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Spiriti

Due spiriti

Due modi di ridere

Due occhi per vivere

Due mani si cercano

Si confrontano

nel giardino bellissimo

del mondo

 

Coi colori pastello

disegnano

tutte le sfumature

dei paesaggi interiori

dell’anima

E’ un rapporto complesso

Dolce al tempo stesso

 

Due spiriti

ignari della realtà

che dalla felicità separa

sono grati

al mistero dell’Amore

che offre riparo

e li rende

l’uno all’altro caro

 

Per amore dell’Amore

 

Chissà se domani
ancora sarai capace
per amore dell’Amore
di ricominciare da capo
con amore e senza porre
un limite all’Amore

Chissà se domani
sarai capace un’altra volta
per amore dell’Amore
di provare la sensazione
di soffrire perché ami
e… rimetterci ancora!

 

 

 

 

Dove si sente l’Amore? (1982)

La prima volta che ci incontrammo
– ricordi? –
ti chiesi “Dove si sente l’amore?”

Mi facevano male le braccia,
il cuore
e la punta delle dita dal desiderio di amare

Stavo vivendo per la voglia di amare
Stavo morendo per mancanza d’amore

Questa notte è una di quelle
che stringe il cuore nella malinconia

Se ti incontrassi ora
– ci crederesti? –
ti chiederei “Dove si sente la Poesia?”

Mi dolgono le mani, le labbra
e il cuore
dal desiderio di riaverti!

Sto morendo per la voglia di amare
Sto vivendo la mancanza d’amore

Il bene condiviso

Care ragazze della mia età, amiche di trent’anni di vita, lo sapete che, se potessi, trascorrerei insieme a voi – ancora e volentieri – le ore dedicate al volontariato in Caritas.    Al servizio della comunità più fragile, condividerei tutto in fraternità: ogni stanchezza, le risate, le sorprese, le speranze, lo sconforto, i commenti, il cibo, le alzate di voce (forse per un principio di sordità?), qualche salutare incavolatura, incomprensioni e simpatie per gli assistiti della Parrocchia ogni volta più numerosi e, soprattutto, la profonda tenerezza nei confronti dei bambini piccoli, dai volti talmente belli da togliere il respiro.

Lucy, ricordo bene le tue telefonate ai Carabinieri, indispensabili per “salvarci le piume” dalla eccessiva prepotenza di alcuni personaggi pericolosi, sempre presenti nel multietnico tessuto sociale del territorio, che con il proposito di intimorirci arrivavano quando, spente le luci, chiudevamo i locali della sede.   Neanche stessimo uscendo dalla filiale di una Banca!

Mi mancate voi, ma non quelle fitte di dolore paralizzante alla spina dorsale  – al ritmo del ritornello “Ti sei strappata anche tu? Prendi subito una bustina di Aulin”- dovute allo sforzo di caricare, sistemare e scaricare quintali di scatole e scatoloni quando noi donne, sempre poche, per aiutare le persone bisognose si andava col furgone al Banco Alimentare di Muggiò a ritirare i beni di prima necessità oppure quando, una domenica al mese, all’alba si montavano i banchi per l’affollato mercatino di Bollate.

Era lì che dovevamo “fare cassa”, sia per poter comperare cibo sufficiente da offrire settimanalmente che per pagare qualche medicinale urgente o saldare una bolletta, prima che l’utenza venisse staccata.   Esponevamo con cura e meticolosità le nostre preziose merci, la maggior parte provenienti dalle nostre abitazioni, tantissime altre dalla generosità dei concittadini, mettendole in bella mostra, offrendole, armate di pazienza e buonumore, a prezzi vantaggiosi se non addirittura irrisori (eh, ma voi siete della Caritas!).    E alle mamme straniere, mai provviste di denaro, regalavamo di tutto un po’, a piene mani.

Disponevamo di ogni ben di Dio e, fatta qualche rara eccezione, si trattava di materiale davvero buono, spesso nuovo o mantenuto in ottime condizioni: vestiti di tutte le taglie, borsette, scarpe, cinture, piatti, vasi, vasini, vasetti, bomboniere, servizi da caffè, sveglie, soprammobili, dischi, libri, enciclopedie (di cui non riuscivamo mai a disfarci) manufatti, lampadari, bigiotteria, cellulari, vecchi telefoni, quadri, giocattoli, bicchieri a non finire, cartelle, pellicce, perfino qualche abito da sposa.   E chi più ne ha più ne metta.

