Tutti gli articoli di Fiordipesco

La casa dei nonni

La tua amica ha suonato il campanello, uno squillo misurato. La accogli avvolta nello scialle chiaro all’uncinetto fatto da tua nonna. Il freddo è pungente, nell’aria odore di legna bruciata, in lontananza un nitrire di cavalli. Ciabattate insieme su per le scale di marmo rosa che profumano di sapone di marsiglia. Spingi la porta a vetri al primo piano ed entrate nell’ingresso che si apre sul salone: il pavimento è di marmo rosso, come si usava nelle case di campagna negli anni ‘70 del secolo scorso. Nel caminetto fiammeggiano delle candele bianche. La tua amica scorge in un lampo tutti questi dettagli insieme alla massiccia trave di rovere che sovrasta il caminetto. “Stiamo qui?” chiede mentre le fai cenno di accomodarsi nella cucina moderna nuova di zecca. “Ho visto che di là hai un bel caminetto acceso” ammicca lei con un luccichio negli occhi.
”Ma sì, stiamo pure di là” le concedi, mentre le mostri il soggiorno dove un accogliente divano a elle giallo invita a lunghe chiacchierate davanti alla grande porta finestra. Racconti alla tua amica che, anche se la stanza è luminosa, non ci stai molto volentieri perché la vista sulla piazza ti intristisce: quando eri bambina e in questa casa ci vivevano i nonni, lì davanti erano tutte marcite, non c’era un solo palazzo. Ora invece la casa si trova nel centro del paese.
La tua amica, che è tecnologica, identifica la tua Dracaena fragrans, poi collega il computer e cominciate gli esercizi di scrittura creativa. Tu scrivi a mano, vecchio stile, su un quaderno usato della nonna. Hai prodotto un incipit che non ti convince, ma vai avanti. Dopo 15 minuti vi fermate e ognuna legge ciò che ha scritto. Tu leggi senza emozioni, la tua amica ascolta e fa qualche commento. Tocca a lei. Mentre legge il suo incipit la tua mente vaga. Le fiamme delle candele danzano nel caminetto ormai in disuso. Devi chiamare il tecnico. Altri 15 minuti, ognuna di voi si tuffa nel proprio mondo interiore. Tu non senti più il tuo corpo, sei tutta dentro la scrittura. Il suono del citofono vi fa sussultare. Una voce concitata ti chiede se hai una coperta, c’è stato un incidente in piazza. Riconosci la tua amica Melania, la fai salire senza esitare. Mentre tutte e tre vi precipitate giù dalle scale con la coperta, Melania spiega che una ciclista è stata urtata da un’auto. Un’adolescente. Hanno già chiamato l’ambulanza. Forte del tuo corso di primo soccorso da volontaria della Croce Bianca, controlli le funzioni vitali della ragazza e la metti in posizione di sicurezza. I soccorsi arrivano subito, immobilizzano la malcapitata in barella e la portano al vicino ospedale a sirene spiegate. Rientrate in casa. Tu prepari un te caldo per riprendervi dall’emozione. Tra un biscottino e l’altro racconti alla tua amica che una cosa simile successe a tua nonna quando era adolescente: fu investita da un calesse. Per fortuna dei passanti intervenirono subito e lei si riprese, le rimase solo una leggera zoppia sinistra.

 

Tornate in soggiorno, dove le candele bruciano con fiamma flebile, annegata nella cera. Rileggi il tuo paragrafo: la calligrafia è la tua, le parole no. Le candele sembrano non esaurirsi mai.
Riponi il quaderno, la tua amica chiude il computer, la mattinata di esercizi è finita. Squilla il telefono, è Melania: è arrivata la notizia che la ragazza investita sta bene, ha una caviglia fratturata, ma l’hanno già ingessata e si riprenderà. “E’ la caviglia sinistra, vero?”chiedi. “Sì, come fai a saperlo?”. Noti che le fiamme nel caminetto ora danzano allegramente. Accompagni la tua amica al cancello, nell’aria uno zoccolìo di  cavallo.

LE CAMPANE DI SANTA MARTA

Stefania uscì dalla doccia e afferrò l’accappatoio rosa.  Il piede scivolò sulla piastrella bagnata – per un attimo si vide già a terra in un lago di sangue, magari con una gamba rotta e gli amici tutti attorno, lei nuda. “Noooo!” disse a voce alta, anche se era sola. In extremis riuscì ad aggrapparsi al lavandino.

Guardò il piccolo lago che si era formato nell’angolo. Avrebbe dovuto asciugare, ma le campane di Santa Marta battevano già le dieci e gli altri sarebbero stati lì a momenti. Lasciò tutto com’era. Ci avrebbe pensato dopo.

 

Li raggiunse all’edicola: c’era Patrizia, che conosceva da vent’anni e l’aiutava sempre, Gabriella, che aveva visto raramente e francamente non le ispirava niente di buono, e un uomo che Patrizia le presentò come il suo amico Antonio. Alto, magro, capelli scuri. Aveva degli occhi neri molto intensi. Antonio le strinse la mano con una formalità quasi comica, come se fossero a un colloquio di lavoro invece che in vacanza al mare.

Si stavano avviando lentamente in direzione della spiaggia quando li raggiunse trafelata Daniela, la sorella minore di Patrizia. Si scusò per il ritardo, scambiò qualche battuta con la sorella, si fecero le presentazioni, poi il gruppo imboccò disordinatamente il vialetto lastricato di mattonelle di cemento che conduceva al lungomare. Alla vista del mare Antonio si fermò e respirò profondamente mentre il gruppetto proseguiva. Una gioia dimenticata si impadronì di lui, lui che era cresciuto in una località di mare; ora lo rivedeva dopo tanti anni ed era come ritrovare un’innamorata. Dolci promesse si stendevano all’orizzonte nel suo futuro. Guardò i suoi compagni di vacanza e si sentì estraneo, ma la vista del mare lo rincuorò: portava in sè mille possibilità.

 

Si stesero al sole allineati, con gli asciugamani vicini, come si usava da ragazzi.

Stefania si sfilò il vestito con naturalezza e si stese sull’asciugamano. Indossava un bikini color acquamarina che risaltava sulla pelle già abbronzata. Sciolse l’elastico e i capelli le caddero sulle spalle in una cascata di ricci ramati. Antonio la guardò stupito: non aveva immaginato che sotto il suo corpo di 50enne vestita in stile casual si celasse tanta perfezione. Sapeva da Patrizia che Stefania era sposata a un uomo facoltoso, frequentava attivamente la palestra e occupava una posizione di prestigio in una banca locale. Se l’immaginava annoiata dalla routine quotidiana, forse decisa a ritagliarsi i suoi spazi da un marito assente.

