Tutti gli articoli di Valeria Giacomello

Il muro di cinta

Il muro di cinta
protegge dallo sguardo,
invalicabile pudore
che il dolore non coglie.

Dove sei anima cara?
Una volta mi capivi
o fingevi così bene.
Ora è spoglia quella casa
e il camino è spento.

Vorrei ritrovarti
mai il mio muro di cinta
mi protegge dal tuo sguardo.

Il pruno

Sei sbocciato oggi vestendoti di rosa
timido pruno dai rami gentili.
Ora fra le accoglienti fronde
ospiterai nidi e canti
Come ospiti me
che finalmente ho posato lo sguardo.

Ora respiro aria fresca
che profuma di te.
Abbraccio la tua corteccia,
il mio tronco avvinto al tuo.

Le nostre linfe libere scorrono
fra le radici piantate nella terra
e l’essenza di noi
rivolta verso il cielo.

Guardami

Guardami.
Sul suolo intriso di livore
Le mie orme tracciano solchi.

Ascoltami.
Canti di sirena intonano note
Di disilluso sdegno.

Cercami.
Nel respiro delle foglie
Tremuli sprazzi di luce

Resistono al vento.

Batte e ancora batte

Cuore bugiardo
batte e ancora batte
ingannevole richiamo di vita.

Pensieri lasciano solchi
il respiro insegue
cristalli di brina.

Eppure nel petto
una fiamma breve
si tinge d’eterno

e scava sotto il gelo
come marea notturna
che accarezza e sottrae.

Batte e ancora batte,
un seme che resiste
alla neve del dubbio.

Quando me ne andrò

Quando me ne andrò
non avrò sassi nelle tasche.
Sarò come l’acqua del fiume
ostinata e gentile
che trova sempre la via
per arrivare al mare,
accarezza gli ostacoli
e si insinua senza sforzo.

Gocce salate
raccontano sul mio volto
versi d’amore e nostalgia.
Vorrei radicarmi come un’alga
e lasciarmi cullare dall’oblio…
Eppure insisto come l’acqua,
scavando trame
con ostinata limpidezza.

Quando me ne andrò
sarò corrente chiara
che crea la marea.
Lascerò che il vento
profumi dei miei passi
e avrò ancora sogni da sognare
come semi custoditi nell’acqua
in attesa di riva.

La casa di Hilde

Oltre quel monte il confineOltre il confine chissàOltre quel monte la casa di Hilde
(Francesco De Gregori)

I due camminarono per i sentieri impervi fino all’imbrunire. Una figura alta e imponente, sebbene leggermente curva come a contare gli anni della vita, e una minuscola ma orgogliosamente ritta sulle gambe.
Con loro pochi bagagli: uno zaino sulle spalle dell’uomo e una capra tenuta alla corda dal bambino.
«Finalmente abbiamo passato il confine, – il padre si risolse finalmente a parlare dopo ore di silenzio – il pericolo è passato e potremo riposarci un po’».
Il piccolo si lasciò cadere sull’erba ancora tiepida e la capra cominciò a brucare serena.
«Papà – chiese con gli occhi fissi sull’animale – perché ci stiamo portando dietro la capra?»
«Perché lei è come noi», rispose l’uomo. «Era persa per strada, da sola, ma ci è venuta incontro come se ci conoscesse. Anche noi stiamo bastando a noi stessi, come lei, e lei lo ha capito. Ci ha scelti e noi non lasciamo indietro nessuno».
«Ma cosa sono quelle pietre luccicanti che ti ha affidato Hilde? Perché sono venuti a cercarti? Abbiamo fatto qualcosa di sbagliato?» il bambino cominciò a parlare in tono sempre più concitato, gli occhi spalancati dalla curiosità e dal timore.
«Si chiamano diamanti e per certa gente sono molto preziosi. Per noi non sono nulla, sono solo merce di scambio che serviranno a comprare la libertà a molta gente e chi ha cercato di fermarci non erano uomini cattivi, erano inconsapevolmente convinti di fare il loro dovere».
«Ma quindi la libertà di può comprare?»
«Purtroppo a volte è l’unico sistema ma il punto di partenza è la scelta. Come la capra: ha scelto di liberarsi dal suo gregge come noi abbiamo scelto di liberarci dal nostro».
«E ora cosa accadrà?»
«Consegneremo i diamanti agli uomini della Resistenza, ma questa è un’altra storia che ti racconterò domani».

