LE CAMPANE DI SANTA MARTA

Stefania uscì dalla doccia e afferrò l’accappatoio rosa.  Il piede scivolò sulla piastrella bagnata – per un attimo si vide già a terra in un lago di sangue, magari con una gamba rotta e gli amici tutti attorno, lei nuda. “Noooo!” disse a voce alta, anche se era sola. In extremis riuscì ad aggrapparsi al lavandino.

Guardò il piccolo lago che si era formato nell’angolo. Avrebbe dovuto asciugare, ma le campane di Santa Marta battevano già le dieci e gli altri sarebbero stati lì a momenti. Lasciò tutto com’era. Ci avrebbe pensato dopo.

 

Li raggiunse all’edicola: c’era Patrizia, che conosceva da vent’anni e l’aiutava sempre, Gabriella, che aveva visto raramente e francamente non le ispirava niente di buono, e un uomo che Patrizia le presentò come il suo amico Antonio. Alto, magro, capelli scuri. Aveva degli occhi neri molto intensi. Antonio le strinse la mano con una formalità quasi comica, come se fossero a un colloquio di lavoro invece che in vacanza al mare.

Si stavano avviando lentamente in direzione della spiaggia quando li raggiunse trafelata Daniela, la sorella minore di Patrizia. Si scusò per il ritardo, scambiò qualche battuta con la sorella, si fecero le presentazioni, poi il gruppo imboccò disordinatamente il vialetto lastricato di mattonelle di cemento che conduceva al lungomare. Alla vista del mare Antonio si fermò e respirò profondamente mentre il gruppetto proseguiva. Una gioia dimenticata si impadronì di lui, lui che era cresciuto in una località di mare; ora lo rivedeva dopo tanti anni ed era come ritrovare un’innamorata. Dolci promesse si stendevano all’orizzonte nel suo futuro. Guardò i suoi compagni di vacanza e si sentì estraneo, ma la vista del mare lo rincuorò: portava in sè mille possibilità.

 

Si stesero al sole allineati, con gli asciugamani vicini, come si usava da ragazzi.

Stefania si sfilò il vestito con naturalezza e si stese sull’asciugamano. Indossava un bikini color acquamarina che risaltava sulla pelle già abbronzata. Sciolse l’elastico e i capelli le caddero sulle spalle in una cascata di ricci ramati. Antonio la guardò stupito: non aveva immaginato che sotto il suo corpo di 50enne vestita in stile casual si celasse tanta perfezione. Sapeva da Patrizia che Stefania era sposata a un uomo facoltoso, frequentava attivamente la palestra e occupava una posizione di prestigio in una banca locale. Se l’immaginava annoiata dalla routine quotidiana, forse decisa a ritagliarsi i suoi spazi da un marito assente.

Antonio ascoltava con un orecchio le conversazioni delle quattro donne, che commentavano allegramente i bagnanti e la località marina, mentre con l’altro avrebbe voluto farsi cullare dalla sottile voce del mare e cedere alle lusinghe di un sonno che lo tentava da lontano, complice la lunga notte in treno per raggiungere la località da Bruxelles, dove lavorava come tecnico all’interno di un’organizzazione internazionale.

 

Stefania raccontò tra il divertito e il preoccupato della doccia di poco prima, di come si fosse allagato mezzo bagno senza che avesse avuto modo di asciugare. Antonio, per deformazione professionale pensando alle possibili conseguenze di un’infiltrazione d’acqua verso il piano di sotto,  si offrì prontamente di asciugare per lei quando fossero tornati, immaginando che nella casa al mare Stefania non avesse a disposizione domestici. Dai racconti di Patrizia, Antonio si era fatto un’idea precisa di Stefania: una donna benestante, abituata a vivere nell’agio e senza preoccupazioni economiche. La immaginava pranzare con l’argenteria su tovaglie di lino ricamate, mentre la cameriera serviva ravioli bollenti da raffinate zuppiere. Non sarebbe mai stato in grado di avere una storia con una donna così.

