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Creatura “Affa ssi nan te”

Se mi fosse stato consentito, la creatura che avrei voluto “scegliere” sarebbe stato Ilya e fu proprio lui, un bambino di dieci anni, quello che poi ci venne “assegnato”.   Fu l’ultimo a scendere dal pullman, il solo a presentarsi cadendo a terra, inciampato nelle proprie scarpe e la mia anima, amante dei deboli, dei distratti e degli stravolti, ne rimase catturata. Lui se ne stava rintanato in un magrezza eccessiva, accentuata dall’altezza e da un pallore malsano, nascosto dietro ad un paio di occhiali da vista grigi, enormi, usurati ed improponibili, con lenti a “fondo di bottiglia” e ad una timidezza amica del suo lieve, costante, tremore alle mani.  Era arrivato in pulmann in compagnia di altri 31 bambini, belli e biondissimi, provenienti da Novozybkov, città della Bielorussia: altrettante famiglie, pronte ad ospitarli con cuore e calore, se li sarebbero  portati a casa per cinque intense settimane emotive.

Per raccontare del suo “soggiorno di risanamento” mi occorrerebbe almeno un quaderno; due, invece, per esprimere la sensazione di aver ricevuto molto di più di quello che ho dato.  La sua “vacanza terapeutica” serviva a dargli una speranza di vita in più, accrescendo le difese del suo organismo con cibi sani, ricchi di proteine e vitamine (alto 1,40mt pesava soltanto 23 kg!), a fornirgli anche un paio di occhiali da vista, che avrebbe scelto dalla montatura color rosso fuoco.

Ci eravamo preparati all’impegno che ci attendeva affinché l’impatto con la sua realtà, – i suoi limiti fisici, la probabile nostalgia, le crisi di “apnea notturna”-, non ci destabilizzasse: la mia famiglia aveva frequentato per quattro mesi un corso di lingua russa; prenotato una cara amica ucraina (fortuna volle abitasse vicinissima) per supportarci nel caso di un’emergenza; contattato il nostro medico di base per eventuali problematiche di salute, a noi sconosciute. Per facilitarci reciprocamente la conversazione, in casa, avevo appiccicato ovunque! un’infinità di post-it gialli, con domande e risposte scritte nei due idiomi: appeso all’uscio, tra palloncini colorati, spiccava lo striscione “Benvenuto”.

La domanda del primo foglietto, in alto sul vetro della porta del bagno, recitava: “Preferisci la vasca o la doccia?”   Peccato che Ilya non conoscesse la risposta: ci fece capire a gesti che preferiva “nuotare”.  Incuriosito, chiese timidamente a cosa servissero il bidet e la carta igienica e, ascoltando la spiegazione del loro uso, divenne particolarmente inquieto. Entrato nella vasca gli porsi la spugna e mentre versavo nell’acqua alcune dosi del  bagnoschiuma, in un lampo mi strappò di mano la confezione, svuotando l’intero contenuto sul proprio petto.  Poi, mulinando velocissimo l’acqua con le braccia lanciava a piene mani la schiuma in aria, soffiando sulle bolle: queste, raggiunto il soffitto, mi inzupparono allegramente da capo a piedi.

Sghignazzammo come pazzi e, quando iniziò a cantare a squarciagola, battere le mani per applaudirsi, ridendo di gioia quasi fino a soffocarsi, fui colta da una commozione indescrivibile, la stessa che provo ancora adesso.   Farlo uscire da quella bolla di felicità fu un’impresa davvero molto, molto ardua.  Seppi poi da Julia, l’amica ucraina che mi aiutò, che in una lettera indirizzata alla madre Ilya descrisse l’entusiastica avventura del suo “bagno schiumato”, vantandosi di averlo fatto “come in Italia”.

Creatura facile da amare, era un bambino gentile, educato, intelligente, curioso e affettuoso, ma la sua estrema fragilità si rivelò spiazzante.   Non riusciva a salire gli scalini di casa, a turno ce lo caricavamo sulle spalle; non era in grado di afferrare o lanciare una palla, nè di “giocare a calcio”. Il giorno in cui vide la bicicletta che gli avevamo procurato, scoppiò in un pianto inconsolabile: conscio dei propri limiti fisici e del poco equilibrio di cui godeva, stava malissimo. Lo tenni stretto al cuore, cullandolo tra le braccia, confortandolo a lungo con tenere carezze e, per un po’, piansi anch’io sommessamente.

