Tutti gli articoli di Antonella Rando

Omar

All’una di notte è dura svegliarsi
montare in sella e pedalare,
quando c’è freddo o la pioggia è gelata
è ancora più dura,
sulla neve può capitare di scivolare,
ma io mi rialzo in fretta:
il forno caldo mi aspetta,
il pane deve essere pronto per alba,
il suo profumo risveglia la città
e la crosticina croccante
appena increspata di farina
mi ricorda la sabbia dorata
soffiata dal vento sulle dune del deserto.
Io non ho paura della notte.
Ne ho passate tante a gettar reti
dai pescherecci, bambino accanto a mio padre.
Cullato e strapazzato, odiato e amato,
io e il mare siamo fratelli, di lui mi sono fidato.
Arrivai con la nave dei migranti,
il viaggio di sola andata durò cinque giorni.
Il mio pane che sa di mare
ha il sapore buono della pace

 

 

 

 

 

 

Luce nelle tenebre

Il biglietto arrivò in giorni diversi, ma con la stessa grafia, lo stesso tipo di carta un po’ ruvida. Nessuna firma.
“Quando la voce tace e la pietra ricorda,
seguite il passo che non lascia orme.
Là dove il cielo è stato chiuso,
aprite ciò che non è mai stato serrato.”
Sotto un piccolo segno, quasi una croce disegnata distrattamente, con un invito finale: “L’appuntamento è per venerdì 13. Vi aspetto.”
Non poteva che essere stato mandato da Luigi, uno degli antichi compagni di classe che ai tempi  della scuola, aveva fondato una società segreta.
Da quando aveva preso i voti, Don Luigi non perdeva occasione per invitare i suoi vecchi amici presso luoghi sacri, pii e misericordiosi o misteriosi e impartire loro sermoni, Questa volta si trattava della chiesa sconsacrata di Rovello.
La strada era fuori paese lungo una strada che nessuno percorreva più. Era chiusa da anni, ma il portone quel giorno era socchiuso. La luce passava a fatica dalle finestre rotte, l’aria aveva il sapore della polvere e dei ricordi.
Il soffitto alto e screpolato, conservava frammenti di affreschi, mani senza volto, ali spezzate, sguardi che non guardavano più nessuno. Candele erano appoggiate a terra, in fila, come ad indicare un percorso, non erano accese.
Alla chiamata parteciparono tutti, all’inizio scettici, poi quando udirono la voce suadente del Don, sempre più ferventi, sino ad inginocchiarsi e con le lacrime agli occhi accogliere la benedizione che giungeva attraverso l’imposizione delle sue mani enormi e grassoccie.                                      Lisa, nella sua tutina nera, che la rendeva invisibile, appostata dietro una colonna, seguiva divertita il rituale mentre ascoltava i canti dei monaci riecheggiare dai secoli, con gesti sdegnosi scacciava mani che volevano sfiorarla, si lasciava carezzare dalle piume volate dalle ali dei cherubini e con due occhi di un verde indefinibile fulminava gli sguardi che dagli affreschi volevano penetrarla. Quella sera riuscì anche ad accendere le candele sistemate sul pavimento.
Fu uno spettacolo vedere Don Luigi prostrato che con voce spezzata dalla commozione annunziava l’avvenuto miracolo: “Ecco: il Lume Divino”.
L’indomani i compagni redenti ebbero a dire che quella selvaggia di Lisa non si era presentata, proprio lei; così bisognosa della provvidenza celeste.

 

 

 

 

.

 

.

.

 

 

 

 

