Archivia 12 Ottobre 2026

Raggio di sole

Il momento è arrivato. L’aiuto ad indossare un giaccone e raccolgo quei quattro indumenti che le sono rimasti ponendoli in un grosso sacchetto del supermercato: l’ultimo ricordo di una spesa normale.
Le sirene non si odono da circa due ore e questo ci rende più ansiosi, visto che la pausa tra i bombardamenti è di circa tre ore.
Abbiamo da percorrere solo 500 metri; solo 500 interminabili metri.
È un po’ buio: spengo la luce e stacco i cavi dall’ennesima batteria estratta da un mezzo pesante distrutto da un obice, curandomi di coprire i contatti per non avere dispersione di corrente. Quelle batterie ci permettono di avere un po’ di luce in quella che dobbiamo considerare casa.
Il nostro appartamento è al piano terra di un palazzo di 10 piani colpito nel secondo giorno di bombardamenti. Per nostra fortuna il palazzo è rimasto in piedi, ed anche se è scheletrico, ti infonde sicurezza. I palazzi vicini sono diventati delle lapidi; se avessi uno scalpello potrei incidere su ogni pezzo di cemento armato caduto sulla strada il nostro urlo di dolore: <<Dov’è Diooooooo?!>>. <<Dov’è Dio?>>
Le pareti della nostra casa sembrano i canali di Marte; l’unica differenza rispetto al mondo marziano è che la possibilità che Gaia ed io abbiamo di tornare a casa vivi percorrendo i 500 metri, è un infinitesimo di quella che hanno gli astronauti su Marte di tornare sulla Terra percorrendo più di 300 milioni di chilometri.
Ora ci sono situazioni urgenti da gestire e non voglio immergermi in riflessioni che al momento non porterebbero nulla di buono.

Usciamo sulla strada, almeno su quella che una volta era la nostra via. Il cielo è grigio e l’aria è satura di polvere; Gaia si copre la bocca con un pezzo di stoffa per filtrarla. Superiamo lentamente carcasse di auto rovesciate, all’interno delle quali sono ben visibili resti umani carbonizzati, percorrendo traiettorie sinusoidali a causa anche delle voragini create dalle bombe.
I 500 metri che ci separano dalla meta sono approssimativi per difetto.
Gaia cammina ondeggiando pesantemente: le caviglie sono gonfie e stanche e il mio braccio su cui poggia il suo, le infonde un po’ di sicurezza.
Non è ancora sera e vediamo sempre più vicina l’insegna che ci indica il luogo tanto agognato.
La strada è tranquilla: i cecchini se ne sono andati da questo quartiere una settimana fa lasciando sul selciato decine di persone colpite vigliaccamente mentre cercavano di raggiungere i bunker. Il mancato golpe li aveva resi vendicativi verso la gente comune, la stessa gente che non aveva accettato questo tentativo di colpo di stato, riversandole tutta la loro rabbia.
Ci fermiamo un minuto per alleviare la sofferenza di Gaia. Anche se al momento tutto tace, l’ansia aumenta e sento che le pulsazioni diventano sempre più veloci.
Solo un centinaio di metri ci separano dall’hotel.

