Natale 2025

Non l’ho sentito arrivare. Mi ha sorpresa piombandomi alle spalle, portando con sé una ventata di nevischio all’aroma di cannella.
Ha riempito il suo viso rubizzo con una gorgogliante risata, spalancandomi le braccia.
Come restare insensibili ai suoi colori, alle sue luci, ai suoi profumi? Come il serpente mi tenta offrendomi castagne e vin brulé. Il suo sorriso è pieno di promesse.
«Ti divertirai, riceverai dei bellissimi regali, ti riunirai persino alla tua famiglia perché, si sa, Natale con i tuoi! Ricordando il miracolo della natività, poi, diventerai forse anche più buona, anche se solo per un giorno, anche se solo con il pensiero destinato a volare via insieme ai buoni propositi irrisolti di ogni Capodanno. Dai, accogli il mio abbraccio, festeggiamo insieme!»
La sua voce stentorea mi lusinga e mi confonde come il canto delle Sirene.
Eppure volto le spalle e resisto. Cosa c’è da festeggiare quest’anno?
Eppure, mentre stringo le braccia al petto come per proteggermi da un vento che conosco fin troppo bene, qualcosa mi trattiene dal chiudere del tutto la porta.
Non è la promessa di regali, né l’incanto prefabbricato delle vetrine. È un dettaglio minimo, quasi impercettibile: il modo in cui il silenzio, dopo il suo ingresso rumoroso, sembra più tiepido.
Mi volto appena. Sul pavimento, insieme alle sue tracce di neve, c’è un riflesso sottile, come il brillare di un’idea che non ha bisogno di fuochi d’artificio per farsi vedere.
Forse una ragione per festeggiare esiste ancora.
È la possibilità minuscola ma ostinata che, anche quest’anno, qualcosa possa ricominciare. Un gesto gentile inatteso, una parola che rimette insieme un pensiero caduto, un respiro che torna più leggero senza sapere perché.
Allora gli faccio un passo incontro, senza entusiasmo forzato, senza maschere.
Solo perché, in fondo, riconosco quel piccolo bagliore: il semplice coraggio di concedere un’altra occasione alla luce.
E questo, almeno questo, vale una festa.

