Creatura “Affa ssi nan te”

Se mi fosse stato consentito, la creatura che avrei voluto “scegliere” sarebbe stato Ilya e fu proprio lui, un bambino di dieci anni, quello che poi ci venne “assegnato”.   Fu l’ultimo a scendere dal pullman, il solo a presentarsi cadendo a terra, inciampato nelle proprie scarpe e la mia anima, amante dei deboli, dei distratti e degli stravolti, ne rimase catturata. Lui se ne stava rintanato in un magrezza eccessiva, accentuata dall’altezza e da un pallore malsano, nascosto dietro ad un paio di occhiali da vista grigi, enormi, usurati ed improponibili, con lenti a “fondo di bottiglia” e ad una timidezza amica del suo lieve, costante, tremore alle mani.  Era arrivato in pulmann in compagnia di altri 31 bambini, belli e biondissimi, provenienti da Novozybkov, città della Bielorussia: altrettante famiglie, pronte ad ospitarli con cuore e calore, se li sarebbero  portati a casa per cinque intense settimane emotive.

Per raccontare del suo “soggiorno di risanamento” mi occorrerebbe almeno un quaderno; due, invece, per esprimere la sensazione di aver ricevuto molto di più di quello che ho dato.  La sua “vacanza terapeutica” serviva a dargli una speranza di vita in più, accrescendo le difese del suo organismo con cibi sani, ricchi di proteine e vitamine (alto 1,40mt pesava soltanto 23 kg!), a fornirgli anche un paio di occhiali da vista, che avrebbe scelto dalla montatura color rosso fuoco.

Ci eravamo preparati all’impegno che ci attendeva affinché l’impatto con la sua realtà, – i suoi limiti fisici, la probabile nostalgia, le crisi di “apnea notturna”-, non ci destabilizzasse: la mia famiglia aveva frequentato per quattro mesi un corso di lingua russa; prenotato una cara amica ucraina (fortuna volle abitasse vicinissima) per supportarci nel caso di un’emergenza; contattato il nostro medico di base per eventuali problematiche di salute, a noi sconosciute. Per facilitarci reciprocamente la conversazione, in casa, avevo appiccicato ovunque! un’infinità di post-it gialli, con domande e risposte scritte nei due idiomi: appeso all’uscio, tra palloncini colorati, spiccava lo striscione “Benvenuto”.

La domanda del primo foglietto, in alto sul vetro della porta del bagno, recitava: “Preferisci la vasca o la doccia?”   Peccato che Ilya non conoscesse la risposta: ci fece capire a gesti che preferiva “nuotare”.  Incuriosito, chiese timidamente a cosa servissero il bidet e la carta igienica e, ascoltando la spiegazione del loro uso, divenne particolarmente inquieto. Entrato nella vasca gli porsi la spugna e mentre versavo nell’acqua alcune dosi del  bagnoschiuma, in un lampo mi strappò di mano la confezione, svuotando l’intero contenuto sul proprio petto.  Poi, mulinando velocissimo l’acqua con le braccia lanciava a piene mani la schiuma in aria, soffiando sulle bolle: queste, raggiunto il soffitto, mi inzupparono allegramente da capo a piedi.

Sghignazzammo come pazzi e, quando iniziò a cantare a squarciagola, battere le mani per applaudirsi, ridendo di gioia quasi fino a soffocarsi, fui colta da una commozione indescrivibile, la stessa che provo ancora adesso.   Farlo uscire da quella bolla di felicità fu un’impresa davvero molto, molto ardua.  Seppi poi da Julia, l’amica ucraina che mi aiutò, che in una lettera indirizzata alla madre Ilya descrisse l’entusiastica avventura del suo “bagno schiumato”, vantandosi di averlo fatto “come in Italia”.

Creatura facile da amare, era un bambino gentile, educato, intelligente, curioso e affettuoso, ma la sua estrema fragilità si rivelò spiazzante.   Non riusciva a salire gli scalini di casa, a turno ce lo caricavamo sulle spalle; non era in grado di afferrare o lanciare una palla, nè di “giocare a calcio”. Il giorno in cui vide la bicicletta che gli avevamo procurato, scoppiò in un pianto inconsolabile: conscio dei propri limiti fisici e del poco equilibrio di cui godeva, stava malissimo. Lo tenni stretto al cuore, cullandolo tra le braccia, confortandolo a lungo con tenere carezze e, per un po’, piansi anch’io sommessamente.

