Tutti gli articoli di Antonella Rando

Colori

Trasformò l’ampio salone in uno studio luminoso.
I colori gradirono assai questa trasformazione e sembravano divertirsi a lasciar tracce anche nei posti più impensati: tempera arancio schizzata sulla cappa ocra del camino, una morbida pennellata olio amaranto venava la tenda che ancora oggi ne conserva l’alone, acrilico giallo diluito un tantino troppo chiazzava il marmo lucido del pavimento.
Ma la cosa davvero buffa erano le striature multicolor nel ciuffo che papà portava sempre pettinato alla perfezione sul lato destro della fronte. Così impettito davanti al cavalletto sembrava uno di quegli uccelletti che disegnava per me da bambina.
Rade sopracciglia sulle arcate sporgenti, occhi nocciola tondi che scambiavano sguardi veloci tra tela e tavolozza, naso adunco e bocca sottile, in un volto minuto sorretto dal lungo collo.
Di media statura, papà andava fiero del fisico longilineo scolpito da anni di duro lavoro.
Chiuso nel suo studio, dipingeva sino ad esaurire ogni energia rimasta dopo terapie invasive che sopportava con grande coraggio nonostante la diagnosi riguardo la malattia lasciasse ben poche speranze.
Fu grazie ai colori ritrovati in quegli ultimi due anni che mi accorsi della sua sensibilità e dell’affetto che provava per me.  rima non potevo vedere altro che tinte sbiadite in uno sguardo  diluito nell’alcool che lo allontanava sempre più dalla sua famiglia.
Papà osava tinte vivacissime che rendevano un interiorità appassionata contrapposta al logorio dell’amina e del corpo scavato sul  suo viso.
Sferzate giallo limone, seguite da blu cobalto, violetti, azzurri, indico, sfumano in toni che si fanno bianco, poi argento avvolgente a precedere l’oro del giorno che verrà.
Rimango rapita da questo cielo che abbraccia un mondo di gitani con il loro carrozzone al centro del  quadro e il telone rosso e gonfio nel soffio tiepido del vento.
La zingara, intenta a sistemarsi un fiore tra i lunghi capelli sono io da ragazza.
Sono senza parole, guardo papà, immersa in un cromatismo armonico sorprendente, dove ogni nota risuona in fragili emozioni.
“Serto che ti xe proprio ti, singana che ti xe … Ti xe quea singana la. Questo quadro l’ho dipinto per te” disse papà posando il pennello,  “lo firmerò domani che sono tanto stanco adesso”.
Salutai papà e quella sera rincasai serena.
Il telefono squillò mentre cercavo con gli occhi la parete più adatta per accogliere il mio inestimabile dono.
Ma io sapevo già: arrivai da lui in tempo per tenerlo tra le mie braccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luminarie

Ma la luce è accesa, qualcuno si deciderà ad aprire questo cancello!
Sto perdendo tempo e prendendo freddo, dovrò correre per sistemarmi poi: rifinire  le unghie, il trucco…
Del resto ho speso la mattinata a cucinar crespelle, faranno la loro figura , il profumo dei porcini si sentiva persino in portineria.
Saremo da Paola per il cenone, si festeggerà in allegria.
Ecco Diego che apre e mi fa entrare: “Ti sei deciso finalmente sono congelata, tutto bene?”. Annuisce e sbatte la porta dietro le mie spalle, sussulto. Noto il tavolo della cucina ricoperto da ogni sorta di 0ggetti, senza staccare gli occhi dal tablet dice che suo padre sta lavorando, si tuffa sul divano.

