After Sunday Services, Georgia Church buildings Get Souls Towards the Polls

Enlarge this imageMartha Frazier rides a bus to vote in Miami in 2012. This year, Georgia churches are functioning very similar “Souls into the Polls” systems, busing worshipers to early voting spots after Sunday service.J Pat Carter/APhide captiontoggle captionJ Pat Carter/APMartha Frazier rides a bus to vote in Miami in 2012. This year, Georgia churches are working related “Souls to your Polls” courses, busing worshipers to early voting destinations following Sunday service.J Pat Carter/APAt The Johnny Boychuk Jersey Increased Piney Grove Baptist Church in Atlanta, about seven hundred congregants jam the pews each Sunday early morning at 10:30. The church is close to the fringe of DeKalb County, and it can be encouraging guide a “Souls for the Polls” drive. Georgia Democrat Michelle Nunn is managing a particularly tight race for Senate in opposition to Republican David Perdue, as well as distinction between victory and defeat could experience within the African-American vote. The thrust is on to acquire voters to show out early especially at black church buildings. This year, to the initial time in Georgia’s history, some polling areas are open up on Sundays. Pastor William Flippin Sr. urged his congregation to go straight to your polls appropriate once the services this previous Sunday. “I will not know should you have voted already, but be sure to understand that it is your civic accountability,” Flippin mentioned. “People died for us to acquire the ideal to vote.” Democrats are trying feverishly in order to avoid what occurred in 2010. That calendar year, there was abysmally minimal turnout amongst black voters, which happens generally in midterm decades. Main supporters for Democrats like minorities, single ladies or adolescents tend to drop off over the midterms.In Georgia, far more than a million African-Americans voted from the presidential elections of 2008 and 2012 Bode Wilde Jersey , but only seven-hundred,000 hit the polls in 2010. Democrats usually are not having their po sibilities this yr. The Piney Grove church is within an location that is certainly 55 % African-American and for that reason one component of Georgia which could enable Nunn acquire the Senate seat this November. That is if folks end up to vote. Previous initially woman Rosalynn Carter joined the congregation yesterday to a sist rally churchgoers for the polls and work to “help make Martin Luther King’s dream grow to be a actuality inside our state.” “We can do it, if we all work alongside one another, if most of us head to vote, if we will make certain that all of our pals and kin and neighbors visit vote, and vote early,” Carter reported. Sunday voting triggered some controversy in Ga. Republicans grumbled about it giving Democrats a lift. But Flippin claims it is really only good that black voters get a prospect on Sundays to mobilize. “Many of our people still do not need specialist positions that they might take off or go into get the job done late. You know, most corporations they allow you to appear late or occur early on Election Day. Nicely, in case you are functioning in a manufacturing facility or position like that, they can not just take off,” suggests Flippin. Piney Grove worshippers loaded up on two church buses and, which has a caravan of autos following, drove into the voter registration and elections office in Decatur to vote. Over the bus, Evelyn Jackson of nearby Ellenwood reported she’s voting this midterm for the reason that something has got to be finished concerning the rampant joble sne s. Ga has the best unemployment charge while in the place, and Jackson claims you can’t rely on a Republican to fix that. “Republicans … they care about cash, they usually treatment about individuals inside their echelon. They usually will not treatment about individuals who are reduced center course or poor,” reported Jackson. “I know folks, you will find certainly one of the ministers, who’s been away from function for, like, 3 a long time.” In the event the buses arrived in the polling place, a stream of other worshippers from other black churches converged with Piney Grove. 30 per cent of all registered voters during the condition are African-American. Allen Davis, a nurse, wishes a lot more black Georgians actually realized that. “I consider should they know how strong their vote is, they’re going to occur out and vote,” Davis said. 1 potential stumbling block to finding a lot more African-Americans out to vote is most Democrats have invested this slide distancing by themselves from a president lots of black voters admire. But Darryl Yarber states he understands the practicality of that approach. “African-Americans can be a very little little bit a lot more savvy than that. They know what is happening. They know the explanations with the distancing. That’s a motive we now have this kind of group appropriate now,” reported Yarber. “They recognize the game.” And Yarber https://www.islandersshine.com/Ryan-Pulock-Jersey states electing a Democrat who will hardly accept President Obama is still better than letting the other facet earn.