 

Arrivarono a casa di Stefania che le campane stavano scoccando l’una. Il soggiorno era luminoso e fresco, con un delicato profumo di erbe e frutta. Con gesti sapienti e misurati le quattro donne, come coordinate da un invisibile meccanismo ad orologeria interno, in men che non si dica apparecchiarono la tavola sulla terrazza piena di gerani rossi con un’allegra tovaglia a motivi marini, un’insalatiera colma di stuzzicanti verdure crude, salsine varie, diversi filoni di fragrante pane locale, i formaggi portati in dono da Antonio elegantemente disposti su un tagliere di legno accompagnato da minuscoli contenitori di vetro con miele e marmellate fatte in casa.

 

Antonio si diresse in bagno per asciugare. Entrando aveva adocchiato un mocio in uno sgabuzziono semiaperto. Lo prelevò insieme al suo secchio e si diede da fare per asciugare la copiosa quantità d’acqua che si era raccolta in un angolo del bagno.

Patrizia, passando dal corridoio per prendere le sedie, fece una smorfia impercettibile alla vista di Antonio che asciugava.

A lavoro ultimato, Antonio sistemò tutto e si sedette sul bordo del divano in soggiorno osservando le quattro amiche, un po’ smarrito e senza sapere bene cosa fare. Si sentiva a disagio. Era evidente che quello era un appartamento di proprietà, arredato con cura e dotato di rifiniture di pregio, lontano anni luce dagli asettici appartamenti per le vacanze a cui era abituato ad appoggiarsi quando faceva dei viaggi con le sue amiche.

 

Con la scusa di controllare se aveva asciugato bene, Patrizia lo condusse in bagno. Fece qualche commento velenoso sulle piastrelle mal posate, poi attaccò: “Ma perché ti sei offerto di asciugare tu? Poteva farlo lei, non è mica disabile.”

Antonio la guardò sorpreso. “Veramente avevo timore che l’acqua percolasse al piano di sotto, sai, poi il vicino si lamenta, l’assicurazione…”

“Ecco, sei sempre il solito,” lo interruppe Patrizia con quel tono che usava quando si sentiva in vena di criticare. “Uno zerbino. Sei diventato il suo zerbino personale. Il suo schiavetto!”

Antonio avrebbe voluto ribattere qualcosa, ma le parole di Patrizia gli avevano acceso in testa un pensiero che non riusciva a scacciare. Stefania che gli dava ordini. Quella voce calma e ferma. Lui che obbediva. Il pensiero lo attraversò veloce, quasi vergognandosene, ma lasciò una traccia di eccitazione che non seppe spiegare.

“Dai, vieni, si mangia,” lo richiamò Patrizia già sulla porta.

 

Attorno al grande tavolo Antonio sedeva accanto a Stefania, Patrizia e Daniela di fronte a loro, Gabriella a capotavola. Spirava una delicata brezza marina carica degli aromi delle piante della macchia mediterranea, che gonfiava le bianche tende della terrazza donando alla scena un’aria come in un film di Luchino Visconti.

Stefania ascoltava Daniela che raccontava dell’ennesima delusione sentimentale, ma con la coda dell’occhio osservava Antonio. Patrizia aveva ragione: era un tipo timido, impacciato. Le piaceva come si sforzava di seguire le conversazioni delle quattro donne senza riuscire davvero a integrarsi. C’era qualcosa di dolce in quella sua inadeguatezza. E anche qualcosa di… interessante.

Mentre passavano i piatti, Stefania colse l’occasione per sfiorargli con naturalezza la mano, così rigida, guardandolo fugacemente negli occhi. Antonio ne fu leggermente turbato, non sapeva neanche perché.

 

La conversazione scorreva leggera e la tensione muscolare che accompagnava Antonio in ogni situazione cominciò a sciogliersi, grazie anche a una generosa annaffiata di  Verdicchio di Jesi, contributo di Gabriella.

Improvvisamente Antonio sentì una pressione all’altezza del piede sinistro.

