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Julija

Otto di sera, sola in casa e qualcuno sta suonando il campanello alla porta. Sfilo i guanti di plastica gocciolanti e ancor prima di guardare dallo spioncino domando: “Chi è?” Una breve esitazione, poi una voce che conosco “Priviét signora Elvira. Sono io, Julija.” Invito la giovane donna ad entrare, la osservo e noto sul suo volto un’espressione nuova, indecifrabile.

Purtroppo mi sorge il sospetto che sia venuta a trovarmi, come spesso accade, perché ha necessità di “telefonare a casa”, in Ukraina, da un telefono fisso. L’avaro uomo anziano a cui presta assistenza non glielo consente mai, se non a pagamento. Così, mentre ancora ci troviamo in anticamera mi sento dire: “Sai dov’è il telefono Julija, chiama tranquillamente.” Scuote più volte il capo offrendomi un risolino spensierato.

“Kak dielà, signora Elvira?” “Sto bene, grazie. Vieni un attimo in cucina che ho ancora piatti da lavare.”

“Spasiba.” Si dirige verso una  sedia posta all’angolo, accanto alla finestra. Quello è il posto prediletto anche da Helena, la signora venuta dall’Est. Julija lo sa, l’ha conosciuta e sono diventate molto amiche. Mi sorride sorniona, rimanendo in silenzio. E’ alta di statura, esile di corporatura, la pelle ambrata, occhi di un azzurro incredibile con cui mi osserva mentre titilla con le dita della mano un ricciolo ribelle dei sui lunghi vaporosi capelli, dal colore fiammeggiante da sembrare una torcia accesa.

Julija è una persona calma, affabile e affidabile, a cui non viene mai meno il sorriso; quando arriva sembra portare con sè una folata d’estate.  Possiede una laurea in Ingegneria Meccanica: titolo che qui non le viene ancora riconosciuto e pur di rimanere in Italia svolge un lavoro impegnativo. E’ una delle tante  brave badanti precarie, sfruttate e sottopagate. Quando lo scorso anno a luglio, avendo ospite Ilya, il bambino Bielorusso, mi ero rivolta a lei per “un aiutino” come traduttrice, ci incontravamo già da due anni, abitualmente nei locali della Caritas.

“Quale novità mi porti?” domando mentre ci trasferiamo in soggiorno.

Risponde: “TasKà”,  ma se ne pente istantaneamente. Mordicchiandosi il labbro inferiore si corregge: ”Niet, niet. Non è questo oggi il mio grosso problema, signora Elvira. Stasera ho bisogno di te: puoi farmi fotocopie colorate dei documenti arrivati dal Consolato?”

Sono a conoscenza del significato profondo della parola ”Toska”. Si pronuncia “taskà” proprio come si trattasse di una conchiglia. Infatti lo è: racchiude in sé uno stato emotivo pieno di sfumature di tristezza, inquietudine, afflizione e  malinconia. Tutte emozioni che spesso Julija patisce. Difficile per noi europeri tradurre e comprendere appieno la  rilevanza di questo vocabolo. Non ha alcuna attinenza con la nostalgia, di cui lei afferma di non soffrire.

“Potevi già portarmeli quei documenti.”  Mi sorride grata. Sospira a lungo. Si rilassa, quasi a voler far scivolare via una forte tensione interna. Si alza in piedi e da sotto il maglioncino rosso, con un fulmineo gesto di magia, sfila una busta color arancione formato A4. Non riesco a trattenere una risata.

“Io nascondo, signora Elvira, documenti importanti questi miei.  Università, cert cer …come dire miei personalmente?”  “Sono certificati, come quello di nascita, quello di identità?”

“Si, anche di divorzio.” L’informazione mi coglie alla sprovvista. Lei osserva la mia espressione sbigottita e arrossisce lievemente. “Niet, non ti ho detto che giovanissima sono stata sposata a Kiev, scusa.” “Scusami tu Julija se sono rimasta così sorpresa. Ma, hai divorziato a vent’anni?” Sono al corrente, infatti, che ne compirà venticinque il prossimo mese di giugno; data la giovane età potrei esserle madre.