Io sono Eva

Mi chiamo Eva e ho compiuto circa 6000 anni biblici. Gli anni reali non li so, è passato così tanto tempo da fare sfumare i ricordi. Ricordo bene però di essere nata nel giardino dell’Eden. Era un gran posto, verde ed ubertoso, racchiuso fra i fiumi Tigre ed Eufrate. Faceva sempre molto caldo, il che era gradito data la nostra propensione a girare come Dio ci aveva fatti. Scordatevi che fossi bionda e bianca come il latte come solitamente mi dipingono: a quei tempi non avevano ancora inventato le creme solari, quindi ero di un bel colorino brunito. Ad Adamo però piacevo così com’ero, e anche tanto. Non è che avesse poi tutta quella scelta, dato che al tempo esistevamo solo noi. A volte forse si fa di necessità virtù.

Siamo cresciuti insieme come fratello e sorella. Ogni cosa ci stupiva, ogni giorno salutava una nostra prima volta. Sono stati gli anni migliori, quelli dell’innocenza. Dio ci ha fatto da padre e da madre. Scordatevi l’immagine del Creatore come quella di un vecchio dalla barba bianca: Dio è maschio e femmina, lo ha detto anche un Papa.

D’altronde se usate un po’ di logica ci potete arrivare anche da soli: all’inizio dell’adolescenza una donna diventa signorina, che è un modo elegante per dire che le è arrivato il primo mestruo con tutti i gli annessi e connessi. Chi è a spiegare alla bambina tutto ciò che c’è da sapere sull’argomento?  Naturalmente è la mamma! I papà in genere si trincerano dietro a un semplicistico “sono cose da femmine”.

A spiegarmi tutto sul ciclo è stato quindi Dio madre, compresa la raccomandazione, dato che la pillola non era stata ancora inventata, di starci molto attenta.

Io sono la donna dei record, quella che ha aperto la strada a tutto ciò che è successo dopo al genere femminile. Fra le varie cose, sono stata la prima ad affrontare un matrimonio combinato. Non che per dirla tutta mi fosse poi dispiaciuto. D’altro canto non avevo molta scelta e, come ho già precisato, si fa di necessità virtù.

Eravamo giovanissimi e ancora molto ingenui. Soprattutto Adamo, perché si sa che le femmine sviluppano prima mentre i maschi a volte non sviluppano proprio mai. Due adolescenti a cui i genitori non avevano vietato quasi nulla, tranne quella regola così assurda di non mangiare una mela. Si sa che il frutto proibito fa gola a tutti. Noi non facevamo che pensarci, Adamo per primo, lo giuro. Però, essendo immaturo e anche un po’ vigliacco, quando siamo stati scoperti a mangiare lui ha scaricato tutta la colpa su di me.

Il resto è storia. È la comoda scusa utilizzata da tutti gli uomini per relegarci al ruolo di comprimarie, concubine, subalterne, vittime predestinate al ruolo di messaline o vergini, a partorire nel dolore per espiare la colpa.

Ma svegliatevi un po’ su, figlie mie: io ho partorito nel dolore solo perché all’epoca l’epidurale non era stata ancora inventata. Dio non è così crudele e, delle donne, ha sempre avuto il massimo rispetto. Tanto è vero che ha concesso proprio a noi il dono più grande: essere al suo pari, creatrici di nuova vita.

Un ruolo esclusivo che Adamo e i suoi figli, in fondo, non ci hanno mai perdonato. Il primo torto che hanno fatto a una donna, a me, è stata proprio l’accusa della tentazione. Una colpa, la maternità, che ci hanno fatto espiare fin dall’inizio: tutti conoscete i nomi dei figli di Adamo ed Eva: Caino, Abele e Set. Ma naturalmente hanno avuto delle sorelle, a cui è stato tramandato il dono di creare la vita. Chi si ricorda di loro? Nessuno. Sparite dalla storia che conta fin dall’inizio dei tempi.

Quanta strada abbiamo dovuto percorrere prima che sorgessimo dal torpore, prima che trovassimo la forza e il coraggio di riappropriarci della nostra identità.

Per questo oggi sono qui, in mezzo a voi, per ricordarvi chi sono. Non dimenticatelo mai quando parlate di me, prima di nominare il mio nome invano: io sono Eva, sono vostra madre, vostra sorella, vostra figlia, la vostra sposa. Io sono una donna.

SOLITUDINE???