Come detto, di questo meraviglioso bambino avrei molto da scrivere, mi limiterò a considerare altri momenti vissuti insieme, iniziando con il ricordare che ignorava completamente l’uso del denaro –  con le monetine giocava “alle biglie” -; non era mai entrato in un negozio, dal barbiere, in un supermercato né in un’auto.  Ci teneva tantissimo ad essere fotografato, seduto orgogliosamente al posto di guida, le mani strette al volante, la portiera spalancata ed il sorriso abbagliante: si sentiva “like a great hero” (parole sue). Farlo scendere dal mezzo si rivelò, tutte le volte, un’impresa per niente facile.

I bambini nati nella sua stessa regione, che nell’ aprile del 1986 era stata investita dalla nube tossica della centrale nucleare di Cernobyl, provenivano da famiglie numerose, vivevano in fattorie fatiscenti in mezzo alla campagna più povera, soffrivano – in varie forme – per una salute mimata da quel terribile evento.   Per recarsi a scuola, lontana  chilometri, erano costretti ad attendere a lungo l’arrivo di un bidello (che non sempre arrivava) che li avrebbe “raccolti” a bordo di un carretto trainato da cavalli: il problema era che, essendo creature debolissime, quasi sempre venivano sopraffatte dal sonno e si addormentavano sul ciglio delle strade.

Talvolta Ilya chiedeva di poter vedere i cartoni animati alla Tv: davanti allo schermo si assopiva nella frazione di un secondo netto, rischiando di cadere dal divano: imparammo così a proteggere il suo delicato corpo con molti cuscini.  Scoprimmo che tutti i “nostri” bambini Bielorussi conoscevano quattro parole “internazionali”: mamma, coca cola, ciupaciups e kinder; diversamente dagli altri però, Ilya era colto e, fu una piacevolissima sorpresa scoprire che si esprimeva in un buon inglese. Prima della ripartenza, aveva anche imparato a parlare in italiano.

A proposito del suo ritorno a Novozybkov, ricordo che l’entusiasmo per la possibilità di volare lo aveva eccitato moltissimo, quasi fino a togliergli l’appetito ed il sonno.   Ilya aveva molto sofferto, anche la sete e la fame, durante il viaggio di andata, durato oltre le 36 ore, poiché avvenuto con svariati mezzi di fortuna.    Venti anni orsono,  – oggi non so se è ancora così –  a quei bambini era consentito lasciare la Patria in aereo solo  accompagnati dai loro genitori.    Tutte noi, famiglie ospitanti, concordammo valesse la pena offrire ai bambini il viaggio di rientro in volo – fattibile dall’Italia in presenza di due adulti ed un medico, della limitata durata di 8 ore! – coprendo volentieri il costo per l’enorme bagaglio che li accompagnava; questo, grazie anche alla generosità di parenti, amici, vicini di casa e di  alcuni sponsor, conteva ogni ben di Dio: dispositivi sanitari, prodotti per l’igiene – tra cui, con certezza, confezioni di schiuma da bagno – vestiti, giocattoli, regali anche per le loro numerose famiglie, senza trascurare, allora si usava farlo, il voluminoso album delle foto-ricordo.

Il giorno della partenza, arrivati in aereoporto con largo anticipo,  nonostante l’acuto dispiacere per il “distacco”, saggiamente evitammo tutti di mostrarci tristi. Io, mi appartai con Ilya e molto affettuosamente mi complimentai per la sua bravura, la simpatia, la nuova vitalità, la sua preziosa presenza.  Ne elogiai l’eleganza ed il suo aspetto sano e bellissimo: con sollievo si notava che le sue mani non tremavano, raramente inciampava e, miracolosamente, il suo peso era aumentato. Si commosse molto e con lo sguardo stampato nel mio, quasi a volermi sondare l’anima, mi abbracciò più volte forte, forte.