Un calcio accidentale, probabilmente. Continuò a mangiare le uova sode con la maionese senza pensarci.

La pressione tuttavia non si allentava. Anzi, era diventata una sorta di carezza leggera sulla caviglia.

Il cuore gli accelerò. Cercò di ricostruire mentalmente chi era seduto dove. Alla sua sinistra c’era solo Stefania. Ma no, impossibile…

Alzò gli occhi verso Patrizia, che parlava animatamente con Daniela. Poi guardò Gabriella, assorta nel suo piatto.

Si girò verso Stefania. Lei stava ridendo di qualcosa che aveva detto Daniela, il viso rivolto dall’altra parte, completamente presa dalla conversazione.

Il piede si mosse ancora, stavolta più deciso. Una pressione inequivocabile.

Antonio la fissò. Per un attimo i loro occhi si incrociarono. Stefania gli sorrise appena, poi fece una piccola alzata di spalle, come a dire “Non ho resistito”.

La sorpresa, l’eccitazione improvvisa, il vino – tutto insieme lo travolse. La mano gli tremò, il bicchiere oscillò e cadde nel piatto con un tonfo. Il vino bianco bagnò tovaglia e pantaloni, mentre il boccone che aveva in gola si infilò giù per il canale sbagliato e Antonio rischiò di strozzarsi.

 

Tutti gli sguardi si fissarono su di lui, tutte le ragazze, tranne Stefania che lo guardava sorniona, si precipitarono ad aiutarlo, chi gli dava grandi pacche sulla schiena, chi gli asciugava i pantaloni creandogli non poco imbarazzo, chi raccattava dal piatto i frammenti di vetro, chi asciugava il pavimento. Quando si fu ristabilita la calma, Daniela propose di andare a bere il caffè al baretto della spiaggia dove c’era un nuovo cameriere svedese, giovane e con un corpo da dio Apollo, che faceva il caffè con la cremina di zucchero. Le golose del gruppo, cioè tutte tranne Stefania, aderirono entusiasticamente alla proposta. Antonio vide in quella improvvisa ritrosia di Stefania un’occasione magnifica per starle vicino e accampò la scusa dell’esofago ingolfato per offrirsi di rigovernare insieme a lei.

 

Fu così che si ritrovarono soli. Non ebbe il tempo di pensare. Stefania lo spinse contro il muro con una forza che non si sarebbe aspettato. “Non è così che dovrebbero andare le cose” pensò, ma ogni fibra del suo corpo voleva obbedirle.

“Stai fermo,” gli sussurrò all’orecchio, e lui obbedì.

Lei lo baciò con dolcezza e urgenza insieme. Lui si lasciò condurre e ricambiò mentre il cuore accelerava.

Le mani di Stefania si muovevano sicure, decise. Slacciò la cintura dei suoi pantaloni con gesti rapidi ed esperti, senza esitazioni. Antonio provò a dire qualcosa, ma lei gli mise un dito sulle labbra. “Ssh.”

Aveva immaginato tutto diversamente, nei pensieri confusi che lo avevano accompagnato per tutta la giornata. Si era immaginato di dover conquistare, sedurre, fare colpo. E invece si ritrovò a seguire, a lasciarsi guidare da quelle mani che sapevano esattamente cosa volevano. E scoprì che gli piaceva.

 

Stefania si ricompose con naturalezza. Si sistemò i capelli, infilò un abitino bianco. Un sorrisetto malizioso le aleggiava sul volto.

Squillò il citofono, erano tornate. Mentre Antonio si precipitava in bagno, ancora confuso dalla velocità delle scene del film che lo vedeva protagonista, Stefania indossò gli orecchini e si avviò giù per le scale. Le campane suonavano i vespri.

Maria Amalia

Mi chiamo Maria Amalia, ho  l’hobby dell’uncinetto e frequento un gruppo che si ritrova presso il centro anziani Auser del mio paese.