Mi dico che non ha senso per una persona che vive la fede e per la quale il rapporto con Dio è fondamentale dire “mi sento sola”. Eppure quando certe sofferenze sono quasi insostenibili, certi dolori sono accompagnati da paura e smarrimento, sento che non posso comunicare fino in fondo ad altri il mio malessere e mi dico “sono sola”.
Ma non posso fermarmi lì e piangermi addosso, pregando fra le lacrime, trovo un senso a tutto quello che mi fa stare male perché il Dio dell’impossibile mi consola, mi infonde la speranza che avevo perso per strada e mi suggerisce possibili soluzioni che non vedevo. Io lo so che il Signore è sempre presente nella mia vita e che, se mi mette alla prova, è per farmi riflettere sulla mia fiducia in Lui, sulla speranza che non deve mai venire meno e sulla certezza che dopo questa vita, che è un soffio, ce n’è un’altra al pensiero della quale la mente si perde nel mistero, ma che è la vera vita che ci aspetta.
Allora mi posso sentire sola in mezzo a tanti, anche persone care, ma non c’è più solitudine quando prego il Dio che mi ama da sempre e che da sempre vuole solo il mio bene.
Carla

10 febbraio 2020

Rosso Corallo

Oggi inauguro un nuovo elegante tailleur color corallo indossandolo per la prima volta; è bello davvero e mi cade perfettamente. Ho abbinato una camicetta bianca ed un paio di scarpe, dal tacco medio alto, colore blu cielo sulla cui punta è inserita una sottile striscia obliqua che richiama la tonalità dell’abito.   Una spilla color oro, identica a quelle “da balia” ma più lunga, chiude la gonna a portafoglio a metà coscia, è decorativa senza dubbio ma serve a tenere fermo il lembo di stoffa asimmetrica sovrapposta.

Look perfetto per una ghiotta occasione: un “pranzo premio” che oggi viene offerto dal Presidente della Società multiservizi,  per la quale mi prodigo da oltre dieci anni, ad alcuni responsabili dei vari Uffici, di cui faccio parte.    La nostra gradita presenza è prevista per le ore 13.00 in un raffinato ristorante di Via Senato; nostro compito sarà fungere da grazioso corollario ad un personaggio Vip – fratello di un personaggio pubblico extra Vip – che sta per arrivare in compagnia del suo fotografo personale, dicono.

Gli Uffici della nostra prestigiosa Azienda si trovano in Centro Città, ubicati all’interno di un grande palazzo d’epoca, distribuiti su tre piani ospitano un organico di duecento unità.  La felice posizione dell’edificio è molto invidiabile, ideale per me al punto che lo stress da pendolarismo, la stanchezza quotidiana e il peso delle responsabilità vengono alleggeriti dal fascino irresistibile che esercita questo inimitabile cuore pulsante della Metropoli.

Le ore tredici sono trascorse da diversi minuti ed io sto consumando una dose di nicotina, accompagnata dal quinto caffè della mattina, quando vengo convocata in Direzione: qui la “mega segretaria”, con eccessiva serietà e studiata compostezza, comunica ai premiati che il pranzo deve essere posticipato ad altra data: l’ospite atteso si è scusato ma  urgentissimi  impegni lo reclamano altrove.   Senza commentare sorridiamo facendo “buon viso a cattivo gioco”. Alcuni di noi optano per un salto al Burger King, altri alla tavola calda; decido di tornare nel mio ufficio dove ad attendermi trovo un nuovo carico di fascicoli di pratiche da svolgere. Il mio senso del dovere ha la priorità, il lavoro verrà scrupolosamente terminato entro oggi con la collaborazione della collega Mimma, dirimpettaia di scrivania, rientrata or ora dal suo solito pranzo fugace.

Lei, ottima segretaria, giovane signora che da sempre mi lavora accanto e di cui sono particolarmente buona amica, trovandosi in sovrappeso tenta di seguire una sempre più moderna “dieta dimagrante”, io, non più giovane, magrissima in taglia 38, rinuncio a  seguire quella “ingrassante” insensibile all’idea di eliminare il disdicevole cocktail a base di caffeina e nicotina che compone il mio limitato menù.   Trascorro ulteriori tre ore immersa nelle carte e impegnata al telefono prima che il mio organismo dia voce ad una legittima  protesta:  Mimma si offre di scendere al “bar di sotto” per prendermi del cibo ed un caffè.

Scostata la sedia dalla scrivania, divaricate per benino le gambe, reggendo con la punta delle dita di entrambe le mani un untuoso tramezzino che sgocciola, spingo il busto in avanti chinandomi leggermente.   Lo strato del panno della gonna soprapposto si apre creando un bizzarro, poco signorile, “effetto scopertura”.

Nell’attimo esatto in cui addento il primissimo boccone, qualcuno spalanca di botto la porta  alla mia sinistra, facendoci sussultare.    Vediamo spuntare una testa maschile che sporgendosi in avanti getta sguardi indagatori di qua e di là.   Poi segue un corpo che entrando si protende  direttamente verso il mio …tramezzino.   Sollevato a malapena lo sguardo, il volto ormai color del corallo, riconosco immediatamente l’uomo che è entrato, mi ha guardata ed ha sorriso divertito scuotendo il capo.   “Buon appetito!, signora…?”