Antonio ascoltava con un orecchio le conversazioni delle quattro donne, che commentavano allegramente i bagnanti e la località marina, mentre con l’altro avrebbe voluto farsi cullare dalla sottile voce del mare e cedere alle lusinghe di un sonno che lo tentava da lontano, complice la lunga notte in treno per raggiungere la località da Bruxelles, dove lavorava come tecnico all’interno di un’organizzazione internazionale.

 

Stefania raccontò tra il divertito e il preoccupato della doccia di poco prima, di come si fosse allagato mezzo bagno senza che avesse avuto modo di asciugare. Antonio, per deformazione professionale pensando alle possibili conseguenze di un’infiltrazione d’acqua verso il piano di sotto,  si offrì prontamente di asciugare per lei quando fossero tornati, immaginando che nella casa al mare Stefania non avesse a disposizione domestici. Dai racconti di Patrizia, Antonio si era fatto un’idea precisa di Stefania: una donna benestante, abituata a vivere nell’agio e senza preoccupazioni economiche. La immaginava pranzare con l’argenteria su tovaglie di lino ricamate, mentre la cameriera serviva ravioli bollenti da raffinate zuppiere. Non sarebbe mai stato in grado di avere una storia con una donna così.

 

Arrivarono a casa di Stefania che le campane stavano scoccando l’una. Il soggiorno era luminoso e fresco, con un delicato profumo di erbe e frutta. Con gesti sapienti e misurati le quattro donne, come coordinate da un invisibile meccanismo ad orologeria interno, in men che non si dica apparecchiarono la tavola sulla terrazza piena di gerani rossi con un’allegra tovaglia a motivi marini, un’insalatiera colma di stuzzicanti verdure crude, salsine varie, diversi filoni di fragrante pane locale, i formaggi portati in dono da Antonio elegantemente disposti su un tagliere di legno accompagnato da minuscoli contenitori di vetro con miele e marmellate fatte in casa.

 

Antonio si diresse in bagno per asciugare. Entrando aveva adocchiato un mocio in uno sgabuzziono semiaperto. Lo prelevò insieme al suo secchio e si diede da fare per asciugare la copiosa quantità d’acqua che si era raccolta in un angolo del bagno.

Patrizia, passando dal corridoio per prendere le sedie, fece una smorfia impercettibile alla vista di Antonio che asciugava.

A lavoro ultimato, Antonio sistemò tutto e si sedette sul bordo del divano in soggiorno osservando le quattro amiche, un po’ smarrito e senza sapere bene cosa fare. Si sentiva a disagio. Era evidente che quello era un appartamento di proprietà, arredato con cura e dotato di rifiniture di pregio, lontano anni luce dagli asettici appartamenti per le vacanze a cui era abituato ad appoggiarsi quando faceva dei viaggi con le sue amiche.

 

Con la scusa di controllare se aveva asciugato bene, Patrizia lo condusse in bagno. Fece qualche commento velenoso sulle piastrelle mal posate, poi attaccò: “Ma perché ti sei offerto di asciugare tu? Poteva farlo lei, non è mica disabile.”

Antonio la guardò sorpreso. “Veramente avevo timore che l’acqua percolasse al piano di sotto, sai, poi il vicino si lamenta, l’assicurazione…”

“Ecco, sei sempre il solito,” lo interruppe Patrizia con quel tono che usava quando si sentiva in vena di criticare. “Uno zerbino. Sei diventato il suo zerbino personale. Il suo schiavetto!”

Antonio avrebbe voluto ribattere qualcosa, ma le parole di Patrizia gli avevano acceso in testa un pensiero che non riusciva a scacciare. Stefania che gli dava ordini. Quella voce calma e ferma. Lui che obbediva. Il pensiero lo attraversò veloce, quasi vergognandosene, ma lasciò una traccia di eccitazione che non seppe spiegare.

“Dai, vieni, si mangia,” lo richiamò Patrizia già sulla porta.

 

Attorno al grande tavolo Antonio sedeva accanto a Stefania, Patrizia e Daniela di fronte a loro, Gabriella a capotavola. Spirava una delicata brezza marina carica degli aromi delle piante della macchia mediterranea, che gonfiava le bianche tende della terrazza donando alla scena un’aria come in un film di Luchino Visconti.

Stefania ascoltava Daniela che raccontava dell’ennesima delusione sentimentale, ma con la coda dell’occhio osservava Antonio. Patrizia aveva ragione: era un tipo timido, impacciato. Le piaceva come si sforzava di seguire le conversazioni delle quattro donne senza riuscire davvero a integrarsi. C’era qualcosa di dolce in quella sua inadeguatezza. E anche qualcosa di… interessante.

Mentre passavano i piatti, Stefania colse l’occasione per sfiorargli con naturalezza la mano, così rigida, guardandolo fugacemente negli occhi. Antonio ne fu leggermente turbato, non sapeva neanche perché.

 

La conversazione scorreva leggera e la tensione muscolare che accompagnava Antonio in ogni situazione cominciò a sciogliersi, grazie anche a una generosa annaffiata di  Verdicchio di Jesi, contributo di Gabriella.

Improvvisamente Antonio sentì una pressione all’altezza del piede sinistro.

Un calcio accidentale, probabilmente. Continuò a mangiare le uova sode con la maionese senza pensarci.

La pressione tuttavia non si allentava. Anzi, era diventata una sorta di carezza leggera sulla caviglia.

Il cuore gli accelerò. Cercò di ricostruire mentalmente chi era seduto dove. Alla sua sinistra c’era solo Stefania. Ma no, impossibile…

Alzò gli occhi verso Patrizia, che parlava animatamente con Daniela. Poi guardò Gabriella, assorta nel suo piatto.

Si girò verso Stefania. Lei stava ridendo di qualcosa che aveva detto Daniela, il viso rivolto dall’altra parte, completamente presa dalla conversazione.

Il piede si mosse ancora, stavolta più deciso. Una pressione inequivocabile.

Antonio la fissò. Per un attimo i loro occhi si incrociarono. Stefania gli sorrise appena, poi fece una piccola alzata di spalle, come a dire “Non ho resistito”.