Ho novantaquattro anni e, siccome vivo da sola e raramente ho ospiti, una settimana sì e una no faccio la torta allo yogurt per le mie compagne di uncinetto. Mi fanno un sacco di complimenti. A volte qualcuna mi chiede di confezionarle una presina, di vendergliela: io non vendo niente, semmai regalo. Sì, perché dopo antipatiche questioni, ho deciso di non vendere più nulla. Lavoro all’uncinetto per la parrocchia. Passo il tempo e mi aiuta a concentrarmi: mi alzo alla mattina alle sei, faccio colazione con caffè e biscotti, sciacquo i piatti e preparo gli ingredienti. Una volta pesati e messi in fila, accendo il forno e comincio a mischiarli. Mi piace pensare che, mentre cucino, le mie coetanee fanno cose simili: indovino le loro case, le loro vite, i loro pensieri.

Mentre la torta cuoce, sistemo la casa. Mi muovo col deambulatore, per cui vado piano, però faccio tutto: prima il letto, matrimoniale, donatomi da mia suocera buonanima. Non l’ho mai potuto soffrire, così convoluto e pesante, in stile spagnolo, ma ai miei tempi non si faceva gli schizzinosi. Poi innaffio le piante, che mi mette di buonumore e alla mia età ci vuole: basilico e prezzemolo, li aggiungo al pasto che mi portano a mezzogiorno. Per fortuna i volontari dell’Auser che me lo consegnano sono sempre allegri. Infine la sala-cucina, dove c’è il divano su cui lavoro all’uncinetto, leggo, guardo la televisione. Entro le dieci bisogna essere presentabili e lo deve essere anche la casa, diceva mia mamma.

Quando la torta è pronta, faccio la prova stecchino, spengo il forno e socchiudo lo sportello. Il vapore profumato si spande per tutta la casa e mi ricorda mia nonna, quando andavamo a trovarla nel fine settimana e lei preparava la torta per me e mia sorella.

Non ho avuto una vita facile, ma non mi lamento, e poi sono ancora qui, mentre la maggior parte dei miei coetanei se n’è andata da un pezzo.

Amo ascoltare la storia della vita delle persone. Quando ne ho la possibilità, cerco di ascoltare bene e memorizzare, poi a casa mi faccio i miei film e a volte li scrivo pure. Da giovane ho lavorato per un giornale ed ero anche brava, avevo un discreto numero di lettori. Oggi c’è Internet, io uso WhatsApp, ma a me piace ancora leggere il quotidiano di carta. In paese lo compro a giorni alterni, in vacanza lo prendo sempre. Ero un’avida lettrice, la mia maestra diceva che avrei potuto avere un futuro come scrittrice. Purtroppo in famiglia c’era bisogno del mio stipendio, così sono andata a lavorare presto, però ho fatto le serali e mi sono diplomata alle Scuole Magistrali.

Il mio primo lavoro è stato come insegnante privata per una famiglia di agricoltori del mio paese. Avevano tre figli, tutti e tre malaticci, così li facevano istruire privatamente. Oltre a me, che insegnavo italiano, storia e geografia, c’era il maestro di matematica, testa fina e gran viaggiatore, per lui presi la mia prima cotta. Ci scambiavamo bigliettini, mi faceva molti complimenti, ero bella a quel tempo, un figurino coi miei capelli lunghi e la vita sottile.

Mi offrirono un posto presso la scuola alberghiera: davo lezioni alla sera, in cambio ricevevo vitto, alloggio e un piccolo stipendio. Fu lì che mi appassionai alla cucina. Essendo diventata buona amica di una delle aiuto-cuoche, cominciai a raccogliere ricette. Risparmiavo ogni lira perché volevo affittare una stanza per conto mio, dove poter essere indipendente e cucinare.

Ora sono vecchia e molti cibi mi disturbano, ma allora potevo mangiare di tutto e lo facevo con giusto. In albergo affinai il palato e presto seppi distinguere una frittata da un’omelette francese, un budino da una mousse au chocolat.

Quando ebbi messo da parte un gruzzolo sufficiente, aprii un catering: lavoravo giorno e notte, a volte mi aiutava mia sorella, le soddisfazioni non mancavano.