Come detto, di questo meraviglioso bambino avrei molto da scrivere, mi limiterò a considerare altri momenti vissuti insieme, iniziando con il ricordare che ignorava completamente l’uso del denaro –  con le monetine giocava “alle biglie” -; non era mai entrato in un negozio, dal barbiere, in un supermercato né in un’auto.  Ci teneva tantissimo ad essere fotografato, seduto orgogliosamente al posto di guida, le mani strette al volante, la portiera spalancata ed il sorriso abbagliante: si sentiva “like a great hero” (parole sue). Farlo scendere dal mezzo si rivelò, tutte le volte, un’impresa per niente facile.

I bambini nati nella sua stessa regione, che nell’ aprile del 1986 era stata investita dalla nube tossica della centrale nucleare di Cernobyl, provenivano da famiglie numerose, vivevano in fattorie fatiscenti in mezzo alla campagna più povera, soffrivano – in varie forme – per una salute mimata da quel terribile evento.   Per recarsi a scuola, lontana  chilometri, erano costretti ad attendere a lungo l’arrivo di un bidello (che non sempre arrivava) che li avrebbe “raccolti” a bordo di un carretto trainato da cavalli: il problema era che, essendo creature debolissime, quasi sempre venivano sopraffatte dal sonno e si addormentavano sul ciglio delle strade.

Talvolta Ilya chiedeva di poter vedere i cartoni animati alla Tv: davanti allo schermo si assopiva nella frazione di un secondo netto, rischiando di cadere dal divano: imparammo così a proteggere il suo delicato corpo con molti cuscini.  Scoprimmo che tutti i “nostri” bambini Bielorussi conoscevano quattro parole “internazionali”: mamma, coca cola, ciupaciups e kinder; diversamente dagli altri però, Ilya era colto e, fu una piacevolissima sorpresa scoprire che si esprimeva in un buon inglese. Prima della ripartenza, aveva anche imparato a parlare in italiano.

A proposito del suo ritorno a Novozybkov, ricordo che l’entusiasmo per la possibilità di volare lo aveva eccitato moltissimo, quasi fino a togliergli l’appetito ed il sonno.   Ilya aveva molto sofferto, anche la sete e la fame, durante il viaggio di andata, durato oltre le 36 ore, poiché avvenuto con svariati mezzi di fortuna.    Venti anni orsono,  – oggi non so se è ancora così –  a quei bambini era consentito lasciare la Patria in aereo solo  accompagnati dai loro genitori.    Tutte noi, famiglie ospitanti, concordammo valesse la pena offrire ai bambini il viaggio di rientro in volo – fattibile dall’Italia in presenza di due adulti ed un medico, della limitata durata di 8 ore! – coprendo volentieri il costo per l’enorme bagaglio che li accompagnava; questo, grazie anche alla generosità di parenti, amici, vicini di casa e di  alcuni sponsor, conteva ogni ben di Dio: dispositivi sanitari, prodotti per l’igiene – tra cui, con certezza, confezioni di schiuma da bagno – vestiti, giocattoli, regali anche per le loro numerose famiglie, senza trascurare, allora si usava farlo, il voluminoso album delle foto-ricordo.

Il giorno della partenza, arrivati in aereoporto con largo anticipo,  nonostante l’acuto dispiacere per il “distacco”, saggiamente evitammo tutti di mostrarci tristi. Io, mi appartai con Ilya e molto affettuosamente mi complimentai per la sua bravura, la simpatia, la nuova vitalità, la sua preziosa presenza.  Ne elogiai l’eleganza ed il suo aspetto sano e bellissimo: con sollievo si notava che le sue mani non tremavano, raramente inciampava e, miracolosamente, il suo peso era aumentato. Si commosse molto e con lo sguardo stampato nel mio, quasi a volermi sondare l’anima, mi abbracciò più volte forte, forte.