Poi, del tutto inaspettatamente, venne colto da un’inspiegabile agitazione e, saltellandomi accanto, mi indicava la borsetta, pretendendo gli consegnassi “subito, subito” il vocabolario tascabile bilingue, che custodivo all’interno. Non mi capacitavo della sua frenesia, ma un suo scaltro amabilissimo sorriso, che ben conoscevo, gli illuminò il volto quando, trovata la traduzione del vocabolo desiderato, me la indicò ridendo divertito.

Un’istante dopo, sorprendendo i numerosi presenti, a voce altissima, scuotendo le braccia verso l’alto, iniziò a cantilenare: “Non sono un bambino bravissimo, non sono un bambino bravissimo. Io sono “affa ssi nan te”. Affa ssi na nte! Affa ssi nan te!  Non sono un bambino…”.     In modo del tutto teatrale, travolto da una irrefrenabile risata, girandosi per osservare la mia reazione, finse di inciampare e finì col ruzzolare.

 

coronavirus

Ci è piovuta addosso questa minaccia di essere contagiati da questo virus potenzialmente mortale. Anche se la vita quotidiana continua, non posso negare un sorta di paura per me per la mia famiglia
Io più volte mi sono chiesta il senso di questa epidemia e ho trovato una risposta del tutto personale che ha a che fare coi miei valori e col mio credo. Il Signore attraverso questa prova universale forse vuole dirci che il padrone della vita è Lui, solo Lui e se noi uomini continuiamo ad ignorarlo vuole scuoterci, farci piegare le ginocchia ed implorarlo.

TEMPO DIFFICILE

Si, questo tempo che stiamo vivendo è difficile perché stravolge le nostre abitudini, ci impone delle regole, limita le nostre relazioni.
Ma, mi chiedo, cosa ci porta di buono? Io credo che la dolorosa situazione provocata dal coronavirus abbia evidenziato la grande solidarietà e generosità del personale sanitario, dei volontari di varie appartenenze, della Protezione Civile ed altro. Credo anche che noi uomini, nella maggior parte dei casi, siamo un po’ individualisti, guardiamo alle apparenze e siamo portati a giudicare. Spero che questa durissima prova ci indurrà a guardarci con più amorevolezza e tolleranza, inoltre penso che dover rispettare le regole ci abituerà a rispettarci di più l’un l’altro. Insomma ci cambierà in meglio e mi auguro che impareremo finalmente a capire che la vita non è solo nelle nostre mani ma che dipende anche dal nostro Creatore che, ferma restando la libertà che ha scelto di lasciarci, vuole riportare l’umanità a Sé, ci corregge e ci educa attraverso gli eventi. Lui, che è Amore, non vuole perderci ma riportarci sulla strada della Salvezza. Mi scuso con chi non crede ma mi auguro che alla fine di questa tragedia molti cominceranno o continueranno a pregare Dio Padre. A presto rivederci quando tutto sarà finito ❤️❤️❤️

Una lettera per voi, sorelle di penna

Sfilato il grembiule da tuttofare da sopra una tuta vecchiotta e comoda, sempre la mia preferita, immersa nel delizioso profumo di una “torta alle pere” appena sfornata, non potendo condividerla con voi, decido di accomodarmi davanti al computer e scrivervi per farvi – e farmi – compagnia.

Oggi, esattamente come ieri e come tutte voi, mi vedo costretta a “stare a casa” a causa del dominio diabolico di quel virus sconosciuto, letale, incomprensibilmente coronato che è venuto a trovarci.   “Faccio vasche” percorrendo centinaia di metri: giro per le stanze; essendo ormai tutto estremanente pulito, in ordine e funzionante almeno fino al 2024, so bene che vado cercando una risposta a pressanti interrogativi, ma lo schermo del domani è colorato di bianco e non presenta alcuna traccia di parole che amerei leggere.