La sorpresa, l’eccitazione improvvisa, il vino – tutto insieme lo travolse. La mano gli tremò, il bicchiere oscillò e cadde nel piatto con un tonfo. Il vino bianco bagnò tovaglia e pantaloni, mentre il boccone che aveva in gola si infilò giù per il canale sbagliato e Antonio rischiò di strozzarsi.

 

Tutti gli sguardi si fissarono su di lui, tutte le ragazze, tranne Stefania che lo guardava sorniona, si precipitarono ad aiutarlo, chi gli dava grandi pacche sulla schiena, chi gli asciugava i pantaloni creandogli non poco imbarazzo, chi raccattava dal piatto i frammenti di vetro, chi asciugava il pavimento. Quando si fu ristabilita la calma, Daniela propose di andare a bere il caffè al baretto della spiaggia dove c’era un nuovo cameriere svedese, giovane e con un corpo da dio Apollo, che faceva il caffè con la cremina di zucchero. Le golose del gruppo, cioè tutte tranne Stefania, aderirono entusiasticamente alla proposta. Antonio vide in quella improvvisa ritrosia di Stefania un’occasione magnifica per starle vicino e accampò la scusa dell’esofago ingolfato per offrirsi di rigovernare insieme a lei.

 

Fu così che si ritrovarono soli. Non ebbe il tempo di pensare. Stefania lo spinse contro il muro con una forza che non si sarebbe aspettato. “Non è così che dovrebbero andare le cose” pensò, ma ogni fibra del suo corpo voleva obbedirle.

“Stai fermo,” gli sussurrò all’orecchio, e lui obbedì.

Lei lo baciò con dolcezza e urgenza insieme. Lui si lasciò condurre e ricambiò mentre il cuore accelerava.

Le mani di Stefania si muovevano sicure, decise. Slacciò la cintura dei suoi pantaloni con gesti rapidi ed esperti, senza esitazioni. Antonio provò a dire qualcosa, ma lei gli mise un dito sulle labbra. “Ssh.”

Aveva immaginato tutto diversamente, nei pensieri confusi che lo avevano accompagnato per tutta la giornata. Si era immaginato di dover conquistare, sedurre, fare colpo. E invece si ritrovò a seguire, a lasciarsi guidare da quelle mani che sapevano esattamente cosa volevano. E scoprì che gli piaceva.

 

Stefania si ricompose con naturalezza. Si sistemò i capelli, infilò un abitino bianco. Un sorrisetto malizioso le aleggiava sul volto.

Squillò il citofono, erano tornate. Mentre Antonio si precipitava in bagno, ancora confuso dalla velocità delle scene del film che lo vedeva protagonista, Stefania indossò gli orecchini e si avviò giù per le scale. Le campane suonavano i vespri.

La fermata

Eleonora se ne stava diritta alla fermata dell’autobus, i corti capelli biondi che uscivano dal berretto alla cosacca. Annusò l’aria che sapeva di legna bruciata, come all’orfanotrofio. Il sole stava per tramontare sul Naviglio. C’era un’altra ragazza che aspettava annoiata.

“Ma quando arriva?” si domandò.

Da un’auto che passava a velocità sostenuta ruzzolò fuori un fagotto, che si fermò proprio ai piedi di Eleonora. Sorpresa, lei lo soppesò a distanza. Decise di lasciarlo dov’era.

L’autobus non arrivava. Sarebbe arrivata in ritardo al primo appuntamento.

Il fagotto emise un suono. Eleonora si irrigidì.
Nuovo suono. Un gemito, quasi. Eleonora si avvicinò sospettosa e lo sfiorò con la punta dello stivale, pronta a gridare. Il gemito si fece più forte. Pensò a un animale, lo sperò.

Ora anche l’altra ragazza guardava incuriosita, si stava avvicinando.

Stavano tutt’e due in piedi attorno al fagotto, su entrambe la stessa espressione spaesata.

Eleonora lo toccò più forte. Nuovo gemito, più alto questa volta.

Lei e la ragazza si accovacciarono contemporaneamente. Un debole vagito. Sussultarono entrambe.

Eleonora scostò i lembi del fagotto, vide un volto piccolissimo. Fece per prenderlo in braccio, poi si ricordò del corso di Primo Soccorso: primum non nocere. L’altra ragazza si accovacciò accanto a lei senza dire nulla, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Per un attimo restarono lì, immobili, a guardare il fagotto. L’ambulanza arrivò a sirene spiegate nel giro di cinque interminabili minuti.

I sanitari fecero le domande di rito, Eleonora chiese dove lo portavano.

– “Al San Matteo naturalmente”

– “Unità neonatale?”

– “Terapia intensiva. Non si faccia troppe illusioni.”

Arrivò in ritardo. Lui la guardò in silenzio, senza dire nulla. Lei rispose meccanicamente, la mente altrove. Non riusciva a smettere di pensare a quel volto troppo piccolo per avere già una storia.

Andò a dormire tardi, il sonno agitato da sogni confusi.

La mattina dopo era l’Immacolata, telefonò al San Matteo, si appuntò gli orari di visita.

– “Vuole scegliere Lei il nome?” le chiese l’infermiera quando Eleonora si presentò.

– “L’abbiamo trovato ieri, è sotto la protezione di Sant’Ambrogio. Si chiamerà Ambrogio.”

 

Ambrogio visse due giorni. Le lesioni interne avevano ceduto il passo a un’estesa emorragia.

Sul suo calendario mentale ora il giorno di Sant’Ambrogio portava una minuscola croce.

 

L’uomo dell’appuntamento la contattò dopo tre giorni e si incontrarono davanti alla chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro. Girovagarono per la città prima di riscaldarsi nella pasticceria Barbieri. Eleonora non aveva fatto parola con lui dell’accaduto, ma in quel momento non poté più tenerselo per sè. La reazione di lui fu misurata ma partecipe. Dopo due cannoncini, passeggiarono ancora e si ritrovarono alla fermata dell’autobus.

– “Ecco, è successo qui.” Eleonora indicò il marciapiede, esitante.

– “Qui? Non vedo nessuna fermata.”

– “È qui. C’era un cartello.”

– “Non c’è nulla.” disse lui, scuotendo la testa.

Eleonora guardò il punto esatto dove il cartello era stato.
Le sembrò strano che una cosa così evidente potesse sparire. O forse era sempre stato così.
Mentre stavano per andar via, si sentì chiamare:
– “Scusa, sei tu? Eravamo qui qualche giorno fa, io… noi… il bambino…”

– “Sì. Non ce l’ha fatta”disse Eleonora abbassando lo sguardo.
Rimase immobile per un istante, sentendo il rumore dei passi e del traffico intorno. In quel momento arrivò un autobus. Eleonora restò dov’era. La ragazza non c’era più.