Siamo dentro. Chissà per quale miracolo l’edificio è rimasto integro, un po’ mal messo, ma integro. Forse perché sul tetto vi è una grossa “H”, che non sta per Ospedale ma indica semplicemente il punto di atterraggio per gli elicotteri che trasportavano gli ospiti di questo hotel: Hotel Belvedere.
Ci accolgono la dottoressa Aurora, primaria dell’Ospedale pediatrico Il Futuro e l’ostetrico Sirio anch’egli dello stesso ospedale.
Gaia non ce la fa più; è a pezzi. Le caviglie assomigliano ai galleggianti delle reti dei pescatori. Raggiungiamo quella che un mese fa era la sala conferenze SOLE e che ora è diventata una a sala parto allestita di tutto punto: poltrona posta sul palchetto dove si accomoda la partoriente e due sgabelli da bancone per tenerle sollevate le gambe, due lampade alimentate dalle ormai ben note batterie e tutti gli strumenti che servono all’ostetrica recuperati dall’ospedale pediatrico che per errore, così hanno detto i nostri liberatori, era stato abbattuto.
Aiuto Gaia a stendersi su un divano recuperato dalla hall; le contrazioni iniziano ad aumentare e il dolore si fa più intenso. Ormai ci siamo.
Sirio ed io solleviamo Gaia tenendola sotto le ascelle e l’accompagniamo alla poltrona.
Il dolore per Gaia si fa insopportabile. La mia è solo una presenza di facciata, ma almeno non svengo.
Gaia urla, Sirio urla <<Spingi!>>, Aurora mi guarda col sorriso di chi ti sta dicendo che sta andando tutto bene.
Sentiamo di nuovo le sirene!
Non possiamo correre nel rifugio. La bambina sta nascendo.
Il mio sguardo disperato incrocia quello sereno di Aurora mentre inizia l’incursione dei jet. Si sentono in lontananza i boati delle bombe ma pare che il nostro settore non sia preso di mira.
Urla di Sirio e di Gaia, rombi dei jet, boati delle bombe, suono continuo delle sirene.
Non ce la faccio più!
Incrocio ancora una volta lo sguardo di Aurora e anche questa volta mi sorride.
Improvvisamente tutto tace.
Sirene, jet, bombe, Gaia, Sirio tacciono mentre un flebile vagito si espande nella sala parto alias sala congressi SOLE.
Pace! Che pace.

Avevamo già pensato al nome da dare alla bambina, ma ora vivendo quel momento, guardo Gaia e le chiedo se non le piacesse Kiran che in sanscrito significa raggio di sole. Anche se esausta mi guarda estasiata, non credo per il mio fascino, ma per essere diventata mamma; sorridendo mi dice: << Si, il nome è bellissimo>>.

Sono passati trent’anni, credo che non sia stato un caso aver trovato queste 4 pagine scritte da mio papà e lasciate, come sua cronica disordinata abitudine, nel cassetto della sua scrivania.

Questa è la mia storia, la storia di una bambina nata in una sala parto improbabile, in un momento tragico. L’idea dei miei genitori di chiamarmi Kiran è la manifestazione che la vera speranza porta ad agire ed ora che sono la Presidentessa della Nuova ONU ne sento sia il peso che l’orgoglio.
Sono ormai passati diversi lustri dall’ultimo conflitto regionale e questo fa ben sperare.

Il mondo intero proprio – Massimo Troisi si racconta

A San Giorgio a Cremano si nasce con un cuore grande. Il mio lo è stato, perfino troppo.
Pensate, da grande mi sono pure preso la fama di fesso. Che neanche sono stato capace di reagire per colpa della mia pigrizia.
In realtà sono una persona tranquilla ca tene nu sacc ‘e pazienza. Me basta trovà ‘na panchina mentre aspetto il tram, che mi ci siedo e resto lì, tranquillo, finchè non arriva la corsa successiva.
Io devo tutto al mio paese, a San Giorgio a Cremano, nu paese ca se trova a quattro chilometri da Napoli. Laggiù ho imparato cos’era la disoccupazione, ma pure a rassegnarmi. Ho imparato a parlare, a fare “ ‘o teatro” e non mi pare di essere cambiato molto da allora. Anche se abito a Roma continuo a vivere con i miei amici, con i miei familiari. Quando si parla di problemi, parliamo dei “loro” problemi, perché sono i veri problemi.
Per esempio, quando mi servivano tanti milioni per farmi l’operazione al cuore, i miei amici li hanno trovati in due settimane. Per me non è un fatto soltanto di riconoscenza. E’ qualcosa di valido che loro hanno, anzi che noi “abbiamo”, perché sono dei loro.

Credo di essere un napoletano che vive la contraddizione di non essere mai niente e quindi tutto: né pigro, né efficiente, né furbo né fesso. Io credo di essere un napoletano pigro che fugge le cose, che però ha girato cinque film… Non ostento la mia napoletanità, mi appartiene e basta.