Minigonna

“Tipo di gonna con l’orlo inferiore che arriva molto sopra le ginocchia, mostrando parte della coscia. Nata ufficialmente nel 1963 grazie alla designer britannica Mary Quant che, ispirata dalle giovani donne che tagliavano le gonne per renderle più corte, decise di produrre una linea di abbigliamento che esaltasse questa nuova ribelle moda.”
Se cerco su Internet questa è la spiegazione della parola minigonna.
Quando ero bambina e poi ragazza di minigonne ne avevo e ne ho indossate molte di diversi colori e modelli. Era uno degli indumenti che mettevo spesso, sia d’inverno sia d’estate, così come gli shorts, i pantaloni a zampa d’elefante e le camicie hippy perché questo era il modo di vestire a metà tra gli anni sessanta e settanta. Per me era normale e non ci vedevo niente di rivoluzionario.
Ma a maggio del 1986 tutto cambiò.
Mancavano pochi giorni al mio compleanno. Ricordo che era domenica perché avevo appena accompagnato il mio ragazzo alla Stazione Centrale di Milano: doveva rientrare in caserma dopo un fine settimana di libera uscita.
Lui, più giovane di me di cinque anni, svolgeva il servizio militare a Padova. Andavo spesso a trovarlo, così potevamo trascorrere un po’ di tempo insieme.
Ogni tanto tornava lui a Milano il sabato, e la domenica sera io lo accompagnavo in stazione a prendere il treno, poi rientravo a casa sulla mia utilitaria.
All’epoca vivevo in un palazzo di ringhiera appena fuori Milano. Entravo nel cortile dall’enorme portone sempre aperto, parcheggiavo davanti al ripostiglio di mio padre e facevo un piccolo pezzo a piedi per raggiungere le scale che portavano al secondo piano dove abitavo.
Anche quella sera feci la stessa cosa. Erano da poco passate le nove e trenta ed era già buio.
Appena fatto il primo gradino, mi sono soffermata sotto la luce delle scale per cercare le chiavi di casa.
Sono una persona ordinata, ma la mia borsetta è ed è sempre stata un campo di battaglia.
Fazzoletti, monete, lucidalabbra, caramelle, vecchi scontrini e quant’altro tutto sparpagliato nella borsa e, in mezzo a quel caos, le chiavi che faticavo a trovare.
Già scendendo dall’auto, avevo intravisto un ragazzo, più o meno della mia età, che era entrato dal portone a piedi. Proprio sotto il mio appartamento abitava una famiglia con tre figli maschi, poco più giovani di me, che invitavano i loro amici tutti i giorni e a tutte le ore, suscitando le lamentele dei condomini per i continui schiamazzi.
Ho pensato che quel ragazzo stesse andando a casa loro. Indossavo una minigonna rosa con i brillantini che mi piaceva molto e non portavo i collant perché faceva caldo.
Impegnata a cercare le chiavi non mi sono accorta che lui era fermo proprio dietro di me. Ho avvertito qualcosa di freddo salirmi tra le gambe fin sulla schiena e ho sentito lo squarcio della mia gonna che si è aperta in due ma mi è rimasta attaccata per la cintura.
Il ragazzo ha farfugliato qualcosa, non ricordo esattamente ma poteva essere “Non fiatare” o “Stai zitta”. È stata questione di pochi secondi, un brivido gelido mi si è diffuso in tutto il corpo e io che, di solito, di fronte a situazioni di emergenza non reagisco e rimango immobile come paralizzata, mi sono girata di scatto e gli ho tirato un manrovescio con forza. Gli è caduto il coltellino di mano, l’ha raccolto ed è scappato a gambe levate. Ho cominciato ad urlare come una pazza, non chiedevo aiuto, urlavo e basta.
Nonostante nel palazzo abitassero molte famiglie le mie grida sono state udite solamente dal papà della mia migliore amica che abitava al primo piano. È uscito di casa, ha fatto le scale di corsa e ha provato ad inseguire e raggiungere il ragazzo che però si era già dileguato.
-Tutto a posto? Ti ha fatto del male? – mi ha chiesto poi.
– No, no. Tutto ok- ho risposto schiacciandomi contro il muro per non far vedere lo squarcio nella gonna.
Sono entrata in casa, mi sono svestita, ho messo il pigiama e sono andata a letto. Fortunatamente i miei genitori dormivano già e non si erano accorti di nulla.
Avrei voluto farmi una doccia e lavare via il senso di sporco e vergogna che provavo, ma non avevo il bagno in casa, solo una turca sulla ringhiera in comune con un’altra famiglia.
I giorni sono passati, ho continuato la mia vita serenamente, ma non ho mai raccontato a nessuno quell’episodio e da allora non ho più indossato una gonna, figuriamoci una minigonna!
Negli anni molti mi hanno chiesto perché non mettessi mai un vestito o una gonna: le mie amiche, mio marito, mio figlio, persino alcuni miei parenti e io davo le risposte più svariate.
-Fa freddo. I collant mi prudono. I pantaloni mi tengono caldo e sono più pratici. Sono cicciottella e le gonne mi stanno male. Sono vecchia e mi sentirei ridicola ad indossare una minigonna.
La verità era che non riuscivo più a mettermi una gonna: ci ho provato e riprovato tantissime volte. Ne indossavo una, mi guardavo allo specchio, poi sentivo un brivido salirmi tra le gambe, cominciavo a tremare e mi toglievo la gonna.
Le ho buttate via tutte: nel mio armadio c’erano e ci sono solo pantaloni, di tanti colori, ma pantaloni.
Non riesco neanche lontanamente ad immaginare quanto deve sentirsi male una donna che ha subito violenza; in fondo il mio è stato un episodio di poco conto. Mi sono spesso detta: – Magari era solo un tentativo di furto o forse uno stupido scherzo che io ho ingigantito nella mia mente.
Comunque quel banale episodio mi ha condizionato la vita.
Ho sentito spesso delle donne affermare: – Se rinasco un’altra volta, voglio essere un uomo -.
No, io no. Se rinasco un’altra volta, voglio essere una donna ………. con la gonna, anzi con la minigonna.

