Tutti gli articoli di Gabriella Pagani

Una diversa forma mentis

Quel venerdì Eleonora aveva deciso di non usare la macchina per andare al lavoro:le Olimpiadi invernali di Milano Cortina avevano dettato i tempi e i luoghi di accesso alla città.
Arrivare in automobile fino al parcheggio Gae Aulenti era impossibile anche per chi, come lei, lavorava nelle vicinanze. La chiusura al traffico della città l’aveva costretta a servirsi della metropolitana. Non era sua abitudine usarla, solo in casi eccezionali l’aveva utilizzata e quel giorno era appunto un’eccezione.
Avrebbe tanto voluto restarsene a casa, tranquilla, al caldo sotto le coperte, ma doveva affrontare un altro colloquio per trovare finalmente un nuovo collaboratore o collaboratrice.
La metropolitana non le piaceva:troppe persone,troppo scomoda per le sue Louboutin,troppo buia e sotterranea. Quella mattina poi si era messa anche la pioggia a rovinare l’inizio della sua giornata, tra borsa, ombrello, valigetta dei documenti e tacco dodici si sentiva precaria e sul punto di cadere.
Era scesa dai gradini delle scale appoggiandosi al corrimano per sentirsi un po’ più stabile e si era ritrovata sulla banchina della metro, in attesa dell’arrivo del treno, tra un centinaio di persone che avevano avuto il suo stesso pensiero.
Pensò che l’umidità della pioggia le aveva scompigliato il caschetto di capelli liscissimi, tesi magistralmente dalla spazzola elettrica, e aveva rinvigorito invece i suoi ricci che lei aveva sempre cercato di annullare con il calore della piastra.
Non le piacevano i ricci, troppo ribelli, quasi anarchici per lei che era diventata una persona tanto quadrata.
Ribelle lo era stata tantissimo tempo prima, nel collegio orfanotrofio, ma aveva chiuso per sempre con quel capitolo della sua vita. Refrattaria, allora, a qualsiasi imposizione: alzarsi alle sei del mattino per assistere alla messa quotidiana, indossare una divisa orrenda e scolorita, dividere i panini a metà per non gettarne gli avanzi, assaporare a pranzo solo dieci ciliegie d’estate.
Finalmente, dopo parecchi anni, una famiglia l’aveva adottata:lei,Rosa, una signora in là con l’età, austera nei modi e nei comportamenti, lui, Gino,estroverso, sorridente e morbido nell’aspetto e nell’approccio. Con loro Eleonora si era trovata abbastanza bene, soprattutto con Gino che le ricordava il suo papà, con Rosa invece crescere era stato più difficile: poche concessioni, tanto rigore, sporadici abbracci.
E appena diciottenne Eleonora se n’era andata verso la grande città in cerca di lavoro e l’aveva trovato, part-time: di giorno aveva continuato gli studi e la sera accompagnava i clienti ai tavoli del ristorante ” Paprika e cannella “.
Anche se non voleva ammetterlo da Rosa aveva ereditato il rigore che,con la sua ambizione, l’avevano portata nel giro di due decenni a ricoprire il posto di cacciatrice di talenti di una grande multinazionale.
Quella mattina in metropolitana la mente di Eleonora aveva ripercorso in un lampo la sua vita e il treno era velocemente giunto alla fermata che la riguardava.
Ondeggiante sui tacchi e con le mani completamente occupate da ombrello, borsa e valigetta era risalita all’aperto dalle scale, mobili questa volta, e,dopo aver obliterato il biglietto in uscita, si era ritrovata a lato del viale che la portava al suo ufficio di piazza Gae Aulenti.
Il marciapiede era un po’ sconnesso, molto affollato e viscido per la pioggia quindi Eleonora stava attentissima a dove mettere i piedi, ma non aveva potuto fare a meno di notare davanti a sé una coppia di ragazzi che si baciavano ripetutamente: sembravano due modelli. E forse lo erano. A Milano stava per iniziare, oltre all’Olimpiade, anche la settimana della moda.
Lui, alto, giubbotto nero imbottito, jeans neri, stivaletti antipioggia color cuoio, cappello di lana e sciarpa grigi, lei, quasi alta come lui, pantaloni neri, leggermente a zampa d’elefante, stivaletti con po’ di tacco, cappotto nero e una massa di capelli biondi, lunghi e ondulati che fluttuavano a ogni suo passo. Decisamente belli entrambi.
Con questa visione negli occhi Eleonora era arrivata in ufficio.
《 Margherita, un caffè americano, per favore 》,comunicò alla sua assistente che dopo qualche minuto si presentò col caffè. Adesso era pronta per testare la persona del giorno.
《 Fai pure passare il candidato 》, aggiunse mentre Margherita stava uscendo dal suo ufficio.
La porta si aprì ed ecco Andrea. Eleonora alzò gli occhi dal curriculum che aveva davanti e lo stupore la lasciò momentaneamente senza parole.
L’Andrea che aveva di fronte non assomigliava per niente alla foto: lei quei capelli biondi, adesso raccolti in una coda di cavallo, li aveva già visti, li aveva riconosciuti: erano quelli della ragazza della coppia che poco prima si baciava sul marciapiede.
《 Si accomodi pure 》, disse, dopo l’iniziale meraviglia e incominciò l’intervista con una serie di domande di rito per valutare competenze, attitudini, esperienze, propensione ai cambiamenti e personalità. Dopo circa un’ora congedo` Andrea .
《 Devo ammetterlo: questo ragazzo non è per niente male, anzi! Direi che è perfetto 》 disse a Margherita appena entrata nel suo ufficio.
《 Lo rivedrò fra qualche giorno 》 aggiunse e sorseggio` le ultime gocce del suo caffè americano, ormai freddo.

