Le spiegazioni dopo

Estia si dedicò a impastare gli spinaci con la farina e le uova. Mise una mazurka francese malinconica su Spotify. Se non poteva condividere tutto quel ben di Dio con l’uomo dei suoi sogni poteva almeno trarre il massimo del piacere lei. Se lo doveva, dopo tutti gli anni di sacrifici lontano da casa, lontano dall’Italia, dalla sua amata Pianura Padana.

Tirò la sfoglia con il mattarello, spingendo forte, più forte del necessario. La pasta cedeva, si allargava, diventava trasparente quasi. Il segreto dei buoni tortellini. Fuori era coperto, Estia sentiva freddo, più freddo che nel cuore dell’inverno nonostante in giardino fossero già spuntate le violette.

Il campanello suonò proprio mentre stava tagliando i quadrati. Rimase ferma un momento, il coltello sospeso. Non aspettava nessuno. Non aspettava mai nessuno, da quando c’era stato il Covid. Bisognava sempre prenotare tutto, anche le visite agli amici.

Spense la musica e scostò la tendina del tinello, ma non riconobbe l’uomo in piedi davanti al cancello. Era senza auto, ma era solo e non vendeva niente. Guardò meglio e riconobbe il ciuffo alla Peter Pan. Il tagliaravioli infarinato cadde con un tonfo che fece scappare il gatto.

Si avvicinò al cancello in pantofole, pulendosi le mani infarinate nel grembiule. Non disse niente. Lui neanche. I pioppi oscillavano nella brezza del mezzogiorno. Gli occhi di lui scesero alle sue mani bianche di farina, poi risalirono. Un mezzo sorriso, quel mezzo sorriso. Estia sentì qualcosa stringersi nello stomaco, una cosa familiare, come un dolore che si credeva guarito.

“Stai facendo la pasta,” disse lui. Non era una domanda.

“Sì,” disse lei.

In cucina la sfoglia aspettava, i quadrati già tagliati, i bordi che cominciavano ad asciugarsi.

“Come hai fatto a trovarmi?” chiese lei.

 

Lui scrollò le spalle, quel gesto di sempre, come se le cose accadessero intorno a lui senza che lui le cercasse davvero.

“Mi ha detto tua sorella.”

Estia pensò a sua sorella. Avrebbe avuto qualcosa da dirle.

“Entra,” disse invece. “I tortellini si rovinano.”

La musica dentro di lei cominciò a suonare un valzer. Improvvisamente in cucina si stava bene, non faceva più freddo. Era la prima volta che lui veniva a casa sua. Di proposito non aveva mai rivelato il proprio indirizzo.

Strizzò gli spinaci dentro un telo di lino, li tagliuzzò con la mezzaluna mentre lui osservava gli alti armadietti in legno di noce, la cappa in stile rustico, il pavimento in cotto, le tendine in pizzo filet.

“Sono stato uno sciocco” disse, appoggiato contro gli armadietti dietro di lei, le braccia incrociate con finta indifferenza.

Estia si girò lentamente. Gli conficcò i propri occhi nei suoi. Dentro di sé un tremito che non riusciva a controllare – chissà se si vedeva anche da fuori? Non riusciva a parlare.

“Molto sciocco” disse infine.

Non era crudeltà. Era solo la verità, ed Estia aveva imparato che la verità detta piano fa meno male di quella trattenuta.

“Sono una bestia” annuì lui, piano, come se se lo meritasse.

Estia si girò di nuovo verso il tagliere. Prese la farfalla di pasta, la richiuse su se stessa, premette il bordo con le dita. Un tortellino. Poi un altro.

“Hai mangiato?” chiese.

Lui scosse la testa. Lei prese un piatto da sopra la sua testa, lui si chinò fulmineo, la prese per un polso e la attirò a sé. Estia non poté che farsi avvolgere dal suo abbraccio. Qualcosa in profondità dentro di lei cominciò a sgretolarsi. Era la prima volta che l’abbracciava, la prima volta che la toccava in modo così intimo, deliberato.

Percepì il corpo di lui contro il suo, asciutto ma tonico, del resto andava in palestra. Caldo, così meravigliosamente caldo, come le sue mani. Una parte di lei sognava un film non ancora scritto e tutto da vivere. Non era ancora pronta a lasciarsi andare tuttavia, era ancora tesa, in attesa di spiegazioni.

Lui non parlava. Respirava soltanto, con il mento affondato nei capelli di lei. Come se stesse recuperando qualcosa che aveva perso e non sapeva come rimettere a posto.

Estia aspettò. Aveva imparato ad aspettare, era diventata brava in quello, negli ultimi mesi.

“Non so da dove cominciare,” disse lui alla fine.

“Dal principio,” disse lei. “Ho tutto il tempo. I tortellini cuociono in tre minuti.” I suoi occhi lo canzonavano in tono di sfida.

“Vieni qui, intanto, aiutami” lo diresse lei. Lo guidò davanti alla pentola con l’acqua in ebollizione e calò a uno a uno i tortellini. “Quando salgono a galla li scoli con il mestolo forato e li metti in questa zuppiera” gli ordinò.

“Sissignora” disse lui battendo i tacchi con un sorriso e mettendosi sull’attenti.

“Ho preso una decisione” iniziò lui.

“Dopo. Ora mangiamo” tagliò corto Estia.

 

Rocco sentì un peso cadergli di dosso, pericolo scampato, per ora. Al tavolo del tinello, seduti l’uno di fronte all’altra, si studiavano mentre i tortellini sparivano nelle rispettive bocche. Non avevano mai mangiato insieme, non si erano mai nemmeno seduti l’uno di fronte all’altra al tavolo. Estia scoprì un piacere nuovo, osservare i lineamenti di Rocco in tutta calma, studiare i suoi occhi leggermente asimmetrici, quel ciuffo che gli dava un’aria da ragazzo nonostante un matrimonio e tre figli grandi alle spalle.

“Vuoi?” chiese Rocco prendendo il Parmigiano e la grattugia e cominciando a grattugiare sopra il suo piatto. Le versò da bere, poi aspettò che lei facesse un cenno per iniziare.

Il calore benefico dei tortellini che scendevano nello stomaco fu come una coperta avvolgente per Estia. Il condimento di burro e salvia non le era mai sembrato così buono. Rocco mangiava composto, era il primo uomo che non appoggiava i gomiti sul tavolo mentre mangiava.

Estia ebbe un pensiero improvviso: voleva essere anche lei la prima donna che faceva qualcosa di mai-prima-d’ora per lui, con lui. Voleva essere audace, voleva essere libera.

I tortellini le avevano regalato una meravigliosa sensazione di benessere, quasi un’euforia sensuale. Aveva già provato quella sensazione. Vent’anni prima, quando abitava in Inghilterra a casa di Mark. Aveva notato che ogni volta che mangiavano insieme, dopo la prendeva un’inspiegabile voglia di fare l’amore. Lui si stupiva sempre, si prestava quasi di malavoglia, era inglese dopotutto.

Estia decise che non voleva rischiare di sentire la spiegazione di Rocco, che poteva farle cambiare idea. Voleva fare una piccola pazzia, lei che mai si concedeva pazzie. Per le spiegazioni c’era tempo dopo. Casomai, lui avrebbe potuto rifiutare, se era venuto per chiudere. Sapeva che non l’avrebbe fatto.

 

 

Si alzò, girò intorno al tavolo. Rocco alzò gli occhi, ancora con la forchetta in mano.

Estia gli tolse la forchetta. La posò sul piatto.

“Le spiegazioni,” disse, “dopo.”

