ESERCIZIO SULL’INCIPIT – L’ultimo segreto, di Dan Brown

ESERCIZIO SULL’INCIPIT

L’ultimo segreto, di Dan Brown

Devo essere morta, pensò la donna.
Fluttuava sopra le guglie della città vecchia. Sotto di lei, le torri illuminate della cattedrale di San Vito si stagliavano su un mare di luci ammiccanti. Con gli occhi – sempre che ancora li avesse – percorse il dolce pendio della collina del castello fino al cuore della capitale boema, seguendo il labirinto di stradine tortuose avvolte da una coltre di neve fresca.
Praga.
Frastornata, si sforzò di dare un senso a quella strana situazione.
Sono una neuroscienziata. E sono sana di mente.
La seconda affermazione, decise, era opinabile.

Il Paese della sua amica ceca, pensò Celeste, e bastò il pensiero a farla scivolare verso sud-est, verso la Moravia, verso Brno. Da Praga a Brno la notte cedette il posto al giorno, come se il tempo non avesse più confini.

Celeste non aveva corpo, era leggera come una nuvola. Eppure vedeva. Non sapeva da dove guardasse, né come potesse vedere ogni cosa senza avere occhi.

Un pensiero fulmineo la colpì come una folgorazione quantica. E se quella situazione bizzarra in cui si trovava fosse in qualche modo collegata all’incontro sulla coscienza a cui aveva partecipato proprio quel pomeriggio, alla Banca del Tempo di Melegnano? Durante il laboratorio mensile condotto da Marco si erano interrogati a lungo sulla natura della coscienza: che cosa fosse, se anche gli animali e le piante ne fossero dotati e, in caso affermativo, in quale misura. Ma soprattutto: era possibile misurarla?

Si ritrovò davanti alla facciata color zafferano della casa rurale di Jana a Omice, nei dintorni di Brno. Con Jana condivideva il rifiuto del consumismo e una predilezione per tutto ciò che è naturale. Per il resto, Celeste era mediterranea suo malgrado, con la sua passione per il cibo e un’allergia virginiana al disordine, entropia compresa; Jana, più nordica, amava le docce fredde e l’essenzialità.

Sorvolò sul tetto e atterrò nel cortile interno, vicino alla vasca dei pesci rossi, quelli che secondo la leggenda dimenticano tutto dopo tre secondi. Uno di loro la seguì con lo sguardo per un minuto buono. La serra era illuminata da un tiepido sole d’ottobre e mostrava segni di lavori recenti, gli attrezzi da semina lavati e disposti in due file ordinate sul muretto d’ingresso.

Le tornò alla mente il primo sogno lucido di quasi vent’anni prima. Dopo sole due settimane di rigoroso protocollo, un quaderno, una penna, notte dopo notte, era riuscita ad accorgersi di sognare. Ne sarebbe stata capace ancora?

Celeste entrò in casa. Bessy, sdraiata a pancia in su vicino alla stufa di maiolica bianca, mosse la coda nel sonno, come se avesse notato qualcosa. Il nero pianoforte verticale era aperto sotto il quadro di Alfons Mucha, un artista che entrambe ammiravano. Doveva averlo suonato Anežka, la figlia adolescente di Jana, forse madre e figlia avevano provato il duetto flauto-pianoforte che Celeste aveva chiesto all’amica molti mesi prima.

Si avviò su per le scale scavalcando le scarpe da tango. Le piante che pendevano dalla ringhiera, quelle che aveva tanto ammirato la prima volta, ebbero un fremito al suo passaggio, uno solo, come una mano sfiorata. Non c’era corrente.

Udì un sommesso russare: proveniva dalla camera da letto di Jana. Stette per un momento ritta sulla soglia a osservare la sua amica addormentata. Era bella. Desiderò che si svegliasse. In quel momento Jana aprì gli occhi. La vide, si stupì, il sonno si sciolse in un ampio sorriso. Si abbracciarono strette.

Jana la guardò con espressione interrogativa: «Che ci fai qui?» Non parlavano né l’inglese di sempre né il tedesco di scorta: Celeste aveva recepito il pensiero di Jana al di là della lingua, per immagini.

«Sono venuta a trovarti» rispose, sempre come puro pensiero. Jana faceva piccoli saltelli di felicità mentre sorrideva. La prese sottobraccio e scesero di sotto. Accese il bollitore elettrico e preparò il tè nella teiera giapponese in ghisa. Celeste, per deformazione professionale, ne cronometrò l’infusione: tre minuti, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Poi accarezzò con lo sguardo la stufa, la cagnolina dal pelo lungo, la casa intera; osservò una sorta di filamento che, prima sottile, poi via via più denso, dal suo torace andava collegandosi in modo elastico alla regione toracica di Jana.