 “No, diciannove anni. Matrimonio kaput dopo quattro mesi, lui ragazzo violento e molto ubriaco di alcol. Studiavamo insieme. In mia Nazione non prevedere periodo di separazione: divorzio arriva presto, anche entro tre mesi.”  Incapace di spiccicare parola, ancora incredula, rimango muta. Lei mi tranquillizza: “E’ la verità vera, signora Elvira. Tu puoi leggere tutti i miei documenti che ho portato. Sono stati tradotti in italiano e hanno validezza.” “Non occorre Julija, ti credo. Andiamo a fare le fotocopie a colori. A cosa ti serviranno?”

Si illumina, spalanca le braccia, mi abbraccia teneramente ma con grande entusiasmo. Caspita! Ecco scoperchiata la pentola che ribolliva: è innamorata e sprigiona la sua frizzante, contagiosa felicità. “Porto tutti i fogli al mio fidanzato che è buono, bravo e mi aiuta. E’ un uomo serio, grande di trentasei anni e vuole vedere tutta la mia storia.” “E’ qualcuno che conosco?”  la curiosità è femmina…

“No è di un altro paese, qui vicino; lavora in una Banca e si è innamorato di me.” “E tu di lui, si vede anche al buio. Sono davvero contenta, Julija.” “Kojak, per favore, non dire al vecchio signore che tu sai tutte le cose di me.” “Tranquilla, lo conosco a malapena, e poi esce pochissimo di casa, vero?”

“Da, da. Troppo vecchio e malato e non gentile con me. Lui non sa ancora che presto vado via. Vado a vivere dal mio fidanzato che si chiama Fabio.” “E’ una notizia bellissima che mi rende molto felice. Ti meriti il meglio dalla vita.”  “Signora Elvira, mi dispiace tanto per noi; tu sei buona e hai aiutato me.” “Possiamo comunque tenerci in contatto telefonico. Io ci tengo.” “Da,da, ma io avrò tanto da fare per preparare tutto bene per bebè che arriva.” “Aspetti un bambino? Ma dove lo nascondi che sei così magra?” “No, no nascondere. Lui piccolo semino appena arrivato” e, con un sorriso che riempie la stanza, conferma la gravidanza sventolando due dita della mano.

E’ arrivato il mio momento di abbracciarla con affetto materno. “Abbi cura di te, mi raccomando. E soprattutto sii felice più che puoi, cara Julija. Ma non sparire, d’accordo?” “Niet, signora Elvira. Noi ci sposeremo presto, vedrai. Poi, quando è nato, ti porto il piccolo bebè di Julija e Fabio così diventi nonna.”

Celebriamo i fortunati eventi brindando con una tazza di the e con soffocate risatine contagiose. Io corro rischio di rimanere stritolata dai suoi calorosi abbracci.

“Ciao Julija. Arrivederci.” “Ciao signora Elvira. Do svidania. Arrivederci!” è talmente raggiante che scende le scale a volo d’angelo.  Sorrido divertita mentre richiudo la porta alle sue spalle. Sfilo le chiavi dalla toppa dal momento che i “maschi” di casa, – che si trovano allo stadio Meazza ad assistere ad una partita di calcio di “vitale importanza” -, rientreranno tardissimo.

Le ombre della notte sono scese sulla giornata e sulle case.  Ancora emozionata ed intenerita dalle improvvise sorprese della vita, mi dirigo verso la finestra della cucina per abbassarne la tapparella. Lo sguardo mi cade sulla “sedia preferita” dalle mie amiche straniere e noto la presenza di un foglietto a quadretti, ripiegato alla bell’e meglio. E’ del tutto inaspettato e sono più che certa non si tratti di un uno dei miei mille appunti, scritti in tutta fretta, che distrattamente semino per le stanze di casa.

Attratta ed intrigata lo raccolgo, lo apro lentamente, quasi timidamente. Incontro subito la spigolosa calligrafia di Julija e, alla vista dell’immancabile “Signora Elvira”, provo un’intensa amorevole commozione:  “Ho voluto essere, imparare, fare, avere mille cose che  – tu sai  – mi sono mancate. Adesso vorrei anche assomigliare un poco a te. Julija”

 Marzo 2004

P. S. 11 aprile 2021

Oggi, dopo aver sentito la notizia flash: ”Venti di guerra tra Russia ed Ucraina, con escaletion di minacce e movimenti di truppe”, ho deciso di pubblicare il racconto.

 

Il prigioniero n. 47497

In occasione della lettura della vivida, dolce, poesia “Il miele ereditato” di Barquero mi sentii stimolata a scrivere il racconto “Cose dell’altro secolo”: un affresco pieno di immagini famigliari, prese dal mio vissuto, che attraversavano molti anni della mia vita.