“Elvira” risponde prontamente Mimma sorridendogli bonariamente, ammiccando nella mia direzione e sforzandosi di non far scoppiare la sua, rumorosa, irresistibile risata.

“Tranquilla, la prego. Continui pure tranquilla. Scusate il disturbo, vado cercando il Dr. F.”

L’improvvisato ospite scoppia a ridere e prima di allontanarsi mi gratifica con una divertita strizzatina d’occhio; dalla soglia ci saluta con la mano, si scusa nuovamente e coglie l’occasione per tornare ad osservarmi, ma non in volto.

Fulminandola con uno sguardo abrasivo, posando il dito indice in verticale sulle mie labbra chiuse, proibisco a Mimma di proferire parola; poi, con desolazione, osservo le macchie di unto che hanno battezzato il mio nuovissimo tailleur rosso corallo che, – sono pronta a scommetterlo – , a lungo conserverà l’incantevole ricordo dell’incontro con un Vip.

 

Precisazioni dovute: Correva l’anno 1993; il ristorante da Alfio ha chiuso definivamente nel 1997; gli Uffici della “mia” Società nell’anno 2002 si sono trasferiti lontano dal Centro Città.

 

10 febbraio 2020

Ho trascorso un mese a Piancavallo

Da molti anni ho vissuto un disagio nel rapporto col cibo. Ho fatto numerosi percorsi senza risultati ma finalmente è arrivata un’opportunità che sentivo di poter affrontare nonostante comportasse un mese intero fuori casa. La motivazione ad uscire dallo stallo nel quale mi trovavo era forte e non era tanto quella di lavorare sul disturbo alimentare quanto piuttosto la consapevolezza che se non mi fossi decisa ad affrontare il problema, la mia situazione generale, muscolare, tendinea ed altro, era ad alto rischio.
Ho presentato la domanda a Piancavallo e quando mi hanno chiamata, pur con fatica, sono partita. La prima settimana sono stati vicini a me, in una pensione, mio marito e mia figlia Benedetta. Questo ha favorito il mio inserimento ma poi sono rimasto da sola.
Posso dire di essermi scoperta diversa, una persona socievole e desiderosa di condividere con le altre pazienti la mia storia. Ho anche recuperato l’abitudine che avevo completamente persa, di pranzare a mezzogiorno. Con le persone che vivevano come me il ricovero, ho legato al punto che abbiamo creato un gruppo whatsapp e tuttora siamo in contatto amicale e di sostegno reciproco. Mi sono stupita di me nel senso che non pensavo d stare così bene con gli altri. Certo mi mancava la mia Betta ma avevo più tempo per me, mi riposavo, ascoltavo le mie nuove amiche, giocavo a carte.
Insomma una bella esperienza. Adesso devo continuare ad alimentarmi meglio e devo accettare l’aumento inevitabile di peso e una fisicità un pò diversa ma so che con l’aiuto di tanti che mi offrono amicizia, ce la faro’. Fra i tanti ci siete anche voi!!!!!! Ci conto…..
Carla

Stalker

Anna lo conobbe un’estate mentre faceva una ciclo-vacanza in solitaria in Devon e Cornovaglia, Inghilterra sudorientale: coste frastagliate a picco sul mare, un vento che ti sferzava la faccia, un sole che sembrava di essere alle Maldive. Infatti, quando tornò, dopo una settimana di pedalate su e giù per le colline e i boschetti con top e pantaloni da ciclista, le colleghe le chiesero in quale isola tropicale aveva ottenuto quell’abbronzatura invidiabile. Nemmeno una goccia di pioggia in una settimana! In Inghilterra!

Ma stiamo divagando. Anna lo conobbe in un ostello della gioventù dove si era fermata una sera che non aveva trovato ospitalità in una fattoria come faceva di solito sul calar della sera. Lui lavorava come inserviente. Era inglese, disse di chiamarsi Philip. Le raccontò di aver venduto tutto dopo il divorzio, casa, auto e quant’altro, di essersi licenziato ed essere partito per una lunga vacanza intorno al mondo. Nei Paesi del nordeuropa si usa così. Forse un retaggio del Grand Tour rinascimentale.

Philip fu squisitamente gentile, si fermò a parlare con lei e aveva un accento elegante. Non era bello, ma lei era sempre stata affascinata più dall’intelletto che dall’apparenza. Rimasero a parlare dopo cena finché lui la invitò nella sua camera. Si intendevano a meraviglia, ma Anna rimase comunque sorpresa quando lui le propose di fermarsi a dormire lì. Sulle prime lei la prese come un’offerta cameratesca, per continuare la conversazione che scorreva così bene nonostante l’ora; solo quando lui si stupì, mentre preparavano il letto, che lei non volesse dormire con lui, capì le sue vere intenzioni.