Poi, del tutto inaspettatamente, venne colto da un’inspiegabile agitazione e, saltellandomi accanto, mi indicava la borsetta, pretendendo gli consegnassi “subito, subito” il vocabolario tascabile bilingue, che custodivo all’interno. Non mi capacitavo della sua frenesia, ma un suo scaltro amabilissimo sorriso, che ben conoscevo, gli illuminò il volto quando, trovata la traduzione del vocabolo desiderato, me la indicò ridendo divertito.

Un’istante dopo, sorprendendo i numerosi presenti, a voce altissima, scuotendo le braccia verso l’alto, iniziò a cantilenare: “Non sono un bambino bravissimo, non sono un bambino bravissimo. Io sono “affa ssi nan te”. Affa ssi na nte! Affa ssi nan te!  Non sono un bambino…”.     In modo del tutto teatrale, travolto da una irrefrenabile risata, girandosi per osservare la mia reazione, finse di inciampare e finì col ruzzolare.

 

Sorprese della vita

Del tutto inattesa, a distanza di quattro anni mi è giunta una telefonata da Tina la mia primissima compagna di classe.   Ai tempi (ieri, negli anni ’50) le nostre mamme si conoscevano: la sua, con grande meraviglia di tutti gli abitanti del posto, unica giovane donna capace di guidare un camion!, dopo la scomparsa del consorte doveva gestire da sola un negozio di Alimentari.   Mi venne chiesto di passare a “ritirare” Tina per accompagnarla a scuola, incarico che presi a cuore scrupolosamente. Ero “di strada” – provenendo dalla periferia quella lontana e degradata – ed ogni mattina mi fermavo alla porta di casa sua per poi, insieme, incamminarci verso la “nostra” Scuola Elementare.

Tina mi sorrideva riconoscente, ma io avvertivo chiaro il disagio per il divario specifico che esisteva tra noi, disparità che non sfuggiva agli occhi degli altri dai quali, essendo affetta da mirmecofobia, lei amava molto essere notata. Lungo tutto il percorso, infatti, lanciando acutissimi gridolini, aumentando la stretta della mia mano, evitava di avere a che fare con  quelle “orribili bestiacce” (le innocue formichine) e saltellava come una cavalletta impazzita. Giunte a destinazione sane e salve, ignorandomi per l’intera giornata, dedicava ogni attenzione all’amica Mariangela, l’alunna prediletta dall’insegnante.     Una volta ultimati gli anni delle Elementari fu facilissimo perderci completamente di vista.

Se ricordo bene, trascorsi venticinque anni dal nostro ultimo incontro scolastico, un mattino per poco non mi scontrai con Tina all’angolo di una via: con estrema  incredulità scoprimmo di aver scelto entrambe di stabilirci nella medesima cittadina.  Trascorremmo un paio di ore tra abbracci, risatine, commozione, commenti sul passato, un paio di caffè (lei) troppe sigarette (io).   Ognuna aveva molto da raccontare e fu un avvenimento davvero piacevole, nonostante lei stesse attraversando un momento sofferto a causa del comportamento dei figli che crescevano in fretta e disobbedivano ancora più velocemente.

Mi invitò a visitare la sua lussuosa villa: il design interno era identico a quello di una stazione spaziale asettica ma, quello esterno invidiabile: era tutta circondata da un giardino rigoglioso, curatissimo, bellissimo, paragonabile solo a quello dei libri delle favole.

Abitavo con la mia famiglia in un vetusto, ampio, luminosissimo appartamento ubicato al secondo piano di una palazzina popolare; il suo interno era davvero peculiare: al fine di  rallegrare l’esistenza avevo scelto colori accesi sia per la moquette che per i caloriferi e perfino per le pareti. Il balcone, che affacciava sulla strada più trafficata, lungo nove metri e largo  -forse- uno, fungeva da “mio giardino”: accoglieva una ventina di grandi vasi di fiori, dalle varietà diversissime, che curavo amorevolmente.

