Tag 2026 Dino Lorusso

Raggio di sole

Il momento è arrivato. L’aiuto ad indossare un giaccone e raccolgo quei quattro indumenti che le sono rimasti ponendoli in un grosso sacchetto del supermercato: l’ultimo ricordo di una spesa normale.
Le sirene non si odono da circa due ore e questo ci rende più ansiosi, visto che la pausa tra i bombardamenti è di circa tre ore.
Abbiamo da percorrere solo 500 metri; solo 500 interminabili metri.
È un po’ buio: spengo la luce e stacco i cavi dall’ennesima batteria estratta da un mezzo pesante distrutto da un obice, curandomi di coprire i contatti per non avere dispersione di corrente. Quelle batterie ci permettono di avere un po’ di luce in quella che dobbiamo considerare casa.
Il nostro appartamento è al piano terra di un palazzo di 10 piani colpito nel secondo giorno di bombardamenti. Per nostra fortuna il palazzo è rimasto in piedi, ed anche se è scheletrico, ti infonde sicurezza. I palazzi vicini sono diventati delle lapidi; se avessi uno scalpello potrei incidere su ogni pezzo di cemento armato caduto sulla strada il nostro urlo di dolore: <<Dov’è Diooooooo?!>>. <<Dov’è Dio?>>
Le pareti della nostra casa sembrano i canali di Marte; l’unica differenza rispetto al mondo marziano è che la possibilità che Gaia ed io abbiamo di tornare a casa vivi percorrendo i 500 metri, è un infinitesimo di quella che hanno gli astronauti su Marte di tornare sulla Terra percorrendo più di 300 milioni di chilometri.
Ora ci sono situazioni urgenti da gestire e non voglio immergermi in riflessioni che al momento non porterebbero nulla di buono.

Usciamo sulla strada, almeno su quella che una volta era la nostra via. Il cielo è grigio e l’aria è satura di polvere; Gaia si copre la bocca con un pezzo di stoffa per filtrarla. Superiamo lentamente carcasse di auto rovesciate, all’interno delle quali sono ben visibili resti umani carbonizzati, percorrendo traiettorie sinusoidali a causa anche delle voragini create dalle bombe.
I 500 metri che ci separano dalla meta sono approssimativi per difetto.
Gaia cammina ondeggiando pesantemente: le caviglie sono gonfie e stanche e il mio braccio su cui poggia il suo, le infonde un po’ di sicurezza.
Non è ancora sera e vediamo sempre più vicina l’insegna che ci indica il luogo tanto agognato.
La strada è tranquilla: i cecchini se ne sono andati da questo quartiere una settimana fa lasciando sul selciato decine di persone colpite vigliaccamente mentre cercavano di raggiungere i bunker. Il mancato golpe li aveva resi vendicativi verso la gente comune, la stessa gente che non aveva accettato questo tentativo di colpo di stato, riversandole tutta la loro rabbia.
Ci fermiamo un minuto per alleviare la sofferenza di Gaia. Anche se al momento tutto tace, l’ansia aumenta e sento che le pulsazioni diventano sempre più veloci.
Solo un centinaio di metri ci separano dall’hotel.

Siamo dentro. Chissà per quale miracolo l’edificio è rimasto integro, un po’ mal messo, ma integro. Forse perché sul tetto vi è una grossa “H”, che non sta per Ospedale ma indica semplicemente il punto di atterraggio per gli elicotteri che trasportavano gli ospiti di questo hotel: Hotel Belvedere.
Ci accolgono la dottoressa Aurora, primaria dell’Ospedale pediatrico Il Futuro e l’ostetrico Sirio anch’egli dello stesso ospedale.
Gaia non ce la fa più; è a pezzi. Le caviglie assomigliano ai galleggianti delle reti dei pescatori. Raggiungiamo quella che un mese fa era la sala conferenze SOLE e che ora è diventata una a sala parto allestita di tutto punto: poltrona posta sul palchetto dove si accomoda la partoriente e due sgabelli da bancone per tenerle sollevate le gambe, due lampade alimentate dalle ormai ben note batterie e tutti gli strumenti che servono all’ostetrica recuperati dall’ospedale pediatrico che per errore, così hanno detto i nostri liberatori, era stato abbattuto.
Aiuto Gaia a stendersi su un divano recuperato dalla hall; le contrazioni iniziano ad aumentare e il dolore si fa più intenso. Ormai ci siamo.
Sirio ed io solleviamo Gaia tenendola sotto le ascelle e l’accompagniamo alla poltrona.
Il dolore per Gaia si fa insopportabile. La mia è solo una presenza di facciata, ma almeno non svengo.
Gaia urla, Sirio urla <<Spingi!>>, Aurora mi guarda col sorriso di chi ti sta dicendo che sta andando tutto bene.
Sentiamo di nuovo le sirene!
Non possiamo correre nel rifugio. La bambina sta nascendo.
Il mio sguardo disperato incrocia quello sereno di Aurora mentre inizia l’incursione dei jet. Si sentono in lontananza i boati delle bombe ma pare che il nostro settore non sia preso di mira.
Urla di Sirio e di Gaia, rombi dei jet, boati delle bombe, suono continuo delle sirene.
Non ce la faccio più!
Incrocio ancora una volta lo sguardo di Aurora e anche questa volta mi sorride.
Improvvisamente tutto tace.
Sirene, jet, bombe, Gaia, Sirio tacciono mentre un flebile vagito si espande nella sala parto alias sala congressi SOLE.
Pace! Che pace.

Avevamo già pensato al nome da dare alla bambina, ma ora vivendo quel momento, guardo Gaia e le chiedo se non le piacesse Kiran che in sanscrito significa raggio di sole. Anche se esausta mi guarda estasiata, non credo per il mio fascino, ma per essere diventata mamma; sorridendo mi dice: << Si, il nome è bellissimo>>.

Sono passati trent’anni, credo che non sia stato un caso aver trovato queste 4 pagine scritte da mio papà e lasciate, come sua cronica disordinata abitudine, nel cassetto della sua scrivania.

Questa è la mia storia, la storia di una bambina nata in una sala parto improbabile, in un momento tragico. L’idea dei miei genitori di chiamarmi Kiran è la manifestazione che la vera speranza porta ad agire ed ora che sono la Presidentessa della Nuova ONU ne sento sia il peso che l’orgoglio.
Sono ormai passati diversi lustri dall’ultimo conflitto regionale e questo fa ben sperare.