Ebbi un discreto numero di amori. Grazie al mio lavoro conoscevo molte persone. Una volta fui invitata a un ballo da un affascinante diplomatico dell’ambasciata francese per il quale avevo organizzato un banchetto. Mi assediava da settimane, ero lusingata. Quella sera non stavo nella pelle! Un’amica mi prestò un abito di quelli attillati che lasciano le spalle scoperte. Gioielli non ne avevo, ma mi sentivo una dea in seta rossa. Camerieri in livrea servirono canapè e frittelle salate di zucchine. Ballammo tutta la sera; il mio cavaliere era galante e mi copriva di attenzioni, senonché verso fine serata lo vidi sbiancare mentre gli veniva incontro una bella donna che lo abbracciò con confidenza: era la moglie, tornata dalle vacanze in anticipo!

Ci rimasi male, ma mi servì di lezione.

Finii per sposare un cuoco. Giovanni era alto e gioviale, mi faceva ridere e sapeva ballare. Ci trovavamo insieme agli altri della brigata di cucina la domenica mattina, organizzavamo pic-nic degni della Regina Elisabetta, ognuno portava qualcosa, poi si condivideva sull’erba, come in un quadro di Toulouse-Lautrec. Alla sera Giovanni ed io andavamo in una sala da ballo e danzavamo fino a cascare dal sonno.

Ogni volta che mi portava fuori, Giovanni mi sorprendeva con un dolcetto preparato apposta per me. Continuò a farlo anche da sposati, in occasione di ogni evento importante: il compleanno, la nascita della nostra prima figlia, l’atterraggio della Missione Apollo sulla Luna, che chissà poi se ci andarono davvero.

Da quando mio marito non c’è più, qualche volta gli parlo e so che mi ascolta. Se sono in difficoltà, talvolta riesce anche a mandarmi un aiuto. Recentemente cercavo un documento, era il giorno del compleanno di Giovanni, improvvisamente sento un rumore, mi volto, vedo un libro caduto dalla libreria, aperto. Lo raccolgo: era aperto al Vangelo secondo Giovanni, all’episodio della guarigione del cieco nato. Lo poso sul tavolo, in quel momento il mio sguardo si posa sul documento che cercavo da tre giorni, appoggiato sulla credenza, che ho improvvisamente “visto”, come se prima fossi stata cieca. Ho ringraziato Giovanni e ho telefonato a mia figlia.

Colazione letteraria

Io soffro di insonnia. Da quando è morto mio padre vivo nel terrore di una grande disgrazia che si abbatterà su di me, non avrò il denaro sufficiente per mantenere questa grande casa in cui vivo, finirò sotto i ponti sola e derelitta, dunque dormo poco e in modo disordinato.

Generalmente però mi faccio forza e quando mi sveglio, solitamente tra le 4 e le 6 a seconda se è un periodo buono o meno buono, mi alzo e comincio a fare quel che c’è da fare.

L’unico giorno che mi sono riaddormentata a letto con le mie bambine mi sono svegliata alle 10.15. Il giorno della colazione letteraria!

Mi ero tanto rallegrata alla notizia di questo evento, me l’ero segnato sul calendario, mi ero immaginata come sarebbe stata e poi arrivo in ritardo!

Dunque ho sfamato in fretta e furia le creature, sono uscita e mi sono precipitata alla biblioteca indicata. Chiusa.

Ho controllato: l’evento era programmato per il giorno dopo.

In fondo non era un male.

In macchina, decido di dirigermi a cercare il detersivo per la lavatrice che mi manca da giorni, intanto telefono alla mia amica Laura, notoriamente non avara di parole. Mi fermo da lei e le racconto della colazione, lei è subito entusiasta e promette di venire l’indomani.

Scrivo alle organizzatrici per avvisare che saremo forse in due. In realtà poi si aggrega anche la figlia di Laura.

