Archivia 31 Gennaio 2020

Stalker

Anna lo conobbe un’estate mentre faceva una ciclo-vacanza in solitaria in Devon e Cornovaglia, Inghilterra sudorientale: coste frastagliate a picco sul mare, un vento che ti sferzava la faccia, un sole che sembrava di essere alle Maldive. Infatti, quando tornò, dopo una settimana di pedalate su e giù per le colline e i boschetti con top e pantaloni da ciclista, le colleghe le chiesero in quale isola tropicale aveva ottenuto quell’abbronzatura invidiabile. Nemmeno una goccia di pioggia in una settimana! In Inghilterra!

Ma stiamo divagando. Anna lo conobbe in un ostello della gioventù dove si era fermata una sera che non aveva trovato ospitalità in una fattoria come faceva di solito sul calar della sera. Lui lavorava come inserviente. Era inglese, disse di chiamarsi Philip. Le raccontò di aver venduto tutto dopo il divorzio, casa, auto e quant’altro, di essersi licenziato ed essere partito per una lunga vacanza intorno al mondo. Nei Paesi del nordeuropa si usa così. Forse un retaggio del Grand Tour rinascimentale.

Philip fu squisitamente gentile, si fermò a parlare con lei e aveva un accento elegante. Non era bello, ma lei era sempre stata affascinata più dall’intelletto che dall’apparenza. Rimasero a parlare dopo cena finché lui la invitò nella sua camera. Si intendevano a meraviglia, ma Anna rimase comunque sorpresa quando lui le propose di fermarsi a dormire lì. Sulle prime lei la prese come un’offerta cameratesca, per continuare la conversazione che scorreva così bene nonostante l’ora; solo quando lui si stupì, mentre preparavano il letto, che lei non volesse dormire con lui, capì le sue vere intenzioni.

Di quella notte ora, dopo più di 20 anni, ha un ricordo vago, ma della mattina successiva si ricorda benissimo: quando lei si svegliò, lui non c’era più, aveva iniziato il suo turno di lavoro. C’era però un vassoio con la colazione e una rosa, e un bigliettino gentile. Le si arricciarono gli alluci dal piacere. Prima di partire, Anna gli scrisse una lunga lettera descrivendo quanto era stata contenta con lui quei giorni

Quando Anna tornò nella cittadina vicino a Londra dove lavorava, cominciarono a scriversi. Dopo qualche settimana, lui annunciò una visita. Anna si rallegrò. Cominciarono a frequentarsi. Una volta lasciato quel lavoro temporaneo all’ostello, Philip si era trasferito nelle vicinanze di Anna e trovò ben presto un altro lavoro saltuario per mantenersi. Nella sua vita precedente aveva detto di aver lavorato in banca, ora scriveva per la BBC. Cose molto divertenti per spettacoli assai noti, ma che lei, essendo straniera, non conosceva. Ogni tanto lui le leggeva degli stralci, che lei regolarmente non capiva a causa dei numerosi doppi sensi, che ancora le sfuggivano in inglese.

Si frequentarono per alcuni mesi, Anna apprezzava il suo intelletto, la sua proprietà di linguaggio, i complimenti che lui non mancava di farle, ma il suo cuore non volava. C’erano delle stranezze in lui: aveva la mania di lavarsi. Si era rasato tutti i peli del corpo, per essere più pulito, diceva. Si lavava in continuazione, per di più con un sapone di cui ad Anna non piaceva l’odore (Palmolive). Lui si stupì molto quando lei glielo disse.

Ogni tanto avevano piccole discussioni, mai molto animate comunque.

Un giorno che si trovarono dopo il lavoro di Anna – lui l’aveva vista per strada – lui le rivelò di averla vista mentre scrutava il proprio riflesso in una vetrina, passeggiando. Anna ammise la sua civetteria, disse di non essere mai soddisfatta, di essere insaziabile di complimenti, per Philip sembrava essere una colpa grave.

A casa ebbero una discussione su piccolezze, come lavare i piatti e cose del genere. Di colpo lui le mise le mani attorno al collo e cominciò a stringere. Non per soffocarla, solo per farla spaventare. Lei si divincolò e corse in un’altra stanza. Non esistevano ancora i cellulari.

