Estia si dedicò a impastare gli spinaci con la farina e le uova. Mise una mazurka francese malinconica su Spotify. Se non poteva condividere tutto quel ben di Dio con l’uomo dei suoi sogni poteva almeno trarre il massimo del piacere lei. Se lo doveva, dopo tutti gli anni di sacrifici lontano da casa, lontano dall’Italia, dalla sua amata Pianura Padana.
Tirò la sfoglia con il mattarello, spingendo forte, più forte del necessario. La pasta cedeva, si allargava, diventava trasparente quasi. Il segreto dei buoni tortellini. Fuori era coperto, Estia sentiva freddo, più freddo che nel cuore dell’inverno nonostante in giardino fossero già spuntate le violette.
Il campanello suonò proprio mentre stava tagliando i quadrati. Rimase ferma un momento, il coltello sospeso. Non aspettava nessuno. Non aspettava mai nessuno, da quando c’era stato il Covid. Bisognava sempre prenotare tutto, anche le visite agli amici.
Spense la musica e scostò la tendina del tinello, ma non riconobbe l’uomo in piedi davanti al cancello. Era senza auto, ma era solo e non vendeva niente. Guardò meglio e riconobbe il ciuffo alla Peter Pan. Il tagliaravioli infarinato cadde con un tonfo che fece scappare il gatto.
Si avvicinò al cancello in pantofole, pulendosi le mani infarinate nel grembiule. Non disse niente. Lui neanche. I pioppi oscillavano nella brezza del mezzogiorno. Gli occhi di lui scesero alle sue mani bianche di farina, poi risalirono. Un mezzo sorriso, quel mezzo sorriso. Estia sentì qualcosa stringersi nello stomaco, una cosa familiare, come un dolore che si credeva guarito.
“Stai facendo la pasta,” disse lui. Non era una domanda.
“Sì,” disse lei.
In cucina la sfoglia aspettava, i quadrati già tagliati, i bordi che cominciavano ad asciugarsi.
“Come hai fatto a trovarmi?” chiese lei.
Lui scrollò le spalle, quel gesto di sempre, come se le cose accadessero intorno a lui senza che lui le cercasse davvero.
“Mi ha detto tua sorella.”
Estia pensò a sua sorella. Avrebbe avuto qualcosa da dirle.
“Entra,” disse invece. “I tortellini si rovinano.”
La musica dentro di lei cominciò a suonare un valzer. Improvvisamente in cucina si stava bene, non faceva più freddo. Era la prima volta che lui veniva a casa sua. Di proposito non aveva mai rivelato il proprio indirizzo.
Strizzò gli spinaci dentro un telo di lino, li tagliuzzò con la mezzaluna mentre lui osservava gli alti armadietti in legno di noce, la cappa in stile rustico, il pavimento in cotto, le tendine in pizzo filet.
“Sono stato uno sciocco” disse, appoggiato contro gli armadietti dietro di lei, le braccia incrociate con finta indifferenza.
Estia si girò lentamente. Gli conficcò i propri occhi nei suoi. Dentro di sé un tremito che non riusciva a controllare – chissà se si vedeva anche da fuori? Non riusciva a parlare.
“Molto sciocco” disse infine.
Non era crudeltà. Era solo la verità, ed Estia aveva imparato che la verità detta piano fa meno male di quella trattenuta.
“Sono una bestia” annuì lui, piano, come se se lo meritasse.
Estia si girò di nuovo verso il tagliere. Prese la farfalla di pasta, la richiuse su se stessa, premette il bordo con le dita. Un tortellino. Poi un altro.
“Hai mangiato?” chiese.
Lui scosse la testa. Lei prese un piatto da sopra la sua testa, lui si chinò fulmineo, la prese per un polso e la attirò a sé. Estia non poté che farsi avvolgere dal suo abbraccio. Qualcosa in profondità dentro di lei cominciò a sgretolarsi. Era la prima volta che l’abbracciava, la prima volta che la toccava in modo così intimo, deliberato.
Percepì il corpo di lui contro il suo, asciutto ma tonico, del resto andava in palestra. Caldo, così meravigliosamente caldo, come le sue mani. Una parte di lei sognava un film non ancora scritto e tutto da vivere. Non era ancora pronta a lasciarsi andare tuttavia, era ancora tesa, in attesa di spiegazioni.
Lui non parlava. Respirava soltanto, con il mento affondato nei capelli di lei. Come se stesse recuperando qualcosa che aveva perso e non sapeva come rimettere a posto.
Estia aspettò. Aveva imparato ad aspettare, era diventata brava in quello, negli ultimi mesi.
“Non so da dove cominciare,” disse lui alla fine.
“Dal principio,” disse lei. “Ho tutto il tempo. I tortellini cuociono in tre minuti.” I suoi occhi lo canzonavano in tono di sfida.