Lady è felice di vedermi, scodinzola, fa la zampina, ci facciamo strada tra scarpe spaiate e puzza di piedi, raggiungiamo Luigi, nel suo studio in fondo al corridoio, è seduto davanti al PC, sta fissando il vuoto, le mani si tormentano a vicenda.
Mi avvicino in silenzio, la cagnolina invece fa di tutto per attirare l’attenzione.
“Sai Mara, trovarmi qui da solo con i ragazzi apre un barato, non puoi immaginare come  mi manca “, ” Si, è dura lasciare andare una donna come Anna, ma ti rifarai una vita Luigi, come sta provando a fare lei”.
Tolgo il cappotto lo appoggio sul divano e vado da Lisa. La trovo rannicchiata tra il lettino e la parete aragosta della cameretta, che sta giocando con il telefonino, osservo la curva sottile della sua schiena, la saluto, mi corre incontro, indossa un pigiamino bianco con i pupazzi di neve blu, la strapazzo di coccole mentre Lady si accuccia e aspetta carezze. ” Ciao piccolina, oggi è l’ultimo giorno dell’anno e noi faremo una bella festa per accogliere quello nuovo, sei d’accordo?”
Cigola il letto quando ci salta sopra, prende il cerchietto rosso dal comodino, lo sistema tra i capelli, poi apre l’armadietto e sceglie il vestito verde. Mando un SMS a mio marito: ” Raggiungimi da Luigi, con le crespelle e un panettone, ti spiegherò”
Così lo renderò felice, quando mi ha proposto di trascorrere il veglione con il suo amico l’ ho fulminato con l0 sguardo.
Mando un SMS anche a Paola e le comunico il cambio di programma. Incarico Diego di sbucciare le patate che si stanno facendo vecchie, le faremo al forno con aglio e rosmarino, inizio a riordinare la cucina.
Appoggio una lanternina davanti alla finestra e mi lascio incantare dal fascino delle luminarie appese che laminano il cielo con colori intermittenti. Quando Lisa mi raggiunge è tanto carina, i capelli biondi le arrivano alla vita e risaltano sul vestitino di velluto, si offre di apparecchiare la tavola. Per ogni piatto che posa sulla tovaglia bella fa un sorriso.
All’ improvviso corre via per ritornare con una scatola di pastelli colorati; “Disegnerò stelline segnaposto” dichiara, poi mi viene vicino,          si alza sulle punte e sussurra che ne farà una con tanti brillantini per la mamma e la metterà accanto a quella di papà.                                            La stringo forte tra le braccia, sa di buono. Ci avvolge come una carezza la fragranza fiorita che usava indossare Anna.

 

 

Chi ha rapito i nanetti?

Hai nostalgia dei nanetti Biancaneve?
Come? Non rientrano da tre giorni e senza di loro ti senti persa, hai rassettato la casa che profuma di lavanda, rammendato, stirato, cucinato e adesso non sai fare altro che startene in giardino ingessata ad aspettarli.
Dai Neve, è ora di darti una mossa!
Chi ha rapito i nanetti? Io! Hai capoto bene IO ho rapito i nanetti.
Gli ho detto: c’è una miniera molto lontana da qui, con un filone di diamanti grandi come noci, chi di voi vuol venire ragazzi?
Dovevi vedere come si spintonavano per salire sul furgone.
Mammolo il tuo timidone è stato il primo ad allacciarsi la cintura di sicurezza accanto al sedile del guidatore.
Chi ha guidato il furgone? Io ho guidato il furgone!
Ho capito, devi mordere la mela avvelenata di Matrigna, devi incontrare Azzurro, devi rispettare la trama della fiaba.
Quante menate che ti fai Neve! Proviamo a rinnovarla noi questa storia: se a darti il famoso bacio fosse una principessa gialla o rosa, se la tua fosse passione mistica, artistica, oppure un appagante carriera lavorativa?
E non si usa più avvelenare rivali in bellezza, Matrigna si è affidata al migliore chirurgo estetico, altro che “specchio delle mie brame” alla dimissione sembra una ragazzina. Non come te che ramazzi tutto il giorno.
Fuori dalla clinica c’era il suo toy boy che l’aspettava alla guida di una Ferrari fiammeggiante.
Che cos’è un toy boy? Una specie di principe, ma rosso, datti tempo, capirai da sola.
Stay tuned  Neve, non precludiamoci niente.
No! con le ballerine non puoi venire, aspetta qui che ti procuro un paio di Nike, ne avremo di strada da fare.
Brava Neve! Si, Nike come la Dea Alata, la Dea della vittooria.

 

 