Eleonora e Andrea si avviarono abbracciati verso Strada Nuova, nell’aria di nuovo quell’odore di legna bruciata.

La signora dagli stivali di gomma

Ogni mattina, andando al lavoro, attraverso una strada che conosco più per i suoi personaggi che per i suoi negozi. Corso Garibaldi è in centro e frequentata da cani e padroni di cani. Pavia è una città di cani, conduttori di cani, toelettatori di cani, odori di cani: ci sono barboncini, rottweiler, labrador, schnauzer, maltesi, weimaraner.

Ieri è stata smarrita Titti, una cagnolina bianca.

Mentre la sua famiglia tappezzava il quartiere di volantini, mi chiedevo se qualcuno, tra i tanti volti noti che incrocio ogni giorno, sapesse qualcosa, custodisse un’informazione preziosa dietro un’espressione distratta.

La sua famiglia – mamma, papà e figlia – aveva mobilitato il quartiere con avvisi e appelli disperati. Io l’avevo scorta quella stessa mattina, al guinzaglio del suo papà.

Tramite lo smarrimento di Titti sono entrata in contatto con altri proprietari di cani, tutti in qualche modo toccati dalla scomparsa della cagnolina e speranzosi che venga ritrovata.

In un afoso pomeriggio di luglio, mentre tornavo a casa dopo una giornata particolarmente frustrante in ufficio, ho fatto la conoscenza di Sara, una barboncina fulva senza tante arie come spesso i barboncini, ma avida di coccole. Ho scambiato due parole con la sua mamma umana, che mi ha confidato di non fare grandi giri con la sua cagnolina. Anche lei sapeva di Titti.

Mi piace quando gli animali di famiglia hanno nomi di persone, perché sono membri delle nostre famiglie a tutti gli effetti; anche le mie micie hanno nomi di persona. Così, quando qualcuno mi chiede “Come sta Marina?” “Susie e Michelle sono tornate dalle ferie?” io posso ridacchiare internamente e dire “Sì, si stanno divertendo in vacanza”, “Torneranno presto” oppure “Sono un po’ affaticate dal caldo”. Chi si trovasse ad ascoltare questa conversazione per caso potrebbe pensare che siano le mie figlie.

Avevo adocchiato la signora con gli stivali di gomma già all’inizio della primavera. E’ una donna non più giovane, col volto segnato dalle esperienze della vita. Spesso indossa indumenti fioriti di stile francese. Anche le sue collanine attirano il mio sguardo per la loro originalità. Colpisce per la sua magrezza. Allora non avevo ancora dato troppo peso al fatto che indossasse stivali di gomma.

A volte la incrocio alla mattina, o più spesso nel tardo pomeriggio, quando torna col carrellino per fare la spesa.

Un giorno, nel pieno dell’estate, me la sono trovata di fronte sul marciapiede coi soliti stivaloni di gomma e le ho chiesto:

– “Posso farLe una domanda?”

– “Certo” mi ha risposto con un ampio sorriso.

– “Come mai indossa sempre gli stivali di gomma?”

–  “Dovrebbe vedere il nio passo carraio com’è conciato!” mi ha risposto.

Colpita, le ho suggerito che magari anche delle scarpe da ginnastica potrebbero andare bene. Mi ha guardato un po’ dubbiosa, ma disposta a considerare l’idea. Sembrava molto contenta di fare due chiacchiere. Chissà come si chiama. Chissà se sa della cagnolina Titti.

Un altro habitué di Corso Garibaldi che si avventura per il corso solo la mattina, protetto da uno squadrato cappello di paglia e accompagnato da bastone e borsa di tela, è un signore non più giovane, vestito in modo conservatore, con un’andatura cauta e fragile. Non immagino quale sia l’appuntamento mattutino che lo spinge quotidianamente fuori casa, magari una moglie impaziente, o la curiosa necessità di controllare lo stato di avanzamento di un cantiere, ma lo vedo regolarmente col suo cappello. Nella brutta stagione il bastone è sostituito dall’ombrello. Non ha l’aria di uno a cui importerebbe molto della cagnolina Titti.

Ecco varie signore della Pavia-bene, molto interessate all’aspetto degli altri passanti, che mi squadrano attentamente quando le incontro. A fine estate ce ne sono tante: in genere sono di mezza età, abbronzate, ben vestite in freschi abiti di cotone o lino, i colori bene abbinati, con gioielli raffinati. Generalmente si avventurano in coppia e parlano fitto fitto (oggi anche di Titti?).

Poi c’è il ragazzo dalla bicicletta pieghevole, sicuramente uno sportivo, che esce da un androne tutte le mattine e inforca la sua bicicletta per andare chissà dove, immagino all’Università o da una fidanzata ugualmente sportiva, magra e con la coda bionda svolazzante. A Titti riserverà al massimo un pensiero fugace.

Lungo il viale che costeggia il Ticino incrocio abitualmente una donna della mia età che ama i vestitini di lino bianchi, come me. Per un po’ era la Signora-dal-vestitino-bianco. Potenzialmente una Titti-fan.

Una donna cammina accanto al suo cane tracagnotto, una piccola nuvola pelosa che sembra che sorrida, ha una faccia simpatica con la lingua fuori e le zampette corte, fa fatica a camminare e ondeggia alla maniera dei bassotti. Di sicuro si sarebbe unito alla ricerca di Titti. Chi ha un cane sa cosa significa: ci si sente tutti parte della stessa famiglia.

Ci sono i titolari dei negozi, che ormai hanno sviluppato l’occhio per riconoscere i frequentatori abituali della strada come me; immagino che io per loro sia la Signora-dal-cestino-di-vimini, anch’io personaggio inconsapevole in questa commedia di strada.

Il cane tracagnotto mi è rimasto impresso più della sua padrona, che sembra un po’ triste e vagamente depressa, con lo sguardo rassegnato, altrove, come se volesse evadere dalla realtà quotidiana.

Osservo passando i vari avventori del bar San Michele coi suoi tavolinetti di legno e le piante appese. Questi usano fare colazione chiacchierando con pigrizia, trasudano prosperità e un filo di noia; tutti abbronzati al ritorno dalle vacanze estive, sfoggiano gioielli e orologi griffati, vestiti finto-casual di qualità. A Titti non riserverebbero che un pensiero distratto.