Con rammarico evidenziavo di non conoscere affatto mio padre. La mia convinzione, tra ipotesi e congetture formulate, era che a causa dell’esperienza traumatizzante della guerra la sua anima si fosse un po’ smarrita. Divenuta solitaria, lo induceva a sostenere una continua battaglia contro se stesso e a serrare sotto chiave sentimenti ed emozioni. Come scrissi, sulla sua persona disponevo di poche informazioni: il suo lavoro, il silenzio impostosi sul dolore e la sua eccessiva, ingiustificata, intransigenza.

Quindi non vi è traccia di un “nostro tempo” vissuto insieme. Incapaci entrambi di abbattere il muro della separazione, in un angosciante silenzio dei cuori, avevamo relegato la nostra parte migliore nel “Regno del non detto”. Mentre ne scrivo la tristezza mi fulmina e le lacrime insistono a pizzicarmi gli occhi. Provo pena per entrambi, ma  mi assolvo.  Avevo scelto, infatti, di allontanarmi da lui e dalle sue aspettative per privilegiare l’incontro con me stessa e abitare “la mia vita”. Certa che in tal modo avrei evitato di assomigliargli nel comportamento, nel carattere o nelle mie scelte future.

Oggi, grazie a mia sorella maggiore Livia, un insperato raggio di sole dalla potenza accecante ha fatto luce sul mistero che lo avvolgeva, confermando le mie supposizioni e la scelta di essermi rassegnata all’idea che papà ed io non avremmo potuto “conoscerci”.

Questa mia sorella, appassionata di storia, lingue straniere, e a tutt’oggi eccellente studiosa, con una telefonata mi ha anticipato l’invio di diverse e-mail, inerenti un gran numero di fatti tessuti nel tempo, descritti mantenendo un buon ordine cronologico. Talune notizie le aveva “strappate” a fatica, parola per parola, dalle labbra di papà prima che egli non fosse più tra noi.  Poi aveva potuto prendere visione di documenti personali, originali, da lui sempre gelosamente conservati, rendendoceli invisibili.

Alcuni anni orsono, sospinta da una legittima curiosità filiale, Livia – anche in nome e per conto di noi sorelle – si era posta in cammino andando alla ricerca delle radici, del passato e della storia del nostro genitore. Inizialmente, d’istinto, si era affidata ad un primo sconosciuto indizio: “Dippach”, che  risultò poi essere il nome di un luogo in Turingia.

Con ammirevole determinazione, decise di muovere i primi passi investigativi dirigendosi in quella direzione, prendendosi tutto il tempo necessario per affrontare un avventuroso viaggio a ritroso, lungo un minuzioso itinerario.

Una delicata missione “unificante”, un’ambiziosa ricerca della verità, fortemente voluta e portata a termine con la fattiva collaborazione di parecchi conoscenti, suoi cari amici di vecchia data, residenti in molteplici località europee.

Nel corso del suo viaggio, oltre a rinsaldare il legame con tutti loro, è riuscita ad instaurare nuove amicizie, a raccogliere informazioni, materiale, fotografie, notizie e curiosità. Incontrate le persone anziane, che abitavano ancora i luoghi frequentati da nostro padre, ha avuto la fortuna di intervistarne alcune.

“Apro” i testi delle e-mail e con curiosità, e turbamento, mi dedico alla loro lettura e rilettura. Non mi sarà facile riassumerne il contenuto, ma intendo provarci.

Il primo fatto che colpisce mi chiarisce la ragione per la quale papà impartiva i suoi “indiscutibili” ordini in una lingua rozza, che noi chiamavamo “ostrogoto”. Il nonno paterno, espatriato giovanissimo, aveva vissuto e lavorato in diverse case patrizie tedesche. Rientrato in Italia, si era sposato e con tutta la famiglia dedicato all’agricoltura. Nelle lunghe sere d’inverno insegnava alla numerosa prole elementi base di tedesco. All’età di ventiquattro anni, anche papà per un certo periodo aveva lavorato in Germania. Nella fattoria presso cui si guadagnava il pane imparò a fare “il gelato” manualmente con il latte eccedente il suo fabbisogno.

Scopro che per motivi diversi, tra i quali quelli legati all’evento bellico, visitò, lavorò, rimase ferito in guerra o fatto prigioniero, in molte altre località: dalla Turingia alla Sassonia, dalla Grecia all’Albania, la Prussia, zone confinanti la Francia o la ex Jougoslavia.