Bevvero insieme il tè, Jana le descrisse gli ultimi avvenimenti: il nuovo lavoro, il vecchio disagio con i compagni di tango. Poi Celeste si sentì come risucchiare nel proprio corpo. Si svegliò. Prese il bloc-notes e scrisse immediatamente ogni dettaglio di quanto aveva appena vissuto, ricordando ciò che diceva il suo insegnante di Medicina Tradizionale Cinese: «i sogni si specchiano sulla superficie tranquilla del lago del sangue di fegato».

Aveva appena posato la penna quando risuonò il sol dell’arpa.

Celeste conosceva bene quella nota: era il suono che aveva registrato con la sua arpa per i messaggi WhatsApp. Trecentoottantacinque hertz, accordatura a 432. Almeno quella era misurabile.

«Ti ho sognata. Era un bel sogno. Torna presto!»

Io ricordo

  1. Tappezzeria scozzese sui toni del marrone, ero nell’anticamera di casa nostra. Avevo sei anni e chiesi a mia madre “Mamma, che cos’è la coscienza?”. “Quella che tu non hai” fu la sua risposta. Sentivo mio fratello, più grande di me di otto anni, sghignazzare in sottofondo. Ne sapevo quanto prima.

2. Ricordo che amavo dormire sotto il letto, non sopra. La nostra casa aveva molta moquette. In quegli anni si usava, mia madre la amava perché conferiva una sensazione di calore e accoglienza, si poteva camminare a piedi nudi senza timore di prendersi un maldigola. Ovviamente ce l’avevamo in tutte le camere da letto, oltre che in soggiorno. Ce l’avevamo pure in mansarda, nel seminterrato, sulle scale. Sulle scale era costituita da dei rettangoli incollati che evitavano al piede di scivolare.
Grazie alla moquette, il pavimento non era mai freddo ed io mi ci sdraiavo volentieri. Facevo tutto sul pavimento: puzzles, Lego, biglie, giocare col cane e, appunto, dormire. Ricordo che mi piaceva la sensazione di cuccia sotto al letto: la rete a molle sopra la mia testa, lo spazio appena sufficiente per girarmi.
Ricordo che a volte sentivo i miei genitori salire al piano notte, aprire la porta accostata della mia camera da letto e ridacchiare alla vista di me che dormivo sotto invece che sopra il letto.
Mio fratello non lo faceva mai, non l’aveva mai fatto.

3. Quando ero bambina avevo un cane di nome Yuri. Come Yuri Gagarin. Aveva il mantello marrone e il pancino bianco, anche i calzini erano bianchi e avevano un buon odore d’erba. L’avevamo preso al canile, ricordo che la sua pipì appena arrivato a casa nostra aveva un odore molto forte. Ci mise parecchio per normalizzarsi, e mantenne comunque sempre un odore pungente, di cui ci lamentavamo ogni volta che sostavamo in giardino, d’estate.
Yuri era il mio compagno di giochi, il mio confidente e il mio capro espiatorio. Già intuivo vagamente la scala gerarchica familiare, di cui io ero l’ultimo gradino, ma un giorno mio fratello la rese esplicita dicendo che l’unico su cui io potevo esercitare un qualche potere era il cane.
Il gioco preferito mio e di Yuri era metterci sotto la cassapanca, in un punto in cui il biondo legno di cirmolo veniva illuminato dal sole del pomeriggio, poi io facevo sbucare la mano dallo spazio sotto le gambe della cassapanca e Yuri doveva prenderla. Digrignava sempre i denti e starnutiva a più non posso, cosa che mi divertiva assai.
Ricordo che un giorno che mi sgridarono duramente decisi che, se i miei genitori avessero fatto del male a Yuri – come a volte minacciavano quando faceva la pipì in casa – non avrei più parlato per lo shock (dovevo aver visto alla televisione qualcosa del genere).
Yuri fece una fine triste. Esasperati dalle continue manifestazioni di disagio canino (quando partivamo, pur rimanendo lui in compagnia della nonna, spesso alzava la gamba contro l’angolo del mio letto), all’età di dodici anni lo fecero “addormentare”. Mia mamma non ne poteva più. “La sua vita l’ha fatta” fu il commento di mio papà. A quel tempo non c’era la sensibilità verso gli animali che c’è oggi.
Io continuai a parlare.