Non potete sapere quanto sono stato contento dello striscione che hanno esposto i tifosi del Napoli per festeggiare il primo scudetto “Scusate il ritardo”. Il film l’ho fatto per quello e ora mi auguro che molto presto possano fare un altro striscione con su scritto “Ricomincio da tre”
Ho scritto la canzone “O ssaje comme fa ‘o core” ed è stato per me un momento bellissimo.
Ho tentato ‘nu sacc ‘e vote d’entrà int a nu disco di Pino Daniele e finalmente con questa canzone ci sono riuscito.
Lo invitavo a cena tutte le sere, gli facevo trovà ‘stu foglietto, ‘sta poesia, dappertutto, persino sotto ‘o piatto.
Né ma stu fetiente non la leggeva e se la stipava, per farsi invitare ‘nata vota.
Quella poesia nascondeva un legame forte tra me e Pino. Tutt’e due avevamo problemi con il cuore.
E tutti e due abbiamo usato il nostro tempo per regalare qualcosa a chi ci ha conosciuto, a chi ha visto i miei film o chi ha suonato e ascoltato la grande musica di Pino.
Poi sono riuscito perfino a fargli fare la colonna sonora del film “Pensavo fosse amore ed era un calesse”. Non immaginate quanta felicità ho provato. Avimm ‘nu grande successo.
Si parlava di amore, di rapporti che si interrompono perché così deve succedere, devono interrompersi se l’amore finisce o se non sai se quell’amore sia mai veramente iniziato.
“Tu dimmi quando, quando, Dove sono i tuoi occhi e la tua bocca, Forse in Africa che importa, Tu dimmi quando quando”
Tante cose successero ancora. Film, incontri, grandi amicizie e donne che si aggiungevano attorno a me. Tante sono le grandi persone c’agg conosciuto nella mia vita.
Lello Arena, Enzo Decaro, Roberto Benigni, Marcello Mastroianni, Ettore Scola, Maurizio Nichetti, Renzo Arbore, Philippe Noiret, Giuliana De Sio, Francesca Neri, Pino Daniele, James Senese e Anna Pavignano una grande donna che ha sempre saputo completarmi nelle sceneggiature di ogni mio film.
Durante l’ultimo film nu motto me rimase impresso: “La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve”. Ci pensavo sempre a questo pensiero che Antonio Skármeta fece dire a Mario il Postino a Pablo Neruda.
Non stavo bene quando iniziammo il film, avevo pure rimandato il trapianto che a Houston mi avevano diagnosticato come indispensabile.
Ma poi ho pensato “Sono stanco di essere uomo”, così come lo aveva insegnato Pablo Neruda a Mario il Postino. Però l’isola, i suoi rumori, le sue anime portate dal vento e battute sulle scogliere o lanciate sui cespugli, mi hanno tenuto vivo. E il film il Postino l’ho voluto fare con il mio cuore.
Ho amato particolarmente questa pellicola, al punto da considerarla parte della mia stessa vita.
Per questa ragione e per l’accoglienza ed il calore che i procidani mi riservarono durante le riprese sull’isola, che volevo offrire loro il film in anteprima nazionale. Proprio in un locale di Procida.
Purtroppo, non ho potuto esserci, me ne sono andato mentre dormivo poche ore dopo la fine delle riprese, il 4 giugno 1994

27/02/2017

Prima di spegnere la luce
Ho ripassato tutti i momenti belli,
quelli della mia vita.
Ho girato la manovella
E la pellicola ha iniziato a girare vorticosamente
A proiettare immagini.
Luci, ombre, suoni e vita,
passeggiate, allegria,
lavoro duro e fatica.

Follia in assurda quantità.

Non li sento,
ma ad ogni immagine,
per ogni scena vissuta,
odori, profumi o sapori
si sintonizzavano all’istante
nella mia mente.