Non tutti i tandem sono biciclette

Amo la Spagna e mi piace studiare lo spagnolo. Da circa otto anni frequento l’università della terza età per imparare questa lingua. E sì…dopo tanti anni dovrei saperla a menadito, ma , come dicono a Roma, sono un po’ ” de coccio ” e ancora faccio fatica a parlarla.

L’anno scorso la nostra Prof. ci ha proposto di tenere un tandem con alcuni alunni di una scuola di Madrid. Io all’inizio non mi sono offerta perché non mi sentivo pronta,poi ho deciso di buttarmi e ho mandato a Madrid la mia iscrizione. Nella presentazione ho messo oltre all’ età, al genere,al luogo dove vivo anche i miei hobby e le mie passioni.

Dopo qualche settimana mi hanno risposto che mi avevano gemellato con Carmen,una signora più o meno della mia età e che aveva i miei stessi interessi. Le ho scritto sulla mail e ci siamo accordate di sentirci e vederci tramite Whatsapp. Adesso ci vediamo ogni lunedì, a las cinco de la tarde, come per le corride, e chiacchieriamo mezz’ora in italiano e mezz’ora in spagnolo.

《 Mamma, lei è più brava di te a parlare in italiano che tu in spagnolo》,ha osservato mio figlio quando ci ha sentito. E ha ragione !
Parliamo di libri, di viaggi, di politica, di feste tradizionali, di fiction italiane e spagnole. A lei ” le gustan mucho ” le fiction italiane perché sono avventurose e hanno intrecci complessi e imprevedibili mentre non ama i libri del nostro paese perché, a suo parere, hanno spesso finali tristi. Ne conosce più di me.
Su suo suggerimento ho iniziato a leggere in spagnolo i libri di Almudena Grandes,una scrittrice che ha raccontato la guerra civile e che in Spagna ha ricevuto molti premi.

A Madrid Carmen ha frequentato una scuola di italiano dove rilasciano le certificazioni, ma dopo otto anni non ha voluto sostenere l’esame finale perché l’ha ritenuto stressante e la certificazione non le sarebbe servita per nessun curriculum perché è pensionata.
《 E adesso che hai finito il corso… cosa farai ?》, le chiedo un po’ preoccupata che le nostre conversazioni finiscano. 《 Continuerò a parlare con te così mi terrò in allenamento 》, mi risponde allegra.