Ognuna di noi seguiva un proprio “reparto”, talvolta fingendosi anche competente, tranne  te Lucy, la più allegra di noi: ti occupavi di tutto e tutti con estrema gentilezza e disponibilità, eri una fonte inesauribile di informazioni, espertissima in particolar modo di bigiotteria, argenteria ed orologeria.   Federica, tu te ne stavi beatamente seduta nella distesa dei giocattoli; Clara, Marianna e Adele: voi ve la cavavate brillantemente con le manifatture; Alexandra e Giselle, silenziosissime e sorridenti, eravate ovunque, fra scarpe, borsette e servizi da tavola e non perdevate mai di vista la scodella (sbeccata) degli “euri”.   Rossana, carinissima!, tu arrivavi sempre con una borsa termica colma di ogni dolce sorpresa da offrirci e da offrire a chiunque si avvicinasse: bonbon, cioccolatini, dolcetti, succhi di frutta e the e, borbottando sottovoce, sistemavi la merce sui banchi facendo sparire magicamente eventuali oggetti fragili andati rotti o scheggiati durante il trasporto.

A tal proposito, come non rammentare le varie volte in cui nel tragitto venimmo fermate   da agenti della polizia stradale che, dopo averci attentamente osservate da vicino, constatato che si trattava di  “tre simpatiche signore non più giovani”, insistevano per farci  da scorta seguendo il furgone su cui viaggiavamo?   Lucy alla guida, Helena ed io accanto già fisicamente provate, ancora un  filino assonnate e tutte con la sigaretta accesa, ci distraevamo tra nuvolette di fumo, chiacchiere e risate, dimentiche del mezzo stipato fino all’inverosimile: un unico brusco sobbalzo sui dissuasori sarebbe stato sufficiente a  provocare l’apertura delle portiere posteriori (da sempre difettose), con il rischio di passare un grosso guaio.

E che dire di quel fantastico servizio di piatti per dodici in porcellana purissima, decorato oro zecchino, dal valore esagerato, che decidemmo di caricare per ultimo affinchè fosse poi il primo a venire scaricato, con cautela?   Si trattava di un regalo talmente raffinato che, al pensiero della sua resa in vil denaro, ci eravamo sfregate le mani.  Giunte a destinazione, al posto assegnatoci trovammo ad attenderci Federica che senza esitazione, né alcuna precauzione, si precipitò ad aprire le portiere posteriori (come detto, malfunzionanti) favorendo così l’improvviso spaventoso assordante schianto a terra del gigantesco scatolone zeppo di preziose stoviglie; fu impossibile recuperare un solo componente.

Federica, so che ti ricordi: pallida e spaventatissima, tra le lacrime ci chiedesti scusa mille volte, ma noi,  impietrite, non riuscivamo a sentirti anche a causa delle divertite risate dei molti espositori accorsi ad osservare l’accaduto.  Con tanta rassegnazione, e più di un nodo in gola, raccogliemmo diligentemente  i cocci; Rossana arrivata in nostro soccorso sentenziò: “Con questa premessa, prevedo giornata nera”.   Confesso che Helena ed io, addette alla sezione “libri, dischi, cd, francobolli e quadri”, in quel frangente vedemmo andare in frantumi anche una montagna di cibo, eccedente “la solita scorta”, che avremmo potuto acquistare il mattino successivo.

La profezia di Rossana, alla faccia della sfiga per il servizio chic andato in duemila pezzi!, si rivelò inesatta, infatti, in quella indimenticabile giornata, –  anche per questo motivo ancora ce la ricordiamo bene -, realizzammo un profitto sbalorditivo, del tutto insperato, il più sostanzioso dei nostri trent’anni di carriera da venditrici caritatevoli.