La luce,
in caldi fendenti la sento sulla pelle,
e mi ritrovo al mare,
in India a fare pazzie nell’acqua.

Unz unz punz punz unz punz.
Pooompa i bassi,
Unz unz punz punz unz punz.
Sudore, molto sudore,
“I need your body, every day,
I need your body”
Unz unz punz punz unz punz.
E la vita che mi scorre frenetica nelle vene

E poi la moto,
un destriero ribelle
che segue ogni piega del mio destino.

Due destini si sono incrociati lungo quella maledetta curva.

Spegniti luce, non ti sopporto oltre.
Tredici giugno duemilaquattordici, ho spento la luce.
Ventisette febbraio duemiladiciassette, ho staccato anche la spina.

In memoria e ricordo del coraggio di dj Fabo

 

 

Lady Rider-Spicchio di Luna

Lady canta il Blues in un locale,
alta sui tacchi argento
le risplende un fermaglio
come spicchio di Luna
tra i capelli rame.
Senza contratto s’intende
la città non può permettersi l’arte.
Di giorno si trasforma,
indossa un casco
che non fa respirare
l’afa la schiaccia tra cielo e rotaie
cavalcando un motociclo
acciaccato
consegna cibo speziato
e una bibita in omaggio.
Poche spiccioli si sa,
il lavoro precario, ma
è quanto basta per mangiare.

Lady è schiava solo del suo canto.

Gli Scomparsi

Ma io, che ci faccio qui?

Bella domanda. Lo chiedo a te, Bruce, che conoscevi tanto bene l’irrequietezza da scriverne un’Anatomia. Hai vagato per il mondo fino all’ultimo dei tuoi giorni come un nomade, alla ricerca di un’alternativa che ti portasse un po’ di pace.

Si fa presto a dire Pace, vuol dire tutto e niente. In linea generale può significare la risoluzione di un conflitto. Non so che cosa ne pensi tu, Bruce, ma vorrei proprio sapere chi di noi possa considerarsi davvero risolto.

«La storia di Buenos Aires sta scritta nel suo elenco telefonico» hai scritto nei tuoi appunti poco prima di metterti in viaggio per la Patagonia. «Romanov, Rommel, Rosa, Redziwil, Rothschild… cinque nomi scelti a caso sotto alla R, raccontavano una storia di esilio, delusioni e ansie nascosta dietro a una cortina di merletti».

Siedo più comodamente possibile, in mezzo ad altre centinaia di passeggeri. Oltre ai vetri del traghetto vedo scorrere le acque grigie del Rio de la Plata, talmente vaste che si scorge soltanto orizzonte. Stanco di leggere mi alzo in piedi, a poca distanza un gruppo di giovani è ancora su di giri per la festa della sera prima. Versano acqua calda di thermos nelle bocche dei materos e si portano alle labbra le bombillas. Hanno carnagione bruna di discendenza nativa, si esaltano per aver trascorso il sabato sera in Uruguay come i ricchi – ai quali non importa dell’onda lunga del Peso – e sorseggiano il sapore amaro del mate, che si raccoglie qui e in nessun’altra terra.

I miei occhi galleggiano sulla pelle smunta del fiume, pensando che non vi è Paese al mondo migliore dell’Argentina per cercare qualcuno che è scomparso. Vengo da una città dove sono tutti convinti che vivranno per sempre. A poco più, o poco meno, di venti minuti dall’attracco, questo velo d’acqua pesa come una lapide su chi, scivolando sulla storia, cadde dai voli della morte.

Si chiamano scomparsi coloro che mancano senza una ragione. Avevano una ventina d’anni, il regime è venuto a prenderli casa per casa, di sera, interrompendo cene, rovesciando tazzine di caffè, per portarli via, torturarli e poi gettarli nel fiume.

Poi, alla fine, la guerra sporca è finita, ma le loro madri non si sono ancora date pace.