Quando sentì che se n’era andato, chiamò la polizia. Arrivarono due agenti, un uomo e una donna.

Philip prima di andarsene aveva fatto un grande mucchio al centro della stanza con tutti i vestiti di lei, tutti accatastati uno sull’altro.

Gli agenti dissero che per motivi di privacy non potevano rivelarle eventuali precedenti penali dell’uomo. Anna era costernata. Magari aveva a che fare con un maniaco sessuale, un serial killer, uno psicopatico, e lei non aveva diritto di sapere se aveva fatto del male ad altre donne.

Per alcuni giorni non lo sentì più, poi arrivò una cartolina di Philip in cui annunciava che stava partendo “per pascoli nuovi”, lontano. Anna tirò un sospiro di sollievo.

 

 

Salvataggio

Cala la sera ed io mi rallegro al pensiero del divano e del mio nuovo libro. Trilla il cellulare, è Silvia. Mi dice che sente piangere da ore un gattino, in un campo recintato e inaccessibile. Dice che ha suonato ai vicini, ma è una strada di brutte persone, si disinteressano e sono stati sgarbati con lei. Quando tace sento un gattino neonato piangere in sottofondo. Tutti i miei sensori materni si attivano all’istante. Afferro una manciata di croccantini, un trasportino e degli stracci e mi precipito.

10 minuti dopo sto parcheggiando in una stradina sterrata. Raggiungo la mia amica d’infanzia sulla via principale del paese: Silvia è in piedi accanto alla sua bicicletta, appoggiata alla recinzione alta 1,80 mt. Dei cani feroci abbaiano agitati.

Dall’altra parte della rete, nel campo incolto, un uomo si muove bofonchiando frasi incomprensibili. Cerchiamo di perorare la causa del gattino, ma lui niente, non ci vuole far entrare nella sua proprietà.

Noi non ci muoviamo, anzi, appena passano due ragazze giovani io le fermo e chiedo se hanno sentito piangere un gattino in quella zona. Vedo dai loro occhi che anche i loro sensori si sono attivati immediatamente.

Riproviamo a convincere l’uomo a dare un’occhiata sotto l’albero al centro del campo, dove l’erba è alta mezzo metro e ci sono diversi arbusti aggrovigliati. Niente da fare, se ne va. I cani si agitano ancora di più.

Valutiamo il da farsi. I vigili non rispondono, già provato. Io mi ripropongo di chiamare il Sindaco, eventualmente i pompieri. Si potrebbe provare anche con il proprietario ufficiale del campo, un agricoltore che abita nella cascina di fronte, e che io conosco di vista da molti anni.

Silvia mi racconta che la santa del giorno è Santa Pelagia, che nome curioso.

L’uomo torna con un badile e una torcia. Vuole cercare il gatto in mezzo all’erba alta col badile? Silvia ed io ci guardiamo e leggiamo la stessa incredulità l’una negli occhi dell’altra. Darà una badilata al gatto, casomai lo trovasse!

Io riprovo a parlare con l’uomo, suggerendo che, se ci fa entrare, in tre è tutto più facile: uno tiene la torcia e gli altri due cercano. Non se ne parla, nella sua proprietà lui non fa entrare nessuno. Dobbiamo sembrare due temibili terroriste, io con la mia giacca di pile bianco, borsetta e scarpe abbinate, Silvia in T-shirt e pantaloni estivi.

Succede un miracolo, l’uomo ci fa entrare. I cani sentono il nostro odore e ci vogliono fare la festa. Chiediamo rassicurazioni, l’uomo li chiude in una parte del cortile separata dal campo.

In tre cerchiamo, al buio, con una sola torcia. Silvia cerca da sola, io tengo la torcia e l’uomo col badile abbassa l’erba alta per guardare se vi si nasconde un gatto. Col badile. Penso che in quel modo non lo troveremo mai.