In moltissime occasioni abbiamo potuto constatare che stavamo vivendo insieme il susseguirsi di indimenticabili eventi “miracolosi”, l’ultimo dei quali – Rossana ti ringrazio per avermi aggiornata – è la notizia che, l’Amministrazione Comunale dopo anni di “nostre battaglie”, ed a seguito della chiusura dei locali angusti ed inadeguati di cui disponevamo,   ha finalmente stanziato un’ingente somma per l’affitto della nuova sede Caritas, più ampia, accogliente, decorosa e meglio organizzata, inaugurata di recente.

Care amiche, ragazze della mia età, da qualche anno sono lontana da voi ma oggi non ce la faccio a nascondere la nostalgia; con affetto vengo a trovarvi insieme ai buoni ricordi e ad ognuna di voi esprimo la mia profonda gratitudine per il BENE condiviso.

 

11 giugno 2018

Il tuo diario

Jessica,

sono contenta tu abbia scelto di mettere a parte il nostro piccolo, prezioso Laboratorio, di questa nuova esperienza, sempre catartica, diventata ormai per te una buona abitudine di cui giustamente andare orgogliosa.    Per farti sapere cosa penso del “tenere un diario” prendo a prestito sagge parole di Henry Miller: “Con il tuo diario puoi smettere di essere una persona sensata e di pretendere di avere la testa sulle spalle”; contenesse anche narrazioni scandalose, la libertà di pensiero é un valore inestimabile che serve per dare respiro, spazio e consistenza al flusso della conoscenza.

Come a suo tempo svelato, tengo più di un diario su cui scrivere; rarissimamente rileggo e dal momento che in quello “personale” metto a nudo l’anima non desidero certo diventi ad “usum populi”.   Scritto in un linguaggio che mi appartiene, appassionato, espressivo, colloquiale e talvolta, perché no?, un tantino volgare, é quindi tutt’altro che curato, elegante, raffinato o forbito.   Ed io, essendo “scrittrice per caso”, conosco i miei limiti espressivi, litigo con la grammatica, bisticcio con virgole e maiuscole e spesso purtroppo, per la fretta di raccontare, incappo in svariate sviste grossolane.

Dopo la piacevole lettura del tuo racconto ho esclamato “Beata te!” perché conosci alla perfezione una lingua straniera.   In tal modo, oltre a dimostrarti persona istruita e colta, incidentalmente, sei stata pure “giudiziosa” e, così, non sarà possibile a chiunque “spiare” i tuoi scritti per carpire i tuoi segreti.

 

 

 

 

Creatura “Affa ssi nan te”

Se mi fosse stato consentito, la creatura che avrei voluto “scegliere” sarebbe stato Ilya e fu proprio lui, un bambino di dieci anni, quello che poi ci venne “assegnato”.   Fu l’ultimo a scendere dal pullman, il solo a presentarsi cadendo a terra, inciampato nelle proprie scarpe e la mia anima, amante dei deboli, dei distratti e degli stravolti, ne rimase catturata. Lui se ne stava rintanato in un magrezza eccessiva, accentuata dall’altezza e da un pallore malsano, nascosto dietro ad un paio di occhiali da vista grigi, enormi, usurati ed improponibili, con lenti a “fondo di bottiglia” e ad una timidezza amica del suo lieve, costante, tremore alle mani.  Era arrivato in pulmann in compagnia di altri 31 bambini, belli e biondissimi, provenienti da Novozybkov, città della Bielorussia: altrettante famiglie, pronte ad ospitarli con cuore e calore, se li sarebbero  portati a casa per cinque intense settimane emotive.

Per raccontare del suo “soggiorno di risanamento” mi occorrerebbe almeno un quaderno; due, invece, per esprimere la sensazione di aver ricevuto molto di più di quello che ho dato.  La sua “vacanza terapeutica” serviva a dargli una speranza di vita in più, accrescendo le difese del suo organismo con cibi sani, ricchi di proteine e vitamine (alto 1,40mt pesava soltanto 23 kg!), a fornirgli anche un paio di occhiali da vista, che avrebbe scelto dalla montatura color rosso fuoco.

