vi racconto la mia vita

La mia vita: la bambina e la donna
Sono Carla, ho 77 anni e si può
dire che sono ormai anziana!!! Nonostante questo il mio cuore è pieno d sentimenti, di nostalgia, di tanto amore
Ma parto da quando ero bambina
La mia infanzia, già nel seno materno, è stata costellata da traumi e delusioni
Sono nata durante la seconda guerra mondiale : la mia mamma, che mi aspettava, ha vissuto il terrore delle bombe, il riparo nei rifugi e io con lei, essendo nel suo grembo Qualcuno dice che un bimbo in gestazione vive tutte le paure della propria madre e questo “mi è toccato” Ad un certo punto la mia famiglia è “sfollata” fino alla mia nascita e per alcuni mesi, i successivi al parto,  c’è stata una certa tranquillità. Siamo poi venuti a Milano, a fine guerra, con la nonna paterna che ha sempre vissuto con noi, essendo vedova d figlio unico Peccato che fosse da sempre in conflitto con mia mamma al punto che io, man mano che crescevo, ero sempre più la “sua” bambina e vivevo il rapporto con mia madre quasi fosse una trasgressione o un torto alla nonna A volte mi chiedo come ho potuto reggere ad uno stress così pesante e duraturo nel tempo.
Quindi fra liti famigliari Intervallate da momenti d serenità, quando stavo fuori casa coi miei genitori a fare delle passeggiate nei boschi, sono diventata una ragazza adolescente e ho cominciato ad avere un rapporto complicato col cibo Da 60 kg sono scesa a 45 e mi sentivo più leggera dentro, più libera da tutti i condizionamenti vissuti in famiglia, più libera dal sentimento d colpa per nn riuscire a scegliere da che parte stare (nonna o mamma?) Era un travaglio interiore pesante, nn potevo lasciarmi andare nel rapporto con la mamma perché avevo sempre addosso gli occhi  della nonna che in qualche modo controllava i miei “sentimenti”
Io nn ricordo momenti d coccole da parte d mia mamma, nn poteva farmele, era guardata a vista sempre dalla nonna
Qualcuno si starà chiedendo “dove” fosse mio papà, come presenza, in questa famiglia patologica
Lui amava tanto sia me che sua moglie ma sentiva anche il dovere d proteggere sua mamma e quindi era “fra due fuochi” e nn prendeva una posizione chiara Adesso sento per lui una grande tenerezza 🥰

In tutti gli anni a venire ho sempre convissuto con un disturbo alimentare, quello d cui parlavo più sopra, e questa “ferita” ha portato nel mio fisico gravi conseguenze
Dal punto d vista sentimentale ho avuto storie con varie persone, storie che viste oggi mi fanno capire come io nn mi apprezzassi come persona, forse cercavo qualcosa che riempisse il vuoto che avevo dentro  Poi finalmente ho trovato un uomo serio con la quale mi sono sposata Abbiamo avuto 4 figli, la terza disabile e abbiamo realizzato una bella famiglia Ma io? Io nn stavo bene, nn ho mai “ritrovato” né la pace interiore che il rapporto libero con mia mamma: lei era lontana, lo è stata sempre fino a quando il buon Dio l’ha chiamata a sé
Oggi, dopo una caduta e conseguente frattura del femore, faccio i conti con la mia disabilità e vivo con speranza sapendo che Dio Padre nn mi abbandonerà mai, che si prenderà cura d me ogni giorno e, chissà che, nei tempi che solo Lui sa, mi guarirà.
Grazie per l’attenzione amici,
Carla

Julija

Otto di sera, sola in casa e qualcuno sta suonando il campanello alla porta. Sfilo i guanti di plastica gocciolanti e ancor prima di guardare dallo spioncino domando: “Chi è?” Una breve esitazione, poi una voce che conosco “Priviét signora Elvira. Sono io, Julija.” Invito la giovane donna ad entrare, la osservo e noto sul suo volto un’espressione nuova, indecifrabile.

Purtroppo mi sorge il sospetto che sia venuta a trovarmi, come spesso accade, perché ha necessità di “telefonare a casa”, in Ukraina, da un telefono fisso. L’avaro uomo anziano a cui presta assistenza non glielo consente mai, se non a pagamento. Così, mentre ancora ci troviamo in anticamera mi sento dire: “Sai dov’è il telefono Julija, chiama tranquillamente.” Scuote più volte il capo offrendomi un risolino spensierato.

“Kak dielà, signora Elvira?” “Sto bene, grazie. Vieni un attimo in cucina che ho ancora piatti da lavare.”