Uno sguardo

“Lisa, smettila di spiare entra e chiudi la porta.”
“Lele, perché sei ancora qui con la testa appoggiata alle persiane chiuse e le spalle curve? E questi occhi lucidi e rossi?”.
“Sabato scorso decido di andare a Milano, prendo la rossa, scendo a Loreto e taglio per il parchetto, per fare prima, non vedo l’ora di incontrare Tina, l’appuntamento è sotto casa sua. Ho un regalo per lei: la felpa gialla con la civetta che le piaceva tanto, già immagino il suo sorriso una volta aperto il pacchetto.  Sto camminando felice, sulle nuvole, Tina occupa tutti i miei pensieri …
All’improvviso qualcuno arriva da dietro e mi strappa la catenella, è come un fulmine mi sento sprofondare sto per voltarmi, ma vedo il ciondolino cadere, mi butto a terra incomincio a cercarlo mentre piango, piango come un pazzo. Pace per la catenella, è andata, ma il ciondolino è stato il regalo della nonna per la maturità, mi bastava tenerlo qui sul petto per sentirla ancora accanto a me. Asciugo gli occhi con la manica della camicia, il graffio che ho sul collo brucia, sanguina: guarda che segno mi ha lasciato, ma io continuo a cecare, non posso separarmi così da nonna, non posso! Sento rumori di passi sulla ghiaia, alzo gli occhi e vedo lo stesso ragazzino che mi ha aggredito venirmi in contro, ho riconosciuto le sue Adisas blu. Si accovaccia sul prato vicino a me, mi tende una mano chiusa e quando la apre dentro c’è la catenella, la prendo, lui mi stringe la mano e mi aiuta a cercare sino a che non vediamo brillare il ciondolino da sotto un ciottolo. Sai Lisa, mi è bastato un solo sguardo per comprendere che di fronte a me non avevo un nemico, ma un essere umano che provava il mio stesso dispiacere e non mi ha lasciato solo.”
“Tina lo sa?”
“No! Figurati! Pensa se qualcuno avesse girato un video con l’intenzione di mandarlo sui social, se si venisse a sapere in giro c’è chi direbbe: Io gli avrei tirato uno schiaffo, gli avrei rotto il muso io! Invece Lele frigna, Lele fa la femminuccia. Mi viene la pelle d’oca.”
“E tu vuoi nasconderti per questo? Bella storie Lele, ho il magone, secondo me si deve dire che  affidarsi alla emozioni, lasciarsi andare è una forza che libera dal dolore e non è prerogativa delle donne: è ciò che ci caratterizza in quanto civiltà.
Ti rendi conto del rischio che avrebbe comportato reagire con violenza? Dov’è la catenella adesso?”
“In tasca, basta con le prediche sorellona. Acqua in bocca.”
“Indossala dai, sarebbe contenta nonna Mina, lei era speciale continuerà a proteggerti vedrai. Vieni qua fratellino, dammi la catenella, te che la metto io.”

 

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Uno straccetto ( Wohlly )

Ho scordato uno straccetto,
di pizzo
— vecchio merletto —
Si riconosce appena
nel vaso sul davanzale
tra i piedi di uno schizzinoso
caprifoglio dorato,
tanto con la terra
si è sporcato.
Qui cimici amiche
le une accanto alle altre
come scudi crociati
a svernare si sono schierate.
Ripiegando lo straccetto
benedico
il nostro trascorrere
attraverso la morte
per ritrovare la vita.

 

 

Il calendario sulla pelle

Sazia di sole e mare decido di visitare i tesori archeologici che l’isola mi offre.
Parto di buon mattino, a bordo dell’autobus locale con destinazione Heraklion, entusiasta al pensiero che presto avrei ammirato uno dei musei più importanti al modo.
Il mezzo procede lentamente, le fermate sono parecchie e alcuni passeggeri sostano in piedi. Il caldo si sta facendo insopportabile.
Mentre, comodamente seduta, mi guardo in giro stupita di come tanta gente può confluire in così poco spazio, noto una donna molto anziana non tanto distante me. È di corporatura minuta, ha le spalle curve, gambe larghe e leggermente inarcate.
Si sta asciugando il sudore dal volto con un lembo del fazzoletto nero legato sotto il mento che copre testa e fronte, indossa una camicia a maniche lunghe, un grembiule allacciato in vita sopra la gonna alle caviglie, calza stivaletti da contadina, tutto rigorosamente nero, ha una sporta tracolla.
Provo una tenerezza istintiva per questa vecchietta, mi alzo in piedi agitando un braccio per invitarla a occupare il mio posto.
Avverto inaspettata la pressione leggera delle sue piccole dita appoggiate alla mia mano; si regge in equilibrio durante il breve tragitto che la separa da me. Sento la sua pelle punteggiata da macchie scure e dalla quale affiorano spesse vene, ruvida e grinzosa tra le ossa. La mano odora di cipolle, osservo qualche traccia di terra incastonata tra le unghie molto corte, inizia a borbottare tra sé come una filastrocca, sembra di ascoltare la voce sottile e gioiosa di una bimba.
Fisso sul suo viso illuminato dal sorriso le ombre scure di solchi profondi scavati dal susseguirsi delle stagioni, scorgo sulla pelle il colore delle zolle riarse dal sole e nei suoi occhi, infossati sotto le sopracciglia aggrovigliate, ne sono certa, un tempo azzurri, il grigiore di un eterno autunno. Si siede a fatica, mi libera la mano dalla sua, poi borbottando ancora, fruga dentro la sporta, mi fa dono di una carota e mi benedice impartendomi il segno della croce. Sono grata a questa donna per avermi riservato un gesto tanto importante, la vedo volgere il capo verso il finestrino e assopirsi piano piano.
La pagina di storia scritta sulla sua pelle è uno dei ricordi più belli che conservo dell’isola di Creta.