Mi viene meno il coraggio di domandarmi per quale bizzarra ed inspiegabile causa il ricordo che mi sono tenuta stretta fino a ieri non coincida affatto con alcuno di tali Luoghi.  Ho sempre creduto che papà, da Soldato dell’Esercito avesse partecipato dal ‘935 al ‘941, esclusivamente, all’occupazione italiana dell’Abissinia (ora Ethiopia). Mistero….

Negli anni devastanti della Guerra aveva patito l’inferno sotto ogni sua forma: fame, sete,  gelo, febbri malariche, torti, umiliazioni, insulti, infortuni, manganellate, ferite ed un’inconsolabile disperazione. Un triste destino si mise di traverso proprio nel giorno dell’Armistizio, l’8 settembre del 1943! La Wehermacht lo catturò facendolo prigioniero, assegnandolo ad una miniera, divenuta stabilimento militare dedicato alla produzione di “granate per Hitler”. Qui, fruendo di un unico pasto, lavorava sedici ore al giorno a trecento metri di profondità.

Nel 1945, all’arrivo della forze armate di Liberazione fu trovato ancora in vita, fortemente minato nel fisico. La sua miracolosa sopravvivenza venne attribuita alla capacità di compiere spontanee rinunce a favore di altri commilitoni e di sapersi adattare a inenarrabili situazioni disumane. Prima di poter rimpatriare rimase ricoverato per molti mesi e ricevette adeguate cure sanitarie ed una umanissima assistenza infermieristica.

Sono venuta a sapere molti altri episodi della sua vita. Dopo le scuole elementari fu costretto a faticare lavorando sempre “nei campi”, anche all’estero. In fanteria gli venne riconosciuto il grado di “tiratore scelto”. In prigionia gli furono insegnate importanti nozioni infermieristiche. Inoltre, per via della sua conoscenza della lingua alemanna, spesso gli furono assegnate funzioni di interprete!

Ancora malconcio, una volta rientrato in Italia, nel 1947 sposò la sorella della moglie di uno dei suoi fratelli. Poi, pedalando in sella ad una bicicletta decise di raggiungere la Lombardia. Insieme ad un gruppo amici, si mise fiduciosamente alla ricerca di un “buon lavoro” che gli consentisse di farsi raggiungere, entro breve tempo, dalla giovane sposa.

Dalla Fabbrica del Veleno, inizialmente venne assunto come muratore; anni dopo, ne divenne uno dei Poliziotti Privati. Un’occupazione dignitosa, impegnativa e mal retribuita. Papà alto di statura, con il portamento ed il passo militare, con la sua divisa di ordinanza mi metteva in soggezione, incutendomi ulteriore timore ed un battito rapido del cuore. Ricordo bene il completo grigio antracite, la camicia blu, la cravatta nera, il berretto con visiera, il cinturone corredato dal fodero per la sua personale “rivoltella.”

Dulcis in fundo.

La telefonata di Livia mi informa che – alla memoria di nostro padre – la Presidenza della Repubblica Italiana ha disposto la consegna della “Medaglia d’onore,” riservata agli Internati Militari Italiani nei lager nazisti dal 1943 al 1945.  In occasione del Giorno dedicato alla Memoria, il 27 di questo mese –  a causa del persistere della pandemia – lei sarà la sola congiunta presente all’evento. Il preziosissimo riconoscimento le verrà consegnato dalle mani del Prefetto di Sondrio durante una cerimonia ufficiale, che coinvolgerà i parenti di altri I.M.I., alla presenza di Sindaci, giornalisti, fotografi ed emittenti televisive.

Provo una sincera, immensa, gratitudine per Livia, per la sua determinazione e tenacia nell’aver voluto intraprendere il viaggio alla ricerca della storia che “ci appartiene e ci accomuna”. La ringrazio di cuore per essersi attivata affinchè nostro padre, “lavoratore coatto” per l’economia di guerra, avesse titolo per ricevere la Medaglia d’Onore.

A mio padre che anche da dove si trova mi starà ancora “tenendo d’occhio”, vorrei dire: “Quando il Sonno Eterno, reclamandoti, ti ha liberato da ogni memoria autobiografica che appesantendoti anima e mente non ti abbandonava mai, mi sono unita a te. Ho così accettato che la tua parte migliore dovesse comunque rimanermi dentro e appartenermi.”