Ci eravamo preparati all’impegno che ci attendeva affinché l’impatto con la sua realtà, – i suoi limiti fisici, la probabile nostalgia, le crisi di “apnea notturna”-, non ci destabilizzasse: la mia famiglia aveva frequentato per quattro mesi un corso di lingua russa; prenotato una cara amica ucraina (fortuna volle abitasse vicinissima) per supportarci nel caso di un’emergenza; contattato il nostro medico di base per eventuali problematiche di salute, a noi sconosciute. Per facilitarci reciprocamente la conversazione, in casa, avevo appiccicato ovunque! un’infinità di post-it gialli, con domande e risposte scritte nei due idiomi: appeso all’uscio, tra palloncini colorati, spiccava lo striscione “Benvenuto”.

La domanda del primo foglietto, in alto sul vetro della porta del bagno, recitava: “Preferisci la vasca o la doccia?”   Peccato che Ilya non conoscesse la risposta: ci fece capire a gesti che preferiva “nuotare”.  Incuriosito, chiese timidamente a cosa servissero il bidet e la carta igienica e, ascoltando la spiegazione del loro uso, divenne particolarmente inquieto. Entrato nella vasca gli porsi la spugna e mentre versavo nell’acqua alcune dosi del  bagnoschiuma, in un lampo mi strappò di mano la confezione, svuotando l’intero contenuto sul proprio petto.  Poi, mulinando velocissimo l’acqua con le braccia lanciava a piene mani la schiuma in aria, soffiando sulle bolle: queste, raggiunto il soffitto, mi inzupparono allegramente da capo a piedi.

Sghignazzammo come pazzi e, quando iniziò a cantare a squarciagola, battere le mani per applaudirsi, ridendo di gioia quasi fino a soffocarsi, fui colta da una commozione indescrivibile, la stessa che provo ancora adesso.   Farlo uscire da quella bolla di felicità fu un’impresa davvero molto, molto ardua.  Seppi poi da Julia, l’amica ucraina che mi aiutò, che in una lettera indirizzata alla madre Ilya descrisse l’entusiastica avventura del suo “bagno schiumato”, vantandosi di averlo fatto “come in Italia”.

Creatura facile da amare, era un bambino gentile, educato, intelligente, curioso e affettuoso, ma la sua estrema fragilità si rivelò spiazzante.   Non riusciva a salire gli scalini di casa, a turno ce lo caricavamo sulle spalle; non era in grado di afferrare o lanciare una palla, nè di “giocare a calcio”. Il giorno in cui vide la bicicletta che gli avevamo procurato, scoppiò in un pianto inconsolabile: conscio dei propri limiti fisici e del poco equilibrio di cui godeva, stava malissimo. Lo tenni stretto al cuore, cullandolo tra le braccia, confortandolo a lungo con tenere carezze e, per un po’, piansi anch’io sommessamente.

Come detto, di questo meraviglioso bambino avrei molto da scrivere, mi limiterò a considerare altri momenti vissuti insieme, iniziando con il ricordare che ignorava completamente l’uso del denaro –  con le monetine giocava “alle biglie” -; non era mai entrato in un negozio, dal barbiere, in un supermercato né in un’auto.  Ci teneva tantissimo ad essere fotografato, seduto orgogliosamente al posto di guida, le mani strette al volante, la portiera spalancata ed il sorriso abbagliante: si sentiva “like a great hero” (parole sue). Farlo scendere dal mezzo si rivelò, tutte le volte, un’impresa per niente facile.

I bambini nati nella sua stessa regione, che nell’ aprile del 1986 era stata investita dalla nube tossica della centrale nucleare di Cernobyl, provenivano da famiglie numerose, vivevano in fattorie fatiscenti in mezzo alla campagna più povera, soffrivano – in varie forme – per una salute mimata da quel terribile evento.   Per recarsi a scuola, lontana  chilometri, erano costretti ad attendere a lungo l’arrivo di un bidello (che non sempre arrivava) che li avrebbe “raccolti” a bordo di un carretto trainato da cavalli: il problema era che, essendo creature debolissime, quasi sempre venivano sopraffatte dal sonno e si addormentavano sul ciglio delle strade.