“Spasiba.” Si dirige verso una  sedia posta all’angolo, accanto alla finestra. Quello è il posto prediletto anche da Helena, la signora venuta dall’Est. Julija lo sa, l’ha conosciuta e sono diventate molto amiche. Mi sorride sorniona, rimanendo in silenzio. E’ alta di statura, esile di corporatura, la pelle ambrata, occhi di un azzurro incredibile con cui mi osserva mentre titilla con le dita della mano un ricciolo ribelle dei sui lunghi vaporosi capelli, dal colore fiammeggiante da sembrare una torcia accesa.

Julija è una persona calma, affabile e affidabile, a cui non viene mai meno il sorriso; quando arriva sembra portare con sè una folata d’estate.  Possiede una laurea in Ingegneria Meccanica: titolo che qui non le viene ancora riconosciuto e pur di rimanere in Italia svolge un lavoro impegnativo. E’ una delle tante  brave badanti precarie, sfruttate e sottopagate. Quando lo scorso anno a luglio, avendo ospite Ilya, il bambino Bielorusso, mi ero rivolta a lei per “un aiutino” come traduttrice, ci incontravamo già da due anni, abitualmente nei locali della Caritas.

“Quale novità mi porti?” domando mentre ci trasferiamo in soggiorno.

Risponde: “TasKà”,  ma se ne pente istantaneamente. Mordicchiandosi il labbro inferiore si corregge: ”Niet, niet. Non è questo oggi il mio grosso problema, signora Elvira. Stasera ho bisogno di te: puoi farmi fotocopie colorate dei documenti arrivati dal Consolato?”

Sono a conoscenza del significato profondo della parola ”Toska”. Si pronuncia “taskà” proprio come si trattasse di una conchiglia. Infatti lo è: racchiude in sé uno stato emotivo pieno di sfumature di tristezza, inquietudine, afflizione e  malinconia. Tutte emozioni che spesso Julija patisce. Difficile per noi europeri tradurre e comprendere appieno la  rilevanza di questo vocabolo. Non ha alcuna attinenza con la nostalgia, di cui lei afferma di non soffrire.

“Potevi già portarmeli quei documenti.”  Mi sorride grata. Sospira a lungo. Si rilassa, quasi a voler far scivolare via una forte tensione interna. Si alza in piedi e da sotto il maglioncino rosso, con un fulmineo gesto di magia, sfila una busta color arancione formato A4. Non riesco a trattenere una risata.

“Io nascondo, signora Elvira, documenti importanti questi miei.  Università, cert cer …come dire miei personalmente?”  “Sono certificati, come quello di nascita, quello di identità?”

“Si, anche di divorzio.” L’informazione mi coglie alla sprovvista. Lei osserva la mia espressione sbigottita e arrossisce lievemente. “Niet, non ti ho detto che giovanissima sono stata sposata a Kiev, scusa.” “Scusami tu Julija se sono rimasta così sorpresa. Ma, hai divorziato a vent’anni?” Sono al corrente, infatti, che ne compirà venticinque il prossimo mese di giugno; data la giovane età potrei esserle madre.

 “No, diciannove anni. Matrimonio kaput dopo quattro mesi, lui ragazzo violento e molto ubriaco di alcol. Studiavamo insieme. In mia Nazione non prevedere periodo di separazione: divorzio arriva presto, anche entro tre mesi.”  Incapace di spiccicare parola, ancora incredula, rimango muta. Lei mi tranquillizza: “E’ la verità vera, signora Elvira. Tu puoi leggere tutti i miei documenti che ho portato. Sono stati tradotti in italiano e hanno validezza.” “Non occorre Julija, ti credo. Andiamo a fare le fotocopie a colori. A cosa ti serviranno?”

Si illumina, spalanca le braccia, mi abbraccia teneramente ma con grande entusiasmo. Caspita! Ecco scoperchiata la pentola che ribolliva: è innamorata e sprigiona la sua frizzante, contagiosa felicità. “Porto tutti i fogli al mio fidanzato che è buono, bravo e mi aiuta. E’ un uomo serio, grande di trentasei anni e vuole vedere tutta la mia storia.” “E’ qualcuno che conosco?”  la curiosità è femmina…

“No è di un altro paese, qui vicino; lavora in una Banca e si è innamorato di me.” “E tu di lui, si vede anche al buio. Sono davvero contenta, Julija.” “Kojak, per favore, non dire al vecchio signore che tu sai tutte le cose di me.” “Tranquilla, lo conosco a malapena, e poi esce pochissimo di casa, vero?”

“Da, da. Troppo vecchio e malato e non gentile con me. Lui non sa ancora che presto vado via. Vado a vivere dal mio fidanzato che si chiama Fabio.” “E’ una notizia bellissima che mi rende molto felice. Ti meriti il meglio dalla vita.”  “Signora Elvira, mi dispiace tanto per noi; tu sei buona e hai aiutato me.” “Possiamo comunque tenerci in contatto telefonico. Io ci tengo.” “Da,da, ma io avrò tanto da fare per preparare tutto bene per bebè che arriva.” “Aspetti un bambino? Ma dove lo nascondi che sei così magra?” “No, no nascondere. Lui piccolo semino appena arrivato” e, con un sorriso che riempie la stanza, conferma la gravidanza sventolando due dita della mano.