Quando ne ho l’occasione, faccio commenti estemporanei lungo la strada con chi mi ispira; mi piace il pensiero di contribuire a recuperare un po’ di umanità in queste città in cui ci si guarda, ci si osserva tutti i giorni ma non si osa rivolgersi la parola.

Da Rivareno, una delle mie due gelaterie preferite, lavora una ragazza corpulenta che mi accontenta quando chiedo la cremina gianduia (“tanta per favore”) insieme al gelato gusto Alice. Mi accontenta così abbondantemente che a volte provo  disgusto.

Un altro personaggio fisso è il venditore ambulante di colore, che staziona all’angolo della farmacia, da dove controlla furbamente quattro direzioni di passaggio. Lui potrebbe aver visto Titti. Da quale Paese arriva, qual è la sua storia, ha una famiglia che lo aspetta, che attende le sue rimesse ed è in pensiero per lui, lontano? Cos’ha passato per approdare in Italia, quali le scelte, le rinunce, le paure? Mi piacerebbe intervistarlo.
“Ti offro un gelato, mi racconti la storia della tua vita?”. Ci ho pensato spesso,  poi, un po’ per pudore, un po’ per stanchezza, non ho osato.
Quando gli passo davanti, mi saluta – ci diamo del Lei – a volte lui mi dà del tu. Cerca di attaccar bottone, senza troppa convinzione, sempre con la stessa frase:

“Diga!”

ma io tiro dritto. Quello che mi interesserebbe davvero invece è ascoltare il suo racconto. Temo che potrebbe fraintendere il mio interesse sociologico, scambiandolo per un interesse romantico.

Temo anche l’imbarazzo di dover rispondere a domande dirette: “Sei sposata?”, “Dove abiti?”, “Quanti anni hai?” come è usuale in molte culture africane.

Ogni giorno percorro questa strada pensando che siamo tutti frammenti di una storia più grande. Non ci conosciamo davvero, ma i nostri sguardi e le nostre abitudini tessono fili invisibili.

Qualche volta ripenso alla vecchina con gli stivali di gomma quando sono a casa: infilo i miei stivali di gomma prima di lavorare in giardino, io sono giovane e forte, chissà lei come si sente? Deve rinunciare a fare delle cose per mancanza di forze? Ha qualcuno che l’aiuta?

Stamattina ho rivisto Titti, la cagnolina smarrita. Trotterellava allegra accanto alla sua famiglia come se non se ne fosse mai andata. Anche la signora dagli stivali di gomma l’ha notata e mi ha rivolto un sorriso complice. Mi sono fermata alla gelateria, ho ordinato il mio Alice con cremina gianduia, ho estratto dalla borsa un biglietto e una penna. Ho cominciato a scrivere, seduta a un tavolino: ‘Cara signora dagli stivali di gomma…’. Forse domani glielo darò.

 

26 luglio 2022

 

 

LETTERA A BABBO NATALE

Caro Babbo Natale,

mi chiamo Fiordipesco, ho 54 anni e nella mia vita precedente facevo la traduttrice. Mi piaceva molto e guadagnavo dignitosamente.

Abito a Y in via Z: è una via a fondo chiuso, ma nel mio giardino c’è molto spazio per parcheggiare la tua slitta e far brucare l’erbetta alle tue renne. Metterò fuori anche un contenitore con acqua fresca per farle bere, dato che sarete in viaggio tutta la notte. Per te ci saranno latte e biscotti sul tavolo in tinello, mi dicono che ti piacciono.

Spero che per te non sia troppo faticoso entrare, dato che non abbiamo un camino e la nostra canna fumaria è molto stretta. Si dice però che tu trovi sempre un modo.

Quest’anno mi sono impegnata per migliorare il mio profilo professionale: ho frequentato un corso di web marketing e uno sull’Intelligenza Artificiale, ho aggiornato il mio profilo LinkedIn e sostenuto un paio di colloqui, che però non hanno portato a risultati concreti.

Inoltre ho continuato a studiare il sassofono anche se era oltremodo frustrante.

Mi sono sforzata di comportarmi con correttezza con tutti, anche se qualche volta ho perso la pazienza. Non ho infierito su KH nonostante si sia comportato molto male; non l’ho denunciato ai Carabinieri e l’ho accompagnato in aeroporto, ma tu tutte queste cose le sai già.

Ho cercato di non abusare del mio potere materno sulle micie e anzi le ho sempre inondate di amore. Ho cercato di spandere positività e speranza attorno a me.

Sono stata più puntuale e più attiva in casa e fuori, ma ho riacquistato quasi tutto il peso perso con grande fatica: mi piace mangiare!

Ho ballato poco e questo mi dispiace.

Ho studiato poco e ho letto ancora meno, ma questo dipende dalle cattive compagnie. Sono fiduciosa che in futuro riprenderò a leggere al mio consueto ritmo.

Ci sono tante cose che desidero, ma in primis vorrei che mi aiutassi a conservare la motivazione per mangiare sano e camminare ogni giorno per restare in salute.

In secundis, vorrei trovare finalmente un lavoro stabile. Vorrei che fosse così:

– locale (ma per un buon posto sarei anche disposta a trasferirmi con le micie in Germania);

– poco sbatti

– con uno stipendio dignitoso (da 1800€ netti al mese)

In tertis, vorrei conoscere un uomo all’incirca cinque anni più grande di me, possibilmente di origini tedesche, scandinave o anglosassoni, di cui innamorarmi e con cui iniziare una relazione con un progetto.

In alternativa, se non fosse possibile o richiedesse un tempo più lungo esaudire i desideri precedenti, mi piacerebbero anche le seguenti cose:

  • palline Lindt gusti misti
  • laptop nuovo Dell
  • eliminare la sindrome del tunnel carpale e la fibromialgia di Silvia.

Ti ringrazio fin d’ora di tutto quanto vorrai concedermi (sì, lo so che possiedo già tantissimo) e qualunque cosa sia, so che è per il mio bene. Grazie per tutti i doni degli anni passati e per il tuo duro lavoro.

Ti auguro di passare una notte proficua, senza incidenti e senza dimenticare nessuno.

 

Passa un buon Natale e spero di vederti presto.

 

Con affetto,

tua Fiordipesco

L’ISOLA DESERTA

Era una calda sera d’estate. Avevano cenato sulla terrazza che Marco aveva finalmente completato.