Se io fossi un gattino piccolo e indifeso, dove mi nasconderei? Mi avvicino all’albero e scosto gli arbusti attorno al tronco, sollevo le liane che lo avviluppano, frugo tra le foglie secche. Improvvisamente, vedo un sederino peloso con attaccata una coda: l’ho trovato. Quasi non ci credo. Lo annuncio a tutti. E’ grigio e morbido. Lo sollevo decisa da sotto la pancia e me lo metto vicino al petto. E’ minuscolo, piange. Non sembra ferito, appare in buone condizioni. Presa dall’euforia, dò un bacio all’uomo che ci ha permesso di salvare il gattino, dico alla mia amica di imitarmi, ma vedo che lei rimane rigida. L’uomo puzza di alcol.

Ora non voglio altro che portare in salvo il gattino. Vedo che nel cortiletto i cani si sono liberati. Anche Silvia li vede e lo dice a voce alta, sento allarme nella sua voce. Sono due pitbull. Meno male che c’è un cancello che ci divide da loro. L’uomo si avvia a chiuderli nuovamente. Mentre sgattaioliamo via, chiedo all’uomo come si chiama. “Marino”, dice. Silvia gli annuncia che il gatto si chiamerà come lui.

Un tacito accordo ha sancito che terrò io il gattino o la gattina. Per prima cosa lo faccio visitare da un veterinario, poi penserò a nutrirlo. Chissà da quanto tempo non mangia, dei vicini interpellati da Silvia hanno detto di averlo sentito piangere già il giorno prima (“e non siete usciti a vedere? Bastardi!”).

Il gattino è talmente piccolo che mi fa tristezza metterlo nel trasportino, immenso per lui. Non ho avuto il tempo di pulire il trasportino prima di uscire. Mi tengo il gattino in grembo mentre guido, avvolto in un golfino scuro da cui spunta solo la testolina. Si muove a stento.

L’assistente della veterinaria mi dice che il gattino non ha nemmeno un mese ma è in buone condizioni e ha mangiato.  Non dice che è poco reattivo, ma lo vedo da me. E’ troppo spaventato. E’ una femmina. Si chiamerà Marina Pelagia.

I giorni successivi mi trasformo in neomamma. Scaldo omogeneizzati che somministro sulla punta dei polpastrelli, perché così gradisce Marina, me la porto a letto per dormire (e il mattino dopo mi rendo conto di avere i capelli pieni di pulci), le preparo il cestino con la borsa di acqua calda e degli stracci di lana, perché il veterinario ha detto di tenerla al caldo.

Dopo 24 ore non ha ancora urinato né defecato, il veterinario, interpellato, mi tranquillizza dicendo che ci possono volere fino a 48 ore.

48 ore? Ma non va in blocco renale?

Durante la notte fa tutto quello che deve fare.

Il giorno dopo capisco dai suoi lamenti mentre urina che ha la cistite. Ritelefono al veterinario che la vuole vedere.

Rivedo la veterinaria che conoscevo 25 anni fa: è invecchiata bene, più sicura di sè, ma sempre carina nei modi e nella voce come allora.

Imparo la stretta freeze con cui mamma gatta prende i gattini dalla collottola, imparo a nutrire la mia gattina con la siringa senza ago e pure con un sondino masticabile che arriva fino allo stomaco. E’ più facile di quanto pensassi.

Marina protesta vigorosamente quando viene sottoposta all’ecografia: il gel sul pancino è freddo e il dispositivo preme in modo insopportabile contro le pareti irritate della vescica.

Durante l’iniezione dell’antibiotico esco, ormai ho imparato che non sopporto veder soffrire i miei animali, nessun animale. Una volta sono anche svenuta.

La veterinaria dice che Marina ha il carattere di una matriarca. Presto metterà in riga le mie altre due micie, ben più vecchie e ben più grosse.

La storia si ripete. Anche Michelle, arrivata da noi all’età di due mesi, ha messo in pista Susie e fino ad ora era lei, la più giovane, a comandare.

Gradualmente lascio che le mie due micie grandi capiscano che c’è qualcun altro nella mia camera da letto. Sbirciano incuriosite, soffiano, ma sostanzialmente ignorano la nuova arrivata.

Susie è offesa che ci sia un altro gatto nella mia vita e non viene più a trovarmi a letto, non si stende più sulle mie gambe, se ne sta dignitosamente in disparte sul divano del soggiorno, come se la cosa non la riguardasse.