“Vieni qui, intanto, aiutami” lo diresse lei. Lo guidò davanti alla pentola con l’acqua in ebollizione e calò a uno a uno i tortellini. “Quando salgono a galla li scoli con il mestolo forato e li metti in questa zuppiera” gli ordinò.
“Sissignora” disse lui battendo i tacchi con un sorriso e mettendosi sull’attenti.
“Ho preso una decisione” iniziò lui.
“Dopo. Ora mangiamo” tagliò corto Estia.
Rocco sentì un peso cadergli di dosso, pericolo scampato, per ora. Al tavolo del tinello, seduti l’uno di fronte all’altra, si studiavano mentre i tortellini sparivano nelle rispettive bocche. Non avevano mai mangiato insieme, non si erano mai nemmeno seduti l’uno di fronte all’altra al tavolo. Estia scoprì un piacere nuovo, osservare i lineamenti di Rocco in tutta calma, studiare i suoi occhi leggermente asimmetrici, quel ciuffo che gli dava un’aria da ragazzo nonostante un matrimonio e tre figli grandi alle spalle.
“Vuoi?” chiese Rocco prendendo il Parmigiano e la grattugia e cominciando a grattugiare sopra il suo piatto. Le versò da bere, poi aspettò che lei facesse un cenno per iniziare.
Il calore benefico dei tortellini che scendevano nello stomaco fu come una coperta avvolgente per Estia. Il condimento di burro e salvia non le era mai sembrato così buono. Rocco mangiava composto, era il primo uomo che non appoggiava i gomiti sul tavolo mentre mangiava.
Estia ebbe un pensiero improvviso: voleva essere anche lei la prima donna che faceva qualcosa di mai-prima-d’ora per lui, con lui. Voleva essere audace, voleva essere libera.
I tortellini le avevano regalato una meravigliosa sensazione di benessere, quasi un’euforia sensuale. Aveva già provato quella sensazione. Vent’anni prima, quando abitava in Inghilterra a casa di Mark. Aveva notato che ogni volta che mangiavano insieme, dopo la prendeva un’inspiegabile voglia di fare l’amore. Lui si stupiva sempre, si prestava quasi di malavoglia, era inglese dopotutto.
Estia decise che non voleva rischiare di sentire la spiegazione di Rocco, che poteva farle cambiare idea. Voleva fare una piccola pazzia, lei che mai si concedeva pazzie. Per le spiegazioni c’era tempo dopo. Casomai, lui avrebbe potuto rifiutare, se era venuto per chiudere. Sapeva che non l’avrebbe fatto.
Si alzò, girò intorno al tavolo. Rocco alzò gli occhi, ancora con la forchetta in mano.
Estia gli tolse la forchetta. La posò sul piatto.
“Le spiegazioni,” disse, “dopo.”
Lo prese per mano e lo condusse su per le scale, verso la zona notte. Rocco si fermò davanti alla galleria degli antenati, dove il trisavolo Pippo sembrava disapprovare.
“E questi?” chiese stupito.
“Sono i miei antenati. Genealogista per passione. Sono arrivata al 1700.”
Le violette sul comodino, le stesse che Estia aveva raccolto quella mattina, emanavano un profumo intenso e inebriante. La mazurka di Spotify aveva ripreso a suonare, quasi impercettibile. Estia abbassò la tapparella, accese due candele di cera d’api nei portacandele di cristallo, le posò sul davanzale e si sedette accanto a lui sul bordo del letto.
Lui non si muoveva, osservava gli acquarelli con le rose sopra il letto, le violette, la pila di libri sul comodino. Poi la guardò, non come l’aveva guardata in cucina, non come l’aveva guardata al cancello. In un modo che Estia non gli aveva mai visto, come se la stesse vedendo per la prima volta e se la conoscesse da sempre nello stesso momento.
Lei non abbassò gli occhi.
Fuori i pioppi oscillavano ancora, il vento era diventato più potente. La mazurka incalzava, quasi impercettibile, come una cosa che esisteva solo per loro due.
Estia pensò a tutte le mazurke che avrebbe voluto ballare con lui in quei mesi, a tutte le volte che aveva impastato sola, a tutte le mattine in cui si era alzata sognando una giornata da condividere, mentre lui partecipava alle riunioni benefiche. Pensò a sua sorella, che sapeva sempre tutto.
Si lasciò guidare docile. Prese lui l’iniziativa di baciarla, piano prima, poi con un’intensità che Estia non si aspettava e che riconobbe come sua.
Le mani di lui erano calde e piacevoli, come sapeva che sarebbero state. Il suo modo di muoversi appassionato ma rispettoso. Le candele proiettavano ombre lunghe sul soffitto. La mazurka cedette il passo al Bolero di Ravel, finché Estia esplose.