 

Il gesto

Il gesto

Di lei, a colpirmi, era quel gesto che inconsapevolmente ripeteva ogni volta che le capitava di stare ferma in piedi davanti all’acquaio.

Ai tempi ero una ragazzina e non sapevo nulla del linguaggio del corpo ma, osservatrice per natura, mi capitava di soffermarmi a pensare a quella postura insolita che assumeva sempre in quell’occasione.

Taciturna e assente, viveva in una sorta di isolamento nel quale ammetteva quasi esclusivamente le sue “compagnie”, così le chiamava lei: la radio, che restava accesa da mattina a sera e le sigarette che spesso lasciava consumare appese a lato della bocca. In casa ciabattava tutto il giorno con addosso vestagliette di cotonina fiorata ma, a darle un aspetto davvero trasandato erano i capelli che, una volta cresciuti, le cascavano sulla fronte in riccioli disordinati. Aveva gli occhi chiari, lontani….

E poi c’era quel gesto, più che un gesto, una vera e propria posizione innaturale del piede sinistro, quel suo fletterlo di lato e posarlo di costa, come per scansare qualcosa o stabilire una distanza…..

Seppi, poi, che durante un forte esaurimento nervoso vomitò una verità che per troppo tempo aveva sepolto: era stata stuprata dal padre ancora bambina. Raccontò che lui l’afferrava e la scaraventava sul tavolo della cucina e l’abusava con foga bestiale. Seppi anche che non fu creduta: dissero che soffriva di disturbo bipolare e che tutto era frutto della sua testa malata.

Io le ho creduto. Prima, molto tempo prima che la sua mente le permettesse di denunciare, aveva parlato chiaramente il suo corpo, con quel gesto, quella posa inconsueta e involontaria, muto tentativo di difesa di una bambina spenta per sempre.

Io odio l’inverno

Odio l’inverno.
Odio il cambio dell’armadio: un rito pagano di sacrificio agli dei del freddo, dove i vezzosi abitini estivi vengono sepolti sotto strati di lana e malinconia. E giù piumoni, maglioni, pantaloni, sciarponi… un’orgia di “oni” che ingoia ogni velleità di leggerezza.
Odio svegliarmi nel buio e cenare nello stesso identico buio, come se vivessi in un film scandinavo senza sottotitoli.
Odio vestirmi tremando, camminare tremando e persino pensare tremando: ormai sono una maracas umana. E poi, addio panchine! Non posso più sedermi a contemplare il nulla, perché, indovinate? Esatto: ho freddo.
Odio avere fame ogni tre ore, perché il mio corpo, da bravo sopravvissuto alla glaciazione, pretende carboidrati come fossero carezze. E quei giorni di pioggia uggiosa, odiosa, tediosa? Perfetti per far risorgere tutti i dolori articolari che in estate dormivano beatamente.
Non so se si era capito… ma io odio l’inverno. Anche se, va detto, lui mi ignora benissimo.

Incontro di una notte d’autunno

Sono nata sotto una foglia di cavolo, nell’orto di mio padre, in una terra umida e piatta, scandita da filari di pioppi, abbracciata dall’arco delle Alpi a nord e dagli Appennini a sud. Sono cresciuta in fretta, ben nutrita da mia madre e accudita dalla mia famiglia, con tutte le mie cosine al posto giusto e funzionanti con precisione svizzera. Mia mamma dice che sono perfetta. Sono nata perché ho una missione da svolgere, e la svolgerò bene.

Quando la luna si alza e il silenzio si stende come un velo sulle foglie, io esco e pattuglio l’orto. Controllo che le lumache non divorino le foglie giovani, che le formiche non invadano i confini, che il vento non scompigli troppo le cose. Io custodisco l’ordine silenzioso dei ritmi naturali.