Voi come state trascorrendo questi giorni pieni di ombre (nonostante un sole caldo e accecante) e di ore dilatate?    Vi capita di vivere improvvisi, legittimi, brevi momenti di cedimento?   A me sì, infatti è soprattutto attraverso la scrittura che combatto la buona battaglia per mantenermi serena, positiva, fiduciosa. Anche così riesco a sottrarmi alla depressione che potrebbe accalappiarmi e sedurmi per impossessarsi abusivamente di pensieri, idee, ricordi e sogni che appartengono a me sola.

Sorelle di penna mi mancate tutte, proprio nella misura in cui accuso la dolorosa  lontananza dalle persone a me care, che non posso abbracciare.  Sappiate però che è di cuore che vorrei potervi offrire il mio dolce: lo faccio, comunque, idealmente, anzi! libera  da guanti e mascherina “virtualmente”.

 

“Chiunque abbia la mia età ricorda bene dove si trovava e cosa stava facendo nel preciso momento in cui, per la prima volta, sentì parlare della gara. Io ero seduto nel mio nascondiglio e guardavo i cartoni animati quando il notiziario fece irruzione sullo schermo annunciando che…”

… tutti i bambini al di sotto dei 10 anni erano invitati a partecipare a una sfida mondiale di test in cinque ambiti (maturità culturale, psicologica, emotiva, musicale, motoria) che avrebbe premiato il bambino o la bambina vincente con un viaggio di un mese per quattro persone, tutto compreso, che toccava i cinque continenti e impiegava cinque diversi mezzi di trasporto. Per partecipare era sufficiente iscriversi presso la propria scuola e versare una quota minima (se non erro erano mille lire, a quei tempi l’equivalente della mia paghetta settimanale).

 

A cena raccontai ai miei genitori del concorso mondiale, senza particolare interesse. Mia mamma invece, sempre pronta al gioco e alle sfide, mi incitò a partecipare: “Perché no?” mi disse “se gareggiano i tuoi compagni di classe, puoi partecipare anche tu”. Il ragionamento non faceva una grinza, così decisi di provare.

 

Nel corso delle cinque settimane successive la maestra ci somministrò i test, coordinati a livello centrale da un comitato organizzativo internazionale costituito da rappresentanti delle cinque discipline. Erano in ordine crescente di difficoltà. Gli ultimi furono complicatissimi e sicuramente i miei compagni ed io imparammo molte cose che altrimenti non avremmo mai neanche sognato.

 

Una volta completati, passarono diverse settimane. A quei tempi non esisteva Internet e non c’erano aggiornamenti sulle fasi di scrutinio. Un certo giorno, sentimmo l’annuncio alla radio e poi alla televisione, dissero che la selezione era conclusa e che il bambino o la bambina vincente avrebbe ricevuto la convocazione via telegramma per partecipare all’evento di premiazione, trasmesso in mondovisione sul canale 1 della RAI.

 

Nella mia classe c’era molta eccitazione. Il brusio dei bambini serpeggiava sottile finché la maestra non imponeva il silenzio, ma alla minima occasione riprendeva. Furono giorni di grande, elettrica tensione. Tutti volevano partire per l’avventuroso viaggio con la propria famiglia, tutti sognavano Paesi esotici, spiagge paradisiache, montagne con panorami mozzafiato, la giungla inesplorata, gli orsi polari, le renne, i pinguini, le rapide dei fiumi in canoa… Io non mi soffermai troppo sul pensiero, certa che sicuramente c’erano bambini intelligentissimi, molto più dotati di me.

 

Quando tornai a casa, mia mamma – che a quei tempi, fantasiosa com’era, metteva la posta per me in un cestino appeso con un elastico a 2,5 metri dal soffitto, con un pon-pon a mo’ di appiglio sotto, mi avvisò che c’era posta per me. In camera mia vidi una busta gialla nel cestino appeso. Quando l’aprii c’era un fac-simile di un telegramma: con dicitura ufficiale e burocratese una non meglio specificata “autorità mondiale penta-costituita” mi informava che no, per questa volta non avevo vinto, ma premiava la mia partecipazione e la mia buona volontà con un piccolo anellino con pietruzza colorata rossa e due cuoricini. Firmato: Mamma e Papà.

Corsi fuori ad abbracciare i miei genitori per la gioia e la sorpresa e da allora partecipai sempre con grande entusiasmo a tutti i concorsi possibili e immaginabili.

