Stefania uscì dalla doccia e afferrò l’accappatoio rosa. Il piede scivolò sulla piastrella bagnata – per un attimo si vide già a terra in un lago di sangue, magari con una gamba rotta e gli amici tutti attorno, lei nuda. “Noooo!” disse a voce alta, anche se era sola. In extremis riuscì ad aggrapparsi al lavandino.
Guardò il piccolo lago che si era formato nell’angolo. Avrebbe dovuto asciugare, ma le campane di Santa Marta battevano già le dieci e gli altri sarebbero stati lì a momenti. Lasciò tutto com’era. Ci avrebbe pensato dopo.
Li raggiunse all’edicola: c’era Patrizia, che conosceva da vent’anni e l’aiutava sempre, Gabriella, che aveva visto raramente e francamente non le ispirava niente di buono, e un uomo che Patrizia le presentò come il suo amico Antonio. Alto, magro, capelli scuri. Aveva degli occhi neri molto intensi. Antonio le strinse la mano con una formalità quasi comica, come se fossero a un colloquio di lavoro invece che in vacanza al mare.
Si stavano avviando lentamente in direzione della spiaggia quando li raggiunse trafelata Daniela, la sorella minore di Patrizia. Si scusò per il ritardo, scambiò qualche battuta con la sorella, si fecero le presentazioni, poi il gruppo imboccò disordinatamente il vialetto lastricato di mattonelle di cemento che conduceva al lungomare. Alla vista del mare Antonio si fermò e respirò profondamente mentre il gruppetto proseguiva. Una gioia dimenticata si impadronì di lui, lui che era cresciuto in una località di mare; ora lo rivedeva dopo tanti anni ed era come ritrovare un’innamorata. Dolci promesse si stendevano all’orizzonte nel suo futuro. Guardò i suoi compagni di vacanza e si sentì estraneo, ma la vista del mare lo rincuorò: portava in sè mille possibilità.
Si stesero al sole allineati, con gli asciugamani vicini, come si usava da ragazzi.
Stefania si sfilò il vestito con naturalezza e si stese sull’asciugamano. Indossava un bikini color acquamarina che risaltava sulla pelle già abbronzata. Sciolse l’elastico e i capelli le caddero sulle spalle in una cascata di ricci ramati. Antonio la guardò stupito: non aveva immaginato che sotto il suo corpo di 50enne vestita in stile casual si celasse tanta perfezione. Sapeva da Patrizia che Stefania era sposata a un uomo facoltoso, frequentava attivamente la palestra e occupava una posizione di prestigio in una banca locale. Se l’immaginava annoiata dalla routine quotidiana, forse decisa a ritagliarsi i suoi spazi da un marito assente.
Antonio ascoltava con un orecchio le conversazioni delle quattro donne, che commentavano allegramente i bagnanti e la località marina, mentre con l’altro avrebbe voluto farsi cullare dalla sottile voce del mare e cedere alle lusinghe di un sonno che lo tentava da lontano, complice la lunga notte in treno per raggiungere la località da Bruxelles, dove lavorava come tecnico all’interno di un’organizzazione internazionale.
Stefania raccontò tra il divertito e il preoccupato della doccia di poco prima, di come si fosse allagato mezzo bagno senza che avesse avuto modo di asciugare. Antonio, per deformazione professionale pensando alle possibili conseguenze di un’infiltrazione d’acqua verso il piano di sotto, si offrì prontamente di asciugare per lei quando fossero tornati, immaginando che nella casa al mare Stefania non avesse a disposizione domestici. Dai racconti di Patrizia, Antonio si era fatto un’idea precisa di Stefania: una donna benestante, abituata a vivere nell’agio e senza preoccupazioni economiche. La immaginava pranzare con l’argenteria su tovaglie di lino ricamate, mentre la cameriera serviva ravioli bollenti da raffinate zuppiere. Non sarebbe mai stato in grado di avere una storia con una donna così.
Arrivarono a casa di Stefania che le campane stavano scoccando l’una. Il soggiorno era luminoso e fresco, con un delicato profumo di erbe e frutta. Con gesti sapienti e misurati le quattro donne, come coordinate da un invisibile meccanismo ad orologeria interno, in men che non si dica apparecchiarono la tavola sulla terrazza piena di gerani rossi con un’allegra tovaglia a motivi marini, un’insalatiera colma di stuzzicanti verdure crude, salsine varie, diversi filoni di fragrante pane locale, i formaggi portati in dono da Antonio elegantemente disposti su un tagliere di legno accompagnato da minuscoli contenitori di vetro con miele e marmellate fatte in casa.
Antonio si diresse in bagno per asciugare. Entrando aveva adocchiato un mocio in uno sgabuzziono semiaperto. Lo prelevò insieme al suo secchio e si diede da fare per asciugare la copiosa quantità d’acqua che si era raccolta in un angolo del bagno.
Patrizia, passando dal corridoio per prendere le sedie, fece una smorfia impercettibile alla vista di Antonio che asciugava.
A lavoro ultimato, Antonio sistemò tutto e si sedette sul bordo del divano in soggiorno osservando le quattro amiche, un po’ smarrito e senza sapere bene cosa fare. Si sentiva a disagio. Era evidente che quello era un appartamento di proprietà, arredato con cura e dotato di rifiniture di pregio, lontano anni luce dagli asettici appartamenti per le vacanze a cui era abituato ad appoggiarsi quando faceva dei viaggi con le sue amiche.
Con la scusa di controllare se aveva asciugato bene, Patrizia lo condusse in bagno. Fece qualche commento velenoso sulle piastrelle mal posate, poi attaccò: “Ma perché ti sei offerto di asciugare tu? Poteva farlo lei, non è mica disabile.”
