanti gatti che gironzolavano intorno facevano parte del mio nuovo mondo.
Quel 29 giugno aveva un’aria di festa e si notava tanta allegria nel vociare delle persone.
Mi colpì vedere la ringhiera di fronte, al terzo piano, tutta ornata di fiori fino al piano terreno.
Come mai tutta quella parata?
E arrivarono molti curiosi da fuori con volti sorridenti.
Ma certo : la Rosa e il suo Domenico festeggiavano cinquant’anni di matrimonio e tutti volevano esserci : grandi, piccini e gatti.
Arrivò pure la banda
Tutti con i nasi all’insù nella direzione dei festeggiati circondati da figli e nipoti. Iniziarono le note di “oh mia bela Madunina”
Amavo la musica, la banda intono’ altri motivi più o meno melanconici e con gli altri bambini, che ancora non conoscevo, fui trascinata in un girotondo senza fine. Un’altra vita era al suo inizio.
La Signora Rosa era una bella donna con i capelli completamente candidi raccolti dietro la nuca. Il suo Domenico lo ricordo con i baffoni enormi all’Umberta. Aveva gli occhi di un azzurro trasparente.
Due persone emozionate da tutto quel trambusto organizzato per loro da quella comunità festante.
Quel cortile, anzi, i due cortili erano divenuti un piccolo cosmo.
Notai che la parete divisoria fra i due cortili era ornata da fiori color glicine. Erano IRIS.
Li avrei visti fiorire negli anni che seguirono e compresi nel tempo l’arrivo dell’estate.

Per amore dell’Amore

 

Chissà se domani
ancora sarai capace
per amore dell’Amore
di ricominciare da capo
con amore e senza porre
un limite all’Amore

Chissà se domani
sarai capace un’altra volta
per amore dell’Amore
di provare la sensazione
di soffrire perché ami
e… rimetterci ancora!

 

 

 

 

Dove si sente l’Amore? (1982)

La prima volta che ci incontrammo
– ricordi? –
ti chiesi “Dove si sente l’amore?”

Mi facevano male le braccia,
il cuore
e la punta delle dita dal desiderio di amare

Stavo vivendo per la voglia di amare
Stavo morendo per mancanza d’amore

Questa notte è una di quelle
che stringe il cuore nella malinconia

Se ti incontrassi ora
– ci crederesti? –
ti chiederei “Dove si sente la Poesia?”

Mi dolgono le mani, le labbra
e il cuore
dal desiderio di riaverti!

Sto morendo per la voglia di amare
Sto vivendo la mancanza d’amore

Sorprese della vita

Del tutto inattesa, a distanza di quattro anni mi è giunta una telefonata da Tina la mia primissima compagna di classe.   Ai tempi (ieri, negli anni ’50) le nostre mamme si conoscevano: la sua, con grande meraviglia di tutti gli abitanti del posto, unica giovane donna capace di guidare un camion!, dopo la scomparsa del consorte doveva gestire da sola un negozio di Alimentari.   Mi venne chiesto di passare a “ritirare” Tina per accompagnarla a scuola, incarico che presi a cuore scrupolosamente. Ero “di strada” – provenendo dalla periferia quella lontana e degradata – ed ogni mattina mi fermavo alla porta di casa sua per poi, insieme, incamminarci verso la “nostra” Scuola Elementare.

Tina mi sorrideva riconoscente, ma io avvertivo chiaro il disagio per il divario specifico che esisteva tra noi, disparità che non sfuggiva agli occhi degli altri dai quali, essendo affetta da mirmecofobia, lei amava molto essere notata. Lungo tutto il percorso, infatti, lanciando acutissimi gridolini, aumentando la stretta della mia mano, evitava di avere a che fare con  quelle “orribili bestiacce” (le innocue formichine) e saltellava come una cavalletta impazzita. Giunte a destinazione sane e salve, ignorandomi per l’intera giornata, dedicava ogni attenzione all’amica Mariangela, l’alunna prediletta dall’insegnante.     Una volta ultimati gli anni delle Elementari fu facilissimo perderci completamente di vista.

Se ricordo bene, trascorsi venticinque anni dal nostro ultimo incontro scolastico, un mattino per poco non mi scontrai con Tina all’angolo di una via: con estrema  incredulità scoprimmo di aver scelto entrambe di stabilirci nella medesima cittadina.  Trascorremmo un paio di ore tra abbracci, risatine, commozione, commenti sul passato, un paio di caffè (lei) troppe sigarette (io).   Ognuna aveva molto da raccontare e fu un avvenimento davvero piacevole, nonostante lei stesse attraversando un momento sofferto a causa del comportamento dei figli che crescevano in fretta e disobbedivano ancora più velocemente.