Lo prese per mano e lo condusse su per le scale, verso la zona notte. Rocco si fermò davanti alla galleria degli antenati, dove il trisavolo Pippo sembrava disapprovare.

“E questi?” chiese stupito.

“Sono i miei antenati. Genealogista per passione. Sono arrivata al 1700.”

Le violette sul comodino, le stesse che Estia aveva raccolto quella mattina, emanavano un profumo intenso e inebriante. La mazurka di Spotify aveva ripreso a suonare, quasi impercettibile. Estia abbassò la tapparella, accese due candele di cera d’api nei portacandele di cristallo, le posò sul davanzale e si sedette accanto a lui sul bordo del letto.

Lui non si muoveva, osservava gli acquarelli con le rose sopra il letto, le violette, la pila di libri sul comodino. Poi la guardò, non come l’aveva guardata in cucina, non come l’aveva guardata al cancello. In un modo che Estia non gli aveva mai visto, come se la stesse vedendo per la prima volta e se la conoscesse da sempre nello stesso momento.

Lei non abbassò gli occhi.

Fuori i pioppi oscillavano ancora, il vento era diventato più potente. La mazurka incalzava, quasi impercettibile, come una cosa che esisteva solo per loro due.

Estia pensò a tutte le mazurke che avrebbe voluto ballare con lui in quei mesi, a tutte le volte che aveva impastato sola, a tutte le mattine in cui si era alzata sognando una giornata da condividere, mentre lui partecipava alle riunioni benefiche. Pensò a sua sorella, che sapeva sempre tutto.

Si lasciò guidare docile. Prese lui l’iniziativa di baciarla, piano prima, poi con un’intensità che Estia non si aspettava e che riconobbe come sua.

Le mani di lui erano calde e piacevoli, come sapeva che sarebbero state. Il suo modo di muoversi appassionato ma rispettoso. Le candele proiettavano ombre lunghe sul soffitto. La mazurka cedette il passo al Bolero di Ravel, finché Estia esplose.

Il picchio

Raimondo scolò con attenzione le biete selvatiche. Erano le undici di un giovedì mattina e non aveva nessun posto dove essere. Da quando si era separato dalla moglie si era iscritto a un corso di riconoscimento e cucina delle erbe selvatiche e aveva scoperto che il suo giardino poteva dargli da mangiare per buona parte dell’anno senza ricorrere al supermercato. Certo la sua professione di programmatore non gli lasciava molto tempo libero, ma tra un incarico e l’altro capitava che ci fossero dei giorni vuoti, giorni che lui impiegava per preparare la terra e seminare, cioè il grosso del lavoro. Quell’anno voleva seminare le rape tonde “palla di neve”, le sue preferite, che gli piaceva cucinare lessate per poi saltarle in padella con panna e pepe, una vera bontà.

Gli capitava sempre più raramente di pensare a Sandra. Sandra che l’aveva lasciato con una lettera scritta a mano, tre pagine fitte. Non voleva più vederlo. Si era imbarcata su un catamarano alla volta delle isole Baleari, le stesse dove quarant’anni prima era scomparso suo zio tedesco. Lo zio aveva lasciato una ex-moglie e due figlie, tutte estranee, nessun’altra traccia. Voleva sparire anche Sandra?

Per il momento decise di abbandonarsi al piacere della routine. Da un po’ di tempo infatti si concedeva di svegliarsi all’ora in cui il suo corpo decideva che le pile erano cariche. Dopo aver nutrito le creature impazienti, tre gatte che gli aveva lasciato Sandra “in custodia”, si fece una doccia calda completa di shampoo e spazzolone raschia-schiena, si vestì sportivo e fece di buon passo il tragitto verso la panetteria-pasticceria del paese per acquistare il pane della sua infanzia, tre michette fragranti e leggere come una nuvola. Chiese anche un pezzo di “sfoglia di grano”, una specie di croccante pane carasau condito con profumato olio extravergine di oliva. Il commesso, il padre della panettiera, lo accontentò arrotondando il conto, senza neanche pesare la sfoglia di grano. Si sorrisero con un cenno d’intesa.

A casa Raimondo apparecchiò la tavola come faceva sempre: tovaglietta di plastica per non sciupare la tovaglia di lino ricamata a mano da Sandra, piatto coordinato, burro bavarese, marmellata di albicocche fatta in casa da Sandra, tè nero, limone fresco e miele di montagna. Era la colazione della sua infanzia quando erano in cinque attorno alla tavola e l’allegria regnava sovrana, si faticava a trovare uno spiraglio per parlare.

Dopo colazione sintonizzò la radio su un canale russo per fare esercizio di ascolto mentre rigovernava. Prese un appunto mentale di procurare gli ingredienti per il russischer Zupfkuchen, la ricetta gliel’aveva passata il suo collega di Monaco che era cresciuto a Berlino est. La cena coi colleghi era la settimana seguente, non voleva arrivare impreparato. Davanti allo specchio esaminò la pelle con qualche ruga in più e arrossamenti imprevisti e inspiegabili, si fece rapidamente la barba e si preparò a lavorare in giardino; voleva procedere per piccoli passi, quel giorno avrebbe liberato dalle erbacce il contorno dell’aiuola circolare in cui cresceva l’acetosella. Gli sarebbe piaciuto seminare il prezzemolo o qualche erba aromatica da sfoggiare nei piatti del corso di cucina. Avrebbe anche potuto offrirne un po’ a quella compagna così carina che gli sorrideva sempre.

Passando in ricognizione il soggiorno vide che era ancora sottosopra dalla serata prima. Aveva visto un film con gli amici del liceo: lattine di birra e bicchieri sporchi erano sparsi dappertutto, chicchi di popcorn sopra e sotto il divano, scorse anche un vomito delle micie. Decise di concedersi un attimo di pausa prima di riordinare il soggiorno. Fu colto di sorpresa dal ding del cellulare. Un messaggio. La compagna del corso di cucina, quella biondina tutto pepe che sembrava averlo in simpatia e non portava la fede al dito? Si sedette sul divano, controllò i messaggi: ne erano arrivati tanti, ma lei non c’era, anzi, era inattiva dalla sera precedente. Passò a leggere le notizie del giorno, poi l’edizione online di The Guardian, quindi Deutsche Welle. Gli venne come un languorino, un desiderio al basso ventre, “Sandra dove sei, con chi sei, cosa fai?”. Pensò a quante volte avevano fatto l’amore su quel divano, nelle fredde sere d’inverno mentre fuori fioccava, nei caldi pomeriggi d’estate con le tapparelle abbassate, col sottofondo del Commissario Montalbano, con le note finali del Concerto di Capodanno da Vienna. Si massaggiò l’inguine, sentì il desiderio che saliva. Prese dallo scaffale dei libri un racconto erotico, la sua mente correva, sostituiva volti e nomi insignificanti con quelli della sua vita. Placato il desiderio si ricompose, si lavò e uscì a lavorare.

In lontananza il picchio batteva sul tronco dei pioppi per la prima volta nella stagione. Era arrivata la primavera.

Una persona su quattro

Gisella fissava la cliente dall’altra parte della cassa senza grande attenzione, mentre i suoi pensieri vagavano da un impegno all’altro della lunga lista di commissioni che doveva ancora sbrigare quella mattina. Il nuovo discount che avevano aperto vicino a Mulazzano era pieno, complice la chiusura permanente di quello dove Gisella si serviva di solito. Registrò che gli occhi della donna, impalata come se aspettasse qualcosa – lo scontrino, il resto, un cambio articolo – erano strani. La gente in fila attorno a lei cominciava a sbuffare, chi alzava gli occhi al cielo, chi spostava il peso da un piede all’altro, chi parlottava sommessamente. Gisella no, era serena e contenta di aver trovato la sabbietta per i gatti preferita dalle sue micie, quella profumata alla lavanda.