Evvai! I tandem non sono solo biciclette, ma come quelle aiutano a viaggiare per il mondo.

Cara maestra…

L’ultima volta che ti ho salutato era un giorno di giugno di moltissimi anni fa.
L’estate ci aspettava per alleggerire con i giochi le nostre giornate di bambini.
Come ogni fine di anno scolastico ci proponevi un libro estivo con tantissimi compiti da assolvere, ma come le più generose maestre, al ritorno dalle vacanze, non ci chiedevi lo svolgimento completo di tutti gli esercizi, ti andava bene ciò che eravamo riusciti a fare.

Ti ricordo magra, alta, vestita sempre di marrone, con una crocchia voluminosa di capelli sulla nuca. A distanza di anni ti avrei paragonato a Olivia di Braccio di Ferro,tanto eri magra, ma come lei mettevi allegria e quando, per qualche motivo uscivi dalla classe e davi a rotazione ai tuoi alunni il compito di scrivere alla lavagna ” i buoni e i cattivi”,tornando non la guardavi neppure e dicevi :《 So che siete stati tutti bravi:sono contenta》.

Ricordo che più di ogni altra cosa mi piaceva scrivere i pensierini, ma spesso sui miei quaderni comparivano anche le macchie di inchiostro che cadevano dal pennino intinto troppo nel calamaio del banco. Più che sgridarmi per aver macchiato il quaderno mettevi l’accento su quello che avevo scritto. Mi gratificavi in ogni occasione.

Che differenza con la maestra che avrei incontrato l’anno scolastico successivo!
In classe aveva istituito la fila degli asini dove si sedevano gli scolari che avevano sbagliato i loro compiti e a cui lei appuntava sulla schiena le pagine che aveva strappato dai loro quaderni e,non contenta, li costringeva a fare il giro delle altre classi. Avevo il terrore di finirci, in quella fila !

È solo per merito tuo se anch’io,da grande,ho deciso che avrei voluto essere una maestra, magari come te: autorevole ed empatica, capace, amorevole e determinata. Ancora oggi mi domando come facevi ad avere tutto sotto controllo, una pluriclasse con quasi quaranta alunni,eppure tutti abbiamo imparato quello che ti chiedevano i programmi ministeriali e anche tanto altro che lì non era scritto.

Ti ho ritrovata, sessant’anni dopo, in una ventosa mattina di fine ottobre quando sono andata a salutare una zia che non c’è più. Eri lì, di fronte a lei, in una foto su una lapide dove sorridevi come allora. Mi sono stupita di averti rivisto. Leggo e rileggo il tuo nome, sei proprio tu .

Raccolgo il vaso di fiori che il vento ha fatto cadere, ti rivolgo un preghiera e ti confido che sono grata di essere stata una tua alunna. Ti mando un bacio. Me ne vado. Da qualche parte, un giorno, ci rivedremo ancora.

Chi luciderà le scarpe?

Giovanna arriva trafelata in cucina dove suo marito Umberto sta lucidando le proprie scarpe.
«Ah, bravo! Stai pulendo le tue scarpe, puoi lucidare anche le mie?», chiede lei con tono conciliante.
«Veramente a casa dei miei era mia madre che lucidava le scarpe di tutti!», risponde Umberto un po’ seccato.
E Giovanna ribatte : «A casa mia invece era il papà che le puliva per tutta la famiglia!».
«Quindi?», domanda Umberto sempre più piccato.
«Quindi, se tu non vuoi prestarti a pulire le mie scarpe neppure io lo farò con le tue, ma ognuno luciderà le proprie», risponde Giovanna risoluta.
L’autonomia è sempre una conquista!