21.01.2021

Le domande che vorrei porvi

Nel pomeriggio mi sono recata alla Biblioteca di Pantigliate per dare un’occhiata alle nuove proposte editoriali. In attesa che venga pubblicato – e, senza dubbio lo sarà prima della fine dell’anno -, il Fantasy di Valeria, ho scelto “Come un respiro” di Ferzan Ozpetek. L’ho già posizionato sul ripiano del mio comodino, sopra a “Becaming” di Michelle Obama.

Come sempre mi accade, più osservo le copertine dei libri più avverto un urgente desiderio: poter incontrare i rispettivi scrittori – meglio se tutti! – e porre loro domande mi stanno a cuore. E questa sera scelgo di metterle per iscritto, riservandomi di rivolgerle alle due scrittrici a noi più vicine: Benedetta e Valeria.  Spero che le nostre benvolute amiche in un futuro non troppo lontano vorranno qui appagare questo mio desiderio. Grazie.

A che età sei stata catturata dalla passione per la scrittura?”

Riesci a scrivere in questi mesi di sgomento, timori e silenzio risucchiante?”

Quando scrivi segui un particolare rituale? Per esempio: un  tipo di penna/matita/stilografica, certe luci nella stanza, orari preferiti, cibo da sgranocchiare a portata di bocca, musica di sottofondo, ecc.?”

Nelle ore dedicate alla scrittura tieni silenziato il cellulare?”

Quando riversi un testo nel PC è perché lo hai già scritto prima sul foglio mentale?”

Riscrivi spesso un concetto o un’intera pagina?”

Cestinare uno scritto ti cambia lo stato d’animo?”

Trovi sempre e con facilità il vocabolo più adeguato con il quale affinare le espressioni, per essere meglio compresa?”

 “Tu sei i tuoi personaggi o loro ti assomigliano molto?” “A quale di essi sei più legata?”

Oltre alla scrittura riesci a dedicarti ad altre passioni?”

Leggi molto? Se sì di quali argomenti o a quali letture non sai rinunciare?”

Puoi disporre di tempi e spazi che appartengano esclusivamente a te?”

Stiamo vivendo con affanno questo inspiegabile caos della pandemia che ci accomuna, facendoci oscillare tra speranza e disillusione. E’ una dimensione indecifrabile, del tutto simile ad un limbo sospeso nella nebbia, ma ho grande fiducia di poter postare questo scritto nel nostro sito. Lò farò, prometto, a seguito della conferma dell’avvenuta pubblicazione del libro di Valeria.

Pongo l’augurio di vederci tutte, presto, insieme alle nostre due scrittrici per nuovi amichevoli, stimolanti, incontri di cui sento (q.b.) la mancanza.

28.10.2020

Dolce gioco

L’amore gioca

si diverte

capovolgendo la realtà

ti viene incontro

con passi di velluto

si arrampica veloce

alle pareti del tuo cuore

improvvisa

l’innamoramento

infrange divieti

spariglia calendari

ride incontrollato

danza nei tuoi occhi

accendendo la fantasia

si diverte

Gioca l’amore

 

19/12/2020

 

 

Inopia

Il piccolo immobile, al cui interno sono sbucata alla vita negli anni ’50, apparteneva all’imponente e prestigiosa Industria per la quale lavorava mio padre. Stava incastonato tra molti altri, al terzo piano di uno di quattro affollati caseggiati, allineati come fiammiferi. Gli scrostati rivestimenti esterni mostravano un colore indefinibile, post bellico: un miscuglio di nero, grigio e giallognolo.

Le scale interne, con i loro parapetti e corrimano in legno, usurati e cedevoli, rappresentavano una costante insidia. Al piano terra, una buia e strettissima rampa conduceva ad uno scantinato, al cui centro  giganteggiava l’oscura presenza di una porta tagliafuoco. Era stata posta a protezione di un misterioso “Rifugio di Guerra N° 47” e nessuno di noi bambini ebbe mai l’ardire di avvicinarsi troppo.

Per rispettare le condizioni imposte dall’Industria, (il Diktat!), ogni famiglia condivideva l’appartamento con un secondo nucleo. Con spazi vitali insufficienti e l’unica risorsa economica rappresentata dalla paga mensile dei papà, si era talmente poveri da disporre a malapena dello “stretto necessario”. Obbligati a “resistere per esistere”, rinunciando, fatalmente, a buona parte – anzi! alla parte buona – della vita.