Mi chiamo Silva, e quando il giorno si spegne e il mondo si affida al respiro della notte, io veglio. Sono una riccia, e lavoro affinché ogni cosa stia come deve stare.

Afferra la mia mano

Afferra la mia mano, sorellina.
Lascia che ti tenga saldamente contro chi ti vuole male.
A volte la notte è lunga e il vento si fa cattivo, spinge così forte da farti vacillare. Nelle strade come nelle case la paura cammina in punta di piedi, indossa voci dolci e promesse vane, ti convince a chinare il capo, a credere che la colpa sia tua.
Ma io ti vedo, anche quando abbassi lo sguardo e ti chiudi nel tuo labirinto.
La violenza, sorellina, non è mai amore: ricordalo sempre, nei giorni belli come in quelli di mestizia.
Tieni stretta nel tuo cuore la certezza che tu meriti sorrisi e carezze, meriti la gentilezza semplice che non ferisce.
E nei momenti in cui senti i lividi nel cuore, quando il respiro si fa corto e la voce si spegne, ricordati di questo: non sei sola.
Afferra la mia mano, sorellina.
Lasciati sollevare dal fango e vola con me, più in alto del dolore, più in alto dell’ipocrisia di chi dichiara amore con la bocca ma ha gli occhi duri.
Guarda: non siamo solo io e te.
Siamo in tante, aggrappate l’una all’altra, in una catena che non si spezza. Una catena di diamante puro che risplende anche nel buio, che scaccia l’ombra e la paura, che trasforma ogni lacrima in un seme di luce.
Siamo sorelle, madri, figlie, amiche.
Siamo le voci che si cercano nel vento, le mani che si tendono anche da lontano.
E quando la notte torna, noi siamo lì, a intrecciare arcobaleni sopra le ferite del mondo.
Afferra la mia mano, sorellina. Siamo in tante. E insieme, siamo luce.

Streghe moderne

Sono una strega moderna. Vado al lavoro in monopattino, ascoltando Quevedo, con il vento che mi arruffa i pensieri. Ho 24 anni e tutta la vita davanti, spero.

Tutti pensano che il cessate il fuoco tra Hamas e Israele sia merito di Trump. In realtà, c’era una piccola apertura interplanetaria, una fessura nel tempo, e le mie sorelle della Wicca ed io ci siamo connesse in rete per convogliare le nostre energie, spingendo il mondo, impercettibilmente, verso quella direzione. Noi pratichiamo magia bianca. Non è mai facile però. Per farlo davvero, dovrei avere la mente sgombra, senza impurità, senza pensieri negativi, senza preoccupazioni. Ora, ditemi voi: come si fa, di questi tempi, ad avere la mente sgombra?

Io no. Io ho la tendinite agli avambracci, quattro mesi di dolore come fili invisibili che mi legano ai ricordi delle molestie subite. Ho il lavoro stabile che non arriva, la mia amica d’infanzia che rischia di perdere l’uso delle mani e il cuore che mi batte come tamburo per lei. Ho il rischio di una guerra planetaria e la mia micia di 17 anni, sdraiata come una piccola regina prostrata in un angolo, vittima di un dolore che nessuno vedeva. Io pensavo fosse la fine, ma erano solo unghie incarnite, e il veterinario non se n’era accorto.

E allora? Allora capisco che la mente sgombra è un mito. Esiste il caos, un vortice di pensieri, ansie e responsabilità che mi attraversa come un vento elettrico, che mi strattona, mi scuote, mi ricorda che la vita non è mai pulita, mai ordinata, mai prevedibile. E forse non deve esserlo.

Domani chiamerò la mia amica, dopodomani porterò la micia di nuovo dal veterinario, stavolta pretendendo che controlli tutto. Una strega moderna fa anche questo.

Ho 24 anni e tutta la vita davanti. E, incredibilmente, forse posso accettare il casino che c’è dentro.