Quella sera, dopo cena, dopo aver lavato i piatti come al solito (lei cucinava, lui lavava i piatti), lei si era seduta sulle sue ginocchia e avevano cominciato a baciarsi. Una carezza tirava l’altra, era stata una buona giornata, erano stati al fiume a prendere il sole facendo il bagno nell’acqua fresca, non avevano avuto discussioni. E perché non cogliere l’occasione stasera? Ma certo, era un’ottima idea!

Il sole stava tramontando, lui le abbassò una spallina e le baciò l’incavo della clavicola. Lei fremette di piacere e di solletico e ricambiò con entusiasmo.

Le labbra di lui non erano mai state così invitanti. La sua struttura possente, la sua forza, quelle braccia capaci di sollevare porte blindate facevano battere il cuore di Anna all’impazzata. Da molte settimane non provava il minimo desiderio per Marco ma, grazie al potente effetto degli ormoni, in quegli ultimi due giorni il pensiero di congiungersi a lui risvegliava sensazioni molto piacevoli. Invece di farlo sul letto (banale), che per di più aveva la pediera e impediva movimenti spontanei, quella sera Anna aveva deciso che delle coperte stese per terra avrebbero ravvivato un po’ il loro menage e nutrito la sua voglia di trasgressione. Con precisione metodica aveva acceso le candele antizanzare, preparato il gel e sistemato i fazzolettini a portata di mano. Con pochi baci e la sua piena partecipazione, in pochi minuti fu pronta per accoglierlo. Lui stava piacevolmente scivolando su e giù quando lei non credette alle sue orecchie: “Un giorno vorrei prenderti da dietro”. Il tempo si fermò. Anna sentì un moto di repulsione improvvisa, ebbe l’urgenza di espellere quella parte di corpo di lui che di colpo sentì estranea, invasiva. Il suo corpo si irrigidì.

Era la seconda volta che lui si esprimeva così. Proprio con quelle precise parole, nel modo rozzo e volgare di un animale. Si sentì come su un’isola deserta, profondamente isolata.

La prima volta, mesi prima, Anna gli aveva detto esattamente le stesse cose. Lui aveva sorriso allo stesso modo. Lei si era convinta che forse aveva capito male, che era solo goffaggine. Evidentemente lui non aveva imparato niente.

Riuscì a dirgli: “Ma come parli? E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, sei tu che vieni accolto. Ma qui nessuno prende nessuno.”

Mentre lei parlava, lui intanto sorrideva, sorrise per tutto il tempo. Il suo sorriso diceva:  sì, va bene, poteva dire quello che voleva, lei aveva capito bene quello che lui voleva fare, che non facesse tanto la difficile.

Anna si staccò da lui, sfilò il suo membro ormai molle. Si buttò addosso l’accappatoio e andò a fare la doccia mentre lui rimaneva spiaggiato sulle coperte, immobile.

Quando Anna ritornò dalla doccia, lui si era addormentato. Raccolse i vestiti sparsi per terra, la borsa, i sandali. Il cancello cigolò quando lo aprì per uscire sulla strada. Salì in macchina mentre lui si affacciava alla balaustra. Si guardarono in silenzio mentre Anna avviava il motore.

 

Il plaid troppo corto

Era un po’ che Anna era insoddisfatta, voleva chiudere la sua relazione con Marco, ma temeva la reazione di lui. Marco era il tipo d’uomo che, quando la sua donna è nervosa e gli risponde male, invece di rispondere pan per focaccia, le porta un latte macchiato durante la sosta in autostrada, quello che paga sempre lui, che si tratti di pizza, colazione o mercatino dell’usato. Era profondamente innamorato di lei, ma il loro background socio-culturale non poteva essere più diverso. Anna non passava giorno – anzi, non passava nemmeno un’ora – insieme a lui senza che la sua pressione arteriosa salisse alle stelle. Non una cosa benefica per la sua salute. Tra alti e bassi, avevano condiviso quasi un anno e mezzo. Anna era consapevole – e gliel’aveva detto – che Marco non era l’uomo giusto per lei. Tra continue proroghe auto-imposte, ora sentiva che il suo naturale anelito a una fine stava prendendo corpo, complici anche i primi timidi accenni di primavera. Senza che l’avesse deciso razionalmente, si sorprendeva a fissare gli uomini al supermercato che risvegliavano il suo interesse, fantasticava su come sarebbe stato uscire con uno dei compagni del corso di teatro, sognava una se stessa trapiantata in un’altra città, in un altro Paese, con un altro lavoro e – ovviamente – un altro fidanzato.

Un giorno, all’inizio dell’anno, ricevette un’offerta di passaggio da un compagno di corso per raggiungere il luogo di una rappresentazione a cui avrebbero assistito insieme agli altri compagni. Accettò senza esitare. Il compagno in questione era il suo preferito, fin dal primo giorno le aveva ispirato simpatia con quel suo modo franco, così raro, di rispondere alle richieste degli insegnanti. Nel corso delle lezioni si era resa conto che era un po’ polemico, ma questo non era stato sufficiente a cancellare il suo interesse.

Un giorno, al termine di una lezione particolarmente coinvolgente, gli aveva inviato un messaggio personale su WhatsApp, a cui lui aveva prontamente risposto. Ne era nata così una conversazione occasionale, piacevole, che la titillava. Lui era sposato e probabilmente con figli, le aveva raccontato della suocera che era caduta e delle ripercussioni che questo aveva avuto sulla sua vita familiare. Un velato messaggio? Un invito a lasciar perdere un uomo impegnato?

Una volta il compagno aveva anche pubblicato una rassegna di eventi organizzati dalla parrocchia e dalle ACLI, era forse uno di quelli tutti di chiesa? Non andava bene per lei. Anna comunque continuava a fantasticare.

Quando Anna gli parlò della rappresentazione, Marco si risentì perché lei non aveva prenotato il biglietto anche per lui. Fissava lo schermo del telefono con l’aria di chi guarda una lingua straniera. Si adirò ulteriormente quando Anna gli disse che aveva accettato un passaggio per raggiungere il luogo della rappresentazione. Gli rinfacciò la sua mancanza di interesse per i messaggi WhatsApp del gruppo di cui facevano parte entrambi e la sua dipendenza da lei. Ne era nato un diverbio.

“Io sono stata la prima ad attivarmi, quando ho scoperto che i biglietti dello spettacolo erano sold out, tu invece l’ultimo! Con 24 ore di ritardo!” gridò Anna sentendo già il sangue pulsarle nelle tempie.