Lo sguardo della donna era fisso, innaturale. “E’ sotto l’effetto di stupefacenti!” pensò Gisella. “Anzi no, di psicofarmaci. In effetti, ogni quattro persone in Italia, una prende abitualmente psicofarmaci. Sicuramente lei è una di quelli. Io non li prendo, Marco non li prende, Silvia neppure, lei dev’essere la quarta.”

“Come faccio a pensare una cosa del genere? Perché quello sguardo l’ho già visto, lo conosco. Dove l’ho visto? Tanti anni fa. Maria aveva quello sguardo. Dopo che era morto suo fratello e tutti i componenti della sua famiglia avevano cominciato a farne il capro espiatorio di tutti i loro problemi. Maria che nelle ultime email farneticava confondendo i sogni con la realtà, Maria che mi aveva minacciato di morte, Maria che con un equilibrio psichico così instabile faceva l’insegnante di sostegno ai bambini, proprio lei! Maria dai lunghi capelli neri, proprio come quella signora, Maria obesa, sua mamma le dimostrava il suo amore cucinandole il fegato fritto, Maria che camminava al ritmo di un anziano e trascinava i piedi, Maria che… assomigliava a quella signora. Ma aspetta! E’ quella signora! Quella è Maria! Non ci posso credere!” Gisella spostò il peso sul carrello, fissò l’etichetta della confezione di sabbietta che conosceva a memoria.

“Non mi ha riconosciuto per fortuna. Col mio nuovo taglio coi capelli corti e questo cappello sulla testa è difficile che mi associ alla ragazza dai capelli lunghi che ero venti anni e dieci chili fa. Quando è stata l’ultima volta che ci vedemmo? Forse quel giorno che aveva lezione di inglese a casa mia e si presentò con due ore di ritardo. Io sussultai al suono del citofono:

– “Maria, ti aspettavo due ore fa, che fine hai fatto? Potevi avvisarmi, non mi hai neanche mandato un messaggio”. Ero piuttosto seccata, ma ormai sapevo che non potevo fare affidamento su di lei. Erano state troppe le volte che aveva inventato delle scuse per non presentarsi a lezione.
– “Ero stanca e mi sono addormentata, va bene?” strillò lei

– “No, non va bene, Maria” risposi con voce ferma dopo una piccola pausa. “Avevamo appuntamento due ore fa e io mi sono tenuta libera per te. Se hai un imprevisto, un motivo grave per non venire, almeno avvisi. Ma non se hai semplicemente voglia di dormire”.

Non si erano più riviste. Ovviamente le lezioni di inglese erano state interrotte. Dopo erano cominciate le telefonate a tarda sera, le scampanellate senza risposta al citofono e le email farneticanti.

Gisella aveva già digitato 112 sul cellulare. Poi esitò. Una che manda una minaccia di morte alle 7 di mattina probabilmente ha una malattia mentale. Pensò al possibile epilogo, agli articoli di cronaca che leggeva tutti i giorni sui giornali. Era più urgente metterla in grado di non nuocere. Lo doveva ai bambini fragili con cui Maria lavorava. Che poi non si dicesse che lei, Gisella, non aveva fatto la sua parte.

Osservò Maria senza farsi notare. Con una mano si aggrappava al bordo del nastro trasportatore della cassa, le mani grassocce con lo smalto che si era staccato a macchia di leopardo, un lembo della camicia che sporgeva dai leggings aderenti su un corpo pingue. I capelli erano lunghi e lisci come un tempo, ma opachi.  Era senza trucco. Teneva la borsa a tracolla, come fanno spesso le pensionate o chi si sente vulnerabile. Sembrava quasi una vecchia.

In realtà era anche più giovane di Gisella, di un anno per la precisione. La madre di Maria, che aveva sempre avuto un debole per Gisella, amava raccontare che Maria era stata una primina, era andata a scuola a cinque anni invece che a sei. “E invece forse avresti dovuto aspettare, non era pronta, guarda com’è finita” completava Gisella nella sua mente ogni volta che sentiva quel racconto.

Era così bella Maria da ragazza! Bella e piena di promesse. Una volta Gisella era passata a prenderla per andare a ballare, una delle rare uscite che Maria si concedeva dallo studio del violino. A quel tempo Maria aveva già dato l’esame del quinto anno al Conservatorio e frequentava un corso di perfezionamento con Uto Ughi, e raccontava che il grande violinista sniffava cocaina. Maria era uscita sulla porta di casa e stava salutando la madre. Era truccata e vestita come Gisella non l’aveva vista mai: di nero, con la gonna, elegante senza essere volgare. Gisella non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Non riusciva a capacitarsi che la sua amica dalle profonde occhiaie e il pallore quasi spettrale potesse subire una tale trasformazione.

Si erano conosciute da bambine quando entrambe studiavano il pianoforte e i rispettivi padri, falegname l’uno, cliente l’altro, le avevano fatte incontrare.

– “Com’è possibile che una persona con tali problemi lavori a stretto contatto con bambini vulnerabili?” aveva chiesto Gisella, rivolta alla psichiatra-capo del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL.

– “Guardi, a volte queste persone funzionano sorprendentemente bene in un ambito ristretto, come per esempio quello lavorativo, a patto che non ci siano scossoni”.

Gisella aveva fatto il suo dovere. Non l’aveva più rivista. Fino a quel momento.

Per un attimo Gisella pensò di rivelarsi e salutarla, poi la paura ebbe la meglio.
Maria se ne andò senza riconoscerla. Gisella mise la spesa sul nastro trasportatore, pagò e uscì.

Lei Lilith, non Eva

Appena rientrata a casa dal Corso di Scrittura che frequenta da due anni, Marika decide di partecipare al Reading per la Festa della Donna con un racconto. Per uno spunto iniziale si affida al testo della Costituzione Italiana, rileggendo l’art. 3, che perfino sua figlia di dieci anni conosce. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, razza, lingua…et alia,” questo sarebbe un incipit davvero interessante. Le piacerebbe proporre una narrazione impegnata e al tempo stesso leggera. Non le sarà facile essendo fortemente convinta che sia scorretto classificare come “l’altra metà del cielo” l’universo femminile. Detesta questa ammuffita, anacronistica, definizione e intende reclamare la propria appartenenza alla Prima metà, quella irrinunciabile a partorire l’umanità. Mette a fuoco anche una frase della Bibbia, imparata alle elementari, che cita testualmente “maschio e femmina li creò.” La condivide, da sempre, con l’enunciato dalla tradizione rabbinica: Lilith fu la prima donna, non Eva. Lilith uscita dal fango come l’uomo, dunque uguale a lui.

Eva, lasciatisi sedurre da un serpente è dunque l’imperfetta: creata dalla costola di Adamo, sottomessa, responsabile di tutti i mali dell’umanità. Eva, deliberatamente mistificata, Mito inventato di convenienza, realtà distorta di cui tutti sanno e nessun maschio disconosce.
Lilith – di cui solo qualcuno sa e mantiene memoria – relegata al ruolo di strega e demonizzata è stata criminalmente sostituita, sin dagli albori del creato, con un’immagine femminile falsa a cui nessuna donna che si rispetta dovrebbe somigliare, né essere paragonata.

