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Gli Scomparsi

Ma io, che ci faccio qui?

Bella domanda. Lo chiedo a te, Bruce, che conoscevi tanto bene l’irrequietezza da scriverne un’Anatomia. Hai vagato per il mondo fino all’ultimo dei tuoi giorni come un nomade, alla ricerca di un’alternativa che ti portasse un po’ di pace.

Si fa presto a dire Pace, vuol dire tutto e niente. In linea generale può significare la risoluzione di un conflitto. Non so che cosa ne pensi tu, Bruce, ma vorrei proprio sapere chi di noi possa considerarsi davvero risolto.

«La storia di Buenos Aires sta scritta nel suo elenco telefonico» hai scritto nei tuoi appunti poco prima di metterti in viaggio per la Patagonia. «Romanov, Rommel, Rosa, Redziwil, Rothschild… cinque nomi scelti a caso sotto alla R, raccontavano una storia di esilio, delusioni e ansie nascosta dietro a una cortina di merletti».

Siedo più comodamente possibile, in mezzo ad altre centinaia di passeggeri. Oltre ai vetri del traghetto vedo scorrere le acque grigie del Rio de la Plata, talmente vaste che si scorge soltanto orizzonte. Stanco di leggere mi alzo in piedi, a poca distanza un gruppo di giovani è ancora su di giri per la festa della sera prima. Versano acqua calda di thermos nelle bocche dei materos e si portano alle labbra le bombillas. Hanno carnagione bruna di discendenza nativa, si esaltano per aver trascorso il sabato sera in Uruguay come i ricchi – ai quali non importa dell’onda lunga del Peso – e sorseggiano il sapore amaro del mate, che si raccoglie qui e in nessun’altra terra.

I miei occhi galleggiano sulla pelle smunta del fiume, pensando che non vi è Paese al mondo migliore dell’Argentina per cercare qualcuno che è scomparso. Vengo da una città dove sono tutti convinti che vivranno per sempre. A poco più, o poco meno, di venti minuti dall’attracco, questo velo d’acqua pesa come una lapide su chi, scivolando sulla storia, cadde dai voli della morte.

Si chiamano scomparsi coloro che mancano senza una ragione. Avevano una ventina d’anni, il regime è venuto a prenderli casa per casa, di sera, interrompendo cene, rovesciando tazzine di caffè, per portarli via, torturarli e poi gettarli nel fiume.

Poi, alla fine, la guerra sporca è finita, ma le loro madri non si sono ancora date pace.

Mi chiedo se le vedrò, là, al centro della piazza, irremovibili, con un fazzoletto bianco legato in testa. Spero di incontrarle, senza però essere sicuro di che cosa potrò mai dire loro. Forse che la pace mi ha assuefatto, ha drogato i miei sensi e non riesco più a percepirla.

Buenos Aires comincia in Avenida de Córdoba, atteggiandosi come una ragazza davanti a una finestra, che ne riflette l’immagine mentre indossa i vestiti più eleganti dell’armadio di sua madre. Abbigliata con stile Art Nouveau, assomiglia proprio tutta a Parigi. Svolto a destra, verso nord, la via è dritta, senza inizio né fine, dietro a fregi mitologici alcuni palazzi sono vuoti come la calotta di un teschio. La strada è animata da negozi in attività, passanti frettolosi, tranquille passeggiate e personaggi spaesati, arrivati in centro da ogni parte per aspettare che qualche briciola cada dalla tavola della capitale. Si incontra anche qualche bonaerense dagli antenati europei e una rispettabile aria cittadina, che con disinvoltura non perde occasione per buttare l’occhio in un cassonetto dei rifiuti.

E poi, ad una svolta casuale, la casa di Borges.

San Temo, Buenos Aires, dicembre 2025

Raccomandandomi a Nuestra Señora de Belén imbrocco l’autobus giusto. Un ampio giro attorno all’Obelisco di Avenida 9 de Julio ed un susseguirsi di vie e portoni sconosciuti.

La domenica è il giorno del mercato dell’antiquariato a San Telmo. La piazza quadrata è contornata da case colorate, di varie generazioni e pochi piani. La folla procede lenta tra i banchi che espongono oggetti dalla vita più lunga di quella dei loro proprietari; posate scompagnate, statuine di porcellana, lampade di vetro. Compro una cintura in pelle da gaucho, mi fermo ad ascoltare una fisarmonica, vado poi a vedere il Santo del quartiere nella chiesa con gli altari barocchi in legno dipinto.

Camminando ancora verso sud smezzo il pomeriggio con una empanada. Dall’altra parte della strada vedo un terzetto di vetrine buie, appartenenti a un bar chiuso per tristezza. Avvicinandomi infilo lo sguardo oltre uno spiraglio tra la porta e il battente e mi trovo a spiare un tango intimo e senza musica.

Mi lascio raccontare la storia popolare della Boca dai muri colorati del suo stadio, osservato dalle figure di chi solo è degno di stare al balcone più importante della via, Maradona, Evita e Papa Francesco.

Quando infine arrivo stanco in Plaza de Mayo, in un giorno che manifesta il suo declino sulla facciata della Casa Rosada, gli unici fazzoletti bianchi che vedo sono quelli impressi sulla pavimentazione. Un arredo urbano che cerca di costruire la memoria storica nei percorsi di tutti i giorni, ma proprio non ce la fa a non pensare alle Malvinas.

Vedo più avanti un monumento equestre dedicato ad un eroe della Nazione. Alla sua base sono accumulati dei sassi, comunissime pietre di fiume, ma sono centinaia, forse migliaia. Dentro di me sale l’emozione di averli trovati, dopo una ricerca così lunga. Sui sassi sono scritte alcune date, ma non possono essere giuste. Quattro, cinque anni fa, i conti non tornano, così ne chiedo il significato ad un ragazzo in camicia bianca, ma non mi sa rispondere. Provo a porgere la stessa domanda ad una tipa con i capelli colorati, intenta a tracciare schizzi su un blocchetto, la quale mi informa che le pietre sono state posate dagli amici e dai parenti delle vittime del Coronavirus.

È possibile, Bruce, che fra tutti questi scomparsi alla fine abbia trovato anche me stesso, ma il cammino non è ancora terminato.

Sto per rientrare in albergo, quando il mio occhio inciampa su una lastra, di ceramica, inserita nell’asfalto del marciapiede. Ed ecco Mercedes, Antonio, Roberto, Liliana, Daniel; 1976, 1977… lavoravano negli uffici all’interno del palazzo qui accanto.