Talvolta Ilya chiedeva di poter vedere i cartoni animati alla Tv: davanti allo schermo si assopiva nella frazione di un secondo netto, rischiando di cadere dal divano: imparammo così a proteggere il suo delicato corpo con molti cuscini.  Scoprimmo che tutti i “nostri” bambini Bielorussi conoscevano quattro parole “internazionali”: mamma, coca cola, ciupaciups e kinder; diversamente dagli altri però, Ilya era colto e, fu una piacevolissima sorpresa scoprire che si esprimeva in un buon inglese. Prima della ripartenza, aveva anche imparato a parlare in italiano.

A proposito del suo ritorno a Novozybkov, ricordo che l’entusiasmo per la possibilità di volare lo aveva eccitato moltissimo, quasi fino a togliergli l’appetito ed il sonno.   Ilya aveva molto sofferto, anche la sete e la fame, durante il viaggio di andata, durato oltre le 36 ore, poiché avvenuto con svariati mezzi di fortuna.    Venti anni orsono,  – oggi non so se è ancora così –  a quei bambini era consentito lasciare la Patria in aereo solo  accompagnati dai loro genitori.    Tutte noi, famiglie ospitanti, concordammo valesse la pena offrire ai bambini il viaggio di rientro in volo – fattibile dall’Italia in presenza di due adulti ed un medico, della limitata durata di 8 ore! – coprendo volentieri il costo per l’enorme bagaglio che li accompagnava; questo, grazie anche alla generosità di parenti, amici, vicini di casa e di  alcuni sponsor, conteva ogni ben di Dio: dispositivi sanitari, prodotti per l’igiene – tra cui, con certezza, confezioni di schiuma da bagno – vestiti, giocattoli, regali anche per le loro numerose famiglie, senza trascurare, allora si usava farlo, il voluminoso album delle foto-ricordo.

Il giorno della partenza, arrivati in aereoporto con largo anticipo,  nonostante l’acuto dispiacere per il “distacco”, saggiamente evitammo tutti di mostrarci tristi. Io, mi appartai con Ilya e molto affettuosamente mi complimentai per la sua bravura, la simpatia, la nuova vitalità, la sua preziosa presenza.  Ne elogiai l’eleganza ed il suo aspetto sano e bellissimo: con sollievo si notava che le sue mani non tremavano, raramente inciampava e, miracolosamente, il suo peso era aumentato. Si commosse molto e con lo sguardo stampato nel mio, quasi a volermi sondare l’anima, mi abbracciò più volte forte, forte.

Poi, del tutto inaspettatamente, venne colto da un’inspiegabile agitazione e, saltellandomi accanto, mi indicava la borsetta, pretendendo gli consegnassi “subito, subito” il vocabolario tascabile bilingue, che custodivo all’interno. Non mi capacitavo della sua frenesia, ma un suo scaltro amabilissimo sorriso, che ben conoscevo, gli illuminò il volto quando, trovata la traduzione del vocabolo desiderato, me la indicò ridendo divertito.

Un’istante dopo, sorprendendo i numerosi presenti, a voce altissima, scuotendo le braccia verso l’alto, iniziò a cantilenare: “Non sono un bambino bravissimo, non sono un bambino bravissimo. Io sono “affa ssi nan te”. Affa ssi na nte! Affa ssi nan te!  Non sono un bambino…”.     In modo del tutto teatrale, travolto da una irrefrenabile risata, girandosi per osservare la mia reazione, finse di inciampare e finì col ruzzolare.

 

Sorprese della vita

Del tutto inattesa, a distanza di quattro anni mi è giunta una telefonata da Tina la mia primissima compagna di classe.   Ai tempi (ieri, negli anni ’50) le nostre mamme si conoscevano: la sua, con grande meraviglia di tutti gli abitanti del posto, unica giovane donna capace di guidare un camion!, dopo la scomparsa del consorte doveva gestire da sola un negozio di Alimentari.   Mi venne chiesto di passare a “ritirare” Tina per accompagnarla a scuola, incarico che presi a cuore scrupolosamente. Ero “di strada” – provenendo dalla periferia quella lontana e degradata – ed ogni mattina mi fermavo alla porta di casa sua per poi, insieme, incamminarci verso la “nostra” Scuola Elementare.