Ne vinsi diversi, di vario tipo.

 

 

 

P.S.

Arrivò primo un bambino cinese di 5 anni che risolveva difficilissimi problemi di matematica a mente, aveva per genitori due professori universitari (musica e ingegneria), una famiglia poliglotta con oltre 5 lingue rappresentate e che parlava correntemente il mandarino, l’inglese, il francese e il suo dialetto locale, suonava il violino e stava cominciando lo studio del pianoforte.

 

Pioveranno le stelle

L’affetto che Fernanda nutriva nei confronti della signora Bruna, una donna di trent’anni sposata e madre, persona seria, solida, paziente, concreta, positiva, durò la bellezza di cinque lunghi anni, ma non fu notato né raccolto e neppure ricambiato.

Sebbene ne avesse soggezione, Fernanda ammirava Bruna perché possedeva un’intelligenza ed un equilibrio invidiabili, un grande amore per la propria professione e sapeva donare calore e colore alle parole, arricchendole così la sfera esistenziale.

La signora dal canto suo però riservava eccessive attenzioni ad una certa Mariangela – unica erede di una famiglia davvero molto agiata. Costei si presentava regolarmente in ritardo, spettinata, seppure docciata di buon profumo e vestita con abiti eleganti, con regali costosi.  Fernanda nonostante i tanti talenti posseduti, mai avrebbe potuto competere con la cura che Mariangela poneva in atto nel mettersi in vista;  le era soprattutto precluso sorprendere Bruna con offerte di doni.  Inoltre, da tempo, associato ad una  timidezza cronica che rasentava la dislalia sillabica, soffriva di un disturbo, chiamato paralessia: parola orribile che lei detestava e si proibiva di pronunciare.  Avrebbe desiderato ardentemente cambiare la realtà dei fatti, che giorno dopo giorno le si ripresentava identica, amara, insopportabile, ma ancora non ne possedeva il potere.

A distanza di cinque lunghi anni, durante i quali Fernanda continuò a nutrire unilateralmente il proprio affetto, e proprio in occasione dell’ultima volta in cui ci sarebbero viste, venne sorpresa da Bruna che la pregò di attenderla all’uscita dell’edificio.

Una forte emozione si impossessò del suo cuore; seduta su uno dei bollenti scalini della rampa d’ingresso della Scuola Elementare, frequentata fino a quell’ultimo giorno, come volesse trarre coraggio dalla sua confortante presenza, stringeva incollata al petto la  cartella.   Dopo pochi minuti venne raggiunta da uno smagliante sorriso di Bruna che, staccatele pazientemente dalla cartella, una ad una, le dita sudaticce, afferrandole con vigore le mani la costrinse ad alzarsi.  Per la prima ed ultima volta la tenne tra le braccia  quasi fino a soffocare quel piccolo corpo contro il proprio energico e vellutato.

Fernanda scoppiò in un pianto irrefrenabile.  Asciugandole delicatamente le lacrime, sempre tenendosela stretta al cuore, la maestra le disse “ Puoi stare certa che non mi scorderò di te né tu di me. Sei una bambina speciale ed io posso solo augurarti un bellissimo futuro perché te lo meriti. Non piangere, vedrai che un giorno su di te pioveranno le stelle.”

 

* Oggi dedico a TUTTE VOI care compagne di viaggio, aspiranti scrittrici, questo raccontino spinta dal desiderio di donarvi la speranza di un cielo futuro costellato di nuove luci.

P.S. – Le persone che già mi avevano conosciuta ed amata nella vita precedente ricordano ancora che il mio nome era Fernanda.

