Una persona su quattro

Gisella fissava la cliente dall’altra parte della cassa senza grande attenzione, mentre i suoi pensieri vagavano da un impegno all’altro della lunga lista di commissioni che doveva ancora sbrigare quella mattina. Il nuovo discount che avevano aperto vicino a Mulazzano era pieno, complice la chiusura permanente di quello dove Gisella si serviva di solito. Registrò che gli occhi della donna, impalata come se aspettasse qualcosa – lo scontrino, il resto, un cambio articolo – erano strani. La gente in fila attorno a lei cominciava a sbuffare, chi alzava gli occhi al cielo, chi spostava il peso da un piede all’altro, chi parlottava sommessamente. Gisella no, era serena e contenta di aver trovato la sabbietta per i gatti preferita dalle sue micie, quella profumata alla lavanda.

Lo sguardo della donna era fisso, innaturale. “E’ sotto l’effetto di stupefacenti!” pensò Gisella. “Anzi no, di psicofarmaci. In effetti, ogni quattro persone in Italia, una prende abitualmente psicofarmaci. Sicuramente lei è una di quelli. Io non li prendo, Marco non li prende, Silvia neppure, lei dev’essere la quarta.”

“Come faccio a pensare una cosa del genere? Perché quello sguardo l’ho già visto, lo conosco. Dove l’ho visto? Tanti anni fa. Maria aveva quello sguardo. Dopo che era morto suo fratello e tutti i componenti della sua famiglia avevano cominciato a farne il capro espiatorio di tutti i loro problemi. Maria che nelle ultime email farneticava confondendo i sogni con la realtà, Maria che mi aveva minacciato di morte, Maria che con un equilibrio psichico così instabile faceva l’insegnante di sostegno ai bambini, proprio lei! Maria dai lunghi capelli neri, proprio come quella signora, Maria obesa, sua mamma le dimostrava il suo amore cucinandole il fegato fritto, Maria che camminava al ritmo di un anziano e trascinava i piedi, Maria che… assomigliava a quella signora. Ma aspetta! E’ quella signora! Quella è Maria! Non ci posso credere!” Gisella spostò il peso sul carrello, fissò l’etichetta della confezione di sabbietta che conosceva a memoria.

“Non mi ha riconosciuto per fortuna. Col mio nuovo taglio coi capelli corti e questo cappello sulla testa è difficile che mi associ alla ragazza dai capelli lunghi che ero venti anni e dieci chili fa. Quando è stata l’ultima volta che ci vedemmo? Forse quel giorno che aveva lezione di inglese a casa mia e si presentò con due ore di ritardo. Io sussultai al suono del citofono:

– “Maria, ti aspettavo due ore fa, che fine hai fatto? Potevi avvisarmi, non mi hai neanche mandato un messaggio”. Ero piuttosto seccata, ma ormai sapevo che non potevo fare affidamento su di lei. Erano state troppe le volte che aveva inventato delle scuse per non presentarsi a lezione.
– “Ero stanca e mi sono addormentata, va bene?” strillò lei

– “No, non va bene, Maria” risposi con voce ferma dopo una piccola pausa. “Avevamo appuntamento due ore fa e io mi sono tenuta libera per te. Se hai un imprevisto, un motivo grave per non venire, almeno avvisi. Ma non se hai semplicemente voglia di dormire”.

Non si erano più riviste. Ovviamente le lezioni di inglese erano state interrotte. Dopo erano cominciate le telefonate a tarda sera, le scampanellate senza risposta al citofono e le email farneticanti.

Gisella aveva già digitato 112 sul cellulare. Poi esitò. Una che manda una minaccia di morte alle 7 di mattina probabilmente ha una malattia mentale. Pensò al possibile epilogo, agli articoli di cronaca che leggeva tutti i giorni sui giornali. Era più urgente metterla in grado di non nuocere. Lo doveva ai bambini fragili con cui Maria lavorava. Che poi non si dicesse che lei, Gisella, non aveva fatto la sua parte.