Marika è testimone di quanta ferrea volontà occorra per lottare, risvegliando la propria consapevolezza per il diritto di scegliere, decidere, piacere e compiere il proprio destino.
Nessuno ne è a conoscenza né saprà mai (eccezion fatta per sua madre che lo aveva intuito) quanto era stata offesa, umiliata, e più volte percossa dall’essere disumano di cui si era innamorata. Un uomo che non l’aveva mai compresa, apprezzata né sostenuta, che agiva costantemente nel tentativo di renderla fragile ed insicura. Lei lo aveva messo alla porta più volte. Puntualmente, come mosca che si precipita sul miele, lui si ripresentava il giorno successivo con tutta l’aria di chi le stava facendo un favore.

Stanca di sabotarsi, determinata ad evitare di percorrere l’identico calvario di sua madre (e di sua nonna), terrorizzata all’idea di non arrivare viva ai trent’anni, decise con deplorevole ritardo di uscire dal quella relazione. Sul pentagramma della propria esistenza aveva osservato con sgomento l’assenza di spazi e note e la presenza sgradita di disistima per sé stessa. Così, un bel giorno, finalmente, gettò nel cesso il Dottorato in stupidità e sopportazione.
Una felice, insperata e benedetta casualità le diede una mano. L’azienda per la quale operava le prospetto’ il trasferimento in altra città. Marika accettò senza porre condizioni, dotando di ali il suo cuore e quello della sua bambina. Con una buona dose di affanno e tormento, riuscì perfino a sfrattare lo scomodo inquilino “moroso” dal proprio appartamento, per metterlo in vendita.

La sua vita non divenne magicamente più semplice. Anzi, la paura terribile di amare, veleno di quella esperienza, portava ancora il nome di quell’uomo. Un giorno decise di partecipare ad una delle riunioni del gruppo di appoggio per “donne maltrattate”. Una volta ascoltate quelle testimonianze troppo simili alla sua, le mancò il coraggio di raccontare di essersi lasciata calpestare la dignità, congelandosi in un ruolo di crocerossina al capezzale di un amore malato.

Per la propria salute mentale, e dell’anima, scelse saggiamente di recarsi settimanalmente nello studio di una Psicologa. A distanza di circa quattro anni, grazie a quel supporto ed ai colloqui clinici, si sentì riabilitata e tornò a sorridere alla vita. Cancellate le immagini ossessive, acquistata una solida autostima, si dedicò a coltivare un giardino colorato e ben curato. Una vita di coppia autentica, serena, sana per sua figlia e per il nuovo fiore d’amore appena affacciatosi alla vita.
Oggi sa di essere una persona matura e riflessiva. Sa davvero molte cose e ritiene impossibile possa avvenire a tempi brevi un cambiamento radicale dell’universo maschile. Il potere ed il possesso sembrano essere droghe irrinunciabili e germi inestirpabili. Urge riscrivere la visione della donna che non ha avuto potere neppure su se stessa. Come l’uomo buono, intelligente, affidabile e leale che l’ha voluta nella propria vita, spera che ogni altro uomo diventi capace di comprendere, e sintonizzarsi, con il sesso femminile, imparando a manifestare le proprie emozioni; non più a mantenerle rigorosamente represse.

Da tempo lei si gira un personalissimo film dal colore rosso fuoco, in sostituzione di cortei rosa e di mimose gialle. Sogna. Sogna l’accensione di mille e più di mille falò nei quali incendiare la sagoma di Eva. Mentre sorride al pensiero di questa “luminosa” visione, che ha già condiviso con le amiche più care, dal Giornale Radio giunge una terribile notizia. In questa giornata, in Italia, sono state assassinate quattro donne. L’informazione le gela il sangue piantandosi al centro del suo petto e diffondendo il dolore nella stanza. Lascia scorrere lacrime di amarezza consapevole che non ce la può fare a scrivere un qualsiasi testo, o racconto, per l’8 marzo.  Oggi, per l’ennesima volta, l’amore è stato seppellito.

La casa dei nonni

La tua amica ha suonato il campanello, uno squillo misurato. La accogli avvolta nello scialle chiaro all’uncinetto fatto da tua nonna. Il freddo è pungente, nell’aria odore di legna bruciata, in lontananza un nitrire di cavalli. Ciabattate insieme su per le scale di marmo rosa che profumano di sapone di marsiglia. Spingi la porta a vetri al primo piano ed entrate nell’ingresso che si apre sul salone: il pavimento è di marmo rosso, come si usava nelle case di campagna negli anni ‘70 del secolo scorso. Nel caminetto fiammeggiano delle candele bianche. La tua amica scorge in un lampo tutti questi dettagli insieme alla massiccia trave di rovere che sovrasta il caminetto. “Stiamo qui?” chiede mentre le fai cenno di accomodarsi nella cucina moderna nuova di zecca. “Ho visto che di là hai un bel caminetto acceso” ammicca lei con un luccichio negli occhi.
”Ma sì, stiamo pure di là” le concedi, mentre le mostri il soggiorno dove un accogliente divano a elle giallo invita a lunghe chiacchierate davanti alla grande porta finestra. Racconti alla tua amica che, anche se la stanza è luminosa, non ci stai molto volentieri perché la vista sulla piazza ti intristisce: quando eri bambina e in questa casa ci vivevano i nonni, lì davanti erano tutte marcite, non c’era un solo palazzo. Ora invece la casa si trova nel centro del paese.
La tua amica, che è tecnologica, identifica la tua Dracaena fragrans, poi collega il computer e cominciate gli esercizi di scrittura creativa. Tu scrivi a mano, vecchio stile, su un quaderno usato della nonna. Hai prodotto un incipit che non ti convince, ma vai avanti. Dopo 15 minuti vi fermate e ognuna legge ciò che ha scritto. Tu leggi senza emozioni, la tua amica ascolta e fa qualche commento. Tocca a lei. Mentre legge il suo incipit la tua mente vaga. Le fiamme delle candele danzano nel caminetto ormai in disuso. Devi chiamare il tecnico. Altri 15 minuti, ognuna di voi si tuffa nel proprio mondo interiore. Tu non senti più il tuo corpo, sei tutta dentro la scrittura. Il suono del citofono vi fa sussultare. Una voce concitata ti chiede se hai una coperta, c’è stato un incidente in piazza. Riconosci la tua amica Melania, la fai salire senza esitare. Mentre tutte e tre vi precipitate giù dalle scale con la coperta, Melania spiega che una ciclista è stata urtata da un’auto. Un’adolescente. Hanno già chiamato l’ambulanza. Forte del tuo corso di primo soccorso da volontaria della Croce Bianca, controlli le funzioni vitali della ragazza e la metti in posizione di sicurezza. I soccorsi arrivano subito, immobilizzano la malcapitata in barella e la portano al vicino ospedale a sirene spiegate. Rientrate in casa. Tu prepari un te caldo per riprendervi dall’emozione. Tra un biscottino e l’altro racconti alla tua amica che una cosa simile successe a tua nonna quando era adolescente: fu investita da un calesse. Per fortuna dei passanti intervenirono subito e lei si riprese, le rimase solo una leggera zoppia sinistra.

 

Tornate in soggiorno, dove le candele bruciano con fiamma flebile, annegata nella cera. Rileggi il tuo paragrafo: la calligrafia è la tua, le parole no. Le candele sembrano non esaurirsi mai.
Riponi il quaderno, la tua amica chiude il computer, la mattinata di esercizi è finita. Squilla il telefono, è Melania: è arrivata la notizia che la ragazza investita sta bene, ha una caviglia fratturata, ma l’hanno già ingessata e si riprenderà. “E’ la caviglia sinistra, vero?”chiedi. “Sì, come fai a saperlo?”. Noti che le fiamme nel caminetto ora danzano allegramente. Accompagni la tua amica al cancello, nell’aria uno zoccolìo di  cavallo.