Tina mi sorrideva riconoscente, ma io avvertivo chiaro il disagio per il divario specifico che esisteva tra noi, disparità che non sfuggiva agli occhi degli altri dai quali, essendo affetta da mirmecofobia, lei amava molto essere notata. Lungo tutto il percorso, infatti, lanciando acutissimi gridolini, aumentando la stretta della mia mano, evitava di avere a che fare con  quelle “orribili bestiacce” (le innocue formichine) e saltellava come una cavalletta impazzita. Giunte a destinazione sane e salve, ignorandomi per l’intera giornata, dedicava ogni attenzione all’amica Mariangela, l’alunna prediletta dall’insegnante.     Una volta ultimati gli anni delle Elementari fu facilissimo perderci completamente di vista.

Se ricordo bene, trascorsi venticinque anni dal nostro ultimo incontro scolastico, un mattino per poco non mi scontrai con Tina all’angolo di una via: con estrema  incredulità scoprimmo di aver scelto entrambe di stabilirci nella medesima cittadina.  Trascorremmo un paio di ore tra abbracci, risatine, commozione, commenti sul passato, un paio di caffè (lei) troppe sigarette (io).   Ognuna aveva molto da raccontare e fu un avvenimento davvero piacevole, nonostante lei stesse attraversando un momento sofferto a causa del comportamento dei figli che crescevano in fretta e disobbedivano ancora più velocemente.

Mi invitò a visitare la sua lussuosa villa: il design interno era identico a quello di una stazione spaziale asettica ma, quello esterno invidiabile: era tutta circondata da un giardino rigoglioso, curatissimo, bellissimo, paragonabile solo a quello dei libri delle favole.

Abitavo con la mia famiglia in un vetusto, ampio, luminosissimo appartamento ubicato al secondo piano di una palazzina popolare; il suo interno era davvero peculiare: al fine di  rallegrare l’esistenza avevo scelto colori accesi sia per la moquette che per i caloriferi e perfino per le pareti. Il balcone, che affacciava sulla strada più trafficata, lungo nove metri e largo  -forse- uno, fungeva da “mio giardino”: accoglieva una ventina di grandi vasi di fiori, dalle varietà diversissime, che curavo amorevolmente.

Tina ed io non avevamo più avuto alcun contatto dal 2016, anno del mio arrivo a Mediglia; da qui  l’enorme sorpresa quando rispondendo a una chiamata al cellulare sono stata raggiunta dalla sua risata cristallina e da due parole: “Ciao accompagnatrice!”, proprio “quasi” come se gli anni non fossero mai trascorsi.  Ci siamo festeggiate a lungo, commosse e, ignorando l’orologio, con stupore, indulgenza, pazienza e tenerezza, abbiamo considerato buona parte della nostra “nuova e vecchia” esistenza che, essendo  preziosissima, comprende pure lacrime silenziose del cuore per il futuro dei nipoti, serena accettazione delle rinuncie ed un’immensa gratitudine per tutto il tempo avuto in dono.

 

Una lettera per voi, sorelle di penna

Sfilato il grembiule da tuttofare da sopra una tuta vecchiotta e comoda, sempre la mia preferita, immersa nel delizioso profumo di una “torta alle pere” appena sfornata, non potendo condividerla con voi, decido di accomodarmi davanti al computer e scrivervi per farvi – e farmi – compagnia.

Oggi, esattamente come ieri e come tutte voi, mi vedo costretta a “stare a casa” a causa del dominio diabolico di quel virus sconosciuto, letale, incomprensibilmente coronato che è venuto a trovarci.   “Faccio vasche” percorrendo centinaia di metri: giro per le stanze; essendo ormai tutto estremanente pulito, in ordine e funzionante almeno fino al 2024, so bene che vado cercando una risposta a pressanti interrogativi, ma lo schermo del domani è colorato di bianco e non presenta alcuna traccia di parole che amerei leggere.

Voi come state trascorrendo questi giorni pieni di ombre (nonostante un sole caldo e accecante) e di ore dilatate?    Vi capita di vivere improvvisi, legittimi, brevi momenti di cedimento?   A me sì, infatti è soprattutto attraverso la scrittura che combatto la buona battaglia per mantenermi serena, positiva, fiduciosa. Anche così riesco a sottrarmi alla depressione che potrebbe accalappiarmi e sedurmi per impossessarsi abusivamente di pensieri, idee, ricordi e sogni che appartengono a me sola.