Tina ed io non avevamo più avuto alcun contatto dal 2016, anno del mio arrivo a Mediglia; da qui  l’enorme sorpresa quando rispondendo a una chiamata al cellulare sono stata raggiunta dalla sua risata cristallina e da due parole: “Ciao accompagnatrice!”, proprio “quasi” come se gli anni non fossero mai trascorsi.  Ci siamo festeggiate a lungo, commosse e, ignorando l’orologio, con stupore, indulgenza, pazienza e tenerezza, abbiamo considerato buona parte della nostra “nuova e vecchia” esistenza che, essendo  preziosissima, comprende pure lacrime silenziose del cuore per il futuro dei nipoti, serena accettazione delle rinuncie ed un’immensa gratitudine per tutto il tempo avuto in dono.

 

Una lettera per voi, sorelle di penna

Sfilato il grembiule da tuttofare da sopra una tuta vecchiotta e comoda, sempre la mia preferita, immersa nel delizioso profumo di una “torta alle pere” appena sfornata, non potendo condividerla con voi, decido di accomodarmi davanti al computer e scrivervi per farvi – e farmi – compagnia.

Oggi, esattamente come ieri e come tutte voi, mi vedo costretta a “stare a casa” a causa del dominio diabolico di quel virus sconosciuto, letale, incomprensibilmente coronato che è venuto a trovarci.   “Faccio vasche” percorrendo centinaia di metri: giro per le stanze; essendo ormai tutto estremanente pulito, in ordine e funzionante almeno fino al 2024, so bene che vado cercando una risposta a pressanti interrogativi, ma lo schermo del domani è colorato di bianco e non presenta alcuna traccia di parole che amerei leggere.

Voi come state trascorrendo questi giorni pieni di ombre (nonostante un sole caldo e accecante) e di ore dilatate?    Vi capita di vivere improvvisi, legittimi, brevi momenti di cedimento?   A me sì, infatti è soprattutto attraverso la scrittura che combatto la buona battaglia per mantenermi serena, positiva, fiduciosa. Anche così riesco a sottrarmi alla depressione che potrebbe accalappiarmi e sedurmi per impossessarsi abusivamente di pensieri, idee, ricordi e sogni che appartengono a me sola.

Sorelle di penna mi mancate tutte, proprio nella misura in cui accuso la dolorosa  lontananza dalle persone a me care, che non posso abbracciare.  Sappiate però che è di cuore che vorrei potervi offrire il mio dolce: lo faccio, comunque, idealmente, anzi! libera  da guanti e mascherina “virtualmente”.

 

Pioveranno le stelle

L’affetto che Fernanda nutriva nei confronti della signora Bruna, una donna di trent’anni sposata e madre, persona seria, solida, paziente, concreta, positiva, durò la bellezza di cinque lunghi anni, ma non fu notato né raccolto e neppure ricambiato.

Sebbene ne avesse soggezione, Fernanda ammirava Bruna perché possedeva un’intelligenza ed un equilibrio invidiabili, un grande amore per la propria professione e sapeva donare calore e colore alle parole, arricchendole così la sfera esistenziale.

La signora dal canto suo però riservava eccessive attenzioni ad una certa Mariangela – unica erede di una famiglia davvero molto agiata. Costei si presentava regolarmente in ritardo, spettinata, seppure docciata di buon profumo e vestita con abiti eleganti, con regali costosi.  Fernanda nonostante i tanti talenti posseduti, mai avrebbe potuto competere con la cura che Mariangela poneva in atto nel mettersi in vista;  le era soprattutto precluso sorprendere Bruna con offerte di doni.  Inoltre, da tempo, associato ad una  timidezza cronica che rasentava la dislalia sillabica, soffriva di un disturbo, chiamato paralessia: parola orribile che lei detestava e si proibiva di pronunciare.  Avrebbe desiderato ardentemente cambiare la realtà dei fatti, che giorno dopo giorno le si ripresentava identica, amara, insopportabile, ma ancora non ne possedeva il potere.

A distanza di cinque lunghi anni, durante i quali Fernanda continuò a nutrire unilateralmente il proprio affetto, e proprio in occasione dell’ultima volta in cui ci sarebbero viste, venne sorpresa da Bruna che la pregò di attenderla all’uscita dell’edificio.