E’ arrivato il mio momento di abbracciarla con affetto materno. “Abbi cura di te, mi raccomando. E soprattutto sii felice più che puoi, cara Julija. Ma non sparire, d’accordo?” “Niet, signora Elvira. Noi ci sposeremo presto, vedrai. Poi, quando è nato, ti porto il piccolo bebè di Julija e Fabio così diventi nonna.”

Celebriamo i fortunati eventi brindando con una tazza di the e con soffocate risatine contagiose. Io corro rischio di rimanere stritolata dai suoi calorosi abbracci.

“Ciao Julija. Arrivederci.” “Ciao signora Elvira. Do svidania. Arrivederci!” è talmente raggiante che scende le scale a volo d’angelo.  Sorrido divertita mentre richiudo la porta alle sue spalle. Sfilo le chiavi dalla toppa dal momento che i “maschi” di casa, – che si trovano allo stadio Meazza ad assistere ad una partita di calcio di “vitale importanza” -, rientreranno tardissimo.

Le ombre della notte sono scese sulla giornata e sulle case.  Ancora emozionata ed intenerita dalle improvvise sorprese della vita, mi dirigo verso la finestra della cucina per abbassarne la tapparella. Lo sguardo mi cade sulla “sedia preferita” dalle mie amiche straniere e noto la presenza di un foglietto a quadretti, ripiegato alla bell’e meglio. E’ del tutto inaspettato e sono più che certa non si tratti di un uno dei miei mille appunti, scritti in tutta fretta, che distrattamente semino per le stanze di casa.

Attratta ed intrigata lo raccolgo, lo apro lentamente, quasi timidamente. Incontro subito la spigolosa calligrafia di Julija e, alla vista dell’immancabile “Signora Elvira”, provo un’intensa amorevole commozione:  “Ho voluto essere, imparare, fare, avere mille cose che  – tu sai  – mi sono mancate. Adesso vorrei anche assomigliare un poco a te. Julija”

 Marzo 2004

P. S. 11 aprile 2021

Oggi, dopo aver sentito la notizia flash: ”Venti di guerra tra Russia ed Ucraina, con escaletion di minacce e movimenti di truppe”, ho deciso di pubblicare il racconto.

 

Ho perso una cara amica

Carissimi, scrivo due parole sull’evento doloroso che ha colpito me e tutte le amiche e amici di Fede e Luce e la comunità parrocchiale di Pantigliate. Aggredita dal covid 19, nel giro di una decina di giorni, è mancata Giovanna Banchiero, una persona molto conosciuta nel nostro paese e una grande amica della comunità Fede e Luce.

Dento di me è rimasto un grande vuoto perché la conoscevo da anni e ci volevamo bene. Giovanna era una persona generosa, non si risparmiava né per la nostra parrocchia né per Fede e Luce, della quale da circa un anno era la coordinatrice. Riusciva a pensare a tutto e anche a curare la piccola Desiré, la sua nipotina nata da pochi mesi.

Quando manca una persona amica, se ne va un pezzetto di te, rimane il rimpianto, il ricordo dei momenti vissuti insieme, rimangono le sue parole di incoraggiamento quando mi vedeva preoccupata per la mia situazione di salute e mi diceva “tu sei importante, come farei senza di te”

Giovanna è entrata a far parte della mia vita e non uscirà più perché è scolpita dentro, nel profondo. So che dopo una breve ma molto intensa sofferenza, lei è arrivata e adesso è nella luce e nella pace.

Ho perso un’amica ma ho un angelo che dal Cielo mi guarda e intercede per me.

Giovanna, grazie di essere  stata con me, con noi, finché il Signore lo ha permesso. Buona vita eterna!!!

 

 

Il prigioniero n. 47497

In occasione della lettura della vivida, dolce, poesia “Il miele ereditato” di Barquero mi sentii stimolata a scrivere il racconto “Cose dell’altro secolo”: un affresco pieno di immagini famigliari, prese dal mio vissuto, che attraversavano molti anni della mia vita.

Con rammarico evidenziavo di non conoscere affatto mio padre. La mia convinzione, tra ipotesi e congetture formulate, era che a causa dell’esperienza traumatizzante della guerra la sua anima si fosse un po’ smarrita. Divenuta solitaria, lo induceva a sostenere una continua battaglia contro se stesso e a serrare sotto chiave sentimenti ed emozioni. Come scrissi, sulla sua persona disponevo di poche informazioni: il suo lavoro, il silenzio impostosi sul dolore e la sua eccessiva, ingiustificata, intransigenza.