Mi chiedo se le vedrò, là, al centro della piazza, irremovibili, con un fazzoletto bianco legato in testa. Spero di incontrarle, senza però essere sicuro di che cosa potrò mai dire loro. Forse che la pace mi ha assuefatto, ha drogato i miei sensi e non riesco più a percepirla.

Buenos Aires comincia in Avenida de Córdoba, atteggiandosi come una ragazza davanti a una finestra, che ne riflette l’immagine mentre indossa i vestiti più eleganti dell’armadio di sua madre. Abbigliata con stile Art Nouveau, assomiglia proprio tutta a Parigi. Svolto a destra, verso nord, la via è dritta, senza inizio né fine, dietro a fregi mitologici alcuni palazzi sono vuoti come la calotta di un teschio. La strada è animata da negozi in attività, passanti frettolosi, tranquille passeggiate e personaggi spaesati, arrivati in centro da ogni parte per aspettare che qualche briciola cada dalla tavola della capitale. Si incontra anche qualche bonaerense dagli antenati europei e una rispettabile aria cittadina, che con disinvoltura non perde occasione per buttare l’occhio in un cassonetto dei rifiuti.

E poi, ad una svolta casuale, la casa di Borges.

San Temo, Buenos Aires, dicembre 2025

Raccomandandomi a Nuestra Señora de Belén imbrocco l’autobus giusto. Un ampio giro attorno all’Obelisco di Avenida 9 de Julio ed un susseguirsi di vie e portoni sconosciuti.

La domenica è il giorno del mercato dell’antiquariato a San Telmo. La piazza quadrata è contornata da case colorate, di varie generazioni e pochi piani. La folla procede lenta tra i banchi che espongono oggetti dalla vita più lunga di quella dei loro proprietari; posate scompagnate, statuine di porcellana, lampade di vetro. Compro una cintura in pelle da gaucho, mi fermo ad ascoltare una fisarmonica, vado poi a vedere il Santo del quartiere nella chiesa con gli altari barocchi in legno dipinto.

Camminando ancora verso sud smezzo il pomeriggio con una empanada. Dall’altra parte della strada vedo un terzetto di vetrine buie, appartenenti a un bar chiuso per tristezza. Avvicinandomi infilo lo sguardo oltre uno spiraglio tra la porta e il battente e mi trovo a spiare un tango intimo e senza musica.

Mi lascio raccontare la storia popolare della Boca dai muri colorati del suo stadio, osservato dalle figure di chi solo è degno di stare al balcone più importante della via, Maradona, Evita e Papa Francesco.

Quando infine arrivo stanco in Plaza de Mayo, in un giorno che manifesta il suo declino sulla facciata della Casa Rosada, gli unici fazzoletti bianchi che vedo sono quelli impressi sulla pavimentazione. Un arredo urbano che cerca di costruire la memoria storica nei percorsi di tutti i giorni, ma proprio non ce la fa a non pensare alle Malvinas.

Vedo più avanti un monumento equestre dedicato ad un eroe della Nazione. Alla sua base sono accumulati dei sassi, comunissime pietre di fiume, ma sono centinaia, forse migliaia. Dentro di me sale l’emozione di averli trovati, dopo una ricerca così lunga. Sui sassi sono scritte alcune date, ma non possono essere giuste. Quattro, cinque anni fa, i conti non tornano, così ne chiedo il significato ad un ragazzo in camicia bianca, ma non mi sa rispondere. Provo a porgere la stessa domanda ad una tipa con i capelli colorati, intenta a tracciare schizzi su un blocchetto, la quale mi informa che le pietre sono state posate dagli amici e dai parenti delle vittime del Coronavirus.

È possibile, Bruce, che fra tutti questi scomparsi alla fine abbia trovato anche me stesso, ma il cammino non è ancora terminato.

Sto per rientrare in albergo, quando il mio occhio inciampa su una lastra, di ceramica, inserita nell’asfalto del marciapiede. Ed ecco Mercedes, Antonio, Roberto, Liliana, Daniel; 1976, 1977… lavoravano negli uffici all’interno del palazzo qui accanto.