Quando, negli anni ’60 la Fabbrica raggiunse il suo massimo splendore, in molti  appartamenti si era già dovuto fare spazio ad altre famiglie operaie salite dal sud, i cui    figli ci chiamavano “polentoni” per sentirsi apostrofare “terroni”. Purtroppo i comportamenti  peggiorarono e le violenze fisiche e verbali si moltiplicarono.

I “grandi” stremati dal lavoro, usciti dalla Fabbrica al suono assordante della sirena, una volta giunti a casa si abbruttivano con l’alcool ed ogni minimo pretesto provocava scintille. Noi bambini assistevamo troppo spesso alle loro liti furibonde. Per questo, ma soprattutto  per comportamenti ben peggiori!, i nostri sguardi infantili andavano perdendo presto la freschezza ed il candore dell’innocenza.

Quando urgeva fottere la fame, la tristezza o il senso di soffocamento che pativamo, una volta terminati i compiti, proprio tutti! si scappava fuori casa a giocare all’aria aperta, nei cortili o nei prati. Qui ci sentivamo amici fraterni, autentici compagni di sventura.

La nostra vera ancora di salvezza – il nostro bene supremo – era rappresentato esclusivamente dall’obbligo di frequentare la scuola, nonostante le non poche difficoltà di apprendimento. Lo studio ci consentiva così di starcene lontano dagli adulti, dai loro  cattivi esempi, dai rimproveri incessanti e dai loro fuorvianti consigli. L’istruzione era in grado di supportarci nella crescita: apriva i nostri orizzonti, accendeva i nostri cuori e, per qualche spensierata ora, bruciava dispiaceri e paure.

7 Marzo 2017

Amo scrivere

Scrivo sempre molto. Ho sempre amato scrivere, come fossi nata per quello. Da tempo, la scrittura è diventata la mia dimensione, una vera casa da abitare. L’aspetto che più mi appassiona è “apprendere e apprendermi”: un’esperienza che mi dona soddisfazione.

I ricordi si autoalimentano mentre pulsano dentro di me, quasi come un secondo cuore. So che ogni ricordo può essere imperfetto e soggettivo, ma quando mi accingo a scrivere faccio una full immersion nella mia anima, che tutto ha registrato e tutto rende visibile all’occhio della mente.

Grazie alla nostra amica Valeria Giacomello, che ha messo a disposizione il sito per tutte noi partecipanti al Laboratorio di Scrittura, da un paio d’anni godo del  privilegio, della gioia e della fortuna di contribuire con parecchio materiale.

Per esprimere meglio i miei pensieri avrei dovuto studiare ed istruirmi maggiormente: sarei stata in grado di usare parole luminose, soprattutto  in questi momenti in cui la nostra umanità è come congelata. Non è stato possibile.

Questo nulla toglie al mio irresistibile desiderio di trovare e far circolare le parole giuste: quelle che ci fanno sentire vive e più vicine.

 

17/11/2020

I tempi cambiano

La parola sbagliata minaccia

colpisce

ferisce

perseguita

rovescia veleno

senza pietà

non trova pace

e ti priva di vita

 

La parola giusta senza esitare

strappa

il velo

dell’indifferenza

dell’egoismo

della malafede

dell’ipocrisia

e della diffidenza

 

La parola affettuosa regala

benessere

sorrisi e bontà

vive

appassiona

sorprende

e ti schizza via

dalla banalità

 

17.11.2020

Per amore, amore mio

Giorni perduti

implodendo

lentamente

nel purgatorio

delle sale d’attesa

 

Costruire un muro

attorno a me

mantenermi salda

Fingere

di non soffrire

 

Riversare il mio cuore

sulla carta

prepotentemente

Evitare

le vertigini

 

Giorni perduti

implorando

devotamente

nel labirinto

dei mille pensieri

 

La ciminiera

Dall’alto dei suoi centodieci metri la ciminiera svettava possente sulla periferia degradata, all’estremità del Paese.  La sua lunga ombra mobile e cupa, sovrastando i quattro vecchi popolati caseggiati, transitava sui vetri delle finestre delle abitazioni. Una torre maledetta di forma circolare, in cemento armato e mattoni rossi, simile ad un ciclopico sigaro che eruttava incessantemente fumo velenoso. Inquinandoci, intossicandoci ed indebolendoci.  Eppure, come tutti gli abitanti del povero quartiere operaio in cui vivevamo, anch’io coltivavo l’illusoria speranza di poterla scalare un giorno, prima di chiunque altro, fino ad arrivare alla bocca del suo camino…