L’istante in cui lui le sorrise

Il parco era attraversato da una calma ordinaria, fatta di rumori distanti e di passi che non avevano fretta. Eleonora camminava lungo il vialetto centrale, osservando senza cercare davvero nulla. Le piaceva quel momento della giornata, quando le cose sembravano stare al loro posto.
Lo vide poco più avanti, vicino a una panchina. Aveva in mano un sacchetto di carta e lo apriva con attenzione, lasciando cadere piccoli pezzi di pane sul palmo. I piccioni si avvicinavano con cautela, poi con fiducia. Lui aspettava, senza scacciarli, senza gesti bruschi. Quella pazienza la colpì più di quanto avrebbe immaginato. Non era un gesto raro, ma in lui sembrava privo di esibizione, come se non fosse rivolto a nessuno in particolare.
Era stata una giornata intensa di lavoro, piena di tensioni, e quella calma esibita ebbe su di lei l’effetto tranquillizzante di un mantra. Si fermò a qualche passo di distanza. Rimase lì, semplicemente a guardare. Le ali che si aprivano e si richiudevano, il rumore secco dei becchi, la mano che restava ferma. Era una scena piccola, e proprio per questo le parve significativa.
Quando lui alzò lo sguardo, fu come se il resto si fosse messo in pausa. La vide e sorrise. Non un sorriso studiato, né ampio. Era leggermente inclinato, trattenuto, ma pieno. Un sorriso che non chiedeva nulla, che sembrava nascere da un pensiero buono.
Si sentì percorsa da un brivido. Non era abituata a incrociare gli occhi degli altri lasciandosene penetrare, nel suo lavoro aveva affinato molte tecniche che le permettevano di avere sempre il controllo della situazione senza concedere nulla di sé che non fosse frutto di una sua studiata volontà.
Per qualche ragione, quel sorriso mite e non giudicante, forse proprio per quello capace di penetrare la sua corazza, l’aveva spiazzata, facendola sentire nuda.
Una sensazione che non riusciva a incasellare e la metteva a disagio ma, nello stesso tempo, la affascinava e la tentava.
Rimase immobile più a lungo di quanto fosse necessario. Sentì che quel sorriso le stava parlando senza parole, e che lei lo stava riconoscendo. Non come qualcosa di nuovo, ma come qualcosa che aveva già visto una volta, molto tempo prima, e che ora tornava con un altro volto.
Dopo un tempo che le sembrò sospeso, lui tornò ad abbassare lo sguardo verso i piccioni, continuando a nutrirli. Lei riprese a camminare lentamente, senza voltarsi subito. Il parco era lo stesso, i rumori identici. Eppure, dentro di lei, qualcosa si era disposto in modo diverso.

Natale 2025

Non l’ho sentito arrivare. Mi ha sorpresa piombandomi alle spalle, portando con sé una ventata di nevischio all’aroma di cannella.
Ha riempito il suo viso rubizzo con una gorgogliante risata, spalancandomi le braccia.
Come restare insensibili ai suoi colori, alle sue luci, ai suoi profumi? Come il serpente mi tenta offrendomi castagne e vin brulé. Il suo sorriso è pieno di promesse.
«Ti divertirai, riceverai dei bellissimi regali, ti riunirai persino alla tua famiglia perché, si sa, Natale con i tuoi! Ricordando il miracolo della natività, poi, diventerai forse anche più buona, anche se solo per un giorno, anche se solo con il pensiero destinato a volare via insieme ai buoni propositi irrisolti di ogni Capodanno. Dai, accogli il mio abbraccio, festeggiamo insieme!»
La sua voce stentorea mi lusinga e mi confonde come il canto delle Sirene.
Eppure volto le spalle e resisto. Cosa c’è da festeggiare quest’anno?
Eppure, mentre stringo le braccia al petto come per proteggermi da un vento che conosco fin troppo bene, qualcosa mi trattiene dal chiudere del tutto la porta.
Non è la promessa di regali, né l’incanto prefabbricato delle vetrine. È un dettaglio minimo, quasi impercettibile: il modo in cui il silenzio, dopo il suo ingresso rumoroso, sembra più tiepido.
Mi volto appena. Sul pavimento, insieme alle sue tracce di neve, c’è un riflesso sottile, come il brillare di un’idea che non ha bisogno di fuochi d’artificio per farsi vedere.
Forse una ragione per festeggiare esiste ancora.
È la possibilità minuscola ma ostinata che, anche quest’anno, qualcosa possa ricominciare. Un gesto gentile inatteso, una parola che rimette insieme un pensiero caduto, un respiro che torna più leggero senza sapere perché.
Allora gli faccio un passo incontro, senza entusiasmo forzato, senza maschere.
Solo perché, in fondo, riconosco quel piccolo bagliore: il semplice coraggio di concedere un’altra occasione alla luce.
E questo, almeno questo, vale una festa.

Li RongMei

Coperta di neve
la terra spera e riposa.
Ricordando la fonte
da cui ha bevuto
il Maestro ha lo sguardo
verso terre straniere.
Ci vuole coraggio
e ferma la mano,
come giunco flessuoso
dalle salde radici.
Lucente la lama
spezza il ricamo del sole,
ostinata carezza
del fiore d’inverno.

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