Quindi non vi è traccia di un “nostro tempo” vissuto insieme. Incapaci entrambi di abbattere il muro della separazione, in un angosciante silenzio dei cuori, avevamo relegato la nostra parte migliore nel “Regno del non detto”. Mentre ne scrivo la tristezza mi fulmina e le lacrime insistono a pizzicarmi gli occhi. Provo pena per entrambi, ma  mi assolvo.  Avevo scelto, infatti, di allontanarmi da lui e dalle sue aspettative per privilegiare l’incontro con me stessa e abitare “la mia vita”. Certa che in tal modo avrei evitato di assomigliargli nel comportamento, nel carattere o nelle mie scelte future.

Oggi, grazie a mia sorella maggiore Livia, un insperato raggio di sole dalla potenza accecante ha fatto luce sul mistero che lo avvolgeva, confermando le mie supposizioni e la scelta di essermi rassegnata all’idea che papà ed io non avremmo potuto “conoscerci”.

Questa mia sorella, appassionata di storia, lingue straniere, e a tutt’oggi eccellente studiosa, con una telefonata mi ha anticipato l’invio di diverse e-mail, inerenti un gran numero di fatti tessuti nel tempo, descritti mantenendo un buon ordine cronologico. Talune notizie le aveva “strappate” a fatica, parola per parola, dalle labbra di papà prima che egli non fosse più tra noi.  Poi aveva potuto prendere visione di documenti personali, originali, da lui sempre gelosamente conservati, rendendoceli invisibili.

Alcuni anni orsono, sospinta da una legittima curiosità filiale, Livia – anche in nome e per conto di noi sorelle – si era posta in cammino andando alla ricerca delle radici, del passato e della storia del nostro genitore. Inizialmente, d’istinto, si era affidata ad un primo sconosciuto indizio: “Dippach”, che  risultò poi essere il nome di un luogo in Turingia.

Con ammirevole determinazione, decise di muovere i primi passi investigativi dirigendosi in quella direzione, prendendosi tutto il tempo necessario per affrontare un avventuroso viaggio a ritroso, lungo un minuzioso itinerario.

Una delicata missione “unificante”, un’ambiziosa ricerca della verità, fortemente voluta e portata a termine con la fattiva collaborazione di parecchi conoscenti, suoi cari amici di vecchia data, residenti in molteplici località europee.

Nel corso del suo viaggio, oltre a rinsaldare il legame con tutti loro, è riuscita ad instaurare nuove amicizie, a raccogliere informazioni, materiale, fotografie, notizie e curiosità. Incontrate le persone anziane, che abitavano ancora i luoghi frequentati da nostro padre, ha avuto la fortuna di intervistarne alcune.

“Apro” i testi delle e-mail e con curiosità, e turbamento, mi dedico alla loro lettura e rilettura. Non mi sarà facile riassumerne il contenuto, ma intendo provarci.

Il primo fatto che colpisce mi chiarisce la ragione per la quale papà impartiva i suoi “indiscutibili” ordini in una lingua rozza, che noi chiamavamo “ostrogoto”. Il nonno paterno, espatriato giovanissimo, aveva vissuto e lavorato in diverse case patrizie tedesche. Rientrato in Italia, si era sposato e con tutta la famiglia dedicato all’agricoltura. Nelle lunghe sere d’inverno insegnava alla numerosa prole elementi base di tedesco. All’età di ventiquattro anni, anche papà per un certo periodo aveva lavorato in Germania. Nella fattoria presso cui si guadagnava il pane imparò a fare “il gelato” manualmente con il latte eccedente il suo fabbisogno.

Scopro che per motivi diversi, tra i quali quelli legati all’evento bellico, visitò, lavorò, rimase ferito in guerra o fatto prigioniero, in molte altre località: dalla Turingia alla Sassonia, dalla Grecia all’Albania, la Prussia, zone confinanti la Francia o la ex Jougoslavia.

Mi viene meno il coraggio di domandarmi per quale bizzarra ed inspiegabile causa il ricordo che mi sono tenuta stretta fino a ieri non coincida affatto con alcuno di tali Luoghi.  Ho sempre creduto che papà, da Soldato dell’Esercito avesse partecipato dal ‘935 al ‘941, esclusivamente, all’occupazione italiana dell’Abissinia (ora Ethiopia). Mistero….

Negli anni devastanti della Guerra aveva patito l’inferno sotto ogni sua forma: fame, sete,  gelo, febbri malariche, torti, umiliazioni, insulti, infortuni, manganellate, ferite ed un’inconsolabile disperazione. Un triste destino si mise di traverso proprio nel giorno dell’Armistizio, l’8 settembre del 1943! La Wehermacht lo catturò facendolo prigioniero, assegnandolo ad una miniera, divenuta stabilimento militare dedicato alla produzione di “granate per Hitler”. Qui, fruendo di un unico pasto, lavorava sedici ore al giorno a trecento metri di profondità.