L’insediamento industriale, posto ai suoi piedi, imponente e prestigioso, impegnando una forza lavoro di seimila unità, produceva molte nuovissime fibre tessili grazie alle eccellenti scoperte del suo Laboratorio di Ricerche, situato all’ interno. Anche mio padre, Poliziotto di Stabilimento – assegnato a estenuanti turni di lavoro per il controllo del chilometrico perimetro esterno -, vi aveva prestato servizio per quarant’anni. Inevitabilmente, sputando sangue, sudore, imprecazioni e rimettendoci la salute.

L’Industria accanto alla quale sono nata e cresciuta, sorta a fine anni ’20, negli anni 60 raggiunse il suo massimo splendore. Dal 1970 visse un lento declino, dovuto ad una profonda crisi del settore e nel 1982 cessò  ogni produzione. La malferma ciminiera, con altre sorelle minori, ora domina su quel che resta dell’immensa Fabbrica abbandonata, ormai trasformata in affollato sito per spacciatori, discarica abusiva e rifugio provvidenziale per senzatetto. Salita purtroppo agli onori (o, meglio, “ai disonori”) della cronaca nazionale per il degrado, lo spaccio, le sparatorie e le guerre tra clan rivali, – che vi hanno stabilito le loro fortezze militari -, é stata recentemente denominata  “Gomorrakech”.

Se oggi accarezzo l’idea di scrivere, lo devo al dispiacere vissuto davanti al frantumarsi di “quel” mio sogno di bambina, quando ieri due giovani “urban climber” italiani si sono avventurati per la prima volta nell’impresa di arrampicarsi sulla monumentale torre, sino a conquistarne la sommità. Provocando una scarica di pura adrelina nei presenti e filmando ogni loro passo, gli intrepidi scalatori hanno portato a compimento la spericolata iniziativa senza protezioni, senza autorizzazioni e, perfino, senza avvisarmi …

 

17 febbraio 2017

Il Capo

“Buongiorno, posso esserle utile?” “Buongiorno signora. Vorrei parlare con il Dott. Villa, se è disponibile. Me lo può passare per favore?” La voce dell’uomo in linea non è giovanile, ma interessante e mi piace: tradisce un bell’accento partenopeo.

“Chi devo dire?” “Mi chiamo Ciro, lui non mi conosce, però dispongo di questo numero di telefono ed ho necessità di parlargli personalmente. Può riferirgli che lo sto chiamando da Napoli?” “Per una pratica di lavoro?” “No signora mia, tutt’altro! Si tratta di una sorpresa che non si aspetta.” “Rimanga in attesa.” “Grazie.”

Mi collego con l’interno del Capo e chiedo se intende rispondere alla chiamata. “Ciro chi? Non ha un cognome?”  il tono è severo.   “Non lo ha voluto dire. E’ in possesso del mio numero diretto eppure sostiene di voler parlare solo con lei. Non vi conoscete; credo si tratti davvero di una sorpresa.”  “Come le è sembrato? Non sarà uno che vuole solo farmi perdere del tempo, vero?” ancora burbero. “Non credo. E’ un signore napoletano, educato e gentile.”  “D’accordo, me lo passi, grazie. Sentiamo un po’ cosa ha da dirmi.”  

Memore di passate esilaranti esperienze, per bizzarre sorprese messe in atto da colleghi burloni di altri uffici, chiedo ai miei compagni se sanno qualcosa di questa strana chiamata. ”Davvero misterioso questo fatto – dice Paolo offrendomi un bellissimo sorriso malizioso -. Cos’ha combinato signora Elvira? Questo tipo l’ha contattata e poi pretende di parlare con il Capo. Vorrei capire.” Mimma interviene ridendo e puntandomi scherzosamente il dito indice: ”Elvi, ricordami quando è stata l’ultima volta che ti trovavi a Napoli.”

“Oh, ma allora sospettate di me! A Napoli ci sono andata un secolo fa. Non c’è il mio zampino in questa storia e poi sapete bene che con il nostro Capo non si può scherzare. Non ci resta che aspett…” interrompo la frase perché dall’Ufficio confinante giunge una sonora risata. Ci osserviamo con incredulità. Paolo, saggiamente, si rende portavoce di un pensiero che ci accomuna: “Ecco la vera sorpresa! Dopo tanti anni che lavoriamo tutti insieme, credo sia la prima volta che sentiamo il Grande Capo ridere a cuor leggero.”

