Si era fatta notte presto, saltando l’intermezzo della sera. Gente dal volto pallido mi passava accanto senza vedermi. Camminando a fianco di una rosticceria ambulante mi si impregnò il naso di odori di spezie, tenevo intanto gli occhi bassi per salvarli da una pioggerellina che bagnava i vetri e nascondeva nel buio i tetti aguzzi di Staré Město. Mi fermai all’inizio del Ponte Carlo.
Ogni volta che venivo a Praga ci incontravamo qui per poterci fare una foto con le guglie della Cattedrale di San Vito alle spalle. Ci scambiavamo un paio di pacche sulle spalle e andavamo a bere in una birreria, una lanterna color miele che nel labirinto di vicoli riuscivamo sempre a ritrovare.
Il mio amico Rajesh era un indiano dalla corporatura minuta che riparava computer nella Città Nuova. Si riempiva la bocca di frasi in ceco e tracannava Pilsner come se temesse che il mastro birraio potesse intendere che non era di suo gradimento.
«Questa città è bellissima!» Mi disse quella volta «Fidati di me amico mio, qui sto facendo davvero very big business. Non soltanto perché tanta gente viene qui per girare porno e ha bisogno di materiale informatico – e ci sarà da lavorare ancora per tanto tempo, credimi, perché film con intelligenza artificiale non provocano lo stesso effetto – ma anche perché Praga è città di magia! Ti devo raccontare questa storia, perché è da non credere. Tre settimane fa è venuto da me un tizio, bellissimo uomo, italiano, vestito bene, per domandarmi di mia nuova invenzione.»
«Quale invenzione, Rajesh?»
«Tu sai che a me piace inventare, non faccio mai molta pubblicità perché mi costa troppo e poi va sempre a finire che funziona meglio il passaparola…»
«E di cosa si tratta?»
«Ho sistemato stanza sul retro di mia bottega, con comodo letto, salotto con cuscini di seta, luci soffuse, per offrire ai miei clienti un servizio particolare.»
«Espresso da una qualche richiesta… particolare, immagino.»
«Niente affatto, non funziona così! Le invenzioni prima nascono, col tempo diventa chiaro a che cosa servono. In questa stanza ho voluto aggiungere, nascosta sotto a tappezzeria, una gabbia in cavi di ferro per aumentarne l’isolamento, algoritmo potente che ho portato dalla mia terra, e incantesimo prestato da rabbino di Cimitero Ebraico. Se capita che persona muore dentro questa stanza, l’anima rimane chiusa al suo interno, incapace di andare via, fino a che non viene aperta la porta.»
Un altro giro di birre fu portato al tavolo e Rajesh si interruppe per ringraziare il cameriere aprendo i suoi baffi smilzi come ali d’uccello.
«Ti stavo raccontando dell’uomo venuto in negozio per chiedere della stanza sul retro. Gli ho risposto che, come primo cliente, gli avrei fatto grosso sconto, a patto però di farmi sapere come andava l’utilizzo dell’invenzione per poter correggere eventuali difetti tecnici. L’uomo, allora, mi ha raccontato storia davvero molto triste. Era stato lasciato da sua donna e non riusciva più a darsi pace. Gli ho chiesto motivo per cui la donna si fosse comportata così, non per curiosità, ma per interesse tecnico. Mi ha risposto che donna non lo amava più e voleva essere libera, ma così dicendo non aveva pensato a quanta tristezza avrebbe dato al suo uomo, che niente aveva fatto per contrariarla e le aveva dato tutto ciò di cui aveva bisogno.»
Rajesh prese il boccale per il manico e immerse i baffi nella schiuma bianca. Vidi però che tenendo gli occhi chiusi cercava di infilarci anche il naso, come se desiderasse affogare in quel sorso sorretto da una mano tremolante. Nei suoi desideri c’era forse la voglia di punirsi finendo la propria vita, prima ancora di finire la storia.
«Quell’uomo era tanto triste. Si vedeva però che non sopportava quel suo essere triste e mi ha detto che avrebbe portato lì sua donna, dentro la stanza l’avrebbe uccisa perché così non si sarebbe più separata da lui, né suo corpo né sua anima. Per finire, mi ha mostrato la carta di credito e mi ha chiesto le chiavi.»