Passano i mesi. Ora Marina è una preadolescente (5 mesi). Da 500 grammi è passata a 2,5 kg, ha fatto tutte le vaccinazioni ed è in lista per l’operazione di sterilizzazione. Su e Ma giocano insieme e si leccano a vicenda, Michelle ha ancora qualche perplessità gerarchica.

Io dormo (poco) con le mie tre figlie pelose e vengo svegliata da bacini baffuti.

CALEN-DIARI

Da qualche giorno ho compiuto sessantanove anni; sto abbandonando la gioventù, anzi, è lei ad abbandonarmi: prova ne è l’incanutimento e la ragnatela di rughe che il mio viso esibisce senza pudore né ritegno.   Non mi sento proprio vecchia come quando arriverò ai cento anni ma, agli occhi di tutti, non sono più una donna giovane.   Anche a me, come a molti, non piace dover ammettere di essere vecchia perché, intimamente, credo  sia possibile vivere a lungo senza sentirsi tale.

Da tempo però non oso misurarmi l’altezza: avrei la prova certa di essere qualche  centimentro più bassa; oso purtroppo affrontare ogni mattina – coraggiosamente! – il verdetto della bilancia constatando che a causa dei noti sei etti di troppo, ormai cristallizzati sul mio addome, non rispetto più la tabella del “peso ideale”.

Mi sono anche accorta che mi capitano episodi di sbadataggine; con grande rammarico spesso dimentico cose, parole, nomi e località.    A mio favore dirò che grazie al calendario “per la famiglia” formato gigante, appeso alla parete dell’ingresso di casa, riesco ad annotare e ad onorare tutte le scadenze, le bollette, gli appuntamenti, le visite, gli impegni etc..    A fine mese ogni paginone, fitto di croci coloratissime, è davvero bello e tende ad assomigliare ad un interessante quadro astratto di Kandinsky.

E’ vero, non tengo il passo con le novità di apparecchiature elettroniche e, a differenza dei nipotini, fatico a memorizzare perfino quali pulsanti usare per accendere la SmartTv!    La nuova tecnologia mi mette in crisi e, pur incuriosendomi mi crea disagio, mi debilita, facendomi sentire “superata”.   Sostengo, inoltre, – seconda ottima scusa sempre a mio favore -, che la costante “ripetitività” di gesti, azioni, procedure è un martello impietoso che massacra la lucidità di pensiero: e ne ho le prove.

Per ognuno di noi esiste un personale nastro di registrazione che può arrivare a riempirsi completamente: il vero problema è che il mio, quasi saturo, possa iniziare a svuotarsi.   Per il momento l’evidenza della vecchiaia non mi fa soffrire: troppi “calen-diari” mi attendono ed io prometto, in forza di un passato proattivo, che la noia non mi costringerà a contare i giorni che passano.

Il motivo per cui scrivo tanto, a parte lo struggimento per la fugacità del tempo, è lo struggicuore davanti al timore che se non ricorderò io la mia vita, un’esistenza straordinaria “tanto di tutto” – talmente dura da essere autentica -, amerei ci fosse  qualcuno assetato di parole visibili, consistenti, felici, chiodate o alate, che potesse  leggerla e ricavarne un sorriso (o una momentanea fuga dal dolore) per poi continuare con gioiosa libertà a sgranare i giorni del proprio unico, meraviglioso, irripetibile calendario.

 

 

28.01.2020

Ma… come va?

Ma… come va?
Come l’onda del mare sbrocca
al sopraggiungere del vento
si arrotola senz’ossa
nell’orizzonte del buio
trattiene tra i denti di pietra
la schiuma salata
e poi il sole accecato e vorace
la secca tra i ciottoli
dorati della battigia.

Eri bellissima….

Sono trascorsi ormai quattro anni da che sei stata colpita dall’ictus. Ti sei ripresa subito dopo le cure e il ricovero al centro di riabilitazione di un’altra città e lì, sei stata subito amata da tutti, in particolare dal dottore giovane e gentile che hai ricordato sempre con l’affetto di una madre verso un figlio.