LE CAMPANE DI SANTA MARTA

Stefania uscì dalla doccia e afferrò l’accappatoio rosa.  Il piede scivolò sulla piastrella bagnata – per un attimo si vide già a terra in un lago di sangue, magari con una gamba rotta e gli amici tutti attorno, lei nuda. “Noooo!” disse a voce alta, anche se era sola. In extremis riuscì ad aggrapparsi al lavandino.

Guardò il piccolo lago che si era formato nell’angolo. Avrebbe dovuto asciugare, ma le campane di Santa Marta battevano già le dieci e gli altri sarebbero stati lì a momenti. Lasciò tutto com’era. Ci avrebbe pensato dopo.

 

Li raggiunse all’edicola: c’era Patrizia, che conosceva da vent’anni e l’aiutava sempre, Gabriella, che aveva visto raramente e francamente non le ispirava niente di buono, e un uomo che Patrizia le presentò come il suo amico Antonio. Alto, magro, capelli scuri. Aveva degli occhi neri molto intensi. Antonio le strinse la mano con una formalità quasi comica, come se fossero a un colloquio di lavoro invece che in vacanza al mare.

Si stavano avviando lentamente in direzione della spiaggia quando li raggiunse trafelata Daniela, la sorella minore di Patrizia. Si scusò per il ritardo, scambiò qualche battuta con la sorella, si fecero le presentazioni, poi il gruppo imboccò disordinatamente il vialetto lastricato di mattonelle di cemento che conduceva al lungomare. Alla vista del mare Antonio si fermò e respirò profondamente mentre il gruppetto proseguiva. Una gioia dimenticata si impadronì di lui, lui che era cresciuto in una località di mare; ora lo rivedeva dopo tanti anni ed era come ritrovare un’innamorata. Dolci promesse si stendevano all’orizzonte nel suo futuro. Guardò i suoi compagni di vacanza e si sentì estraneo, ma la vista del mare lo rincuorò: portava in sè mille possibilità.

 

Si stesero al sole allineati, con gli asciugamani vicini, come si usava da ragazzi.

Stefania si sfilò il vestito con naturalezza e si stese sull’asciugamano. Indossava un bikini color acquamarina che risaltava sulla pelle già abbronzata. Sciolse l’elastico e i capelli le caddero sulle spalle in una cascata di ricci ramati. Antonio la guardò stupito: non aveva immaginato che sotto il suo corpo di 50enne vestita in stile casual si celasse tanta perfezione. Sapeva da Patrizia che Stefania era sposata a un uomo facoltoso, frequentava attivamente la palestra e occupava una posizione di prestigio in una banca locale. Se l’immaginava annoiata dalla routine quotidiana, forse decisa a ritagliarsi i suoi spazi da un marito assente.

Antonio ascoltava con un orecchio le conversazioni delle quattro donne, che commentavano allegramente i bagnanti e la località marina, mentre con l’altro avrebbe voluto farsi cullare dalla sottile voce del mare e cedere alle lusinghe di un sonno che lo tentava da lontano, complice la lunga notte in treno per raggiungere la località da Bruxelles, dove lavorava come tecnico all’interno di un’organizzazione internazionale.

 

Stefania raccontò tra il divertito e il preoccupato della doccia di poco prima, di come si fosse allagato mezzo bagno senza che avesse avuto modo di asciugare. Antonio, per deformazione professionale pensando alle possibili conseguenze di un’infiltrazione d’acqua verso il piano di sotto,  si offrì prontamente di asciugare per lei quando fossero tornati, immaginando che nella casa al mare Stefania non avesse a disposizione domestici. Dai racconti di Patrizia, Antonio si era fatto un’idea precisa di Stefania: una donna benestante, abituata a vivere nell’agio e senza preoccupazioni economiche. La immaginava pranzare con l’argenteria su tovaglie di lino ricamate, mentre la cameriera serviva ravioli bollenti da raffinate zuppiere. Non sarebbe mai stato in grado di avere una storia con una donna così.

 

Arrivarono a casa di Stefania che le campane stavano scoccando l’una. Il soggiorno era luminoso e fresco, con un delicato profumo di erbe e frutta. Con gesti sapienti e misurati le quattro donne, come coordinate da un invisibile meccanismo ad orologeria interno, in men che non si dica apparecchiarono la tavola sulla terrazza piena di gerani rossi con un’allegra tovaglia a motivi marini, un’insalatiera colma di stuzzicanti verdure crude, salsine varie, diversi filoni di fragrante pane locale, i formaggi portati in dono da Antonio elegantemente disposti su un tagliere di legno accompagnato da minuscoli contenitori di vetro con miele e marmellate fatte in casa.

 

Antonio si diresse in bagno per asciugare. Entrando aveva adocchiato un mocio in uno sgabuzziono semiaperto. Lo prelevò insieme al suo secchio e si diede da fare per asciugare la copiosa quantità d’acqua che si era raccolta in un angolo del bagno.

Patrizia, passando dal corridoio per prendere le sedie, fece una smorfia impercettibile alla vista di Antonio che asciugava.

A lavoro ultimato, Antonio sistemò tutto e si sedette sul bordo del divano in soggiorno osservando le quattro amiche, un po’ smarrito e senza sapere bene cosa fare. Si sentiva a disagio. Era evidente che quello era un appartamento di proprietà, arredato con cura e dotato di rifiniture di pregio, lontano anni luce dagli asettici appartamenti per le vacanze a cui era abituato ad appoggiarsi quando faceva dei viaggi con le sue amiche.

 

Con la scusa di controllare se aveva asciugato bene, Patrizia lo condusse in bagno. Fece qualche commento velenoso sulle piastrelle mal posate, poi attaccò: “Ma perché ti sei offerto di asciugare tu? Poteva farlo lei, non è mica disabile.”

Antonio la guardò sorpreso. “Veramente avevo timore che l’acqua percolasse al piano di sotto, sai, poi il vicino si lamenta, l’assicurazione…”

“Ecco, sei sempre il solito,” lo interruppe Patrizia con quel tono che usava quando si sentiva in vena di criticare. “Uno zerbino. Sei diventato il suo zerbino personale. Il suo schiavetto!”

Antonio avrebbe voluto ribattere qualcosa, ma le parole di Patrizia gli avevano acceso in testa un pensiero che non riusciva a scacciare. Stefania che gli dava ordini. Quella voce calma e ferma. Lui che obbediva. Il pensiero lo attraversò veloce, quasi vergognandosene, ma lasciò una traccia di eccitazione che non seppe spiegare.

“Dai, vieni, si mangia,” lo richiamò Patrizia già sulla porta.

 

Attorno al grande tavolo Antonio sedeva accanto a Stefania, Patrizia e Daniela di fronte a loro, Gabriella a capotavola. Spirava una delicata brezza marina carica degli aromi delle piante della macchia mediterranea, che gonfiava le bianche tende della terrazza donando alla scena un’aria come in un film di Luchino Visconti.

Stefania ascoltava Daniela che raccontava dell’ennesima delusione sentimentale, ma con la coda dell’occhio osservava Antonio. Patrizia aveva ragione: era un tipo timido, impacciato. Le piaceva come si sforzava di seguire le conversazioni delle quattro donne senza riuscire davvero a integrarsi. C’era qualcosa di dolce in quella sua inadeguatezza. E anche qualcosa di… interessante.