Di quella notte ora, dopo più di 20 anni, ha un ricordo vago, ma della mattina successiva si ricorda benissimo: quando lei si svegliò, lui non c’era più, aveva iniziato il suo turno di lavoro. C’era però un vassoio con la colazione e una rosa, e un bigliettino gentile. Le si arricciarono gli alluci dal piacere. Prima di partire, Anna gli scrisse una lunga lettera descrivendo quanto era stata contenta con lui quei giorni

Quando Anna tornò nella cittadina vicino a Londra dove lavorava, cominciarono a scriversi. Dopo qualche settimana, lui annunciò una visita. Anna si rallegrò. Cominciarono a frequentarsi. Una volta lasciato quel lavoro temporaneo all’ostello, Philip si era trasferito nelle vicinanze di Anna e trovò ben presto un altro lavoro saltuario per mantenersi. Nella sua vita precedente aveva detto di aver lavorato in banca, ora scriveva per la BBC. Cose molto divertenti per spettacoli assai noti, ma che lei, essendo straniera, non conosceva. Ogni tanto lui le leggeva degli stralci, che lei regolarmente non capiva a causa dei numerosi doppi sensi, che ancora le sfuggivano in inglese.

Si frequentarono per alcuni mesi, Anna apprezzava il suo intelletto, la sua proprietà di linguaggio, i complimenti che lui non mancava di farle, ma il suo cuore non volava. C’erano delle stranezze in lui: aveva la mania di lavarsi. Si era rasato tutti i peli del corpo, per essere più pulito, diceva. Si lavava in continuazione, per di più con un sapone di cui ad Anna non piaceva l’odore (Palmolive). Lui si stupì molto quando lei glielo disse.

Ogni tanto avevano piccole discussioni, mai molto animate comunque.

Un giorno che si trovarono dopo il lavoro di Anna – lui l’aveva vista per strada – lui le rivelò di averla vista mentre scrutava il proprio riflesso in una vetrina, passeggiando. Anna ammise la sua civetteria, disse di non essere mai soddisfatta, di essere insaziabile di complimenti, per Philip sembrava essere una colpa grave.

A casa ebbero una discussione su piccolezze, come lavare i piatti e cose del genere. Di colpo lui le mise le mani attorno al collo e cominciò a stringere. Non per soffocarla, solo per farla spaventare. Lei si divincolò e corse in un’altra stanza. Non esistevano ancora i cellulari.

Quando sentì che se n’era andato, chiamò la polizia. Arrivarono due agenti, un uomo e una donna.

Philip prima di andarsene aveva fatto un grande mucchio al centro della stanza con tutti i vestiti di lei, tutti accatastati uno sull’altro.

Gli agenti dissero che per motivi di privacy non potevano rivelarle eventuali precedenti penali dell’uomo. Anna era costernata. Magari aveva a che fare con un maniaco sessuale, un serial killer, uno psicopatico, e lei non aveva diritto di sapere se aveva fatto del male ad altre donne.

Per alcuni giorni non lo sentì più, poi arrivò una cartolina di Philip in cui annunciava che stava partendo “per pascoli nuovi”, lontano. Anna tirò un sospiro di sollievo.

 

 

Salvataggio

Cala la sera ed io mi rallegro al pensiero del divano e del mio nuovo libro. Trilla il cellulare, è Silvia. Mi dice che sente piangere da ore un gattino, in un campo recintato e inaccessibile. Dice che ha suonato ai vicini, ma è una strada di brutte persone, si disinteressano e sono stati sgarbati con lei. Quando tace sento un gattino neonato piangere in sottofondo. Tutti i miei sensori materni si attivano all’istante. Afferro una manciata di croccantini, un trasportino e degli stracci e mi precipito.

10 minuti dopo sto parcheggiando in una stradina sterrata. Raggiungo la mia amica d’infanzia sulla via principale del paese: Silvia è in piedi accanto alla sua bicicletta, appoggiata alla recinzione alta 1,80 mt. Dei cani feroci abbaiano agitati.

Dall’altra parte della rete, nel campo incolto, un uomo si muove bofonchiando frasi incomprensibili. Cerchiamo di perorare la causa del gattino, ma lui niente, non ci vuole far entrare nella sua proprietà.

Noi non ci muoviamo, anzi, appena passano due ragazze giovani io le fermo e chiedo se hanno sentito piangere un gattino in quella zona. Vedo dai loro occhi che anche i loro sensori si sono attivati immediatamente.