Nel 1945, all’arrivo della forze armate di Liberazione fu trovato ancora in vita, fortemente minato nel fisico. La sua miracolosa sopravvivenza venne attribuita alla capacità di compiere spontanee rinunce a favore di altri commilitoni e di sapersi adattare a inenarrabili situazioni disumane. Prima di poter rimpatriare rimase ricoverato per molti mesi e ricevette adeguate cure sanitarie ed una umanissima assistenza infermieristica.

Sono venuta a sapere molti altri episodi della sua vita. Dopo le scuole elementari fu costretto a faticare lavorando sempre “nei campi”, anche all’estero. In fanteria gli venne riconosciuto il grado di “tiratore scelto”. In prigionia gli furono insegnate importanti nozioni infermieristiche. Inoltre, per via della sua conoscenza della lingua alemanna, spesso gli furono assegnate funzioni di interprete!

Ancora malconcio, una volta rientrato in Italia, nel 1947 sposò la sorella della moglie di uno dei suoi fratelli. Poi, pedalando in sella ad una bicicletta decise di raggiungere la Lombardia. Insieme ad un gruppo amici, si mise fiduciosamente alla ricerca di un “buon lavoro” che gli consentisse di farsi raggiungere, entro breve tempo, dalla giovane sposa.

Dalla Fabbrica del Veleno, inizialmente venne assunto come muratore; anni dopo, ne divenne uno dei Poliziotti Privati. Un’occupazione dignitosa, impegnativa e mal retribuita. Papà alto di statura, con il portamento ed il passo militare, con la sua divisa di ordinanza mi metteva in soggezione, incutendomi ulteriore timore ed un battito rapido del cuore. Ricordo bene il completo grigio antracite, la camicia blu, la cravatta nera, il berretto con visiera, il cinturone corredato dal fodero per la sua personale “rivoltella.”

Dulcis in fundo.

La telefonata di Livia mi informa che – alla memoria di nostro padre – la Presidenza della Repubblica Italiana ha disposto la consegna della “Medaglia d’onore,” riservata agli Internati Militari Italiani nei lager nazisti dal 1943 al 1945.  In occasione del Giorno dedicato alla Memoria, il 27 di questo mese –  a causa del persistere della pandemia – lei sarà la sola congiunta presente all’evento. Il preziosissimo riconoscimento le verrà consegnato dalle mani del Prefetto di Sondrio durante una cerimonia ufficiale, che coinvolgerà i parenti di altri I.M.I., alla presenza di Sindaci, giornalisti, fotografi ed emittenti televisive.

Provo una sincera, immensa, gratitudine per Livia, per la sua determinazione e tenacia nell’aver voluto intraprendere il viaggio alla ricerca della storia che “ci appartiene e ci accomuna”. La ringrazio di cuore per essersi attivata affinchè nostro padre, “lavoratore coatto” per l’economia di guerra, avesse titolo per ricevere la Medaglia d’Onore.

A mio padre che anche da dove si trova mi starà ancora “tenendo d’occhio”, vorrei dire: “Quando il Sonno Eterno, reclamandoti, ti ha liberato da ogni memoria autobiografica che appesantendoti anima e mente non ti abbandonava mai, mi sono unita a te. Ho così accettato che la tua parte migliore dovesse comunque rimanermi dentro e appartenermi.”

21.01.2021

Dedicato all’8 marzo

Mi chiamo Lucilla, la dottoressa Lucilla Torregiani, e oggi posso affermare di avere conquistato il lavoro dei miei sogni.
Il mio percorso non è stato semplice e ho dovuto combattere per ogni piccolo passo in avanti. Ho iniziato a lavorare con un diploma di segretaria d’azienda, seguendo il consiglio dei miei genitori. “Come donna – dicevano – scegli una professione che non ti impegni troppo tempo. Metti da parte qualche soldo per la dote e poi, quando ti sposerai, potrai stare a casa e badare alla tua famiglia a tempo pieno.
Così, da brava figlia, appena finite le superiori trovai un impiego come segretaria presso un’importante agenzia di comunicazioni. Com’era diversa la vita in quegli uffici da come l’avevo sempre immaginata! Con l’esperienza maturavo sempre più idee e soluzioni da proporre, ma chi voleva ascoltare un’umile segretaria?
Eppure non mi sentivo inferiore a loro, ero sempre più consapevole della qualità delle mie idee e della ricchezza delle mie esperienze. Così mi sono iscritta a Scienze della comunicazione. Lavorare e frequentare l’Università è stata dura ma ce l’ho fatta.
Con l’accrescere delle mie potenzialità quell’ambiente lavorativo mi stava sempre più stretto, così ho fatto il grande salto ed ho aperto una mia agenzia.
Che fossi brava lo sapevo già, velocemente lo hanno capito anche all’esterno e il lavoro ha cominciato a girare bene. Così ho espanso l’attività ed ho assunto nuovo personale. Tutte donne naturalmente, tranne il nostro segretario che si chiama Mario ed è davvero un bel ragazzo, perché in fondo anche l’occhio vuole la sua parte.
Oggi entrando in ufficio sono stata fermata da un cliente che mi ha chiesto: “Signorina, posso parlare con il titolare?”
Con che soddisfazione gli ho risposto: “Sono la dottoressa Torregiani, la titolare. Fissi un appuntamento con Mario, il mio segretario”.
Dovrò per la mia carriera rinunciare a farmi una famiglia? Assolutamente no: se gli uomini non devono scegliere, perché dovrei farlo io?
Per la mia vita ho scelto il pacchetto completo.