Osservò Maria senza farsi notare. Con una mano si aggrappava al bordo del nastro trasportatore della cassa, le mani grassocce con lo smalto che si era staccato a macchia di leopardo, un lembo della camicia che sporgeva dai leggings aderenti su un corpo pingue. I capelli erano lunghi e lisci come un tempo, ma opachi.  Era senza trucco. Teneva la borsa a tracolla, come fanno spesso le pensionate o chi si sente vulnerabile. Sembrava quasi una vecchia.

In realtà era anche più giovane di Gisella, di un anno per la precisione. La madre di Maria, che aveva sempre avuto un debole per Gisella, amava raccontare che Maria era stata una primina, era andata a scuola a cinque anni invece che a sei. “E invece forse avresti dovuto aspettare, non era pronta, guarda com’è finita” completava Gisella nella sua mente ogni volta che sentiva quel racconto.

Era così bella Maria da ragazza! Bella e piena di promesse. Una volta Gisella era passata a prenderla per andare a ballare, una delle rare uscite che Maria si concedeva dallo studio del violino. A quel tempo Maria aveva già dato l’esame del quinto anno al Conservatorio e frequentava un corso di perfezionamento con Uto Ughi, e raccontava che il grande violinista sniffava cocaina. Maria era uscita sulla porta di casa e stava salutando la madre. Era truccata e vestita come Gisella non l’aveva vista mai: di nero, con la gonna, elegante senza essere volgare. Gisella non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Non riusciva a capacitarsi che la sua amica dalle profonde occhiaie e il pallore quasi spettrale potesse subire una tale trasformazione.

Si erano conosciute da bambine quando entrambe studiavano il pianoforte e i rispettivi padri, falegname l’uno, cliente l’altro, le avevano fatte incontrare.

– “Com’è possibile che una persona con tali problemi lavori a stretto contatto con bambini vulnerabili?” aveva chiesto Gisella, rivolta alla psichiatra-capo del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL.

– “Guardi, a volte queste persone funzionano sorprendentemente bene in un ambito ristretto, come per esempio quello lavorativo, a patto che non ci siano scossoni”.

Gisella aveva fatto il suo dovere. Non l’aveva più rivista. Fino a quel momento.

Per un attimo Gisella pensò di rivelarsi e salutarla, poi la paura ebbe la meglio.
Maria se ne andò senza riconoscerla. Gisella mise la spesa sul nastro trasportatore, pagò e uscì.

Il mio nono compleanno

A scuola quest’anno abbiamo cominciato a studiare musica. La mia maestra di musica diceva che sono portata. Ho studiato le note facendo finta, disegnando i tasti del pianoforte sul banco. Per molti mesi ho supplicato mio papà di comprarmi un pianoforte, o almeno di noleggiarlo. Lui diceva sempre che non avevamo soldi per un pianoforte.

Due giorni prima del mio nono compleanno, il venerdì mio padre si è assentato tutta la mattina. Io ero a casa da scuola perché c’erano disordini e le scuole avevano chiuso prima.

Il giorno del mio compleanno mi sono svegliata presto, abbiamo fatto colazione tutti insieme e ho scartato i regalini che i miei genitori e i miei fratelli avevano messo sul mio piatto. Nel pomeriggio abbiamo fatto una festa in cortile: sono venuti i miei compagni di scuola e alcuni amichetti con cui gioco solitamente in strada. Abbiamo giocato a nascondino, soffiato sulle candeline della torta e mangiato patatine. A un certo punto si è fermato un furgone bianco e ha chiesto se abitava lì la signorina Haziz. “Sono io!” ho detto. “Ho una consegna per te” ha detto l’uomo. “Firma qui”.