Riproviamo a convincere l’uomo a dare un’occhiata sotto l’albero al centro del campo, dove l’erba è alta mezzo metro e ci sono diversi arbusti aggrovigliati. Niente da fare, se ne va. I cani si agitano ancora di più.

Valutiamo il da farsi. I vigili non rispondono, già provato. Io mi ripropongo di chiamare il Sindaco, eventualmente i pompieri. Si potrebbe provare anche con il proprietario ufficiale del campo, un agricoltore che abita nella cascina di fronte, e che io conosco di vista da molti anni.

Silvia mi racconta che la santa del giorno è Santa Pelagia, che nome curioso.

L’uomo torna con un badile e una torcia. Vuole cercare il gatto in mezzo all’erba alta col badile? Silvia ed io ci guardiamo e leggiamo la stessa incredulità l’una negli occhi dell’altra. Darà una badilata al gatto, casomai lo trovasse!

Io riprovo a parlare con l’uomo, suggerendo che, se ci fa entrare, in tre è tutto più facile: uno tiene la torcia e gli altri due cercano. Non se ne parla, nella sua proprietà lui non fa entrare nessuno. Dobbiamo sembrare due temibili terroriste, io con la mia giacca di pile bianco, borsetta e scarpe abbinate, Silvia in T-shirt e pantaloni estivi.

Succede un miracolo, l’uomo ci fa entrare. I cani sentono il nostro odore e ci vogliono fare la festa. Chiediamo rassicurazioni, l’uomo li chiude in una parte del cortile separata dal campo.

In tre cerchiamo, al buio, con una sola torcia. Silvia cerca da sola, io tengo la torcia e l’uomo col badile abbassa l’erba alta per guardare se vi si nasconde un gatto. Col badile. Penso che in quel modo non lo troveremo mai.

Se io fossi un gattino piccolo e indifeso, dove mi nasconderei? Mi avvicino all’albero e scosto gli arbusti attorno al tronco, sollevo le liane che lo avviluppano, frugo tra le foglie secche. Improvvisamente, vedo un sederino peloso con attaccata una coda: l’ho trovato. Quasi non ci credo. Lo annuncio a tutti. E’ grigio e morbido. Lo sollevo decisa da sotto la pancia e me lo metto vicino al petto. E’ minuscolo, piange. Non sembra ferito, appare in buone condizioni. Presa dall’euforia, dò un bacio all’uomo che ci ha permesso di salvare il gattino, dico alla mia amica di imitarmi, ma vedo che lei rimane rigida. L’uomo puzza di alcol.

Ora non voglio altro che portare in salvo il gattino. Vedo che nel cortiletto i cani si sono liberati. Anche Silvia li vede e lo dice a voce alta, sento allarme nella sua voce. Sono due pitbull. Meno male che c’è un cancello che ci divide da loro. L’uomo si avvia a chiuderli nuovamente. Mentre sgattaioliamo via, chiedo all’uomo come si chiama. “Marino”, dice. Silvia gli annuncia che il gatto si chiamerà come lui.

Un tacito accordo ha sancito che terrò io il gattino o la gattina. Per prima cosa lo faccio visitare da un veterinario, poi penserò a nutrirlo. Chissà da quanto tempo non mangia, dei vicini interpellati da Silvia hanno detto di averlo sentito piangere già il giorno prima (“e non siete usciti a vedere? Bastardi!”).

Il gattino è talmente piccolo che mi fa tristezza metterlo nel trasportino, immenso per lui. Non ho avuto il tempo di pulire il trasportino prima di uscire. Mi tengo il gattino in grembo mentre guido, avvolto in un golfino scuro da cui spunta solo la testolina. Si muove a stento.

L’assistente della veterinaria mi dice che il gattino non ha nemmeno un mese ma è in buone condizioni e ha mangiato.  Non dice che è poco reattivo, ma lo vedo da me. E’ troppo spaventato. E’ una femmina. Si chiamerà Marina Pelagia.

I giorni successivi mi trasformo in neomamma. Scaldo omogeneizzati che somministro sulla punta dei polpastrelli, perché così gradisce Marina, me la porto a letto per dormire (e il mattino dopo mi rendo conto di avere i capelli pieni di pulci), le preparo il cestino con la borsa di acqua calda e degli stracci di lana, perché il veterinario ha detto di tenerla al caldo.

Dopo 24 ore non ha ancora urinato né defecato, il veterinario, interpellato, mi tranquillizza dicendo che ci possono volere fino a 48 ore.

48 ore? Ma non va in blocco renale?

Durante la notte fa tutto quello che deve fare.

Il giorno dopo capisco dai suoi lamenti mentre urina che ha la cistite. Ritelefono al veterinario che la vuole vedere.

