I GABBIANI (Cardarelli)

Il poeta Vincenzo Cardarelli, utilizzando similitudini e metafore, paragona il volo “perpetuo” dei gabbiani alla sua vita, ma anche alla vita di tutti noi.

Ho letto e riletto il testo poetico e ogni volta ho provato emozioni toccanti e profonde che non avrei mai immaginato. Quante volte, sulla spiaggia all’imbrunire, mi è capitato di vedere questi uccelli che, con il loro volo basso, agile e veloce, ti sfiorano planando sulla sabbia alla ricerca di cibo e poi, con i loro strilli acuti, tornano a volare liberi verso il cielo colorato di tramonto.

Ed è allora facile immedesimarsi nel loro cercare senza fine. Nella nostra vita siamo spinti dall’affanno ad “acciuffare” le occasioni e a rincorrere freneticamente sogni e progetti. Poi sopravviene il bisogno della “gran quiete marina”, di pause e di silenzi per cercare di capire il senso di tutta questa frenesia. Il poeta conclude significativamente:” ma il mio destino è vivere  / balenando in burrasca”. In questo verso bellissimo avvertiamo il divenire spesso “burrascoso” del nostro vivere quotidiano.

Il Carnevale

Ogni anno mi prende una grande eccitazione per il Carnevale. L’emozione di vivere per qualche ora nella pelle di un altro personaggio si impadronisce di me e mi mette una specie di frenesia addosso. Purtroppo non riesco mai a preparare per tempo il costume che vorrei.

Ogni anno, al termine dei festeggiamenti, faccio elaborati piani per farmi trovare pronta alla scadenza successiva, ma quasi mai ci riesco.

Non tralascio però di travestirmi, seppure con poco.

Quest’anno ho percorso a piedi mascherata da angolana il tragitto da casa mia al paese vicino, dove la ricorrenza viene festeggiata più in grande stile da grandi e piccini. Era una bella giornata mite benedetta da un sole caldo. Sono partita a piedi col volto coperto da una maschera e con una gran voglia di fare una passeggiata. Lungo il percorso ciclo-pedonale ho mietuto sorrisi benevoli da coppie di mezza età, sguardi sorpresi da automobilisti di passaggio, occhi sgranati da bambini in bicicletta, increduli che anche gli adulti potessero vivere così profondamente questa festa. Già il percorso di avvicinamento al luogo dei festeggiamenti è stato un divertimento. Ogni tanto si incrociava lo sguardo con altre maschere e subito era intesa, sorrisi abbozzati o addirittura uno scambio di battute.

Una volta sul posto, la musica ad alto volume, i carri allegorici, la quantità di maschere mi hanno travolto e alleggerito. Insieme a molte dozzine di persone abbiamo sfilato per le vie del paese. Ho chiesto a numerosi gruppi e singoli il permesso di fotografarli, alcuni costumi erano davvero originali.

Il tema proposto quest’anno dalla ProLoco del paese era il riciclo, dunque abbondavano ampi abiti femminili realizzati con cucchiai di plastica, con carta di giornale, con materiali vari di recupero. Alcuni uomini erano vestiti da rifiuto, con una tuta bianca e una grande R sulla schiena. Ho addirittura scorto un uomo vestito con un abito realizzato in Pluriball!

Dopo l’esibizione danzereccia, la distribuzione di chiacchiere e la premiazione delle maschere più originali, il mio tragitto verso casa è stato allietato dalla dolcezza del tramonto sulle campagne circostanti, questi paesaggi rurali costellati da vecchie cascine tranquille, non degne di nota, ma comunque a me care.

L’anno prossimo voglio vestirmi da Marianna (Maid Marian), l’arciera della saga di Robin Hood.

Amanesh (Piccola stella) Piccolo Angelo color cioccolato

Ti ho adottata a distanza. Scelta in meno di due secondi davanti ad una fotografia; il tuo sguardo, così simile al mio, mi aveva calamitata inesorabilmente. Era il 24 gennaio 2015, il giorno del mio compleanno.

Il Centro Aiuti per l’Etiopia mi forniva queste informazioni: da anni attendevi l’adozione; eri nata il 1° gennaio 2006 (data non certa); la tua mamma in Cielo si chiamava Dakité; vivevi con il papà in una capanna fatta di fango; andavi al Centro Bukama St. Francis e frequentavi la prima classe.