Un quarto d’ora dopo il Dr. Villa esce e viene verso noi scuotendo la testa. Ho l’impressione che  sotto gli abbondanti, curatissimi, baffi bianchi stia trattenendo una risatina. Sembra che la telefonata lo abbia molto colpito. Noi tre stiamo letteralmente morendo dal desiderio di sapere qual’é la notizia. Rispettosamente – dal momento che lo sappiamo uomo serio, pieno di riserbo – ci limitiamo a lanciargli veloci sguardi interrogativi.

“Questa ve la devo proprio raccontare” dice.  “Finalmente!” penso e mi scappa un ampio sospiro di sollievo.  Paolo aggiunge: “Era ora, Capo!” intanto mi lancia uno sguardo aggressivo.

“Ricordate, vero, che in occasione del terremoto In Umbria e nelle Marche avevamo aderito ad una raccolta a favore dei sinistrati?  “Si riferisce al terremoto di due anni fa?” chiedo con stupore.  “Brava!, proprio quello avvenuto nel settembre 1997.”  “E allora?” lo sollecita Paolo “l’impaziente”.

Di comune accordo avevamo provveduto a donare nuovi capi di abbigliamento invernale” si  avvicina alla finestra che affaccia su Piazza Duomo e getta una occhiata fugace al magnifico panorama.  “In quella occasione, avevo regalato un loden verde da uomo della mia taglia. Nella tasca interna avevo pure infilato un biglietto pressappoco scritto così ’Se hai bisogno di qualcos’altro, posso aiutarti. Telefona a questo numero – e ho riportato quello di Elvira – ti risponderà la mia segretaria.’  Naturalmente ho anche aggiunto la data ed i miei dati.”  Poi, rivolto alla sottoscritta: ”Signora Elvira, mi dispiace non averla avvertita a suo tempo.”  Accetto volentieri le scuse. In cuor mio gli sono davvero grata per aver risolto il rebus.

Mentre pendiamo dalle sue labbra lui tace, quasi a volerci tenere sulle spine. Una pausa insopportabile per Paolo che, sbuffando, chiede: “Possiamo sapere cosa c’entra il tizio di Napoli?” “Il signor Ciro di Napoli é un medico pediatra in pensione. Ieri al mercato rionale di Fuorigrotta ha acquistato un loden verde, ancora nella confezione originale, pagandolo   ottantacinquemila lire. In serata, mentre se lo riprovava, nella tasca interna ha rinvenuto il mio messaggio di due anni fa. Incuriosito, ha deciso di contattarmi. Voleva capacitarsi della ragione di quella mia nota scritta: non riusciva proprio a comprenderla. Credetemi, non è stato facile per me ricordare e ancor meno scegliere di non mentirgli. Temevo che, saputa la verità, si sarebbe agitato reagendo bruscamente.”

Il Capo inserisce un’altra pausa.  Di nuovo è Paolo a sollecitarlo: “Invece?” “Invece, scoppiando a ridere mi ha detto:  “Dotto’, aggio pigliato nà putente ‘mbruglià.  A mamma d’e fesse è sempre prena..” Nonostante il mio accento milanese, spero proprio di averlo pronunciato abbastanza bene. “Non ho parole, solo qualche parolaccia” commenta Paolo battendo con forza un pugno  sul ripiano della scrivania e facendo sobbalzare il portapenne. Mimma, la sola fra noi di origini meridionali, è ammutolita. Non alza più lo sguardo e con eccessivo vigore riprende a digitare sulla tastiera del PC, quasi a volerla disintegrare.

Sono troppo annichilita per esprimere anche un solo commento, per questo chiedo: “Dottore, cosa ha in mente di fare adesso?” “Semplice, quello che ho appena fatto” risponde elargendoci un paterno sorriso amichevole: “Ho invitato il signor Ciro a venirci a trovare. Ha accettato di buon grado mettendo in chiaro, con insistenza, che rifiuterà qualsiasi rimborso per il disturbo, il viaggio o per il suo bel loden.  Un gran signore questo medico napoletano! Vi terrò informati. Buon lavoro.”

 Settembre 1999

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