Rivedo la veterinaria che conoscevo 25 anni fa: è invecchiata bene, più sicura di sè, ma sempre carina nei modi e nella voce come allora.

Imparo la stretta freeze con cui mamma gatta prende i gattini dalla collottola, imparo a nutrire la mia gattina con la siringa senza ago e pure con un sondino masticabile che arriva fino allo stomaco. E’ più facile di quanto pensassi.

Marina protesta vigorosamente quando viene sottoposta all’ecografia: il gel sul pancino è freddo e il dispositivo preme in modo insopportabile contro le pareti irritate della vescica.

Durante l’iniezione dell’antibiotico esco, ormai ho imparato che non sopporto veder soffrire i miei animali, nessun animale. Una volta sono anche svenuta.

La veterinaria dice che Marina ha il carattere di una matriarca. Presto metterà in riga le mie altre due micie, ben più vecchie e ben più grosse.

La storia si ripete. Anche Michelle, arrivata da noi all’età di due mesi, ha messo in pista Susie e fino ad ora era lei, la più giovane, a comandare.

Gradualmente lascio che le mie due micie grandi capiscano che c’è qualcun altro nella mia camera da letto. Sbirciano incuriosite, soffiano, ma sostanzialmente ignorano la nuova arrivata.

Susie è offesa che ci sia un altro gatto nella mia vita e non viene più a trovarmi a letto, non si stende più sulle mie gambe, se ne sta dignitosamente in disparte sul divano del soggiorno, come se la cosa non la riguardasse.

Passano i mesi. Ora Marina è una preadolescente (5 mesi). Da 500 grammi è passata a 2,5 kg, ha fatto tutte le vaccinazioni ed è in lista per l’operazione di sterilizzazione. Su e Ma giocano insieme e si leccano a vicenda, Michelle ha ancora qualche perplessità gerarchica.

Io dormo (poco) con le mie tre figlie pelose e vengo svegliata da bacini baffuti.

CALEN-DIARI

Da qualche giorno ho compiuto sessantanove anni; sto abbandonando la gioventù, anzi, è lei ad abbandonarmi: prova ne è l’incanutimento e la ragnatela di rughe che il mio viso esibisce senza pudore né ritegno.   Non mi sento proprio vecchia come quando arriverò ai cento anni ma, agli occhi di tutti, non sono più una donna giovane.   Anche a me, come a molti, non piace dover ammettere di essere vecchia perché, intimamente, credo  sia possibile vivere a lungo senza sentirsi tale.

Da tempo però non oso misurarmi l’altezza: avrei la prova certa di essere qualche  centimentro più bassa; oso purtroppo affrontare ogni mattina – coraggiosamente! – il verdetto della bilancia constatando che a causa dei noti sei etti di troppo, ormai cristallizzati sul mio addome, non rispetto più la tabella del “peso ideale”.

Mi sono anche accorta che mi capitano episodi di sbadataggine; con grande rammarico spesso dimentico cose, parole, nomi e località.    A mio favore dirò che grazie al calendario “per la famiglia” formato gigante, appeso alla parete dell’ingresso di casa, riesco ad annotare e ad onorare tutte le scadenze, le bollette, gli appuntamenti, le visite, gli impegni etc..    A fine mese ogni paginone, fitto di croci coloratissime, è davvero bello e tende ad assomigliare ad un interessante quadro astratto di Kandinsky.

E’ vero, non tengo il passo con le novità di apparecchiature elettroniche e, a differenza dei nipotini, fatico a memorizzare perfino quali pulsanti usare per accendere la SmartTv!    La nuova tecnologia mi mette in crisi e, pur incuriosendomi mi crea disagio, mi debilita, facendomi sentire “superata”.   Sostengo, inoltre, – seconda ottima scusa sempre a mio favore -, che la costante “ripetitività” di gesti, azioni, procedure è un martello impietoso che massacra la lucidità di pensiero: e ne ho le prove.

Per ognuno di noi esiste un personale nastro di registrazione che può arrivare a riempirsi completamente: il vero problema è che il mio, quasi saturo, possa iniziare a svuotarsi.   Per il momento l’evidenza della vecchiaia non mi fa soffrire: troppi “calen-diari” mi attendono ed io prometto, in forza di un passato proattivo, che la noia non mi costringerà a contare i giorni che passano.

Il motivo per cui scrivo tanto, a parte lo struggimento per la fugacità del tempo, è lo struggicuore davanti al timore che se non ricorderò io la mia vita, un’esistenza straordinaria “tanto di tutto” – talmente dura da essere autentica -, amerei ci fosse  qualcuno assetato di parole visibili, consistenti, felici, chiodate o alate, che potesse  leggerla e ricavarne un sorriso (o una momentanea fuga dal dolore) per poi continuare con gioiosa libertà a sgranare i giorni del proprio unico, meraviglioso, irripetibile calendario.