Mentre passavano i piatti, Stefania colse l’occasione per sfiorargli con naturalezza la mano, così rigida, guardandolo fugacemente negli occhi. Antonio ne fu leggermente turbato, non sapeva neanche perché.

 

La conversazione scorreva leggera e la tensione muscolare che accompagnava Antonio in ogni situazione cominciò a sciogliersi, grazie anche a una generosa annaffiata di  Verdicchio di Jesi, contributo di Gabriella.

Improvvisamente Antonio sentì una pressione all’altezza del piede sinistro.

Un calcio accidentale, probabilmente. Continuò a mangiare le uova sode con la maionese senza pensarci.

La pressione tuttavia non si allentava. Anzi, era diventata una sorta di carezza leggera sulla caviglia.

Il cuore gli accelerò. Cercò di ricostruire mentalmente chi era seduto dove. Alla sua sinistra c’era solo Stefania. Ma no, impossibile…

Alzò gli occhi verso Patrizia, che parlava animatamente con Daniela. Poi guardò Gabriella, assorta nel suo piatto.

Si girò verso Stefania. Lei stava ridendo di qualcosa che aveva detto Daniela, il viso rivolto dall’altra parte, completamente presa dalla conversazione.

Il piede si mosse ancora, stavolta più deciso. Una pressione inequivocabile.

Antonio la fissò. Per un attimo i loro occhi si incrociarono. Stefania gli sorrise appena, poi fece una piccola alzata di spalle, come a dire “Non ho resistito”.

La sorpresa, l’eccitazione improvvisa, il vino – tutto insieme lo travolse. La mano gli tremò, il bicchiere oscillò e cadde nel piatto con un tonfo. Il vino bianco bagnò tovaglia e pantaloni, mentre il boccone che aveva in gola si infilò giù per il canale sbagliato e Antonio rischiò di strozzarsi.

 

Tutti gli sguardi si fissarono su di lui, tutte le ragazze, tranne Stefania che lo guardava sorniona, si precipitarono ad aiutarlo, chi gli dava grandi pacche sulla schiena, chi gli asciugava i pantaloni creandogli non poco imbarazzo, chi raccattava dal piatto i frammenti di vetro, chi asciugava il pavimento. Quando si fu ristabilita la calma, Daniela propose di andare a bere il caffè al baretto della spiaggia dove c’era un nuovo cameriere svedese, giovane e con un corpo da dio Apollo, che faceva il caffè con la cremina di zucchero. Le golose del gruppo, cioè tutte tranne Stefania, aderirono entusiasticamente alla proposta. Antonio vide in quella improvvisa ritrosia di Stefania un’occasione magnifica per starle vicino e accampò la scusa dell’esofago ingolfato per offrirsi di rigovernare insieme a lei.

 

Fu così che si ritrovarono soli. Non ebbe il tempo di pensare. Stefania lo spinse contro il muro con una forza che non si sarebbe aspettato. “Non è così che dovrebbero andare le cose” pensò, ma ogni fibra del suo corpo voleva obbedirle.

“Stai fermo,” gli sussurrò all’orecchio, e lui obbedì.

Lei lo baciò con dolcezza e urgenza insieme. Lui si lasciò condurre e ricambiò mentre il cuore accelerava.

Le mani di Stefania si muovevano sicure, decise. Slacciò la cintura dei suoi pantaloni con gesti rapidi ed esperti, senza esitazioni. Antonio provò a dire qualcosa, ma lei gli mise un dito sulle labbra. “Ssh.”

Aveva immaginato tutto diversamente, nei pensieri confusi che lo avevano accompagnato per tutta la giornata. Si era immaginato di dover conquistare, sedurre, fare colpo. E invece si ritrovò a seguire, a lasciarsi guidare da quelle mani che sapevano esattamente cosa volevano. E scoprì che gli piaceva.

 

Stefania si ricompose con naturalezza. Si sistemò i capelli, infilò un abitino bianco. Un sorrisetto malizioso le aleggiava sul volto.

Squillò il citofono, erano tornate. Mentre Antonio si precipitava in bagno, ancora confuso dalla velocità delle scene del film che lo vedeva protagonista, Stefania indossò gli orecchini e si avviò giù per le scale. Le campane suonavano i vespri.

Fumo di Londra

The tower of London vista da qui è molto inquietante, si erge ieratica verso il cielo plumbeo, la pioggia incombe. Penso ad Anna Bolena, decapitata nel cortile della fortezza, ad Elisabetta I, chiusa nella sua cella che con una pietra incide sul muro: “Elisabetta capta est”.
In fila, composta. aspetto il turno per la visita guidata, mio marito invece sembra un condannato, impreca e mi sussurra in un orecchio: “Andresti a nozze imprigionata con le tue dark lady qui dentro”.
Rido di gusto, qualche giorno ci starei volentieri con le mie amiche, ne scoprirei delle belle! Gossip magari davanti ad un tè bollente servito in tazze bone china.
In pochi metri si concentra il mondo intero, osservo le persone, i loro colori, ascolto suoni che non conosco, osservo… Osservo uno zainetto: mi da le spalle tre persone davanti a me, ne ho già visto uno così, ma non è possibile. Eppure… Il cappello calato sulla testa in quel modo, tantissimi capelli che spuntano ribelli, i pendenti che brillano nella foschia di questa mattina, i suoi modi spicci, la guida turistica tra le mani, è lei, la mia compagna di penna.
Si gira, mi guarda, non mi riconosce o fa finta di niente, non ci posso credere, caspita, appena rientrata da Parigi è già a Londra: che donna!  Se avessi saputo sarei partita con lei, avrei lasciato a casa mio marito, sempre più intenzionato a farmi rinchiudere nella torre.
La guardo con insistenza. ” What are you doing here?” le urlo in faccia, ” Ti conosco sai, mascherina!” .
Mi guarda, toglie gli occhiali, inforca gli occhiali, i suoi occhi si fanno blu profondo puntati dentro i miei. Ho i brividi.
“Noi non ci siamo mai incontrate, ” dice con un certo self control. Ecco il suo turno: risponde alla guida, la vedo allontanarsi con lo zainetto, il cappello, chiusa nel suo piumino fumo di Londra. Che Donna! La mia amica è un agente 007 in incognito.

 

.

 

 

 

 

 

La fermata

Eleonora se ne stava diritta alla fermata dell’autobus, i corti capelli biondi che uscivano dal berretto alla cosacca. Annusò l’aria che sapeva di legna bruciata, come all’orfanotrofio. Il sole stava per tramontare sul Naviglio. C’era un’altra ragazza che aspettava annoiata.

“Ma quando arriva?” si domandò.

Da un’auto che passava a velocità sostenuta ruzzolò fuori un fagotto, che si fermò proprio ai piedi di Eleonora. Sorpresa, lei lo soppesò a distanza. Decise di lasciarlo dov’era.

L’autobus non arrivava. Sarebbe arrivata in ritardo al primo appuntamento.

Il fagotto emise un suono. Eleonora si irrigidì.
Nuovo suono. Un gemito, quasi. Eleonora si avvicinò sospettosa e lo sfiorò con la punta dello stivale, pronta a gridare. Il gemito si fece più forte. Pensò a un animale, lo sperò.

Ora anche l’altra ragazza guardava incuriosita, si stava avvicinando.

Stavano tutt’e due in piedi attorno al fagotto, su entrambe la stessa espressione spaesata.

Eleonora lo toccò più forte. Nuovo gemito, più alto questa volta.

Lei e la ragazza si accovacciarono contemporaneamente. Un debole vagito. Sussultarono entrambe.