Con il naso sopra la cartina geografica dell’Atlante del mondo, insieme ai miei nipotini, cercavo di trovare Wolayta, il poverissimo Paese dove vivevi, situato a 360 chilometri a sud di Addis Abeba,vicino al fiume Omo. Sapevo che l’Etiopia era stata colpita più volte dalla carestia e troppi bambini stavano soffrendo (e morendo) di fame. Le richieste di adozione erano tantissime e mi giungevano da più parti. Non potevo fingere indifferenza. Sono stata felice di poter contribuire alla tua crescita, per migliorare la tua esistenza, e offrirti un’infanzia più dignitosa e buona; purtroppo di persona non potevo donarti neppure un abbraccio o un sorriso. Negli anni a seguire, dopo l’arrivo del Capodanno, ricevevo regolarmente notizie dal Centro di Accoglienza, accompagnate da una tua fotografia dalla quale evincere la tua serena crescita. Nel 2018 nulla. Sebbene fossi piuttosto preoccupata, prima di ottenere informazioni ho dovuto lasciar trascorrere altri due interminabili mesi, durante i quali non ho mai smesso di sperare, con tutto il mio cuore, che si fosse trattato soltanto di un banale ritardo o di un disguido postale. Invece…

“Carissimi tutti del Centro Aiuti per l’Etiopia e alla c.a. della Sig.ra Maura, non mi è facile accettare il contenuto della Vs. email; per questo motivo ho lasciato trascorrere del tempo prima di risponderVi. Tutti noi in famiglia (amici compresi) abbiamo voluto, e dovuto, elaborare, se così posso dire, la “perdita” di una piccola stella color cioccolato di nome Amanesh, da noi molto amata. Mio nipote la considerava la sua “seconda sorellina”; mia nipotina, invece, ci chiede di pregare per lei dovunque si trovi ora, e ci consiglia di decidere “presto prestissimo” per la nuova adozione. Lei gradirebbe ci venisse assegnato un “maschietto”. Per quanto mi riguarda fatico a ricacciare le lacrime. Mi tormenta il pensiero che neppure al Vs. ultimo appello la bambina sia stata presente. Mi rammarico un pò al pensiero che il mio “Diario per Amanesh” si sia interrotto (spezzato) proprio alla vigilia del giorno “dell’inondazione delle mimose”. Tengo viva la speranza. Vi chiedo: “Qualora la bambina si rifacesse miracolosamente viva e dovesse rivolgersi al Vs. stesso Centro per un aiuto, sarebbe ancora possibile venisse assegnata in adozione alla nostra famiglia?” Questo, naturalmente, a prescindere dal fatto che siamo felici della proposta di sostituzione con altro bimbo/bimba bisognoso di aiuto, del quale vorrete darci notizia. Grazie per quanto fate. Molti cari saluti. Elvira.

P.S. Non smetteremo di nutrire affetto per Amanesh, “Piccolo Angelo color cioccolato.””

(NB. Mentre scrivo, dal Giornale Radio arriva la notizia che ieri un aereo della Ethiopian Air Lines é precipitato facendo una strage di volontari Italiani. Su quell’aereo viaggiava la speranza di chi vuol fare diventare migliore il mondo: un esercito della bontà che offre esempi di coraggio e di umanità. Persone meravigliose.)


Carnevale con citazioni

Prima di astenersi dal cibo, digiunando dalla carne per l’arrivo della Quaresima, é pressoché tassativo allestire un banchetto, darsi ai bagordi, alla pazza gioia, fare festa e mascherarsi di Menzogna, Mistero, Finzione e Fantasia. Il Carnevale é un copione divertente, che si ripete ogni anno, per dissimulare sentimenti, pensieri, propositi; camuffarsi travestendosi serve per mostrare un lato oscuro di noi, di solito tenuto nascosto.

La maschera (o finto volto) assume un’importanza simbolica molto incisiva: rappresenta anche uscire dal quotidiano, e disfarsi del proprio ruolo sociale, tramite una vita parallela. Con un’altra personalità possiamo esprimere liberamente paure, desideri, gioie, dolori.

Peter Hoeg – lo scrittore de Il senso di Smilla per la neve – (che apprezzo moltissimo) sostiene che: “Nessuno conosce la parte che gli appartiene, solo quella che deve recitare ogni giorno, tutto l’anno. Ognuno, dunque, sente il mondo e le persone non per come sono, ma come il risultato di un montaggio”. Oscar Wilde sentenzia che: “Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero”.

Mauro Covacic – scrittore triestino (vivente), de “Di chi é questo cuore” – é convinto che tutti abbiamo una piccola crepa nella maschera con cui ci presentiamo al mondo”. Quella crepa é la nostra parte più autentica in quanto porta con sè un dolore.
Personalmente, mi ritrovo a considerare che le parole – molto spesso – sono simili a “tutti i suoni e i colori di un allegro Carnevale”: innocenti, originali, vivaci, musicali, gioiose, scherzose.