Fumo di Londra

The tower of London vista da qui è molto inquietante, si erge ieratica verso il cielo plumbeo, la pioggia incombe. Penso ad Anna Bolena, decapitata nel cortile della fortezza, ad Elisabetta I, chiusa nella sua cella che con una pietra incide sul muro: “Elisabetta capta est”.
In fila, composta. aspetto il turno per la visita guidata, mio marito invece sembra un condannato, impreca e mi sussurra in un orecchio: “Andresti a nozze imprigionata con le tue dark lady qui dentro”.
Rido di gusto, qualche giorno ci starei volentieri con le mie amiche, ne scoprirei delle belle! Gossip magari davanti ad un tè bollente servito in tazze bone china.
In pochi metri si concentra il mondo intero, osservo le persone, i loro colori, ascolto suoni che non conosco, osservo… Osservo uno zainetto: mi da le spalle tre persone davanti a me, ne ho già visto uno così, ma non è possibile. Eppure… Il cappello calato sulla testa in quel modo, tantissimi capelli che spuntano ribelli, i pendenti che brillano nella foschia di questa mattina, i suoi modi spicci, la guida turistica tra le mani, è lei, la mia compagna di penna.
Si gira, mi guarda, non mi riconosce o fa finta di niente, non ci posso credere, caspita, appena rientrata da Parigi è già a Londra: che donna!  Se avessi saputo sarei partita con lei, avrei lasciato a casa mio marito, sempre più intenzionato a farmi rinchiudere nella torre.
La guardo con insistenza. ” What are you doing here?” le urlo in faccia, ” Ti conosco sai, mascherina!” .
Mi guarda, toglie gli occhiali, inforca gli occhiali, i suoi occhi si fanno blu profondo puntati dentro i miei. Ho i brividi.
“Noi non ci siamo mai incontrate, ” dice con un certo self control. Ecco il suo turno: risponde alla guida, la vedo allontanarsi con lo zainetto, il cappello, chiusa nel suo piumino fumo di Londra. Che Donna! La mia amica è un agente 007 in incognito.

 

.

 

 

 

 

 

La casa di Hilde

 

Nella neve
profonde di mio padre
le impronte
io vi saltavo dentro,
la capra sprofondava
io la spronavo
e così sino a casa.
Non c’era sentiero,
solo fiato di noi:
tre nuvole terse nel cielo.
Mia madre sorrise alla capra,
mio padre le porse
una sporta di juta
e un bacio bagnato sulla guancia.
Guardai dietro me
la montagna:

non era più verde.

Ora sapevo che dietro quel monte

non c’era confine,

ma la casa di Hilde

vestita di bianco.

Colori

Trasformò l’ampio salone in uno studio luminoso.
I colori gradirono assai questa trasformazione e sembravano divertirsi a lasciar tracce anche nei posti più impensati: tempera arancio schizzata sulla cappa ocra del camino, una morbida pennellata olio amaranto venava la tenda che ancora oggi ne conserva l’alone, acrilico giallo diluito un tantino troppo chiazzava il marmo lucido del pavimento.
Ma la cosa davvero buffa erano le striature multicolor nel ciuffo che papà portava sempre pettinato alla perfezione sul lato destro della fronte. Così impettito davanti al cavalletto sembrava uno di quegli uccelletti che disegnava per me da bambina.
Rade sopracciglia sulle arcate sporgenti, occhi nocciola tondi che scambiavano sguardi veloci tra tela e tavolozza, naso adunco e bocca sottile, in un volto minuto sorretto dal lungo collo.
Di media statura, papà andava fiero del fisico longilineo scolpito da anni di duro lavoro.
Chiuso nel suo studio, dipingeva sino ad esaurire ogni energia rimasta dopo terapie invasive che sopportava con grande coraggio nonostante la diagnosi riguardo la malattia lasciasse ben poche speranze.
Fu grazie ai colori ritrovati in quegli ultimi due anni che mi accorsi della sua sensibilità e dell’affetto che provava per me.  rima non potevo vedere altro che tinte sbiadite in uno sguardo  diluito nell’alcool che lo allontanava sempre più dalla sua famiglia.
Papà osava tinte vivacissime che rendevano un interiorità appassionata contrapposta al logorio dell’amina e del corpo scavato sul  suo viso.
Sferzate giallo limone, seguite da blu cobalto, violetti, azzurri, indico, sfumano in toni che si fanno bianco, poi argento avvolgente a precedere l’oro del giorno che verrà.
Rimango rapita da questo cielo che abbraccia un mondo di gitani con il loro carrozzone al centro del  quadro e il telone rosso e gonfio nel soffio tiepido del vento.
La zingara, intenta a sistemarsi un fiore tra i lunghi capelli sono io da ragazza.
Sono senza parole, guardo papà, immersa in un cromatismo armonico sorprendente, dove ogni nota risuona in fragili emozioni.
“Serto che ti xe proprio ti, singana che ti xe … Ti xe quea singana la. Questo quadro l’ho dipinto per te” disse papà posando il pennello,  “lo firmerò domani che sono tanto stanco adesso”.
Salutai papà e quella sera rincasai serena.
Il telefono squillò mentre cercavo con gli occhi la parete più adatta per accogliere il mio inestimabile dono.
Ma io sapevo già: arrivai da lui in tempo per tenerlo tra le mie braccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luminarie

