Tutti gli articoli di Gabriella Pagani

Un sogno per Lara

Sogni ?Ho ancora sogni o la mia vita si è fermata a quel ventotto febbraio 2019 quando mi hai telefonato per dirmi che il nodulo alla tiroide che ti avevano tolto era un carcinoma e che avresti dovuto essere operata ancora?
Là ,la mia vita il mio cuore la mia mente si sono bloccati là e io mi sono trovata come un robot a girare per casa muovendomi in modo inconcludente.
Il gelo si è impossessato di me, tutto mi sembrava inutile, vuoto e ogni gesto meccanico e senza senso.
Cercavo con la quotidianità di continuare a vivere, ma ogni giorno era più difficile perché c’erano sempre nuove prove da superare.
Finché un giorno, un sogno rimasto  nel cassetto per alcuni anni ha preso vigore…per te, io e papà, saremmo andati a Santiago.
Dieci giorni di fatica pura, di cui avremmo saputo solo alla fine del cammino, ma di cui non ci è importato niente perché dal primo giorno, al nostro stop, sulla parete della camera in cui abbiamo dormito c’ era un pensiero che ha dato le ali al nostro viaggio:”Solo aquellos che sueñan pueden volar”.
E così abbiamo volato per centosessanta chilometri con la fatica sulle spalle e la speranza nel cuore e con un unico grande sogno: la tua guarigione.
Nei mesi successivi esami, visite, ecografie sono andati benissimo e quando ieri papà, camminando per Milano, mi ha chiesto:”Che cosa sogni per il 2020?”
“Che nostra figlia sia guarita definitivamente “ho risposto.
“E io sogno con te” ha incalzato lui perché soltanto quelli che sognano possono volare e insieme si vola più in alto.

Novembre: ricordi d’infanzia

“Ave Maria gratia plena Dominus tecum…”

Cominciava così il mio avvicinamento alle castagne bollite che ogni anno, il giorno di Ognissanti, si cuocevano nella mia famiglia.

Centocinquanta avemarie per poter mangiare quella prelibatezza ai miei occhi di bambina.

Io mi lamentavo per l’attesa, loro, gli adulti, invece erano molto convinti di quello che stavano facendo.

Intorno alla tavola sedevano otto persone, due famiglie: la mia e quella dei miei zii. Vivevamo insieme.

Io, bambina di circa cinque anni, seduta tra mia mamma e mia zia Anna, incominciavo a rispondere alle avemarie in latino, non so nemmeno come, ripetendo quello che sentivo dire dai grandi.

Nessuno di loro lo aveva studiato, lo avevano imparato in chiesa.

In cucina intanto, in una pentola enorme, cuocevano le castagne e il loro profumo si spargeva per tutta la casa.

Nessuno andava a controllare la pentola: la quantità di acqua e l’intensità del fuoco garantivano, insieme all’esperienza, che tutto sarebbe filato via liscio fino alla fine dei tre rosari.

Nel frattempo io, non so esattamente in quale punto, ma, da quello che ricordo, dopo circa una ventina di avemarie, crollavo sulle ginocchia di mia mamma o di mia zia e venivo risvegliata solo alla fine dell’ultimo requiem aeternam .

Allora cominciava la festa: col cucchiaino scavavo la polpa della metà castagna che mi veniva data e, assaggiandola, mi sembrava la cosa più buona del mondo: più era alta la montagnetta di gusci nel mio piatto e più ero contenta.

Da quella giornata le castagne sparivano dalla nostra tavola e non sarebbero più  ricomparse fino all’anno successivo: è così che nascono gli eventi.

 

Gabriella