“Non è vero!” rispose lui, cocciuto.

“Comunque non c’è problema, posso rinunciare al passaggio e venire con te” offrì Anna.

“Va bene, ti passo a prendere” rispose Marco conciliante.

Il litigio era finito, come sempre, senza risolvere nulla.

Allo spettacolo, i posti assegnati erano ai due capi opposti della sala. Su ogni sedia era scritto il nome e il cognome dell’occupante e anche di chi aveva effettuato la prenotazione. Anna scannerizzò rapida tutte le sedie della sua parte. Il cuore le fece un balzo quando vide due file avanti a lei il nome di Lorenzo. Che i posti accanto a lui fossero quelli di moglie e figli? Lui era stato uno dei pochissimi a prenotare per tempo.

Quando lo spettacolo stava per cominciare, Anna alzò lo sguardo dal cellulare richiamata dall’annuncio del presentatore. Lorenzo era seduto al posto assegnato e anche i posti vicino a lui erano occupati da due donne. Era arrivato in sala dopo tutti gli altri compagni. Non si voltò mai verso Anna e anche dopo lo spettacolo sparì subito senza che lei avesse modo di salutarlo.

Anna tornò a casa con Marco accompagnata dalle sue affermazioni banali sullo spettacolo. Sapeva di rappresentare il suo porto sicuro di fronte alle brutture del mondo. Marco che non si tirava mai indietro quando c’era da aiutare.
Fecero l’amore sul divano, poi scivolarono in un sonno agitato.

Avrebbe potuto mandare un messaggio via WhatsApp a Marco: “Lasciamo perdere lo spettacolo. Ho bisogno di riflettere e stare tranquilla. Non cercarmi, per favore”. E infatti eccola, intirizzita, ad attendere già da qualche minuto al parcheggio davanti al parchetto. Lorenzo arrivò puntuale, parcheggiò diritto, scese dall’auto e le andò incontro con un sorriso smagliante con una punta di  imbarazzo. Il suo sorriso aperto e i suoi modi accoglienti erano ciò che l’avevano colpita di più il primo giorno. La sua mancanza di timore nei confronti di perfetti estranei quali loro erano il primo giorno di lezione, la sua spontaneità, la sua disponibilità a mettersi in gioco si erano poi riconfermati lezione dopo lezione. Anna ricambiò il sorriso nel modo più caloroso che riuscì a trovare e salì svelta allacciandosi la cintura di sicurezza. Un po’ aveva sperato e un po’ aveva temuto che ci fossero anche altri compagni con Lorenzo, invece erano solo loro due. La conversazione scorreva veloce e senza imbarazzi, Anna beveva ogni sua parola e assaporava ogni momento per studiare Lorenzo in ogni più piccolo dettaglio. Lo guardò di profilo: aveva un bel naso, i lineamenti scolpiti. Non era alto, era un uomo snello, le dava una sensazione di debolezza di fronte alle sfide della vita, ma era un bell’uomo. Aveva un qualcosa di Peter Pan che la affascinava e la inquietava, sapendo quanto già fossero immaturi gli uomini in partenza, tutti gli uomini.

Lorenzo aveva delle belle labbra, proporzionate e regolari, si sorprese a immaginare come sarebbe stata la sensazione di sentirle sotto le sue e da lì… come avrebbe reagito? Sarebbe stato un bacio focoso o tenero e gentile? Si ricordò di come, durante le lezioni, a Lorenzo riuscisse bene rappresentare una disposizione amorevole, mentre a lei come alle altre donne riusciva più facile rappresentare la collera, l’impazienza o l’esasperazione. Decise di aspettare a fare la sua mossa, le piaceva che nelle questioni sentimentali fosse l’uomo a fare il primo passo. Ci sono regole non scritte da rispettare.

Lo guardava e sentiva il suo corpo scaldarsi. Le sensazioni che non provava più da molto tempo ritornarono prepotenti e la trascinarono come sopra un’onda. L’onda ormai era nata e doveva andare verso il suo traguardo. Anna era decisa a cavalcarla.

Il tragitto verso il luogo della rappresentazione era breve, faceva freddo. Anna conosceva bene il percorso. A un tratto Lorenzo imboccò una stradina che portava nella direzione opposta a quella in cui dovevano andare. Anna trattenne un moto di sorpresa e lo guardò. Lorenzo, fulmineo, voltò la testa verso di lei e le lanciò un sorriso d’intesa. Una primitiva reazione di paura lasciò subito il posto alla fiducia e al desiderio di vivere quella inaspettata avventura. Lorenzo parcheggiò davanti a un locale sul fiume. Da fuori la struttura in legno, con grandi vetrate, emanava una luce calda e intima. Sui tavolini brillavano le luci delle candele. Entrarono e si sedettero a un tavolino vicino alla finestra, dove lo sguardo spaziava sul fiume, il paesaggio malinconico e consolante insieme. Ordinarono cioccolate calde con tanta panna e le bevvero senza parlare, sprofondando negli occhi l’uno dell’altra, mentre ad Anna si attorcigliavano le budella dall’emozione. In un angolo del locale un pianista suonava musica jazz accanto a un gatto bianco e nero tale e quale Susie. Anna riconobbe In a Sentimental Mood e un’ondata di sentimentalismo la trascinò istantaneamente al di sopra di tutto. Lorenzo le fece un cenno e la prese per mano. Altre coppie stavano già ballando. I loro corpi si adattarono perfettamente l’uno all’altro e presero la forma giusta senza sforzo, come se si fossero sempre conosciuti. Ballarono lentamente per un tempo che sembrò un’eternità, poi la musica jazz divenne sincopata, Lorenzo la fece vorticare fino a farle perdere l’equilibrio. Il soffitto girava intorno a lei, Anna si sentiva quasi svenire dalla felicità.

Il miagolìo di Susie sembrava provenire da un altro mondo e svegliò Anna lentamente. Aveva le gambe gelate che spuntavano fuori dal plaid troppo corto del divano. Marco russava sonoramente mentre un filo di bava gli colava dall’angolo della bocca. Fu un duplice disgusto a farle prendere la decisione seduta stante: si alzò, si coprì alla bell’e meglio con gli abiti buttati sul pavimento la sera prima, fece uscire il gatto.

Questo racconto nasce da un esercizio di scrittura: prendere un episodio della vita e cambiargli il finale. Anna, Marco e Lorenzo torneranno presto in un’altra versione di questa storia. Quale finale sceglierà Anna?