Sorelle di penna mi mancate tutte, proprio nella misura in cui accuso la dolorosa  lontananza dalle persone a me care, che non posso abbracciare.  Sappiate però che è di cuore che vorrei potervi offrire il mio dolce: lo faccio, comunque, idealmente, anzi! libera  da guanti e mascherina “virtualmente”.

 

Pioveranno le stelle

L’affetto che Fernanda nutriva nei confronti della signora Bruna, una donna di trent’anni sposata e madre, persona seria, solida, paziente, concreta, positiva, durò la bellezza di cinque lunghi anni, ma non fu notato né raccolto e neppure ricambiato.

Sebbene ne avesse soggezione, Fernanda ammirava Bruna perché possedeva un’intelligenza ed un equilibrio invidiabili, un grande amore per la propria professione e sapeva donare calore e colore alle parole, arricchendole così la sfera esistenziale.

La signora dal canto suo però riservava eccessive attenzioni ad una certa Mariangela – unica erede di una famiglia davvero molto agiata. Costei si presentava regolarmente in ritardo, spettinata, seppure docciata di buon profumo e vestita con abiti eleganti, con regali costosi.  Fernanda nonostante i tanti talenti posseduti, mai avrebbe potuto competere con la cura che Mariangela poneva in atto nel mettersi in vista;  le era soprattutto precluso sorprendere Bruna con offerte di doni.  Inoltre, da tempo, associato ad una  timidezza cronica che rasentava la dislalia sillabica, soffriva di un disturbo, chiamato paralessia: parola orribile che lei detestava e si proibiva di pronunciare.  Avrebbe desiderato ardentemente cambiare la realtà dei fatti, che giorno dopo giorno le si ripresentava identica, amara, insopportabile, ma ancora non ne possedeva il potere.

A distanza di cinque lunghi anni, durante i quali Fernanda continuò a nutrire unilateralmente il proprio affetto, e proprio in occasione dell’ultima volta in cui ci sarebbero viste, venne sorpresa da Bruna che la pregò di attenderla all’uscita dell’edificio.

Una forte emozione si impossessò del suo cuore; seduta su uno dei bollenti scalini della rampa d’ingresso della Scuola Elementare, frequentata fino a quell’ultimo giorno, come volesse trarre coraggio dalla sua confortante presenza, stringeva incollata al petto la  cartella.   Dopo pochi minuti venne raggiunta da uno smagliante sorriso di Bruna che, staccatele pazientemente dalla cartella, una ad una, le dita sudaticce, afferrandole con vigore le mani la costrinse ad alzarsi.  Per la prima ed ultima volta la tenne tra le braccia  quasi fino a soffocare quel piccolo corpo contro il proprio energico e vellutato.

Fernanda scoppiò in un pianto irrefrenabile.  Asciugandole delicatamente le lacrime, sempre tenendosela stretta al cuore, la maestra le disse “ Puoi stare certa che non mi scorderò di te né tu di me. Sei una bambina speciale ed io posso solo augurarti un bellissimo futuro perché te lo meriti. Non piangere, vedrai che un giorno su di te pioveranno le stelle.”

 

* Oggi dedico a TUTTE VOI care compagne di viaggio, aspiranti scrittrici, questo raccontino spinta dal desiderio di donarvi la speranza di un cielo futuro costellato di nuove luci.

P.S. – Le persone che già mi avevano conosciuta ed amata nella vita precedente ricordano ancora che il mio nome era Fernanda.

 

 

Fuori da

Fuori da questa oscura notte

pieni di lividi per troppe botte

uciremo pallidissimi nel viso

sulle labbra un grande sorriso

 

Fuori da questa notte oscura

dopo il tormento e la paura

nonostante lunghissimi capelli

ci riconosceremo tutti fratelli

 

Fuori da questa notte oscura

di ognuno di noi avremo cura

guariremo le ferite sanguinanti

saremo felici davvero in tanti

 

Fuori da questa oscura notte

con chili di troppo e ossa rotte

sapremo leggerci nel cuore

riscoprendo la magia dell’Amore

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