 

 

PENSIERI

Come è bello e nel contempo duro vedere il mondo che cammina, corre, svolge le mansioni che la vita quotidiana richiede. È bello e penso “come vorrei fare come gli uomini, le donne e anche molti anziani che sono in grado di muoversi….” dico questo perché da circa due anni io ho difficoltà deambulatorie accompagnate da dolori piuttosto intensi Se tutto finisse qui, nella fatica e nella sofferenza, pur facendo tutte le terapie possibili, sconforto e scoraggiamento prenderebbero il sopravvento.
Però io credo in Dio e con tutto il cuore voglio affidare a Lui la mia vita, la mia famiglia, la mia salute……ecco che si apre una prospettiva nuova perché affidarsi a Dio significa anche aderire alla Sua volontà A volte il Signore chiede il nostro SI, la nostra piena fiducia in Lui e poi ci toglie la prova come è successo ad Abramo quando Dio gli ha chiesto di sacrificare Isacco, il suo figlio unico. Dio ha messo alla prova questo gigante della fede ma poi è intervenuto e ha salvato Isacco dalla morte.
Allora con piena fiducia nel Signore che mi ama immensamente, offro le mie sofferenze mentre credo fermamente nella Sua infinita misericordia: a Lui tutto è possibile!!!! Amen

2020 Anno bisesto, anno dissesto

Se ben ricordo gli antichi Romani odiavano il mese di Febbraio, così irregolare, freddo e buio, al punto da associarlo al culto dei defunti e degli inferi.    Alle scuole medie, grazie ad un’ottima professoressa di Inglese, avevo anche imparato che nel mondo anglosassone il “Leap Year” – l’anno del salto – era da sempre considerato “fortunato” e il 29 febbraio unico giorno dell’anno nel quale concedere alle donne di avanzare, in maniera seria, una richiesta di matrimonio ad un appartenente dell’universo maschile.

L’idea che oggi mi frulla in testa, lontana sia dai lutti che dalle nozze, è questa: chiedere a chiunque di voi abbia in casa un numero di confezioni di medicinali pari o superiore a quello di casa mia (e non alludo ai farmaci per l’autoisolamento predisposto dalle Autorità Sanitarie per la presenza del Corona virus, sia chiaro)… che si faccia avanti;

chiedere, inoltre, a qualcun’altra di voi che in questi primi due mesi dell’anno, come capitato a me, abbia bazzicato mediamente più di una volta al giorno Ospedali, Medico di base, Cliniche, Laboratori medici, Pronti Soccorso etc. (sia chiaro: sempre con l’esclusione dell’imprevedibile Virus di cui sopra)… che me lo faccia sapere.

Infatti, (benedetto Virus permettendo), al fine di poter allestire in maniera del tutto originale per il prossimo Natale il mio abete gigante, in pura plastica, e poi magari partecipare anche a qualche concorso che premi fantasia e creatività, ho urgente necessità di iniziare ad effettuare con chiunque, o qualcun’altra di voi, scambi di: scatole di medicine – doppie e vuote logicamente! – fotocopie di scontrini Farmacie o di Fatture saldate.   Grazie.

29 Febbraio 2020

 

Io sono Eva

Mi chiamo Eva e ho compiuto circa 6000 anni biblici. Gli anni reali non li so, è passato così tanto tempo da fare sfumare i ricordi. Ricordo bene però di essere nata nel giardino dell’Eden. Era un gran posto, verde ed ubertoso, racchiuso fra i fiumi Tigre ed Eufrate. Faceva sempre molto caldo, il che era gradito data la nostra propensione a girare come Dio ci aveva fatti. Scordatevi che fossi bionda e bianca come il latte come solitamente mi dipingono: a quei tempi non avevano ancora inventato le creme solari, quindi ero di un bel colorino brunito. Ad Adamo però piacevo così com’ero, e anche tanto. Non è che avesse poi tutta quella scelta, dato che al tempo esistevamo solo noi. A volte forse si fa di necessità virtù.

Siamo cresciuti insieme come fratello e sorella. Ogni cosa ci stupiva, ogni giorno salutava una nostra prima volta. Sono stati gli anni migliori, quelli dell’innocenza. Dio ci ha fatto da padre e da madre. Scordatevi l’immagine del Creatore come quella di un vecchio dalla barba bianca: Dio è maschio e femmina, lo ha detto anche un Papa.

D’altronde se usate un po’ di logica ci potete arrivare anche da soli: all’inizio dell’adolescenza una donna diventa signorina, che è un modo elegante per dire che le è arrivato il primo mestruo con tutti i gli annessi e connessi. Chi è a spiegare alla bambina tutto ciò che c’è da sapere sull’argomento?  Naturalmente è la mamma! I papà in genere si trincerano dietro a un semplicistico “sono cose da femmine”.