 

 

28.01.2020

Eri bellissima….

Sono trascorsi ormai quattro anni da che sei stata colpita dall’ictus. Ti sei ripresa subito dopo le cure e il ricovero al centro di riabilitazione di un’altra città e lì, sei stata subito amata da tutti, in particolare dal dottore giovane e gentile che hai ricordato sempre con l’affetto di una madre verso un figlio.

Sono stati anni duri per te ma anche per noi e in particolare per me che ti ho sempre vista vincere tutte le battaglie. Con il tempo, fra alti e bassi, dopo un altro attacco che ti ha colpito la parola, sei rimasta definitivamente immobile su una carrozzina, assistita da una donna venuta da lontano e che dimostra nei tuoi confronti un affetto quasi filiale e tu, per riconoscenza, spesso le sorridi e le dici “cara, cara”.

Mamma, come sei indifesa ora, sembri una bimba impaurita che cerca come può le mani di tutti per paura di essere lasciata sola.

Io sono qui – non mi vedi? sono qui da sempre e ti rivedo com’eri  bella, gentile, a volte triste e piena di idee romantiche come quando mi raccontavi di re e regine. Tu sapevi tutto di loro e, ai tuoi tempi, i rotocalchi parlavano di cose leggere su cui sognare anche se il mondo da qualche parte stava cambiando.

Bastava un matrimonio regale per dimenticare le proprie miserie e delusioni e tu ne avevi avute!!!

Non è facile raccontare il rapporto avuto con te e i sentimenti che provo oggi, sono così diversi da quelli di un tempo! Non me ne volere ma qualche volta avrei voluto andarmene via per non sopportare certe situazioni che creava la tua incapacità di affrontare gli imprevisti della vita. Non accettavi i cambiamenti, le separazioni dei tuoi figli con le conseguenze che conosciamo.  Ed io? sempre lì accanto a te, a consolarti cercando di medicare le tue ferite inconsolabili. Ero la tua spada, il tuo scudo contro tutti e non me ne rendevo conto perché amavo te e poco me.

Certamente eri bella e lo ricordo vivamente come quel giorno che venisti a “ritirarmi” alla stazione di Milano di ritorno dalla colona estiva. Ero appena scesa dal treno con gli altri bambini e allungavo il collo per cercare mio padre – veniva sempre lui a prendermi, ricordi ?

Ma quella volta no e non ti vidi fino a quando una compagna di viaggio esclamò …..come è bella quella signora! Sembra un’attrice!

Eri bellissima!

Oggi, chi ti viene a trovare a casa, prima di lasciarti dice sempre un complimento alla freschezza del tuo volto senza rughe ed io ti vedo sorridere maliziosamente compiaciuta.

Un sogno per Lara

Sogni ?Ho ancora sogni o la mia vita si è fermata a quel ventotto febbraio 2019 quando mi hai telefonato per dirmi che il nodulo alla tiroide che ti avevano tolto era un carcinoma e che avresti dovuto essere operata ancora?
Là ,la mia vita il mio cuore la mia mente si sono bloccati là e io mi sono trovata come un robot a girare per casa muovendomi in modo inconcludente.
Il gelo si è impossessato di me, tutto mi sembrava inutile, vuoto e ogni gesto meccanico e senza senso.
Cercavo con la quotidianità di continuare a vivere, ma ogni giorno era più difficile perché c’erano sempre nuove prove da superare.
Finché un giorno, un sogno rimasto  nel cassetto per alcuni anni ha preso vigore…per te, io e papà, saremmo andati a Santiago.
Dieci giorni di fatica pura, di cui avremmo saputo solo alla fine del cammino, ma di cui non ci è importato niente perché dal primo giorno, al nostro stop, sulla parete della camera in cui abbiamo dormito c’ era un pensiero che ha dato le ali al nostro viaggio:”Solo aquellos che sueñan pueden volar”.
E così abbiamo volato per centosessanta chilometri con la fatica sulle spalle e la speranza nel cuore e con un unico grande sogno: la tua guarigione.
Nei mesi successivi esami, visite, ecografie sono andati benissimo e quando ieri papà, camminando per Milano, mi ha chiesto:”Che cosa sogni per il 2020?”
“Che nostra figlia sia guarita definitivamente “ho risposto.
“E io sogno con te” ha incalzato lui perché soltanto quelli che sognano possono volare e insieme si vola più in alto.

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