Ma la luce è accesa, qualcuno si deciderà ad aprire questo cancello!
Sto perdendo tempo e prendendo freddo, dovrò correre per sistemarmi poi: rifinire  le unghie, il trucco…
Del resto ho speso la mattinata a cucinar crespelle, faranno la loro figura , il profumo dei porcini si sentiva persino in portineria.
Saremo da Paola per il cenone, si festeggerà in allegria.
Ecco Diego che apre e mi fa entrare: “Ti sei deciso finalmente sono congelata, tutto bene?”. Annuisce e sbatte la porta dietro le mie spalle, sussulto. Noto il tavolo della cucina ricoperto da ogni sorta di 0ggetti, senza staccare gli occhi dal tablet dice che suo padre sta lavorando, si tuffa sul divano.

Lady è felice di vedermi, scodinzola, fa la zampina, ci facciamo strada tra scarpe spaiate e puzza di piedi, raggiungiamo Luigi, nel suo studio in fondo al corridoio, è seduto davanti al PC, sta fissando il vuoto, le mani si tormentano a vicenda.
Mi avvicino in silenzio, la cagnolina invece fa di tutto per attirare l’attenzione.
“Sai Mara, trovarmi qui da solo con i ragazzi apre un barato, non puoi immaginare come  mi manca “, ” Si, è dura lasciare andare una donna come Anna, ma ti rifarai una vita Luigi, come sta provando a fare lei”.
Tolgo il cappotto lo appoggio sul divano e vado da Lisa. La trovo rannicchiata tra il lettino e la parete aragosta della cameretta, che sta giocando con il telefonino, osservo la curva sottile della sua schiena, la saluto, mi corre incontro, indossa un pigiamino bianco con i pupazzi di neve blu, la strapazzo di coccole mentre Lady si accuccia e aspetta carezze. ” Ciao piccolina, oggi è l’ultimo giorno dell’anno e noi faremo una bella festa per accogliere quello nuovo, sei d’accordo?”
Cigola il letto quando ci salta sopra, prende il cerchietto rosso dal comodino, lo sistema tra i capelli, poi apre l’armadietto e sceglie il vestito verde. Mando un SMS a mio marito: ” Raggiungimi da Luigi, con le crespelle e un panettone, ti spiegherò”
Così lo renderò felice, quando mi ha proposto di trascorrere il veglione con il suo amico l’ ho fulminato con l0 sguardo.
Mando un SMS anche a Paola e le comunico il cambio di programma. Incarico Diego di sbucciare le patate che si stanno facendo vecchie, le faremo al forno con aglio e rosmarino, inizio a riordinare la cucina.
Appoggio una lanternina davanti alla finestra e mi lascio incantare dal fascino delle luminarie appese che laminano il cielo con colori intermittenti. Quando Lisa mi raggiunge è tanto carina, i capelli biondi le arrivano alla vita e risaltano sul vestitino di velluto, si offre di apparecchiare la tavola. Per ogni piatto che posa sulla tovaglia bella fa un sorriso.
All’ improvviso corre via per ritornare con una scatola di pastelli colorati; “Disegnerò stelline segnaposto” dichiara, poi mi viene vicino,          si alza sulle punte e sussurra che ne farà una con tanti brillantini per la mamma e la metterà accanto a quella di papà.                                            La stringo forte tra le braccia, sa di buono. Ci avvolge come una carezza la fragranza fiorita che usava indossare Anna.

 

 

Chi ha rapito i nanetti?

Hai nostalgia dei nanetti Biancaneve?
Come? Non rientrano da tre giorni e senza di loro ti senti persa, hai rassettato la casa che profuma di lavanda, rammendato, stirato, cucinato e adesso non sai fare altro che startene in giardino ingessata ad aspettarli.
Dai Neve, è ora di darti una mossa!
Chi ha rapito i nanetti? Io! Hai capoto bene IO ho rapito i nanetti.
Gli ho detto: c’è una miniera molto lontana da qui, con un filone di diamanti grandi come noci, chi di voi vuol venire ragazzi?
Dovevi vedere come si spintonavano per salire sul furgone.
Mammolo il tuo timidone è stato il primo ad allacciarsi la cintura di sicurezza accanto al sedile del guidatore.
Chi ha guidato il furgone? Io ho guidato il furgone!
Ho capito, devi mordere la mela avvelenata di Matrigna, devi incontrare Azzurro, devi rispettare la trama della fiaba.
Quante menate che ti fai Neve! Proviamo a rinnovarla noi questa storia: se a darti il famoso bacio fosse una principessa gialla o rosa, se la tua fosse passione mistica, artistica, oppure un appagante carriera lavorativa?
E non si usa più avvelenare rivali in bellezza, Matrigna si è affidata al migliore chirurgo estetico, altro che “specchio delle mie brame” alla dimissione sembra una ragazzina. Non come te che ramazzi tutto il giorno.
Fuori dalla clinica c’era il suo toy boy che l’aspettava alla guida di una Ferrari fiammeggiante.
Che cos’è un toy boy? Una specie di principe, ma rosso, datti tempo, capirai da sola.
Stay tuned  Neve, non precludiamoci niente.
No! con le ballerine non puoi venire, aspetta qui che ti procuro un paio di Nike, ne avremo di strada da fare.
Brava Neve! Si, Nike come la Dea Alata, la Dea della vittooria.