Il ragazzo che vuole indossare il cielo

Mi chiamo Luca, e per anni ho vissuto dentro un’armatura. Non quella di guerra, ma quella invisibile della virilità. Mi era stata cucita addosso da quando ero un bambino piccolo, quando mio padre mi ripeteva che “i maschi non piangono”. Ricordo che avevo appena perso il mio cane, e il dolore mi aveva graffiato il petto come una lama. Avrei voluto abbracciarlo e singhiozzare, ma al posto delle lacrime mi uscì un nodo duro, una specie di pietra che imparai presto a inghiottire ogni volta che la vita mi feriva.
Crescendo, ho capito che quella pietra non se ne andava mai. Restava lì, ferma, ogni volta che fingevo indifferenza davanti a un’ingiustizia, ogni volta che ridevo di una battuta sessista per “stare al gioco”, ogni volta che mi obbligavo a essere forte mentre dentro crollavo. La pietra cresceva con me.
Poi un giorno, durante una sera d’inverno, accadde qualcosa di semplice ma decisivo. Ero solo in casa, la città respirava piano dietro i vetri. Mi feci una tisana alla camomilla e misi su un vecchio film d’amore che mia madre amava e, naturalmente, mio padre trovava stucchevole. Guardai due persone tenersi per mano e promettersi il mondo. Il quadretto era così coinvolgente che mi ritrovai a piangere. Non di tristezza, ma di tenerezza. Quella sera, per la prima volta, avevo finalmente permesso al mio cuore di avere voce.
Da quel momento ho capito che la mia mascolinità non aveva bisogno di muscoli o di silenzi, ma di verità. Ho deciso di essere semplicemente me: fragile e curioso, dolce e disarmato, capace di ridere e di piangere. Amo spettegolare con gli amici, scegliere con cura un profumo, accarezzare i pensieri come si accarezza un gatto. I miei compagni di scuola si prendono gioco di me, mi chiamano gay pensando così di offendermi. Non li smentisco perché non voglio incasellare il mio modo di essere uomo. Mi piacciono le donne, sì, ma mi piace anche l’idea di un mondo dove non serva più dirlo per sentirsi accettati.
Non cerco una compagna che mi completi, non credo nella metà della mela: voglio una compagna che mi  ami per intero, come io sto imparando ad amarmi. Una donna che non si senta costretta a essere moglie o madre per dovere, ma libera di essere ciò che desidera, al mio fianco o altrove. Insieme, vorrei costruire una casa fatta di ascolto, non di gerarchie; di dialogo, non di ruoli.
Le donne hanno già cominciato questa rivoluzione, rompendo gabbie antiche e camminando a testa alta in un mondo che le aveva tenute basse, anche a costo di essere picchiate o uccise. Ora tocca a noi uomini. Voglio riconquistare gli spazi che mi sono stati negati solo perché considerati femminili: la tenerezza, l’emozione, la cura. Le donne hanno conquistato i pantaloni; io voglio indossare una gonna e dei tacchi senza che nessuno pensi di ridicolizzarmi o offendermi. Non perché voglia travestirmi, ma perché voglio vestirmi di libertà. Voglio indossare il cielo.
Quando mi guardo allo specchio, non cerco più un eroe o un guerriero: cerco un essere umano, un ragazzo che ha smesso di difendersi dal mondo e ha scelto di abbracciarlo.
E forse è proprio questo il mio modo di essere forte: non nascondere più la mia debolezza.
Se un giorno avrò un figlio, non gli dirò che i maschi non piangono. Gli dirò che le lacrime sono la lingua dell’anima, e che nessun cielo si regge solo sul sole. Gli insegnerò che la libertà comincia quando smetti di recitare un copione scritto da altri, e che la vera virilità è avere il coraggio di restare autentici.
Sogno un mondo dove la parola “normalità” non esista più. Dove ognuno possa essere come sente, e camminare per strada vestito di sé stesso, senza paura, senza scherno, senza pietre nel petto.
Forse è un’utopia. Ma è una rivoluzione gentile, e io ho deciso di iniziarla da me.

Chi ha rapito i nanetti?