Una forte emozione si impossessò del suo cuore; seduta su uno dei bollenti scalini della rampa d’ingresso della Scuola Elementare, frequentata fino a quell’ultimo giorno, come volesse trarre coraggio dalla sua confortante presenza, stringeva incollata al petto la  cartella.   Dopo pochi minuti venne raggiunta da uno smagliante sorriso di Bruna che, staccatele pazientemente dalla cartella, una ad una, le dita sudaticce, afferrandole con vigore le mani la costrinse ad alzarsi.  Per la prima ed ultima volta la tenne tra le braccia  quasi fino a soffocare quel piccolo corpo contro il proprio energico e vellutato.

Fernanda scoppiò in un pianto irrefrenabile.  Asciugandole delicatamente le lacrime, sempre tenendosela stretta al cuore, la maestra le disse “ Puoi stare certa che non mi scorderò di te né tu di me. Sei una bambina speciale ed io posso solo augurarti un bellissimo futuro perché te lo meriti. Non piangere, vedrai che un giorno su di te pioveranno le stelle.”

 

* Oggi dedico a TUTTE VOI care compagne di viaggio, aspiranti scrittrici, questo raccontino spinta dal desiderio di donarvi la speranza di un cielo futuro costellato di nuove luci.

P.S. – Le persone che già mi avevano conosciuta ed amata nella vita precedente ricordano ancora che il mio nome era Fernanda.

 

 

Fuori da

Fuori da questa oscura notte

pieni di lividi per troppe botte

uciremo pallidissimi nel viso

sulle labbra un grande sorriso

 

Fuori da questa notte oscura

dopo il tormento e la paura

nonostante lunghissimi capelli

ci riconosceremo tutti fratelli

 

Fuori da questa notte oscura

di ognuno di noi avremo cura

guariremo le ferite sanguinanti

saremo felici davvero in tanti

 

Fuori da questa oscura notte

con chili di troppo e ossa rotte

sapremo leggerci nel cuore

riscoprendo la magia dell’Amore

“Corona Virù”

Anche oggi davanti alla Farmacia

ho pianto con donne della mia età

In una ricerca diventata già tabù

per la presenza del “Corona Virù”

odiamo la realtà che è quasi pazzia

e non ci porta a vedere un nipote

o a ricevere un abbraccio per la via

 

E queste lunghe notti in bianco

da sirene di ambulanze musicate

da guanti e mascherine terminate

da tuttologi e grandi bufale inondate

da mille notiziari visti alla Tivù

ridotti in questa silenziosa schiavitù

ci consoliano con un altro tiramisù

 

Dio è stanco. Ancora non morto

Da troppo tempo Lui si è accorto

dei nostri inutilili miti falsi idoli

della politica fatta di immoralità

di animali bruciati in quantità

di treni deragliati aerei caduti

bambini abbandonati cuori perduti

 

Troppo Male. In questa inciviltà

mancava la serenità, la serietà

avanzava corruzione e meschinità

In un vortice di stordente velocità

nessun rispetto. A zero la dignità

Inorridito, incredulo, Lui da lussù

ci donava comunque un cielo blu

 

Agli arresti di obbligata vacanza

pronti ad alimentare la speranza

torniamo a scoprire ogni virtù

pur di esorcizzare il “Corona Virù”

Un giorno Dio ci apparirà risorto

In cambio per la Sua immortalità

esige da noi preghiere di fragilità.

 

Attesa

Dio del Cielo

Bellissima

e

lunga è la vita

Migliaia e migliaia

di attimi in fila

un lungo esercito

sconfinato

 

Demone del Virus

Velocissima

e

breve è la morte

Un palpito lieve

lo spazio di una

tua orrenda

decisione

Sensibilità

La mia sensibilità,

nemico

che mi sforzo

di tenere lontano,

senza mai riuscirci,

è un dono che

mi spaventa.

 

Non mi spettava

e neppure meritavo

 

Non me la posso

togliere di dosso,

strapparla via

o gettarla di mano,

rimane in me

viva con

salde radici

 

Che ingrossano

piano, piano

 

4 marzo 2020

 

 

 

 

4 marzo 2020

2020 Anno bisesto, anno dissesto

Se ben ricordo gli antichi Romani odiavano il mese di Febbraio, così irregolare, freddo e buio, al punto da associarlo al culto dei defunti e degli inferi.    Alle scuole medie, grazie ad un’ottima professoressa di Inglese, avevo anche imparato che nel mondo anglosassone il “Leap Year” – l’anno del salto – era da sempre considerato “fortunato” e il 29 febbraio unico giorno dell’anno nel quale concedere alle donne di avanzare, in maniera seria, una richiesta di matrimonio ad un appartenente dell’universo maschile.