Un assegno in bianco

UN ASSEGNO IN BIANCO
Credo che nessuno d noi, con leggerezza, firmerebbe un assegno in bianco perché è un rischio, comporta una grande fiducia e sarebbe necessario sapere che uso potrebbe venirne fatto
Ma allora per chi vale la pena d firmare un assegno dove la cifra nn è definita? Personalmente ho avuto un flash e mi sono detta che l’Unico , il Solo per il quale mi sento d rischiare è LUI, il mio Creatore Ma questo cosa vuol dire? Vuol dire che ogni giorno scelgo d rinnovare il mio affidamento a Lui, il
Mio Signore e questo è proprio come “firmare un assegno in bianco”
A volte, quando la fiducia vacilla, mi chiedo se sia la cosa giusta ma poi mi dico : chi se nn Lui, l’Onnipotente, merita che io mi fidi totalmente e che nonostante i pianti, gli scoraggiamenti, le fatiche, io continui a sperare, a credere e a nn coltivare dubbi Ecco per Chi, ogni giorno, mi sento d firmare “un assegno in bianco”.
Lui ha firmato per tutti là, sulla croce, e nn ha esitato a dare la Sua vita per salvare tutti e ciascuno dei Suoi figli

Ho visto un cielo così terso…

Ieri sera ho visto un cielo così terso, pulito e luminoso… che anche la luna sembrava più luminosa che mai. Se forse apparsa una cometa non mi sarei meravigliata.
La costellazione di Orione era quasi allo zenit ed era visibile con tutte le sue stelle brillanti.
Ho voluto leggervi un segno positivo ….il segno che alle soglie del nuovo anno porterà la fine di questo periodo buio che ci ha allontanato dagli affetti, dalle abitudini, dagli abbracci.
Voglio crederci per me, per chi è nella difficoltà di riprendersi in mano la propria vita e per chi ha perduto affetti.
C’è un grande silenzio mentre scrivo queste righe. Si sta facendo sera e le luci del Natale appena trascorso si sono accese qua e là.
Vorrei trattenere l’atmosfera che fa di questa festa una delle più belle del nostro calendario.
Non si può fermare il tempo e auguro a tutti che venga il tempo delle cose migliori, quelle che erano rimandate e che, senza farci dimenticare ciò che è stato, ci riportino alla speranza di una vita in salita.
Il mio augurio sincero è un tempo buono per tutti.

Le domande che vorrei porvi

Nel pomeriggio mi sono recata alla Biblioteca di Pantigliate per dare un’occhiata alle nuove proposte editoriali. In attesa che venga pubblicato – e, senza dubbio lo sarà prima della fine dell’anno -, il Fantasy di Valeria, ho scelto “Come un respiro” di Ferzan Ozpetek. L’ho già posizionato sul ripiano del mio comodino, sopra a “Becaming” di Michelle Obama.

Come sempre mi accade, più osservo le copertine dei libri più avverto un urgente desiderio: poter incontrare i rispettivi scrittori – meglio se tutti! – e porre loro domande mi stanno a cuore. E questa sera scelgo di metterle per iscritto, riservandomi di rivolgerle alle due scrittrici a noi più vicine: Benedetta e Valeria.  Spero che le nostre benvolute amiche in un futuro non troppo lontano vorranno qui appagare questo mio desiderio. Grazie.

A che età sei stata catturata dalla passione per la scrittura?”

Riesci a scrivere in questi mesi di sgomento, timori e silenzio risucchiante?”

Quando scrivi segui un particolare rituale? Per esempio: un  tipo di penna/matita/stilografica, certe luci nella stanza, orari preferiti, cibo da sgranocchiare a portata di bocca, musica di sottofondo, ecc.?”