Un condominio democratico

Nel condominio De Verbis, in via Paradigmi, abitavano molti tempi e modi.
Era un condominio democratico dove ognuno diceva la sua e si teneva conto delle opinioni di tutti.
Sempre in primo piano c’era il presente che, ogni tre per due, batteva i tacchi e ripeteva ad alta voce: «Presente», al secondo piano viveva l’imperfetto che, non sentendosi perfetto, stava sempre nascosto e non parlava con nessuno.
Al terzo piano si trovava il passato che, siccome guardava sempre indietro, soffriva di cervicale e ripeteva continuamente che: «Una volta si stava meglio», al quarto c’era il trapassato che, poverino, non comunicava più perché era morto.
Al quinto piano abitava il futuro che, essendo un po’ indolente, procrastinava ogni azione ripetendo: «Farò, dirò, studierò…» ma non concludeva niente.
Il sesto piano era di proprietà del congiuntivo che, con un po’ di puzza sotto il naso, si lamentava terribilmente perché molte persone non lo conoscevano o ne sbagliavano l’uso.
Al settimo piano, con la testa fra le nuvole, viveva il condizionale, modo dei sogni, che ripeteva a se stesso: «Vorrei, vivrei, andrei…» e infine all’ottavo, nell’attico, si trovava l’infinito perché, essendo infinito, dal terrazzo voleva vedere l’orizzonte.
Un giorno, i tempi e i modi decisero di indire una riunione condominiale perché qualcuno nel palazzo non pagava le spese.
L’amministratore Participio Deciso si accorse subito di chi era la colpa: era del trapassato che, non essendoci più, non poteva onorare le spese.
L’assemblea, democraticamente, votò di offrire ospitalità a un altro modo, ma non all’imperativo perché voleva comandare solo lui.
Era rimasto il gerundio il quale arrivò nel condominio cantando, ballando e rallegrando la giornata di tutti.
Il problema si presentò la sera quando, addormentatosi, passò la notte russando, russando e russando così forte che tenne tutti svegli.
L’assemblea si riunì nuovamente per risolvere il problema. Modi e tempi votarono all’unanimità per insonorizzare il quarto piano, dove si trovava il gerundio, così, sia i piani sotto che quelli sopra, non sarebbero più stati disturbati dal russamento: di notte tutti avrebbero dormito e di giorno si sarebbero divertiti.
Ma chi avrebbe pagato l’opera?
Il gerundio, naturalmente, decise l’assemblea. Il loro era o non era un condominio democratico?

Il giardino dei ricordi

Stamattina Giuditta è più mesta del solito. Non è andata, come ogni giovedì, al bar per la colazione con le sue amiche. È triste e malinconica, guarda il giardino della sua casa avvolto da una nebbiolina umida e i ricordi arrivano cattivissimi e implacabili a marcare la differenza tra ieri e oggi.
Si rivede giovane sposa, attraversare la porta d’ingresso di casa tra le braccia del suo Guglielmo, come tradizione vuole, e suggellare il passaggio con un bacio appassionato.
Quella casa così tanto desiderata ma fonte di molti pensieri, preoccupazioni e con un mutuo trentennale da pagare.
Lei e il suo Elmo, così lo chiamava, si sentivano invincibili insieme e pronti ad affrontare qualsiasi imprevisto.
Rivede il loro giardino, oggi verde, colmo di ortensie rose e gelsomini, incolto e secco e il loro orto, allora pieno di sterpaglie, dissodati, seminati e coltivati con tanto amore per la gioia dei loro figli.
Ricorda ancora le voci dei piccoletti: «Papà, possiamo assaggiare i pisellini?»
«Posso strappare le carote?»
«Ma quando possiamo mangiare le more?»
Le stagioni si susseguono e l’orto e il giardino ne scandiscono il tempo.
È Pasqua! Lei ha preparato gli ovetti di cioccolato avvolti nella carta crespa e li ha nascosti tra le siepi delle azalee, sull’albicocco, in mezzo alle ortensie e tra i rami del gelsomino.
«Si parte per la caccia al tesoro. Siete pronti? Via!»
Otto bambini tra figli e nipoti corrono per il giardino alla ricerca degli ovetti.
«Acqua… acqua… acqua… fuochino… fuochino… fuoco!»
Ecco il primo è stato trovato e via via si continua fino a trovarli tutti.
Lei ha voluto ripristinare la caccia al tesoro degli ovetti perché era una tradizione della sua famiglia di origine.
Il nonno materno nascondeva nell’orto le uova sode e poi invitava i piccoli di casa a trovarle. Un nonno avanti, moolto più avanti della Ferrero che decenni dopo ha portato la caccia agli ovetti in televisione.
«Mamma, ci hanno copiato!» dicono i figli ormai divenuti adulti.
Adesso il giardino nasconderà gli ovetti per i nipotini.
Li vede correre coi piedini nudi sull’erba tagliata dal suo Guglielmo e pensa che é stata molto felice con lui anche se il giorno del matrimonio lei è arrivata prima di lui in chiesa.
Ebbene sì! Si è fatto aspettare: già da allora avrebbe dovuto capire come sarebbero andate le cose . Anche stavolta è arrivata prima, ma oggi non è impaziente, lo aspetterà con trepidazione e quando arriverà si abbracceranno nuovamente, vestiti di luce.