L’idea che oggi mi frulla in testa, lontana sia dai lutti che dalle nozze, è questa: chiedere a chiunque di voi abbia in casa un numero di confezioni di medicinali pari o superiore a quello di casa mia (e non alludo ai farmaci per l’autoisolamento predisposto dalle Autorità Sanitarie per la presenza del Corona virus, sia chiaro)… che si faccia avanti;

chiedere, inoltre, a qualcun’altra di voi che in questi primi due mesi dell’anno, come capitato a me, abbia bazzicato mediamente più di una volta al giorno Ospedali, Medico di base, Cliniche, Laboratori medici, Pronti Soccorso etc. (sia chiaro: sempre con l’esclusione dell’imprevedibile Virus di cui sopra)… che me lo faccia sapere.

Infatti, (benedetto Virus permettendo), al fine di poter allestire in maniera del tutto originale per il prossimo Natale il mio abete gigante, in pura plastica, e poi magari partecipare anche a qualche concorso che premi fantasia e creatività, ho urgente necessità di iniziare ad effettuare con chiunque, o qualcun’altra di voi, scambi di: scatole di medicine – doppie e vuote logicamente! – fotocopie di scontrini Farmacie o di Fatture saldate.   Grazie.

29 Febbraio 2020

 

Amore Viscerale

Leggere mi dona la gioia di aver imparato sempre qualcosa di nuovo, di aver depositato nella cassaforte dell’anima l’oro delle parole che mi arricchiscono e mi consentono di diventare una persona migliore e, perché no?, più intelligente.

Leggere mi alimenta: è cibo buono, gioia grande, un piacere puro e semplice; leggo di tutto dichiarandomi “divoratrice onnivora” e, talvolta, alla fine di un libro raggiungo perfino uno stato di benessere che si avvicina all’estasi.

Leggere mi dona qualcosa di cui scrivere, di cui parlare: mi aiuta a concentrarmi, imprigiona la mente dopo una faticosa giornata a contatto con la realtà e mi fa evadere consentendomi di entrare nell’immaginazione di un’altra persona.

Amo i libri, tutti, indistintamente: mi fanno sentire viva, ricordare un’infinità di cose della vita, mi impegnano, mi mettono in ansia, mi ispirano nuove idee, ravvivano desideri, traboccano di ricordi di altri libri; questo amore viscerale per i libri, da sempre ben nutrito, mi impedisce di smettere di amarli.

Da bambina ricordo di aver provato più trasporto ed affetto nei confronti dei libri che delle persone adulte; queste ultime si rivelavano incapaci di apprezzare e stimolare la mia voglia di apprendimento.   Ho riservato ai libri un posto privilegiato nell’anima ed un grande rispetto, sentimenti sempre vivi in me dal momento che, come sospetto capiti a tutti i piccoli lettori, avrei voluto essere indistintamente ognuno dei personaggi che incontravo nelle letture, per vivere la loro avventura così particolarmente diversa dalla mia.

I miei primissimi libri rappresentavano i “miei migliori amici” e amici sono rimasti. Li conservo ancora con scrupolo: può sembrare assurdo ma per nessuna ragione al mondo avrei potuto allontanarli dal mio cuore, neppure in caso di incendio.  Tantomeno con il terzo (spero ultimo) trasloco.    E’ notizia piuttosto nota che per motivi di spazio, assai limitato nel nuovo appartamento, giocoforza mi sono vista costretta a rinunciare a centinaia e centinaia di interessanti volumi. A piene mani li ho donati a parenti, amici, conoscenti, alla Caritas, Associazioni, Biblioteche e perfino ad un Carcere.   Eppure, a distanza di quattro anni, non sono riuscita a ricucire neanche in parte lo strappo patito e sono sicura che non ci riuscirò, neppure tra altri quattro.

 

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