Nelle ore dedicate alla scrittura tieni silenziato il cellulare?”

Quando riversi un testo nel PC è perché lo hai già scritto prima sul foglio mentale?”

Riscrivi spesso un concetto o un’intera pagina?”

Cestinare uno scritto ti cambia lo stato d’animo?”

Trovi sempre e con facilità il vocabolo più adeguato con il quale affinare le espressioni, per essere meglio compresa?”

 “Tu sei i tuoi personaggi o loro ti assomigliano molto?” “A quale di essi sei più legata?”

Oltre alla scrittura riesci a dedicarti ad altre passioni?”

Leggi molto? Se sì di quali argomenti o a quali letture non sai rinunciare?”

Puoi disporre di tempi e spazi che appartengano esclusivamente a te?”

Stiamo vivendo con affanno questo inspiegabile caos della pandemia che ci accomuna, facendoci oscillare tra speranza e disillusione. E’ una dimensione indecifrabile, del tutto simile ad un limbo sospeso nella nebbia, ma ho grande fiducia di poter postare questo scritto nel nostro sito. Lò farò, prometto, a seguito della conferma dell’avvenuta pubblicazione del libro di Valeria.

Pongo l’augurio di vederci tutte, presto, insieme alle nostre due scrittrici per nuovi amichevoli, stimolanti, incontri di cui sento (q.b.) la mancanza.

28.10.2020

Inopia

Il piccolo immobile, al cui interno sono sbucata alla vita negli anni ’50, apparteneva all’imponente e prestigiosa Industria per la quale lavorava mio padre. Stava incastonato tra molti altri, al terzo piano di uno di quattro affollati caseggiati, allineati come fiammiferi. Gli scrostati rivestimenti esterni mostravano un colore indefinibile, post bellico: un miscuglio di nero, grigio e giallognolo.

Le scale interne, con i loro parapetti e corrimano in legno, usurati e cedevoli, rappresentavano una costante insidia. Al piano terra, una buia e strettissima rampa conduceva ad uno scantinato, al cui centro  giganteggiava l’oscura presenza di una porta tagliafuoco. Era stata posta a protezione di un misterioso “Rifugio di Guerra N° 47” e nessuno di noi bambini ebbe mai l’ardire di avvicinarsi troppo.

Per rispettare le condizioni imposte dall’Industria, (il Diktat!), ogni famiglia condivideva l’appartamento con un secondo nucleo. Con spazi vitali insufficienti e l’unica risorsa economica rappresentata dalla paga mensile dei papà, si era talmente poveri da disporre a malapena dello “stretto necessario”. Obbligati a “resistere per esistere”, rinunciando, fatalmente, a buona parte – anzi! alla parte buona – della vita.

Quando, negli anni ’60 la Fabbrica raggiunse il suo massimo splendore, in molti  appartamenti si era già dovuto fare spazio ad altre famiglie operaie salite dal sud, i cui    figli ci chiamavano “polentoni” per sentirsi apostrofare “terroni”. Purtroppo i comportamenti  peggiorarono e le violenze fisiche e verbali si moltiplicarono.

I “grandi” stremati dal lavoro, usciti dalla Fabbrica al suono assordante della sirena, una volta giunti a casa si abbruttivano con l’alcool ed ogni minimo pretesto provocava scintille. Noi bambini assistevamo troppo spesso alle loro liti furibonde. Per questo, ma soprattutto  per comportamenti ben peggiori!, i nostri sguardi infantili andavano perdendo presto la freschezza ed il candore dell’innocenza.

Quando urgeva fottere la fame, la tristezza o il senso di soffocamento che pativamo, una volta terminati i compiti, proprio tutti! si scappava fuori casa a giocare all’aria aperta, nei cortili o nei prati. Qui ci sentivamo amici fraterni, autentici compagni di sventura.

La nostra vera ancora di salvezza – il nostro bene supremo – era rappresentato esclusivamente dall’obbligo di frequentare la scuola, nonostante le non poche difficoltà di apprendimento. Lo studio ci consentiva così di starcene lontano dagli adulti, dai loro  cattivi esempi, dai rimproveri incessanti e dai loro fuorvianti consigli. L’istruzione era in grado di supportarci nella crescita: apriva i nostri orizzonti, accendeva i nostri cuori e, per qualche spensierata ora, bruciava dispiaceri e paure.

7 Marzo 2017

La mucca della Valle Aurina

In una malga della Valle Aurina viveva una mucca pezzata il cui manto era coperto di bellissime chiazze. Le altre mucche si complimentavano per la sua bellezza, ma Fanny – era questo il suo nome – non riusciva a vedersi e ad ammirare i disegni del suo corpo perché non aveva mai visto uno specchio.