Antonio la guardò sorpreso. “Veramente avevo timore che l’acqua percolasse al piano di sotto, sai, poi il vicino si lamenta, l’assicurazione…”
“Ecco, sei sempre il solito,” lo interruppe Patrizia con quel tono che usava quando si sentiva in vena di criticare. “Uno zerbino. Sei diventato il suo zerbino personale. Il suo schiavetto!”
Antonio avrebbe voluto ribattere qualcosa, ma le parole di Patrizia gli avevano acceso in testa un pensiero che non riusciva a scacciare. Stefania che gli dava ordini. Quella voce calma e ferma. Lui che obbediva. Il pensiero lo attraversò veloce, quasi vergognandosene, ma lasciò una traccia di eccitazione che non seppe spiegare.
“Dai, vieni, si mangia,” lo richiamò Patrizia già sulla porta.
Attorno al grande tavolo Antonio sedeva accanto a Stefania, Patrizia e Daniela di fronte a loro, Gabriella a capotavola. Spirava una delicata brezza marina carica degli aromi delle piante della macchia mediterranea, che gonfiava le bianche tende della terrazza donando alla scena un’aria come in un film di Luchino Visconti.
Stefania ascoltava Daniela che raccontava dell’ennesima delusione sentimentale, ma con la coda dell’occhio osservava Antonio. Patrizia aveva ragione: era un tipo timido, impacciato. Le piaceva come si sforzava di seguire le conversazioni delle quattro donne senza riuscire davvero a integrarsi. C’era qualcosa di dolce in quella sua inadeguatezza. E anche qualcosa di… interessante.
Mentre passavano i piatti, Stefania colse l’occasione per sfiorargli con naturalezza la mano, così rigida, guardandolo fugacemente negli occhi. Antonio ne fu leggermente turbato, non sapeva neanche perché.
La conversazione scorreva leggera e la tensione muscolare che accompagnava Antonio in ogni situazione cominciò a sciogliersi, grazie anche a una generosa annaffiata di Verdicchio di Jesi, contributo di Gabriella.
Improvvisamente Antonio sentì una pressione all’altezza del piede sinistro.
Un calcio accidentale, probabilmente. Continuò a mangiare le uova sode con la maionese senza pensarci.
La pressione tuttavia non si allentava. Anzi, era diventata una sorta di carezza leggera sulla caviglia.
Il cuore gli accelerò. Cercò di ricostruire mentalmente chi era seduto dove. Alla sua sinistra c’era solo Stefania. Ma no, impossibile…
Alzò gli occhi verso Patrizia, che parlava animatamente con Daniela. Poi guardò Gabriella, assorta nel suo piatto.
Si girò verso Stefania. Lei stava ridendo di qualcosa che aveva detto Daniela, il viso rivolto dall’altra parte, completamente presa dalla conversazione.
Il piede si mosse ancora, stavolta più deciso. Una pressione inequivocabile.
Antonio la fissò. Per un attimo i loro occhi si incrociarono. Stefania gli sorrise appena, poi fece una piccola alzata di spalle, come a dire “Non ho resistito”.
La sorpresa, l’eccitazione improvvisa, il vino – tutto insieme lo travolse. La mano gli tremò, il bicchiere oscillò e cadde nel piatto con un tonfo. Il vino bianco bagnò tovaglia e pantaloni, mentre il boccone che aveva in gola si infilò giù per il canale sbagliato e Antonio rischiò di strozzarsi.
Tutti gli sguardi si fissarono su di lui, tutte le ragazze, tranne Stefania che lo guardava sorniona, si precipitarono ad aiutarlo, chi gli dava grandi pacche sulla schiena, chi gli asciugava i pantaloni creandogli non poco imbarazzo, chi raccattava dal piatto i frammenti di vetro, chi asciugava il pavimento. Quando si fu ristabilita la calma, Daniela propose di andare a bere il caffè al baretto della spiaggia dove c’era un nuovo cameriere svedese, giovane e con un corpo da dio Apollo, che faceva il caffè con la cremina di zucchero. Le golose del gruppo, cioè tutte tranne Stefania, aderirono entusiasticamente alla proposta. Antonio vide in quella improvvisa ritrosia di Stefania un’occasione magnifica per starle vicino e accampò la scusa dell’esofago ingolfato per offrirsi di rigovernare insieme a lei.
Fu così che si ritrovarono soli. Non ebbe il tempo di pensare. Stefania lo spinse contro il muro con una forza che non si sarebbe aspettato. “Non è così che dovrebbero andare le cose” pensò, ma ogni fibra del suo corpo voleva obbedirle.
“Stai fermo,” gli sussurrò all’orecchio, e lui obbedì.
Lei lo baciò con dolcezza e urgenza insieme. Lui si lasciò condurre e ricambiò mentre il cuore accelerava.
Le mani di Stefania si muovevano sicure, decise. Slacciò la cintura dei suoi pantaloni con gesti rapidi ed esperti, senza esitazioni. Antonio provò a dire qualcosa, ma lei gli mise un dito sulle labbra. “Ssh.”
Aveva immaginato tutto diversamente, nei pensieri confusi che lo avevano accompagnato per tutta la giornata. Si era immaginato di dover conquistare, sedurre, fare colpo. E invece si ritrovò a seguire, a lasciarsi guidare da quelle mani che sapevano esattamente cosa volevano. E scoprì che gli piaceva.
Stefania si ricompose con naturalezza. Si sistemò i capelli, infilò un abitino bianco. Un sorrisetto malizioso le aleggiava sul volto.
Squillò il citofono, erano tornate. Mentre Antonio si precipitava in bagno, ancora confuso dalla velocità delle scene del film che lo vedeva protagonista, Stefania indossò gli orecchini e si avviò giù per le scale. Le campane suonavano i vespri.