Eleonora scostò i lembi del fagotto, vide un volto piccolissimo. Fece per prenderlo in braccio, poi si ricordò del corso di Primo Soccorso: primum non nocere. L’altra ragazza si accovacciò accanto a lei senza dire nulla, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Per un attimo restarono lì, immobili, a guardare il fagotto. L’ambulanza arrivò a sirene spiegate nel giro di cinque interminabili minuti.

I sanitari fecero le domande di rito, Eleonora chiese dove lo portavano.

– “Al San Matteo naturalmente”

– “Unità neonatale?”

– “Terapia intensiva. Non si faccia troppe illusioni.”

Arrivò in ritardo. Lui la guardò in silenzio, senza dire nulla. Lei rispose meccanicamente, la mente altrove. Non riusciva a smettere di pensare a quel volto troppo piccolo per avere già una storia.

Andò a dormire tardi, il sonno agitato da sogni confusi.

La mattina dopo era l’Immacolata, telefonò al San Matteo, si appuntò gli orari di visita.

– “Vuole scegliere Lei il nome?” le chiese l’infermiera quando Eleonora si presentò.

– “L’abbiamo trovato ieri, è sotto la protezione di Sant’Ambrogio. Si chiamerà Ambrogio.”

 

Ambrogio visse due giorni. Le lesioni interne avevano ceduto il passo a un’estesa emorragia.

Sul suo calendario mentale ora il giorno di Sant’Ambrogio portava una minuscola croce.

 

L’uomo dell’appuntamento la contattò dopo tre giorni e si incontrarono davanti alla chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro. Girovagarono per la città prima di riscaldarsi nella pasticceria Barbieri. Eleonora non aveva fatto parola con lui dell’accaduto, ma in quel momento non poté più tenerselo per sè. La reazione di lui fu misurata ma partecipe. Dopo due cannoncini, passeggiarono ancora e si ritrovarono alla fermata dell’autobus.

– “Ecco, è successo qui.” Eleonora indicò il marciapiede, esitante.

– “Qui? Non vedo nessuna fermata.”

– “È qui. C’era un cartello.”

– “Non c’è nulla.” disse lui, scuotendo la testa.

Eleonora guardò il punto esatto dove il cartello era stato.
Le sembrò strano che una cosa così evidente potesse sparire. O forse era sempre stato così.
Mentre stavano per andar via, si sentì chiamare:
– “Scusa, sei tu? Eravamo qui qualche giorno fa, io… noi… il bambino…”

– “Sì. Non ce l’ha fatta”disse Eleonora abbassando lo sguardo.
Rimase immobile per un istante, sentendo il rumore dei passi e del traffico intorno. In quel momento arrivò un autobus. Eleonora restò dov’era. La ragazza non c’era più.

Eleonora e Andrea si avviarono abbracciati verso Strada Nuova, nell’aria di nuovo quell’odore di legna bruciata.

La signora dagli stivali di gomma

Ogni mattina, andando al lavoro, attraverso una strada che conosco più per i suoi personaggi che per i suoi negozi. Corso Garibaldi è in centro e frequentata da cani e padroni di cani. Pavia è una città di cani, conduttori di cani, toelettatori di cani, odori di cani: ci sono barboncini, rottweiler, labrador, schnauzer, maltesi, weimaraner.

Ieri è stata smarrita Titti, una cagnolina bianca.

Mentre la sua famiglia tappezzava il quartiere di volantini, mi chiedevo se qualcuno, tra i tanti volti noti che incrocio ogni giorno, sapesse qualcosa, custodisse un’informazione preziosa dietro un’espressione distratta.

La sua famiglia – mamma, papà e figlia – aveva mobilitato il quartiere con avvisi e appelli disperati. Io l’avevo scorta quella stessa mattina, al guinzaglio del suo papà.

Tramite lo smarrimento di Titti sono entrata in contatto con altri proprietari di cani, tutti in qualche modo toccati dalla scomparsa della cagnolina e speranzosi che venga ritrovata.

In un afoso pomeriggio di luglio, mentre tornavo a casa dopo una giornata particolarmente frustrante in ufficio, ho fatto la conoscenza di Sara, una barboncina fulva senza tante arie come spesso i barboncini, ma avida di coccole. Ho scambiato due parole con la sua mamma umana, che mi ha confidato di non fare grandi giri con la sua cagnolina. Anche lei sapeva di Titti.

Mi piace quando gli animali di famiglia hanno nomi di persone, perché sono membri delle nostre famiglie a tutti gli effetti; anche le mie micie hanno nomi di persona. Così, quando qualcuno mi chiede “Come sta Marina?” “Susie e Michelle sono tornate dalle ferie?” io posso ridacchiare internamente e dire “Sì, si stanno divertendo in vacanza”, “Torneranno presto” oppure “Sono un po’ affaticate dal caldo”. Chi si trovasse ad ascoltare questa conversazione per caso potrebbe pensare che siano le mie figlie.

Avevo adocchiato la signora con gli stivali di gomma già all’inizio della primavera. E’ una donna non più giovane, col volto segnato dalle esperienze della vita. Spesso indossa indumenti fioriti di stile francese. Anche le sue collanine attirano il mio sguardo per la loro originalità. Colpisce per la sua magrezza. Allora non avevo ancora dato troppo peso al fatto che indossasse stivali di gomma.

A volte la incrocio alla mattina, o più spesso nel tardo pomeriggio, quando torna col carrellino per fare la spesa.

Un giorno, nel pieno dell’estate, me la sono trovata di fronte sul marciapiede coi soliti stivaloni di gomma e le ho chiesto:

– “Posso farLe una domanda?”

– “Certo” mi ha risposto con un ampio sorriso.

– “Come mai indossa sempre gli stivali di gomma?”

–  “Dovrebbe vedere il nio passo carraio com’è conciato!” mi ha risposto.

Colpita, le ho suggerito che magari anche delle scarpe da ginnastica potrebbero andare bene. Mi ha guardato un po’ dubbiosa, ma disposta a considerare l’idea. Sembrava molto contenta di fare due chiacchiere. Chissà come si chiama. Chissà se sa della cagnolina Titti.

Un altro habitué di Corso Garibaldi che si avventura per il corso solo la mattina, protetto da uno squadrato cappello di paglia e accompagnato da bastone e borsa di tela, è un signore non più giovane, vestito in modo conservatore, con un’andatura cauta e fragile. Non immagino quale sia l’appuntamento mattutino che lo spinge quotidianamente fuori casa, magari una moglie impaziente, o la curiosa necessità di controllare lo stato di avanzamento di un cantiere, ma lo vedo regolarmente col suo cappello. Nella brutta stagione il bastone è sostituito dall’ombrello. Non ha l’aria di uno a cui importerebbe molto della cagnolina Titti.

Ecco varie signore della Pavia-bene, molto interessate all’aspetto degli altri passanti, che mi squadrano attentamente quando le incontro. A fine estate ce ne sono tante: in genere sono di mezza età, abbronzate, ben vestite in freschi abiti di cotone o lino, i colori bene abbinati, con gioielli raffinati. Generalmente si avventurano in coppia e parlano fitto fitto (oggi anche di Titti?).

Poi c’è il ragazzo dalla bicicletta pieghevole, sicuramente uno sportivo, che esce da un androne tutte le mattine e inforca la sua bicicletta per andare chissà dove, immagino all’Università o da una fidanzata ugualmente sportiva, magra e con la coda bionda svolazzante. A Titti riserverà al massimo un pensiero fugace.

Lungo il viale che costeggia il Ticino incrocio abitualmente una donna della mia età che ama i vestitini di lino bianchi, come me. Per un po’ era la Signora-dal-vestitino-bianco. Potenzialmente una Titti-fan.