Il giorno dopo infilo una tazza in vetro sottile, la mia preferita, in borsa (si sa mai che ci vogliano far bere da dei bicchieri di plastica… orrore!) e mi presento nel luogo indicato.

Mentre scendo dall’auto mi accolgono Laura e sua figlia. Entriamo in una piccola biblioteca di paese, linda, luminosa e moderna.

Ci sono tre tavoli doppi apparecchiati con cura: tovagliette di pizzo, piatti di ceramica, tazze multicolori e bicchieri uno diverso dall’altro.

Su un grande tavolo sotto la finestra sono allineate le pietanze del buffet, dolci, salate e indefinibili, le caraffe, il pane tostato, tutte cose un po’ particolari.

Su una graziosissima panchina in legno con un romantico cuscino sono ammonticchiati i libri della parte letteraria della colazione: Estasi, Colazione da Tiffany, Il grande Gatsby, Persuasione di Jane Austen e altri che non conosco.

Una giovane donna in una corta gonna di velluto nero a coste e una maglia a righe rosse e nere sta già leggendo. Porta un rossetto dello stesso colore della maglia e ha due occhi azzurri molto belli e luminosi. Qualcuno mi sussurra che è la figlia del primo bibliotecario del mio paese. Buon sangue non mente.

Tenendoci per mano: I MELONI DI MIO PADRE

Sono nata in un piccolo paesino della Lombardia, dove gli inverni sono freddi e umidi e le estati calde e afose. Il vento non sapevo neanche cosa fosse. Io l’ottava di nove tra fratelli e sorelle, mio padre un padre-padrone. Quando avevo dodici anni mia madre morì, mio padre si risposò praticamente subito ed io, quasi la più piccola, imparai a fare da schiava ai miei fratelli più grandi. Fu così che appresi la gerarchia tra uomini e donne.

Mio padre commerciava in meloni. Avevamo campi e campi a perdita d’occhio, mio padre assumeva lavoranti per l’estate, che governava con pugno di ferro. Più tardi arrivarono le serre e più avanti ancora gli immigrati che lavoravano in nero per un tozzo di pane. I meloni si vendevano bene. Nella mia famiglia, nonostante fossimo in tanti, non abbiamo mai sofferto la fame.

Il giovedì e la domenica mio padre li caricava su un carretto trainato da due cavalli e li portava sulla piazza del mercato del paese vicino, a venti minuti di cammino. Là, sotto il sole, le massaie tastavano, annusavano, se li rigiravano tra le mani fino a scegliere il migliore, poi lo infilavano nella sporta a rete, a volte due, tre, quattro alla volta, e li portavano alle loro famiglie.

Io da bambina qualche volta aiutavo: mi arrampicavo in cima al carretto e sceglievo quelli che mi venivano indicati, ritiravo il denaro, quando fui in grado di contare davo anche il resto.

All’una, dopo aver ripulito lo spiazzo a noi assegnato, caricavamo l’invenduto e tornavamo a casa leggeri, dove la mia aveva preparato tre marmittone fumanti di pastasciutta al pomodoro, o la polenta. I miei fratelli ed io mangiavamo avidamente e in men che dica era tutto finito. A me toccava aiutare a rigovernare, poi si faceva il bucato e verso sera ci si ritrovava attorno al camino e alla stufa a legna a raccontare storie e a commentare i fatti della giornata mentre mia madre, le mie sorelle ed io ricamavamo. Le donne non dovevano mai essere inoperose, nemmeno nei momenti di riposo. Fu così che iniziai a preparare il mio corredo da sposa.

Poi non lo usai mai. Mi sposai presto, che il corredo non era ancora pronto, per sfuggire a quella vita di solo lavoro.

Conobbi mio marito in una calda sera d’estate profumata di fieno appena tagliato.

Siccome ero la ribelle di famiglia – ed essendo la penultima di acqua sotto i ponti ne era passata – decisi di saltare la cerimonia in chiesa e mi sposai solo in Comune, a Palazzo Reale a Milano. Per la mia famiglia fu uno scandalo e mi predissero morte e sventura. Fortunatamente non andò così male: con mio marito regalammo la vita a tre figli, che studiarono e ci diedero grandi soddisfazioni, vivemmo insieme fino a tarda età, in discreta salute e in buona armonia.