A spiegarmi tutto sul ciclo è stato quindi Dio madre, compresa la raccomandazione, dato che la pillola non era stata ancora inventata, di starci molto attenta.

Io sono la donna dei record, quella che ha aperto la strada a tutto ciò che è successo dopo al genere femminile. Fra le varie cose, sono stata la prima ad affrontare un matrimonio combinato. Non che per dirla tutta mi fosse poi dispiaciuto. D’altro canto non avevo molta scelta e, come ho già precisato, si fa di necessità virtù.

Eravamo giovanissimi e ancora molto ingenui. Soprattutto Adamo, perché si sa che le femmine sviluppano prima mentre i maschi a volte non sviluppano proprio mai. Due adolescenti a cui i genitori non avevano vietato quasi nulla, tranne quella regola così assurda di non mangiare una mela. Si sa che il frutto proibito fa gola a tutti. Noi non facevamo che pensarci, Adamo per primo, lo giuro. Però, essendo immaturo e anche un po’ vigliacco, quando siamo stati scoperti a mangiare lui ha scaricato tutta la colpa su di me.

Il resto è storia. È la comoda scusa utilizzata da tutti gli uomini per relegarci al ruolo di comprimarie, concubine, subalterne, vittime predestinate al ruolo di messaline o vergini, a partorire nel dolore per espiare la colpa.

Ma svegliatevi un po’ su, figlie mie: io ho partorito nel dolore solo perché all’epoca l’epidurale non era stata ancora inventata. Dio non è così crudele e, delle donne, ha sempre avuto il massimo rispetto. Tanto è vero che ha concesso proprio a noi il dono più grande: essere al suo pari, creatrici di nuova vita.

Un ruolo esclusivo che Adamo e i suoi figli, in fondo, non ci hanno mai perdonato. Il primo torto che hanno fatto a una donna, a me, è stata proprio l’accusa della tentazione. Una colpa, la maternità, che ci hanno fatto espiare fin dall’inizio: tutti conoscete i nomi dei figli di Adamo ed Eva: Caino, Abele e Set. Ma naturalmente hanno avuto delle sorelle, a cui è stato tramandato il dono di creare la vita. Chi si ricorda di loro? Nessuno. Sparite dalla storia che conta fin dall’inizio dei tempi.

Quanta strada abbiamo dovuto percorrere prima che sorgessimo dal torpore, prima che trovassimo la forza e il coraggio di riappropriarci della nostra identità.

Per questo oggi sono qui, in mezzo a voi, per ricordarvi chi sono. Non dimenticatelo mai quando parlate di me, prima di nominare il mio nome invano: io sono Eva, sono vostra madre, vostra sorella, vostra figlia, la vostra sposa. Io sono una donna.

SOLITUDINE???

Mi dico che non ha senso per una persona che vive la fede e per la quale il rapporto con Dio è fondamentale dire “mi sento sola”. Eppure quando certe sofferenze sono quasi insostenibili, certi dolori sono accompagnati da paura e smarrimento, sento che non posso comunicare fino in fondo ad altri il mio malessere e mi dico “sono sola”.
Ma non posso fermarmi lì e piangermi addosso, pregando fra le lacrime, trovo un senso a tutto quello che mi fa stare male perché il Dio dell’impossibile mi consola, mi infonde la speranza che avevo perso per strada e mi suggerisce possibili soluzioni che non vedevo. Io lo so che il Signore è sempre presente nella mia vita e che, se mi mette alla prova, è per farmi riflettere sulla mia fiducia in Lui, sulla speranza che non deve mai venire meno e sulla certezza che dopo questa vita, che è un soffio, ce n’è un’altra al pensiero della quale la mente si perde nel mistero, ma che è la vera vita che ci aspetta.
Allora mi posso sentire sola in mezzo a tanti, anche persone care, ma non c’è più solitudine quando prego il Dio che mi ama da sempre e che da sempre vuole solo il mio bene.
Carla

10 febbraio 2020

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