Sono stati anni duri per te ma anche per noi e in particolare per me che ti ho sempre vista vincere tutte le battaglie. Con il tempo, fra alti e bassi, dopo un altro attacco che ti ha colpito la parola, sei rimasta definitivamente immobile su una carrozzina, assistita da una donna venuta da lontano e che dimostra nei tuoi confronti un affetto quasi filiale e tu, per riconoscenza, spesso le sorridi e le dici “cara, cara”.

Mamma, come sei indifesa ora, sembri una bimba impaurita che cerca come può le mani di tutti per paura di essere lasciata sola.

Io sono qui – non mi vedi? sono qui da sempre e ti rivedo com’eri  bella, gentile, a volte triste e piena di idee romantiche come quando mi raccontavi di re e regine. Tu sapevi tutto di loro e, ai tuoi tempi, i rotocalchi parlavano di cose leggere su cui sognare anche se il mondo da qualche parte stava cambiando.

Bastava un matrimonio regale per dimenticare le proprie miserie e delusioni e tu ne avevi avute!!!

Non è facile raccontare il rapporto avuto con te e i sentimenti che provo oggi, sono così diversi da quelli di un tempo! Non me ne volere ma qualche volta avrei voluto andarmene via per non sopportare certe situazioni che creava la tua incapacità di affrontare gli imprevisti della vita. Non accettavi i cambiamenti, le separazioni dei tuoi figli con le conseguenze che conosciamo.  Ed io? sempre lì accanto a te, a consolarti cercando di medicare le tue ferite inconsolabili. Ero la tua spada, il tuo scudo contro tutti e non me ne rendevo conto perché amavo te e poco me.

Certamente eri bella e lo ricordo vivamente come quel giorno che venisti a “ritirarmi” alla stazione di Milano di ritorno dalla colona estiva. Ero appena scesa dal treno con gli altri bambini e allungavo il collo per cercare mio padre – veniva sempre lui a prendermi, ricordi ?

Ma quella volta no e non ti vidi fino a quando una compagna di viaggio esclamò …..come è bella quella signora! Sembra un’attrice!

Eri bellissima!

Oggi, chi ti viene a trovare a casa, prima di lasciarti dice sempre un complimento alla freschezza del tuo volto senza rughe ed io ti vedo sorridere maliziosamente compiaciuta.

Nordicando

Com’è bello nordicare in compagnia
Per scacciare la malinconia.
Col profumo della natura
Nulla ci farà paura.
Ma che bello
Udire il canto del fringuello
che non sempre noi ascoltiamo
perché spesso chiacchieriamo.
C’è un sentiero un po’ fangoso
che risulta  scivoloso
E con un passo fiducioso
Seguiamo il Paolo strepitoso
che per noi sceglie i sentieri
che ci fan sentir leggeri.
Mentre veloci bacchettiamo
molti chilometri maciniamo.
Non si scherza con la salute,
con il Nordic non si discute!
Buon anno ai nordicanti
veterani e principianti.
Con i nostri cari saluti
Siete tutti benvenuti.

Rose

 Rose

Rose

di cui non sento la fragranza,

mi circondano come cornice.

Procedo incerta.

Luci abbaglianti di giorno

mi accecano

come fosse notte.

Dal cortile voci infantili mi trafiggono

con le loro lame.

Quando la mia anima e il mio corpo

danzeranno in armonia?

 

Un sogno per Lara

Sogni ?Ho ancora sogni o la mia vita si è fermata a quel ventotto febbraio 2019 quando mi hai telefonato per dirmi che il nodulo alla tiroide che ti avevano tolto era un carcinoma e che avresti dovuto essere operata ancora?
Là ,la mia vita il mio cuore la mia mente si sono bloccati là e io mi sono trovata come un robot a girare per casa muovendomi in modo inconcludente.
Il gelo si è impossessato di me, tutto mi sembrava inutile, vuoto e ogni gesto meccanico e senza senso.
Cercavo con la quotidianità di continuare a vivere, ma ogni giorno era più difficile perché c’erano sempre nuove prove da superare.
Finché un giorno, un sogno rimasto  nel cassetto per alcuni anni ha preso vigore…per te, io e papà, saremmo andati a Santiago.
Dieci giorni di fatica pura, di cui avremmo saputo solo alla fine del cammino, ma di cui non ci è importato niente perché dal primo giorno, al nostro stop, sulla parete della camera in cui abbiamo dormito c’ era un pensiero che ha dato le ali al nostro viaggio:”Solo aquellos che sueñan pueden volar”.
E così abbiamo volato per centosessanta chilometri con la fatica sulle spalle e la speranza nel cuore e con un unico grande sogno: la tua guarigione.
Nei mesi successivi esami, visite, ecografie sono andati benissimo e quando ieri papà, camminando per Milano, mi ha chiesto:”Che cosa sogni per il 2020?”
“Che nostra figlia sia guarita definitivamente “ho risposto.
“E io sogno con te” ha incalzato lui perché soltanto quelli che sognano possono volare e insieme si vola più in alto.