Quando morì mio padre, l’azienda fu rilevata da uno dei suoi fratelli più giovani, che aveva una nidiata di figli. Ogni tanto vedevo una delle sue figlie arrampicarsi sul pianale del furgone nella piazza del mercato e gestire le richieste di meloni delle massaie che, come nella mia infanzia, non mancavano. Le terre della mia famiglia sono ricche e i meloni ci crescono bene. Sono sodi, colorati, zuccherini. Ogni tanto ne sparisce qualcuno, dice mio zio, ma è nell’ordine delle cose. Una delle mie nipoti prenderà in mano le redini dell’azienda, lo vedo già, lei molto più capace e intraprendente dei suoi fratelli: ci sa fare con le signore, è gentile, complice, fa qualche euro di sconto e loro si sentono speciali, sentono di avere un’alleata, perché è donna, sta dalla loro parte. Mio zio è inflessibile e burbero, un gran lavoratore, ma con le persone non ci sa fare. Sua moglie lo assiste defilata, quasi spaventata e grata di quella figlia tardiva che le evita certe incombenze, questo regalo di Dio che sta tirando su le sorti della famiglia, con i suoi doni di diplomazia e il suo fidanzato instancabile lavoratore dalle mani d’oro, che ha rimesso a nuovo l’impianto elettrico di tutta la casa.

I miei fratelli sono tutti sposati, in chiesa naturalmente, e ognuno ha la propria famiglia. Non ci siamo spostati di molto, ci incontriamo ancora spesso per un motivo o per l’altro nei paesini intorno a quello dove siamo nati, spesso ci incrociamo al mercato o a qualche festa di famiglia. Io sono rimasta la pecora nera, ma nessuno mi deride più. La maggior parte di loro ha tresche o vive di apparenze, io amo mio marito: per strada ci teniamo per mano e aspettiamo la pensione mia per poter realizzare il nostro sogno di viaggiare. Nel frattempo mio marito si tiene impegnato, anzi, non ha un minuto libero e dice che non gli basta il tempo! Da pensionato!!

Appena è andato in pensione si è iscritto a un progetto di apicoltura alternativa, top-bar credo che si chiami, nel quale le api non vengono sfruttate come col sistema tradizionale. Nel giro di un anno ha fatto installare sul tetto della nostra casa pannelli fotovoltaici e un sistema di recupero dell’acqua piovana che ci fa risparmiare 600 metri cubi di acqua all’anno.

Le domeniche d’autunno traffica con i telai per gli alveari, le domeniche di primavera va alla ricerca di nuovi pascoli per le famiglie di api ormai cresciute, durante la settimana sforna pane e focacce che regaliamo ai figli e agli amici, poi si è aggregato a un progetto per far partire una comunità energetica nei paesi vicini, che purtroppo non si è realizzato. Mi sento fortunata quando riusciamo a fare qualcosa insieme!

Stalker

Anna lo conobbe un’estate mentre faceva una ciclo-vacanza in solitaria in Devon e Cornovaglia, Inghilterra sudorientale: coste frastagliate a picco sul mare, un vento che ti sferzava la faccia, un sole che sembrava di essere alle Maldive. Infatti, quando tornò, dopo una settimana di pedalate su e giù per le colline e i boschetti con top e pantaloni da ciclista, le colleghe le chiesero in quale isola tropicale aveva ottenuto quell’abbronzatura invidiabile. Nemmeno una goccia di pioggia in una settimana! In Inghilterra!

Ma stiamo divagando. Anna lo conobbe in un ostello della gioventù dove si era fermata una sera che non aveva trovato ospitalità in una fattoria come faceva di solito sul calar della sera. Lui lavorava come inserviente. Era inglese, disse di chiamarsi Philip. Le raccontò di aver venduto tutto dopo il divorzio, casa, auto e quant’altro, di essersi licenziato ed essere partito per una lunga vacanza intorno al mondo. Nei Paesi del nordeuropa si usa così. Forse un retaggio del Grand Tour rinascimentale.