 

 

Uno sguardo

“Lisa, smettila di spiare entra e chiudi la porta.”
“Lele, perché sei ancora qui con la testa appoggiata alle persiane chiuse e le spalle curve? E questi occhi lucidi e rossi?”.
“Sabato scorso decido di andare a Milano, prendo la rossa, scendo a Loreto e taglio per il parchetto, per fare prima, non vedo l’ora di incontrare Tina, l’appuntamento è sotto casa sua. Ho un regalo per lei: la felpa gialla con la civetta che le piaceva tanto, già immagino il suo sorriso una volta aperto il pacchetto.  Sto camminando felice, sulle nuvole, Tina occupa tutti i miei pensieri …
All’improvviso qualcuno arriva da dietro e mi strappa la catenella, è come un fulmine mi sento sprofondare sto per voltarmi, ma vedo il ciondolino cadere, mi butto a terra incomincio a cercarlo mentre piango, piango come un pazzo. Pace per la catenella, è andata, ma il ciondolino è stato il regalo della nonna per la maturità, mi bastava tenerlo qui sul petto per sentirla ancora accanto a me. Asciugo gli occhi con la manica della camicia, il graffio che ho sul collo brucia, sanguina: guarda che segno mi ha lasciato, ma io continuo a cecare, non posso separarmi così da nonna, non posso! Sento rumori di passi sulla ghiaia, alzo gli occhi e vedo lo stesso ragazzino che mi ha aggredito venirmi in contro, ho riconosciuto le sue Adisas blu. Si accovaccia sul prato vicino a me, mi tende una mano chiusa e quando la apre dentro c’è la catenella, la prendo, lui mi stringe la mano e mi aiuta a cercare sino a che non vediamo brillare il ciondolino da sotto un ciottolo. Sai Lisa, mi è bastato un solo sguardo per comprendere che di fronte a me non avevo un nemico, ma un essere umano che provava il mio stesso dispiacere e non mi ha lasciato solo.”
“Tina lo sa?”
“No! Figurati! Pensa se qualcuno avesse girato un video con l’intenzione di mandarlo sui social, se si venisse a sapere in giro c’è chi direbbe: Io gli avrei tirato uno schiaffo, gli avrei rotto il muso io! Invece Lele frigna, Lele fa la femminuccia. Mi viene la pelle d’oca.”
“E tu vuoi nasconderti per questo? Bella storie Lele, ho il magone, secondo me si deve dire che  affidarsi alla emozioni, lasciarsi andare è una forza che libera dal dolore e non è prerogativa delle donne: è ciò che ci caratterizza in quanto civiltà.
Ti rendi conto del rischio che avrebbe comportato reagire con violenza? Dov’è la catenella adesso?”
“In tasca, basta con le prediche sorellona. Acqua in bocca.”
“Indossala dai, sarebbe contenta nonna Mina, lei era speciale continuerà a proteggerti vedrai. Vieni qua fratellino, dammi la catenella, te che la metto io.”

 

.

Uno straccetto ( Wohlly )

Ho scordato uno straccetto,
di pizzo
— vecchio merletto —
Si riconosce appena
nel vaso sul davanzale
tra i piedi di uno schizzinoso
caprifoglio dorato,
tanto con la terra
si è sporcato.
Qui cimici amiche
le une accanto alle altre
come scudi crociati
a svernare si sono schierate.
Ripiegando lo straccetto
benedico
il nostro trascorrere
attraverso la morte
per ritrovare la vita.

 

 

1 2 3