HELENA – Vento dell’Est

Quell’anno dalla calza della Befana era sbucato lo Sponsor Ufficiale per le squadre di calcio dei ragazzini del nostro Oratorio: a loro venne fatto dono del corredo sportivo completo.  Alcune giacche a vento eccedenti le richieste furono consegnate alla Caritas locale, di cui da molti anni facevo parte, a dimostrazione che la Provvidenza non dimentica mai di manifestare tangibili e  inconfutabili segni della sua presenza.

Per la mattina del giorno seguente, una domenica, avevamo concertato di allestire sul sagrato della Chiesa un banchetto per la vendita di nostri  biscotti, torte e strudel, il cui ricavato avrebbe consentito di far fronte alle gravi emergenze dei nostri assistiti.

Fu in quella occasione che conobbi una signora dai capelli color rame, esile e piccola di statura, i cui limpidi occhi azzurri odoravano del vento dell’Est e incutevano più rispetto che simpatia.   Di lei mi colpì immediatamente la disinvoltura con la quale indossava  una giacca a vento blu, quella con stemma dello Sponsor di calcio.

Si chiamava Helena e chiedeva di entrare a far parte del gruppo, pur essendo una nuova assistita. Dimostrava vent’anni anni: ne aveva festeggiati trentacinque il giorno prima. Si espresse in un italiano perfetto e prodigandosi al nostro fianco – nonostante soffrisse di alcune lesioni fisiche – dimostrò di essere una  vera forza della natura.  I suoi sottili polsi massacrati da  cicatrici spaventose ci impressionarono. Evitammo domande.

Senza alcuna esitazione, con notevole distacco emotivo, Helena raccontò di essersi “strappata” i tendini di entrambi i polsi per poter sfuggire alla cattura da parte della polizia.   Era rimasta aggrappata e appesa a lungo – sostenendosi solo con le mani – all’esterno della ringhiera di un balcone di un palazzo ministeriale. Al cedimento delle fibre caduta  rovinosamente a terra aveva riportando fratture anche alle gambe.   Evitò l’arresto ma trascorse due stagioni in Ospedale.   Con una scrollatina delle spalle tenne a precisarci che il fatto era “acqua passata”, risaliva ai tempi in cui era stata la segretaria di un illustre Ministro della capitale della Nazione da cui proveniva.  E non aggiungere altro.

Le diventammo amiche e, sapendola in difficoltà economiche – svolgeva in nero piccoli,  malpagati, lavori di pulizia nelle case di privati -, a turno le offrivamo un sostegno di qualunque tipo: farle la spesa, ospitarla a dormire, pranzare con noi, accompagnarla ad un colloquio di lavoro, o, come accadeva spesso mi chiedesse, consentirle di trascorrere un’ora raggomitolata all’angolo del divano per sfogare lacrime.

A me si raccontava con fiducia; così seppi dei suoi trascorsi nel Sud d’Italia, ove era approdata dopo un viaggio disperato a bordo di un barcone; della mancanza di denaro che la obbligava a elemosinare cibo; degli agguati e dei guai attraversati e della sua decisione di “sopravvivere” a qualunque costo esercitando il ”mestiere più antico del mondo”.

Questa pratica durò pochissimo tempo: un sacerdote del posto l’aiutò a trovare un tetto sotto cui ripararsi e un lavoro dignitoso da operaia.   L’attività dell’azienda purtroppo terminò sette anni dopo: anni durante i quali Helena conobbe Piter e si innamorò.   Alcuni compaesani dell’uomo gli offrirono un lavoro da manovale “su al Nord”; così la coppia fiduciosa decise di intraprendere il viaggio della speranza che avrebbe cementato l’unione.

