Trasformò l’ampio salone in uno studio luminoso.
I colori gradirono assai questa trasformazione e sembravano divertirsi a lasciar tracce anche nei posti più impensati: tempera arancio schizzata sulla cappa ocra del camino, una morbida pennellata olio amaranto venava la tenda che ancora oggi ne conserva l’alone, acrilico giallo diluito un tantino troppo chiazzava il marmo lucido del pavimento.
Ma la cosa davvero buffa erano le striature multicolor nel ciuffo che papà portava sempre pettinato alla perfezione sul lato destro della fronte. Così impettito davanti al cavalletto sembrava uno di quegli uccelletti che disegnava per me da bambina.
Rade sopracciglia sulle arcate sporgenti, occhi nocciola tondi che scambiavano sguardi veloci tra tela e tavolozza, naso adunco e bocca sottile, in un volto minuto sorretto dal lungo collo.
Di media statura, papà andava fiero del fisico longilineo scolpito da anni di duro lavoro.
Chiuso nel suo studio, dipingeva sino ad esaurire ogni energia rimasta dopo terapie invasive che sopportava con grande coraggio nonostante la diagnosi riguardo la malattia lasciasse ben poche speranze.
Fu grazie ai colori ritrovati in quegli ultimi due anni che mi accorsi della sua sensibilità e dell’affetto che provava per me. rima non potevo vedere altro che tinte sbiadite in uno sguardo diluito nell’alcool che lo allontanava sempre più dalla sua famiglia.
Papà osava tinte vivacissime che rendevano un interiorità appassionata contrapposta al logorio dell’amina e del corpo scavato sul suo viso.
Sferzate giallo limone, seguite da blu cobalto, violetti, azzurri, indico, sfumano in toni che si fanno bianco, poi argento avvolgente a precedere l’oro del giorno che verrà.
Rimango rapita da questo cielo che abbraccia un mondo di gitani con il loro carrozzone al centro del quadro e il telone rosso e gonfio nel soffio tiepido del vento.
La zingara, intenta a sistemarsi un fiore tra i lunghi capelli sono io da ragazza.
Sono senza parole, guardo papà, immersa in un cromatismo armonico sorprendente, dove ogni nota risuona in fragili emozioni.
“Serto che ti xe proprio ti, singana che ti xe … Ti xe quea singana la. Questo quadro l’ho dipinto per te” disse papà posando il pennello, “lo firmerò domani che sono tanto stanco adesso”.
Salutai papà e quella sera rincasai serena.
Il telefono squillò mentre cercavo con gli occhi la parete più adatta per accogliere il mio inestimabile dono.
Ma io sapevo già: arrivai da lui in tempo per tenerlo tra le mie braccia.