Il giorno del suo compleanno il signor Gino, padrone della malga, decise di regalargliene uno. Finalmente Fanny poté ammirarsi e ne fu entusiasta; ma ebbe l’impressione di essere un po’ grassa. Decise così di mangiare meno erba per dimagrire, ma ogni tanto si nutriva di more e lamponi per dare più colore alle labbra. Quando pascolava portava con sé lo specchio vicino al campanaccio e spesso si allontanava per comporre un cappellino con il fieno. Dopo qualche tempo era diventata più snella, ma il padrone della malga era preoccupato perché produceva poco latte. Le chiese:

«Che ti sta succedendo, mia cara Fanny? Da quando ti ho regalato lo specchio sembri un’altra mucca. Continui a rimirarti, hai le labbra rosse, ancheggi continuamente, ma dimagrisci ogni giorno di più. Non puoi continuare a vivere così! Non vorrei sentirmi costretto a toglierti lo specchio.»

«Lasciami pascolare ancora con il mio specchio!» lo pregò Fanny. «Prometto di mangiare più erba. Ti chiedo soltanto di comprarmi un mantello di plastica trasparente per proteggere il mio manto nei giorni di pioggia.»

Gino l’accontentò e Fanny riprese subito qualche chilo.

In un’altra malga viveva Ermenegildo, un toro che non si era mai innamorato di una mucca. Ma quando da lontano vide pascolare per la prima volta la mucca Fanny non seppe più dominarsi e ruppe la staccionata che segnava il confine del suo branco, per raggiungerla. Fanny vide in quel momento il toro Ermenegildo, e anche per lei fu un colpo di fulmine!

Il toro si avvicinò alla mucca. Le loro code si intrecciarono formando un nodo tale che nessun montanaro sarebbe stato in grado di sciogliere. Coda nella coda, decisero di fuggire mescolandosi in un altro branco per non farsi riconoscere. Ermenegildo sarebbe passato inosservato, ma non si poteva dire la stessa cosa per Fanny con lo specchio, il mantello trasparente e le labbra rosse; perciò raccolsero gli orpelli in un sacchetto del supermercato abbandonato in un sentiero da un turista irriguardoso dell’ambiente. Una volta introdotti nel nuovo branco Fanny tirò fuori ancora una volta tutti gli attrezzi dal sacchetto per abbellirsi, ma Ermenegildo cercò di farle cambiare idea.

«D’altra parte non posso tener nascosti gli ornamenti, perché fanno parte di me, e tu dovresti accettarmi per quella che sono,» disse Fanny, ma Ermenegildo replicò:

«Un giorno tornerai a mostrarti agghindata così come ti ho conosciuta, ma i nostri padroni, che ora si saranno già accorti della nostra scomparsa, ci staranno già cercando, ti scoprirebbero subito con quest’aria civettuola e le altre mucche si accorgerebbero della nostra intrusione».

Infatti i padroni delle due malghe si erano accorti della scomparsa dei loro animali. Ognuno cercava il proprio capo per le montagne, finché non si inzuccarono.

«To’, che ci fai da queste parti?» chiese il padrone di Ermenegildo.

«Sto cercando una mucca che è scomparsa dal mio branco,» rispose Gino. «E tu?»

«Io cerco il mio toro che ho visto fuggire con una mucca con uno specchio e un mantello trasparente. Ormai erano lontani e andavano in direzione di Luttago.»

«Una mucca con lo specchio e il mantello trasparente? Ma è la mia mucca Fanny! Allora sono fuggiti insieme!»

Fu così che i due padroni si misero alla ricerca di Ermenegildo e Fanny.

Nel frattempo toro Ermenegildo e la mucca Fanny, dopo tanto pascolare, si ritrovarono nella deliziosa cittadina di Campo Tures e ne rimasero subito affascinati.

Vicino al castello c’era una semplice casetta di legno con piante e fiori coloratissimi e tendine di pizzo che riproducevano lo stesso paesaggio che si estendeva sullo sfondo; ma più della casetta erano interessati all’adiacente stalla. Quando seppero che era in vendita si precipitarono all’agenzia immobiliare per stipulare il contratto di compravendita.

I risparmi dei due innamorati non erano molto cospicui, ma bastavano per accordarsi con la gentile impiegata. Lasciarono una caparra per bloccare la stalla e accettarono volentieri di lavorare per un’amica dell’impiegata che offriva loro un lavoro molto faticoso nei campi, ma ben retribuito. Fanny inoltre produceva tanto latte da sfamare tutti i bambini di Campo Tures e della Valle Aurina.

Il toro Ermenegildo e la mucca Fanny coronarono così il sogno della loro vita… e vissero insieme felici, stanchi ma contenti, circondati da tanti teneri vitellini che pascolavano vicino alla loro dimora.

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