Un anno dopo il nostro primo incontro, Helena mi mise a parte di un’altro di quelli che avevo battezzato i suoi “misteri misteriosi”: all’età di vent’anni aveva chiesto ed ottenuto il divorzio da un coniuge violento e scansafatiche a cui però aveva dovuto affidare la figlia prima di emigrare. In Basilicata aveva lavorato indefessamente, risparmiando sulle proprie spese, provvedendo a cedere gran parte della paga all’ex marito – che continuava a oziare –  e alla figlia che – da lui spalleggiata – cresceva sempre più esigente e capricciosa.

Ancor prima di giungere al Nord, Helena stanca di sentirsi costantemente sfruttata tagliò i ponti, interruppe il flusso di denaro verso l’Est, sigillò la porta del cuore e sostituì il numero di cellulare.   Mi disse pacatamente: “Non mi sono mai pentita della decisione, per me era arrivato il momento di salvare me stessa.   Da anni non ho più notizie.”

Il mio cuore di mamma si torceva per l’incredulità.   Accortasi che faticavo a respirare d’impulso mi abbracciò, – non era persona avvezza a gesti o parole affettuose – e il gesto mi colse di sorpresa.  Un attimo dopo però mi strapazzò, quasi sbeffeggiandomi, per essere “una mamma troppo buona”.   Poi, inaspettatamente, in preda ai singhiozzi chiese il permesso di rifugiarsi nel “suo” solito angolo del divano e di lasciarla sola.

Volevo molto bene ad Helena, la consideravo metà sorella metà figlia: lei ricambiava il mio affetto a modo suo: o applaudendomi dopo aver pranzato, sempre frettolosamente!, o insistendo per lasciarle fare le pulizie dell’appartamento.   Se l’asticella del buonumore saliva, non senza sforzo, riusciva anche a rilassarsi e trascorrere un’ora in pace.

E’ dal giorno della festa della donna del 2018 che di Helena e Piter ho perso completamente le tracce: come fossero svaporati.  A novembre 2019, un’amica “caritatevole” mi contattò informandomi che “girava voce” la coppia vivesse all’estero.

L’anno vecchio se ne è andato.   E’ in arrivo l’Epifania, il cui significato “apparire” conosco da quando studiavo il catechismo; il compleanno di Helena cadrà lo stesso giorno.   Sebbene io sia reduce da una notte alcolica con sbornia di allegria, da ore – su insistenza  della mia anima (o della pancia?) -, me ne sto incollata a questa tastiera del computer per mantenere in vita, attraverso la scrittura, il ricordo di una persona cara di cui oggi sento particolarmente la mancanza.   Tengo accesa la lampada della speranza.   Chissà se

 

Ho interrotto la frase nel momento in cui, alle 14,27!, lo schermo del cellulare accanto a me si è illuminato nella casella blu dei “messaggi”; sì proprio quella che da quando esiste WhatsApp nessuno utilizza più.    Neanche avessi visto un fantasma!   Ho cacciato un urlo per l’effetto sorpresa alzandomi di botto dalla sedia, la mano posata sul petto per frenare un batticuore esagerato.   In modo concitato, ad alta voce ho ripetuto incessantemente: ”Mio Dio non è possibile. Non posso non posso crederci.”   Mentre tentavo di ricompormi  gocce cadute dagli occhi si sfaldavano sullo schermo acceso del telefonino.

Sto tuttora scuotendo il capo ripetendomi che se io per prima stento ancora a crederlo, a nessuno risulterà facile concepire che sia realmente accaduto che, a distanza di  quasi due anni di assordante silenzio, proprio oggi mentre mi facevo compagnia con i ricordi, pensando ad Helena e Piter, ho ricevuto un messaggio che recita così:

“Aggiungimi su SNAPCHAT Nome Utente Helena_ D….. 51.., HTTPDS://etc.”

Appena avrò un supporto umano accanto a me che potrà istruirmi, – sono pur sempre una nonna giurassica! -, sarà mia cura e mia gioia “aggiungere” per raggiungere.

 

1° Gennaio 2019