Hai nostalgia dei nanetti Biancaneve?
Come? Non rientrano da tre giorni e senza di loro ti senti persa, hai rassettato la casa che profuma di lavanda, rammendato, stirato, cucinato e adesso non sai fare altro che startene in giardino ingessata ad aspettarli.
Dai Neve, è ora di darti una mossa!
Chi ha rapito i nanetti? Io! Hai capoto bene IO ho rapito i nanetti.
Gli ho detto: c’è una miniera molto lontana da qui, con un filone di diamanti grandi come noci, chi di voi vuol venire ragazzi?
Dovevi vedere come si spintonavano per salire sul furgone.
Mammolo il tuo timidone è stato il primo ad allacciarsi la cintura di sicurezza accanto al sedile del guidatore.
Chi ha guidato il furgone? Io ho guidato il furgone!
Ho capito, devi mordere la mela avvelenata di Matrigna, devi incontrare Azzurro, devi rispettare la trama della fiaba.
Quante menate che ti fai Neve! Proviamo a rinnovarla noi questa storia: se a darti il famoso bacio fosse una principessa gialla o rosa, se la tua fosse passione mistica, artistica, oppure un appagante carriera lavorativa?
E non si usa più avvelenare rivali in bellezza, Matrigna si è affidata al migliore chirurgo estetico, altro che “specchio delle mie brame” alla dimissione sembra una ragazzina. Non come te che ramazzi tutto il giorno.
Fuori dalla clinica c’era il suo toy boy che l’aspettava alla guida di una Ferrari fiammeggiante.
Che cos’è un toy boy? Una specie di principe, ma rosso, datti tempo, capirai da sola.
Stay tuned  Neve, non precludiamoci niente.
No! con le ballerine non puoi venire, aspetta qui che ti procuro un paio di Nike, ne avremo di strada da fare.
Brava Neve! Si, Nike come la Dea Alata, la Dea della vittooria.

 

 

La bambina che non voleva diventare donna

Non voleva crescere. Non perché temesse le rughe o la fine dei giochi, ma perché aveva intuito, forse troppo presto, che diventare donna significava aprire la porta al talamo del focolare, alla celebrazione della femminilità domestica e addomesticata.
Essere donna e portare sulle spalle incurvate dal tempo il dolore muto delle madri, delle mogli e delle figlie educate al silenzio e alla rinuncia.
Sua madre la voleva “per bene”, docile e tenera come una colomba ammaestrata. Le comprava bambole con occhi di vetro e vestiti di pizzo, come piccoli addestramenti alla cura, alla dolcezza, all’attesa della maternità. Ma lei non voleva. Quelle bambole le parevano prigioni travestite da sorrisi.
Un giorno, cercando libertà tra le ombre del salotto, la madre la scoprì a giocare con i soldatini del fratello. «Non è roba da femmine!», gridò orripilata, e le stampò uno schiaffo sulla guancia, il primo che le avesse mai dato.
Il padre, dal canto suo, la voleva chiusa in casa, “perché là fuori ci sono uomini che guardano e toccano”. Come se la colpa, già in anticipo, fosse anche sua. Come se la femminilità fosse un corpo da proteggere, un pericolo da nascondere.
Così la bambina imparò presto che anche questo è dolore: essere costrette a un ruolo, a una forma, a un destino che non si è scelto. È violenza anche quella che non lascia lividi, ma ti toglie il respiro dei sogni.
Anno dopo anno, però, volente o nolente, il suo corpo iniziò a cambiare. Lei cercò di fermarlo, come si trattiene un fiore dal fiorire, ma la vita ha la sua ostinazione. Ciò che avrebbe dovuto segnare il passo alla gioia e alla consapevolezza della crescita si insinuava nella sua anima come un fumo malefico che non lascia scampo e avvelena.
Fu nel rancore, nelle notti insonni, nel bruciore dell’ingiustizia, che cominciò a capire che non doveva rifiutare di crescere ma rifiutare di arrendersi. Che poteva diventare donna senza diventare quello che gli altri avevano deciso per lei.
Capì che la libertà non è rifiutare il tempo, ma attraversarlo a modo proprio, senza più chiedere permesso, senza più paura.
E così, giorno dopo giorno, iniziò la sua battaglia verso l’emancipazione e cominciò a crescere davvero.

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