Philip fu squisitamente gentile, si fermò a parlare con lei e aveva un accento elegante. Non era bello, ma lei era sempre stata affascinata più dall’intelletto che dall’apparenza. Rimasero a parlare dopo cena finché lui la invitò nella sua camera. Si intendevano a meraviglia, ma Anna rimase comunque sorpresa quando lui le propose di fermarsi a dormire lì. Sulle prime lei la prese come un’offerta cameratesca, per continuare la conversazione che scorreva così bene nonostante l’ora; solo quando lui si stupì, mentre preparavano il letto, che lei non volesse dormire con lui, capì le sue vere intenzioni.

Di quella notte ora, dopo più di 20 anni, ha un ricordo vago, ma della mattina successiva si ricorda benissimo: quando lei si svegliò, lui non c’era più, aveva iniziato il suo turno di lavoro. C’era però un vassoio con la colazione e una rosa, e un bigliettino gentile. Le si arricciarono gli alluci dal piacere. Prima di partire, Anna gli scrisse una lunga lettera descrivendo quanto era stata contenta con lui quei giorni

Quando Anna tornò nella cittadina vicino a Londra dove lavorava, cominciarono a scriversi. Dopo qualche settimana, lui annunciò una visita. Anna si rallegrò. Cominciarono a frequentarsi. Una volta lasciato quel lavoro temporaneo all’ostello, Philip si era trasferito nelle vicinanze di Anna e trovò ben presto un altro lavoro saltuario per mantenersi. Nella sua vita precedente aveva detto di aver lavorato in banca, ora scriveva per la BBC. Cose molto divertenti per spettacoli assai noti, ma che lei, essendo straniera, non conosceva. Ogni tanto lui le leggeva degli stralci, che lei regolarmente non capiva a causa dei numerosi doppi sensi, che ancora le sfuggivano in inglese.

Si frequentarono per alcuni mesi, Anna apprezzava il suo intelletto, la sua proprietà di linguaggio, i complimenti che lui non mancava di farle, ma il suo cuore non volava. C’erano delle stranezze in lui: aveva la mania di lavarsi. Si era rasato tutti i peli del corpo, per essere più pulito, diceva. Si lavava in continuazione, per di più con un sapone di cui ad Anna non piaceva l’odore (Palmolive). Lui si stupì molto quando lei glielo disse.

Ogni tanto avevano piccole discussioni, mai molto animate comunque.

Un giorno che si trovarono dopo il lavoro di Anna – lui l’aveva vista per strada – lui le rivelò di averla vista mentre scrutava il proprio riflesso in una vetrina, passeggiando. Anna ammise la sua civetteria, disse di non essere mai soddisfatta, di essere insaziabile di complimenti, per Philip sembrava essere una colpa grave.

A casa ebbero una discussione su piccolezze, come lavare i piatti e cose del genere. Di colpo lui le mise le mani attorno al collo e cominciò a stringere. Non per soffocarla, solo per farla spaventare. Lei si divincolò e corse in un’altra stanza. Non esistevano ancora i cellulari.

Quando sentì che se n’era andato, chiamò la polizia. Arrivarono due agenti, un uomo e una donna.

Philip prima di andarsene aveva fatto un grande mucchio al centro della stanza con tutti i vestiti di lei, tutti accatastati uno sull’altro.

Gli agenti dissero che per motivi di privacy non potevano rivelarle eventuali precedenti penali dell’uomo. Anna era costernata. Magari aveva a che fare con un maniaco sessuale, un serial killer, uno psicopatico, e lei non aveva diritto di sapere se aveva fatto del male ad altre donne.

Per alcuni giorni non lo sentì più, poi arrivò una cartolina di Philip in cui annunciava che stava partendo “per pascoli nuovi”, lontano. Anna tirò un sospiro di sollievo.