Diario di una strega

D14 Febbraio Festa dell’amore Oggi maggiormente riconosciuta come festa di San Valentino, il 14 Febbraio si celebra la festa pagana dell’Amore, dedicata al Dio Luperculus chiamata Lupercalia. L’origine della festa degli innamorati è quindi il tentativo della Chiesa cattolica di porre termine ad un popolare rito pagano per la fertilità che veniva celebrato in questo periodo dell’ anno. Il mese di Febbraio, per i popoli pagani, è considerato il periodo in cui ci si prepara all’ arrivo della primavera, considerata la stagione della rinascita. Si iniziano quindi rituali volti alla purificazione delle case, si fa ordine e pulizia nella propria vita. Un rituale di fertilità che si svolgeva ogni anno, in questo periodo, per onorare il Dio Luperculus, consisteva nell’ inserire in un urna i nomi di giovani donne e uomini, pescandoli poi casualmente. Le coppie che così si formavano vivevano per un anno in intimità, proprio come segno di devozione a Luperculus. L’ anno successivo il rito si riproponeva, formando così nuove coppie. Fu nel 496 D.C. che la Chiesa decise di sostituire la Festa pagana dell’Amore e della Fertilità con la festa di San Valentino, patrono degli innamorati. Sostituzione che avvenne certamente per nascondere ed eliminare i rituali pagani dediti alla fertilità. Il santo in questione, San Valentino, nacque nel 175 D.C. e fu il primo vescovo a celebrare un matrimonio tra una pagana ed un cristiano, atto per il quale divenne famoso e per il quale probabilmente venne scelto come santo dedicato a questa giornata di festa. (e fu così che si scatenarono i peccati di desiderio)

Prepotenti le dita

Vi è mai capitato di avvertire un brivido di rivalsa fino all’estrema punta delle dita, l’impulso di ingaggiare con la tastiera un duello all’arma… d’inchiostro, di voler consumare la pelle dei polpastrelli su vocali e consonanti che, anarchiche e ribelli, si riuniscono in parole a cui cercaste di non arrivare mai? Oggi mi opprime questa prepotenza e la mente infila strade sconosciute, seducenti e infide, penetra in budelli semoventi attorcigliati come serpenti su ricordi creduti riposti e rimossi.
Sto male, insidiosi appigli di terreni scivolosi trattengono guerriglie d’amore, regolarmente perse, inutili investimenti su tempi nati già morti condannati da virus inattaccabili.
Eppure anche questa di oggi è stata una giornata normale, notte alba luce il giusto grigiore di stagione, tutto a posto. 
La finestra docile specchia l’ombra ondeggiante degli aceri, il vetro chiuso trattiene il calduccio artificiale della stufa, un insetto si industria in capriole per non cadere nelle giravolte del vento. Sì, c’è anche il vento, una folata fa scricchiolare le tapparelle, turbina intorno a una carta abbandonata sul balcone poi risale le correnti di ghiaccio della notte. 
Provo a pensarmi e pensarti ma non se ne va questa fastidiosa appiccicosa mielata malinconia.

L’ultimo pastore

Dopo aver girato il mondo, «L’ultimo pastore», il film di Marco Bonfanti che ha fatto sognare e commuovere spettatori dei 5 continenti, è finalmente tornato «all’ovile», poco distante da dove è stato girato, grazie allo storico Sergio Leondi che lo ha ricordato nel suo ultimo libro su Settala e l’associazione Punto Cardinale che prendendone spunto ha deciso di organizzare una visione a Peschiera con la presenza di regista e protagonisti: Renato Zucchelli e la sua famiglia.
La storia di Renato, uno degli ultimi pastori nomadi esistenti in Italia, si dipana fra Settala, dove abita con la moglie Lucia e i quattro figli, e gli alpeggi bergamaschi dove passa tutte le estati con il suo gregge di oltre 700 pecore.
È grande e grosso Renato, un faccione buono da cui traspare l’animo schivo e gentile. A Tokyo, dove il film è stato accolto con tutti gli onori, è stato paragonato a una divinità giapponese, uno spirito della natura che può essere visto solo dai bambini.
Proprio ai bambini ha infatti pensato quando, nel 2011, ha deciso di realizzare un’avventura che pareva impossibile: portare il suo gregge di pecore a Milano fino in piazza del Duomo per farle conoscere ai bimbi di città. Ad aiutarlo a registrare la folle impresa, il giovanissimo regista che, conquistato dalla suggestione di questa favola meravigliosa, ha saputo creare un capolavoro assoluto.
Una favola che nasce da una vera e propria vocazione: fin da bambino Renato sognava di fare il pastore, osteggiato dalla madre che avrebbe preferito per lui un lavoro stabile in città.
«Non ho resistito neanche una settimana – racconta lui sornione – perché in mezzo ai palazzoni mi sentivo soffocare. Sono tornato nelle mie valli e alla fine anche mia mamma si è convinta a lasciarmi fare.
Fondamentale l’incontro con Lucia, una donna minuta ma forte come una roccia, che ha sposato non solo l’uomo ma anche la sua professione e lo ha sempre incoraggiato anche nei momenti più duri. Perché fare il pastore è un lavoro pesante, messo sempre più in difficoltà dalla cementificazione.
La prossima volta che, nei campi fra Settala e Segrate, vi capiterà di vedere un gregge di pecore con un pony bianco a tracciare la strada e un cane nero a tenerle a bada, fermatevi un attimo e salutate Renato, l’ultimo pastore.

Pubblicato su “Il Giorno QN”