Mi invitò a visitare la sua lussuosa villa: il design interno era identico a quello di una stazione spaziale asettica ma, quello esterno invidiabile: era tutta circondata da un giardino rigoglioso, curatissimo, bellissimo, paragonabile solo a quello dei libri delle favole.

Abitavo con la mia famiglia in un vetusto, ampio, luminosissimo appartamento ubicato al secondo piano di una palazzina popolare; il suo interno era davvero peculiare: al fine di  rallegrare l’esistenza avevo scelto colori accesi sia per la moquette che per i caloriferi e perfino per le pareti. Il balcone, che affacciava sulla strada più trafficata, lungo nove metri e largo  -forse- uno, fungeva da “mio giardino”: accoglieva una ventina di grandi vasi di fiori, dalle varietà diversissime, che curavo amorevolmente.

Tina ed io non avevamo più avuto alcun contatto dal 2016, anno del mio arrivo a Mediglia; da qui  l’enorme sorpresa quando rispondendo a una chiamata al cellulare sono stata raggiunta dalla sua risata cristallina e da due parole: “Ciao accompagnatrice!”, proprio “quasi” come se gli anni non fossero mai trascorsi.  Ci siamo festeggiate a lungo, commosse e, ignorando l’orologio, con stupore, indulgenza, pazienza e tenerezza, abbiamo considerato buona parte della nostra “nuova e vecchia” esistenza che, essendo  preziosissima, comprende pure lacrime silenziose del cuore per il futuro dei nipoti, serena accettazione delle rinuncie ed un’immensa gratitudine per tutto il tempo avuto in dono.

 

Oggi grande gita

Oggi grande gita!/
Senza autobus, senza ombrello/
Col vestito mio più bello/
Mascherata sono uscita.

Di lattice erano i guanti/
Seri e cupi tutti quanti/
Chi per casa, chi per la via/
Chi mi incontra in farmacia.

Il capello non più bruno/
Rotolini e pancetta/
10 kg, che disdetta!/
Quando torno, un bel digiuno.

Fuori da

Fuori da questa oscura notte

pieni di lividi per troppe botte

uciremo pallidissimi nel viso

sulle labbra un grande sorriso

 

Fuori da questa notte oscura

dopo il tormento e la paura

nonostante lunghissimi capelli

ci riconosceremo tutti fratelli

 

Fuori da questa notte oscura

di ognuno di noi avremo cura

guariremo le ferite sanguinanti

saremo felici davvero in tanti

 

Fuori da questa oscura notte

con chili di troppo e ossa rotte

sapremo leggerci nel cuore

riscoprendo la magia dell’Amore

“Corona Virù”

Anche oggi davanti alla Farmacia

ho pianto con donne della mia età

In una ricerca diventata già tabù

per la presenza del “Corona Virù”

odiamo la realtà che è quasi pazzia

e non ci porta a vedere un nipote

o a ricevere un abbraccio per la via

 

E queste lunghe notti in bianco

da sirene di ambulanze musicate

da guanti e mascherine terminate

da tuttologi e grandi bufale inondate

da mille notiziari visti alla Tivù

ridotti in questa silenziosa schiavitù

ci consoliano con un altro tiramisù

 

Dio è stanco. Ancora non morto

Da troppo tempo Lui si è accorto

dei nostri inutilili miti falsi idoli

della politica fatta di immoralità

di animali bruciati in quantità

di treni deragliati aerei caduti

bambini abbandonati cuori perduti

 

Troppo Male. In questa inciviltà

mancava la serenità, la serietà

avanzava corruzione e meschinità

In un vortice di stordente velocità

nessun rispetto. A zero la dignità

Inorridito, incredulo, Lui da lussù

ci donava comunque un cielo blu

 

Agli arresti di obbligata vacanza

pronti ad alimentare la speranza

torniamo a scoprire ogni virtù

pur di esorcizzare il “Corona Virù”

Un giorno Dio ci apparirà risorto

In cambio per la Sua immortalità

esige da noi preghiere di fragilità.

 

Attesa

Dio del Cielo

Bellissima

e

lunga è la vita

Migliaia e migliaia

di attimi in fila

un lungo esercito

sconfinato

 

Demone del Virus

Velocissima

e

breve è la morte

Un palpito lieve

lo spazio di una

tua orrenda

decisione

Sensibilità

La mia sensibilità,

nemico

che mi sforzo

di tenere lontano,

senza mai riuscirci,

è un dono che

mi spaventa.

 

Non mi spettava

e neppure meritavo

 

Non me la posso

togliere di dosso,

strapparla via

o gettarla di mano,

rimane in me

viva con

salde radici

 

Che ingrossano

piano, piano

 

4 marzo 2020

 

 

 

 

4 marzo 2020

1 2 3 5