La casa di Hilde

Ricordo quella sera come se fosse ieri. Dopo che padre e figlio se ne furono andati, Hilde chiuse le imposte, accese il fuoco nel camino e continuò a suonare la cetra alla luce della fiamma. I lupi ululavano nella notte, cominciò a scendere la neve. Hilde si mise a cantare per accompagnare le sue melodie. Una corda si spezzò, non aveva la muta di ricambio, che era rimasta nella custodia portata via dall’ospite di poco prima. Hilde ripose la cetra nella sua custodia di velluto e lasciò morire il fuoco mentre si preparava per uscire. Riempì la cesta con le provviste e un thermos di tè caldo, si caricò la cetra sulle spalle e si incamminò sotto i fiocchi che scendevano soffici.

Raggiunse la grotta dove, dopo una curva a gomito, ardeva un fuoco. Attorno c’erano l’uomo e il bambino, l’uomo suonava un flauto dolce. Un moto di sorpresa e di piacere guizzò negli occhi di mio padre. Nel silenzio, Hilde disfece il fagotto e distribuì fette di torta e tè caldo. Mangiarono avidamente, si guardarono negli occhi, poi mentre l’uomo riprendeva a suonare, Hilde cambiò la corda alla cetra e si unì a lui nella stessa tonalità. Quando la musica cessò, la connessione tra loro non era più solo musicale. Si coricarono sui pagliericci lungo il lato della grotta, vicino al fuoco, mentre la capra vegliava tranquilla. Ben presto il bambino si addormentò. Nell’oscurità, rischiarata solo da qualche brace ancora ardente, si udivano solo sospiri e canti di uccelli notturni. Mani si sfiorarono, bocche si cercarono, il calore del fuoco ancora ardente dentro di loro divampò fulmineo e si consumò velocemente. Poi, cullati dalla musica che ancora risuonava dentro di loro, tra il buio e il vento, si addormentarono.

Al mattino si alzarono all’alba e si incamminarono lungo il sentiero che mostrò loro Hilde. Non parlavano, ma i pensieri fluivano tra loro e ognuno leggeva perfettamente il linguaggio del corpo dell’altro. Raggiunto un piccolo promontorio, il bambino si lanciò lungo il pendio a bordo di un pezzo di plastica blu trovato lungo il sentiero, la capra lo seguì gioiosa. Quando gli adulti li raggiunsero, tutti e quattro si diressero verso un casolare da cui uscivano volute di fumo. Aprì la porta una donna corpulenta dall’aria gioviale, sembrava che li stesse aspettando. Li salutò e li invitò ad entrare in una lingua sconosciuta. Il gruppetto si avviò su per i pochi gradini di legno della casa in pietra e si ritrovarono in un piccolo tinello dalle pareti ricoperte di pannelli di legno, come si usa ancora in qualche sperduta località di montagna dove la manodopera costa poco. Il locale era riscaldato con una nera stufa a legna in ghisa. Nel tinello aleggiava un’essenza di pino mugo. C’erano alcuni uomini avvolti in lunghi tabarri neri con un’aria di aspettativa che si guardavano attorno con la cautela di chi è abituato a diffidare. Grandi pacche sulle spalle e abbracci fra tutti gli uomini presenti, Hilde se ne stava un po’ in disparte. Poco dopo il gruppetto, tranne la signora gioviale, uscì e si incamminò su per il sentiero al limitare del paese.

Fu così che per me incominciò una nuova vita, e per mio padre un nuovo amore. Hilde ci aveva salvati.

 

Silva

Sono nata sotto una foglia di cavolo, nell’orto di mio padre, in una terra umida e piatta, scandita da filari di pioppi, abbracciata dall’arco delle Alpi a nord e dagli Appennini a sud. Sono cresciuta in fretta, ben nutrita da mia madre e accudita dalla mia famiglia, con tutte le mie cosine al posto giusto e funzionanti con precisione svizzera. Mia mamma dice che sono perfetta. Sono nata perché ho una missione da svolgere, e la svolgerò bene.

Quando la luna si alza e il silenzio si stende come un velo sulle foglie, io esco e pattuglio l’orto. Controllo che le lumache non divorino le foglie giovani, che le formiche non invadano i confini, che il vento non scompigli troppo le cose. Io custodisco l’ordine silenzioso dei ritmi naturali.

Mi chiamo Silva, e quando il giorno si spegne e il mondo si affida al respiro della notte, io veglio. Sono una riccia, e lavoro affinché ogni cosa stia come deve stare.

Streghe moderne

Sono una strega moderna. Vado al lavoro in monopattino, ascoltando Quevedo, con il vento che mi arruffa i pensieri. Ho 24 anni e tutta la vita davanti, spero.

Tutti pensano che il cessate il fuoco tra Hamas e Israele sia merito di Trump. In realtà, c’era una piccola apertura interplanetaria, una fessura nel tempo, e le mie sorelle della Wicca ed io ci siamo connesse in rete per convogliare le nostre energie, spingendo il mondo, impercettibilmente, verso quella direzione. Noi pratichiamo magia bianca. Non è mai facile però. Per farlo davvero, dovrei avere la mente sgombra, senza impurità, senza pensieri negativi, senza preoccupazioni. Ora, ditemi voi: come si fa, di questi tempi, ad avere la mente sgombra?

Io no. Io ho la tendinite agli avambracci, quattro mesi di dolore come fili invisibili che mi legano ai ricordi delle molestie subite. Ho il lavoro stabile che non arriva, la mia amica d’infanzia che rischia di perdere l’uso delle mani e il cuore che mi batte come tamburo per lei. Ho il rischio di una guerra planetaria e la mia micia di 17 anni, sdraiata come una piccola regina prostrata in un angolo, vittima di un dolore che nessuno vedeva. Io pensavo fosse la fine, ma erano solo unghie incarnite, e il veterinario non se n’era accorto.

E allora? Allora capisco che la mente sgombra è un mito. Esiste il caos, un vortice di pensieri, ansie e responsabilità che mi attraversa come un vento elettrico, che mi strattona, mi scuote, mi ricorda che la vita non è mai pulita, mai ordinata, mai prevedibile. E forse non deve esserlo.

Domani chiamerò la mia amica, dopodomani porterò la micia di nuovo dal veterinario, stavolta pretendendo che controlli tutto. Una strega moderna fa anche questo.

Ho 24 anni e tutta la vita davanti. E, incredibilmente, forse posso accettare il casino che c’è dentro.

1 2 3 5