Mi manca l’aria

Ho prenotato l’esame da quindici giorni e il poco tempo che mi rimane prima di avventurarmici mi rende preoccupata e nervosa. Non so se sarò pronta ad affrontarlo.
Devo sottopormi a una risonanza magnetica e per me, così claustrofobica tanto da non prendere gli ascensori dove é possibile salire per le scale, è fonte di notevole disagio, mi manca l’aria.
Vado in farmacia.
«Dottore, devo sottopormi a una risonanza magnetica, ma questa volta non so se riuscirò a stare tranquilla e ferma per tutto il tempo necessario. Mi potrebbe dare qualcosa per calmarmi?»
Il farmacista mi guarda e poi dal suo retrobottega arriva con un flaconcino di un liquido a base di valeriana, biancospino e passiflora.
«Lo facciamo noi» mi dice «ne prenda 20 gocce un’ora prima della risonanza».
A casa leggo le indicazioni che ne consigliano trenta e decido che ne prenderò venticinque. Non si sa mai: questa volta ho proprio bisogno di un aiuto in più.
La mattina dell’esame arrivo al centro medico in anticipo, cammino nervosamente avanti e indietro nel grande atrio prima di pagare il ticket poi finalmente raggiungo la sala d’aspetto del reparto di radiologia. Zeppa. Più di otto persone stanno aspettando e la mia ansia aumenta, non ho idea se le gocce che ho preso faranno ancora effetto fra tanto tempo.
Dopo un’ora e mezza arriva il mio turno. Entro nello spogliatoio e già mi manca l’aria. Non so se questa volta ce la farò.
Mi spoglio, indosso il camice e mi presento al tecnico che mi ha appena chiamato.
«Si sdrai con la testa verso il tunnel, tenga le braccia lungo il corpo e stia ferma, questo è il campanello se dovesse avere bisogno», puntualizza.
Mi sdraio, sento il rullo che piano piano entra nel tunnel, chiudo gli occhi. Mi manca l’aria.
Mi dico che devo stare tranquilla altrimenti è tempo perso e tutto è da rifare.
Allora, come ogni volta, inizio a recitare il rosario nella mia mente, anche con le intenzioni per ogni decina e premo leggermente le dita sul lettino per contare le ave marie.
Dieci per i miei figli.
Dieci per i miei nipotini.
Dieci per mio marito perché ne ha bisogno da solo.
Mi manca l’aria. Prendo dei piccoli respiri con il naso, non profondi per non muovermi troppo.
Dieci per la mia famiglia di origine.
Dieci alla fine per me.
«Signora, abbiamo finito», dice il tecnico radiologo.
Il rullo piano piano mi riporta fuori da tunnel. Faccio un respiro profondissimo che muove tutto il mio corpo: anche stavolta ce l’ho fatta.
L’aria… invisibile e apparentemente inesistente eppure così necessaria, adesso non mi manca più.

Aries

Piccola scintilla
esplosa alla luce
di una nuova primavera
ardi di energia
il mondo
e infiammi
col tuo fuoco
i nostri cuori.
Segno caliente
tramandato
da generazioni
perpetui nel tempo
l’abbraccio infuocato
della vita.

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