Quando si è aperto il furgone, sono scesi altri tre uomini e in quattro hanno cominciato a spingere un’asse su rotelle su cui poggiava un grosso pacco nero imballato. Non senza fatica l’hanno trasportato in casa, io saltellavo intorno cercando di capire cos’era. Alle mie domande nessuno dava risposta.

Una volta in casa i trasportatori hanno lanciato uno sguardo d’intesa a mio padre e se ne sono andati.

Io ho cominciato a scartare il pacco, il mio cuore batteva forte. Non osavo nemmeno sperare.

Quando ho tolto il cellophane ai miei occhi si è presentato il più bel pianoforte verticale che avessi mai visto. Nero nero, lucido lucido, con una bella forma sinuosa e arrotondata, non spigoloso come quello della mia amica Fatima. Ho saggiato il do centrale, poi le note dell’ottava superiore, i bassi, l’ottava centrale. Aveva un suono meraviglioso, puro e cristallino. Non vedevo l’ora di suonarlo.

Mi sono messa in piedi così com’ero, senza nemmeno scartare lo sgabello regolabile. A un certo punto, dopo un bel po’ di tempo che suonavo in piedi, mia mamma me lo ha spinto contro le ginocchia e io mi sono seduta.

Oh felicità, gioia pura!

Ho provato tutti gli esercizi che solitamente suonavo sul banco, poi sono andata a prendere i libri di musica e ho cominciato a suonare pezzi nuovi, ne iniziavo uno, poi passavo subito al successivo e così via finché non diventavano troppo difficili.

Mia mamma sorrideva guardandomi. Sono corsa ad abbracciare mio padre e l’ho ringraziato stringendolo stretto stretto e stampandogli un grosso bacio sulla guancia. Mi è scesa anche qualche lacrima di gioia.

I miei fratelli guardavano divertiti e non troppo interessati. Mia sorella era troppo piccola per capire, ma era contenta pure lei, contagiata dall’allegria generale, percepiva che era un momento di festa, un momento bello.

I due giorni successivi dovetti andare a scuola. Contavo le ore che mancavano al suono della campanella per tornare a casa ed esercitarmi. Mi immaginavo che, ora sì, avrei potuto avere un grande futuro come pianista: viaggi all’estero, concerti, concorsi, fiori per me sul palco, applausi. Sapevo però che mi dovevo impegnare per ottenere tutto questo, dunque non volevo perdere nemmeno un minuto.

Due giorni dopo mio padre mi disse che dovevamo lasciare la città e andare per un po’ dalla nonna. Pensai che stesse male la nonna, invece mio padre disse che era scoppiata la guerra. Chiesi se potevamo portare con noi il pianoforte. “E’ troppo grande” disse mio padre. “Dobbiamo lasciarlo qua, ma torneremo a prenderlo”.

Raggiungemmo la nonna, che ci accolse con grande calore. Era contenta e sollevata di vederci. Il giorno dopo ricevemmo una telefonata dai nostri vicini di casa: avevano bombardato la nostra casa, il nostro soggiorno non esisteva più. Io non riuscivo a crederci. Il mio pianoforte nuovo! Il mio futuro!

Piansi a lungo.

Mio papà cercò di consolarmi: mi disse che, sì, sapeva che per me era un grosso dispiacere, ma la cosa importante era che noi fossimo tutti vivi. Quando i razzi cominciarono a colpire la città della nonna, sfollammo tutti insieme in  una città vicina che doveva essere più sicura, ma poco dopo arrivarono le bombe anche lì.

Nel frattempo papà era stato all’ambasciata turca a Tel Aviv e gli avevano concesso i documenti per imbarcarci tutti su una nave che andava a Istambul. Mio papà ha la doppia nazionalità palestinese-turca, così abbiamo potuto essere accolti qua. La vita è più tranquilla qua, vado a scuola, i miei compagni sono simpatici, ma a me manca il mio pianoforte.

Mi chiamo Raja Haziz e sono una bambina palestinese che ama la musica classica.