Una donna cammina accanto al suo cane tracagnotto, una piccola nuvola pelosa che sembra che sorrida, ha una faccia simpatica con la lingua fuori e le zampette corte, fa fatica a camminare e ondeggia alla maniera dei bassotti. Di sicuro si sarebbe unito alla ricerca di Titti. Chi ha un cane sa cosa significa: ci si sente tutti parte della stessa famiglia.

Ci sono i titolari dei negozi, che ormai hanno sviluppato l’occhio per riconoscere i frequentatori abituali della strada come me; immagino che io per loro sia la Signora-dal-cestino-di-vimini, anch’io personaggio inconsapevole in questa commedia di strada.

Il cane tracagnotto mi è rimasto impresso più della sua padrona, che sembra un po’ triste e vagamente depressa, con lo sguardo rassegnato, altrove, come se volesse evadere dalla realtà quotidiana.

Osservo passando i vari avventori del bar San Michele coi suoi tavolinetti di legno e le piante appese. Questi usano fare colazione chiacchierando con pigrizia, trasudano prosperità e un filo di noia; tutti abbronzati al ritorno dalle vacanze estive, sfoggiano gioielli e orologi griffati, vestiti finto-casual di qualità. A Titti non riserverebbero che un pensiero distratto.

Quando ne ho l’occasione, faccio commenti estemporanei lungo la strada con chi mi ispira; mi piace il pensiero di contribuire a recuperare un po’ di umanità in queste città in cui ci si guarda, ci si osserva tutti i giorni ma non si osa rivolgersi la parola.

Da Rivareno, una delle mie due gelaterie preferite, lavora una ragazza corpulenta che mi accontenta quando chiedo la cremina gianduia (“tanta per favore”) insieme al gelato gusto Alice. Mi accontenta così abbondantemente che a volte provo  disgusto.

Un altro personaggio fisso è il venditore ambulante di colore, che staziona all’angolo della farmacia, da dove controlla furbamente quattro direzioni di passaggio. Lui potrebbe aver visto Titti. Da quale Paese arriva, qual è la sua storia, ha una famiglia che lo aspetta, che attende le sue rimesse ed è in pensiero per lui, lontano? Cos’ha passato per approdare in Italia, quali le scelte, le rinunce, le paure? Mi piacerebbe intervistarlo.
“Ti offro un gelato, mi racconti la storia della tua vita?”. Ci ho pensato spesso,  poi, un po’ per pudore, un po’ per stanchezza, non ho osato.
Quando gli passo davanti, mi saluta – ci diamo del Lei – a volte lui mi dà del tu. Cerca di attaccar bottone, senza troppa convinzione, sempre con la stessa frase:

“Diga!”

ma io tiro dritto. Quello che mi interesserebbe davvero invece è ascoltare il suo racconto. Temo che potrebbe fraintendere il mio interesse sociologico, scambiandolo per un interesse romantico.

Temo anche l’imbarazzo di dover rispondere a domande dirette: “Sei sposata?”, “Dove abiti?”, “Quanti anni hai?” come è usuale in molte culture africane.

Ogni giorno percorro questa strada pensando che siamo tutti frammenti di una storia più grande. Non ci conosciamo davvero, ma i nostri sguardi e le nostre abitudini tessono fili invisibili.

Qualche volta ripenso alla vecchina con gli stivali di gomma quando sono a casa: infilo i miei stivali di gomma prima di lavorare in giardino, io sono giovane e forte, chissà lei come si sente? Deve rinunciare a fare delle cose per mancanza di forze? Ha qualcuno che l’aiuta?

Stamattina ho rivisto Titti, la cagnolina smarrita. Trotterellava allegra accanto alla sua famiglia come se non se ne fosse mai andata. Anche la signora dagli stivali di gomma l’ha notata e mi ha rivolto un sorriso complice. Mi sono fermata alla gelateria, ho ordinato il mio Alice con cremina gianduia, ho estratto dalla borsa un biglietto e una penna. Ho cominciato a scrivere, seduta a un tavolino: ‘Cara signora dagli stivali di gomma…’. Forse domani glielo darò.

 

26 luglio 2022

 

 

LETTERA A BABBO NATALE

Caro Babbo Natale,

mi chiamo Fiordipesco, ho 54 anni e nella mia vita precedente facevo la traduttrice. Mi piaceva molto e guadagnavo dignitosamente.

Abito a Y in via Z: è una via a fondo chiuso, ma nel mio giardino c’è molto spazio per parcheggiare la tua slitta e far brucare l’erbetta alle tue renne. Metterò fuori anche un contenitore con acqua fresca per farle bere, dato che sarete in viaggio tutta la notte. Per te ci saranno latte e biscotti sul tavolo in tinello, mi dicono che ti piacciono.

Spero che per te non sia troppo faticoso entrare, dato che non abbiamo un camino e la nostra canna fumaria è molto stretta. Si dice però che tu trovi sempre un modo.

Quest’anno mi sono impegnata per migliorare il mio profilo professionale: ho frequentato un corso di web marketing e uno sull’Intelligenza Artificiale, ho aggiornato il mio profilo LinkedIn e sostenuto un paio di colloqui, che però non hanno portato a risultati concreti.

Inoltre ho continuato a studiare il sassofono anche se era oltremodo frustrante.

Mi sono sforzata di comportarmi con correttezza con tutti, anche se qualche volta ho perso la pazienza. Non ho infierito su KH nonostante si sia comportato molto male; non l’ho denunciato ai Carabinieri e l’ho accompagnato in aeroporto, ma tu tutte queste cose le sai già.

Ho cercato di non abusare del mio potere materno sulle micie e anzi le ho sempre inondate di amore. Ho cercato di spandere positività e speranza attorno a me.

Sono stata più puntuale e più attiva in casa e fuori, ma ho riacquistato quasi tutto il peso perso con grande fatica: mi piace mangiare!

Ho ballato poco e questo mi dispiace.

Ho studiato poco e ho letto ancora meno, ma questo dipende dalle cattive compagnie. Sono fiduciosa che in futuro riprenderò a leggere al mio consueto ritmo.

Ci sono tante cose che desidero, ma in primis vorrei che mi aiutassi a conservare la motivazione per mangiare sano e camminare ogni giorno per restare in salute.

In secundis, vorrei trovare finalmente un lavoro stabile. Vorrei che fosse così:

– locale (ma per un buon posto sarei anche disposta a trasferirmi con le micie in Germania);

– poco sbatti

– con uno stipendio dignitoso (da 1800€ netti al mese)

In tertis, vorrei conoscere un uomo all’incirca cinque anni più grande di me, possibilmente di origini tedesche, scandinave o anglosassoni, di cui innamorarmi e con cui iniziare una relazione con un progetto.

In alternativa, se non fosse possibile o richiedesse un tempo più lungo esaudire i desideri precedenti, mi piacerebbero anche le seguenti cose:

  • palline Lindt gusti misti
  • laptop nuovo Dell
  • eliminare la sindrome del tunnel carpale e la fibromialgia di Silvia.

Ti ringrazio fin d’ora di tutto quanto vorrai concedermi (sì, lo so che possiedo già tantissimo) e qualunque cosa sia, so che è per il mio bene. Grazie per tutti i doni degli anni passati e per il tuo duro lavoro.

Ti auguro di passare una notte proficua, senza incidenti e senza dimenticare nessuno.

 

Passa un buon Natale e spero di vederti presto.

 

Con affetto,

tua Fiordipesco

1 2 3 21