Maria (Dedicato a Maria Callas).

Sotto un cielo di cedri e di pini c’è silenzio,
Il crepuscolo prepara l’atmosfera soffusa alla sera
Sirmione indossa strass prepara le coppie per l’intimità.
Un vento gentile mi accompagna, sa che non mi raggiungerai
questa notte Amore.
Attraverso il parco e scendo lenta, verso il lago,
nei vicoli il tumulto della folla si sta placando
mentre una bruma violetta
mi sale dall’acqua sino al cuore.
Una voce rotta e dolcissima fa tremare
è un corpo di donna vestita di sogni
lo strascico sfiora il lago.
Ha gli occhi neri, ardenti e una voce
posseduta dalla nostalgia
ebbra di gloria e abbandono
è una voce che è gelo,
ma non tace la speranza
una voce soprano di parole antiche
voce oltre la morte viva canta “Casta Diva”.
C’è silenzio sopra un cielo di cedri e di pini
la notte svanita,
Sirmione si risveglia nel tiepido respiro dell’aurora
un’ombra di luna e la sua stella opalescente e muta.
Io sono qui e guardo il lago
e ti sento vibrare e sono tua
completamente in tua malia
Divina Maria.

 

 

Brezza

Sfilo lo giacca, la butto sulla sedia, appoggio la borsa e resto qualche minuto nell’angolo scuro del soggiorno: ti guardo rimestare una pietanza che sobbolle nella pentola.
Cosa ci faccio qui come una ladra, non voglio altro che scappar via!
Spegni il fornello, metti il coperchio, vieni a salutarmi “Ciao Mara, non ti aspettavo tanto presto, niente straordinari questa sera?”. Adesso glielo dico il suo nome che non mi da pace gli dico che non mi sono mai sentita così viva prima di lui che con lui ho incontrato la donna meravigliosa che sono che è uno strazio separarci quando stiamo insieme.
Adesso glielo dico che sono qui pesche’ lui mi ha dato buca.- Un imprevisto- . SMS sul cellulare. -Non cercarmi chiamerò-.
Intanto stappi un prosecco, versi il vino, mi offri il calice prendi il tuo, ti seguo in terrazza. “ Sei bella, sai, come non ti vedevo da tempo”. Distolgo lo guardo, cerco le luci che calmano il buio al cielo.
Voci di ragazzi allegri accompagnano una leggera brezza avvolgente: porta con se il tepore della primavera e carezza l’inverno per allontanarlo.
La stessa brezza che ho visto oggi sconvolgere le giovani foglie di un Prunus, stuzzicarmi con il suo profumo intenso e sospingermi da te.
Un brivido mi corre lungo la schiena un senso di eccitazione, terrore, forse tenerezza. Sei bello così affaccendato in cucina con la t- shirt attillata e i capelli lunghi, li noto solo ora, ti vengo vicino ti tolgo la frutta dalle mani ti abbraccio.
Adesso te lo dico che ho bisogno di te che non devi lasciarmi sola che ti voglio bene che… non c’è niente di male se mi sono innamorata…passerà. Ti bacio, sai di ananas e per un istante, del nostro sapore ritrovato, ti bacio ti stingo ti bacio. Mi restituisci uno sguardo stupito mentre mi slacci la camicetta e io ti bacio ancora e ti voglio Luca. Prima che questa brezza svanisca per sempre.

Quanti passi

Mi sembra ieri che sono partita
carica di dubbi che son già certezze
di silenzi frantumati nel fragore dei vetri.
un fagotto sulle spalle
per non sentire il peso dei giorni
troppo uguali
e fino all’uscio le urla di mia madre
” Ti perderai”
e le fusa del gatto
che si struscia ai polpacci.
ho camminato passi persi
in spazi di illusioni,
contro me stessa vigili,
attenti sull’orlo dei baratri.
Passi nudi mescolati alla terra:
germogli ancorati a tenaci radici.
Passi folli sospinti dal tumulto del cuore:
danze nuove instabili equilibri.
Ora pesa sempre più questo fagotto
fatto liso dal dolore che consuma
ognuno dentro,
mentre un passo dopo l’altro naturalmente avanzo.
Perchè io so che al di la c’è un oltre.
Il mio oltre mi attende.