Tutti gli articoli di Valeria Giacomello

Natale 2025

Non l’ho sentito arrivare. Mi ha sorpresa piombandomi alle spalle, portando con sé una ventata di nevischio all’aroma di cannella.
Ha riempito il suo viso rubizzo con una gorgogliante risata, spalancandomi le braccia.
Come restare insensibili ai suoi colori, alle sue luci, ai suoi profumi? Come il serpente mi tenta offrendomi castagne e vin brulé. Il suo sorriso è pieno di promesse.
«Ti divertirai, riceverai dei bellissimi regali, ti riunirai persino alla tua famiglia perché, si sa, Natale con i tuoi! Ricordando il miracolo della natività, poi, diventerai forse anche più buona, anche se solo per un giorno, anche se solo con il pensiero destinato a volare via insieme ai buoni propositi irrisolti di ogni Capodanno. Dai, accogli il mio abbraccio, festeggiamo insieme!»
La sua voce stentorea mi lusinga e mi confonde come il canto delle Sirene.
Eppure volto le spalle e resisto. Cosa c’è da festeggiare quest’anno?
Eppure, mentre stringo le braccia al petto come per proteggermi da un vento che conosco fin troppo bene, qualcosa mi trattiene dal chiudere del tutto la porta.
Non è la promessa di regali, né l’incanto prefabbricato delle vetrine. È un dettaglio minimo, quasi impercettibile: il modo in cui il silenzio, dopo il suo ingresso rumoroso, sembra più tiepido.
Mi volto appena. Sul pavimento, insieme alle sue tracce di neve, c’è un riflesso sottile, come il brillare di un’idea che non ha bisogno di fuochi d’artificio per farsi vedere.
Forse una ragione per festeggiare esiste ancora.
È la possibilità minuscola ma ostinata che, anche quest’anno, qualcosa possa ricominciare. Un gesto gentile inatteso, una parola che rimette insieme un pensiero caduto, un respiro che torna più leggero senza sapere perché.
Allora gli faccio un passo incontro, senza entusiasmo forzato, senza maschere.
Solo perché, in fondo, riconosco quel piccolo bagliore: il semplice coraggio di concedere un’altra occasione alla luce.
E questo, almeno questo, vale una festa.

Li RongMei

Coperta di neve
la terra spera e riposa.
Ricordando la fonte
da cui ha bevuto
il Maestro ha lo sguardo
verso terre straniere.
Ci vuole coraggio
e ferma la mano,
come giunco flessuoso
dalle salde radici.
Lucente la lama
spezza il ricamo del sole,
ostinata carezza
del fiore d’inverno.

Spleen

Resto qui
avvinghiata alle radici
con catene che tintinnano
di domande e di domani

Mentre la terra mi penetra
fredda e umida
eppure accogliente
come il ventre di una madre

Dove sei ora dove sei
dolce risata posata
su bianche dita sfarfallanti
protesa verso un domani
che oggi è vento gelido
a scompigliare l’anima

Meglio restare qui
a nutrirmi di radici
nel buio che culla e consola
dove i perché si assopiscono
e ogni sete si quieta

Le voci delle donne spezzate

Noi siamo fiammelle portate dal vento,
siamo la voce di chi porta il ricordo,
siamo il dolore che annega l’amore.

Siamo sospinte dalla nube del tempo
Come cullate dalle braccia di madre,
ma non conoscemmo la pace
su quella terra che ora voi occupate.

Siamo spiriti che nel buio risplendono
ma non c’è pace nel nostro vagare.
Fummo sorelle, figlie e madri
ma solo carne per chi odiava la vita.

Siamo fiammelle portate dal vento
ma non c’è gioia nel nostro vagare.
Siamo il monito per il vostro presente
i fantasmi del vostro domani.

Fate buon uso del nostro ricordo
mutate il finale del nostro racconto.
Solo così finirà il rancore e saremo amore,
l’amore che disperde il dolore.

Donami un po’ di cielo

Donami un poco di cielo,
una scheggia d’azzurro
che per il tutto è nulla
ma per me è il tutto.

Donami una carezza
di nube bianca
che lieve si posi sulla guancia
come mano gentile di madre.

Donami un poco di cielo
tu che sospiri d’infinito
tra il canto frusciante delle fronde
nel segreto del vento notturno.

Donami un poco di cielo
tintinnante malinconica pioggia
che piangi sulla guancia di Pierrot
intessuta di neve e nostalgia.

Donami un poco di cielo
tu che possiedi l’universo
ma già lo so chi ha tutto
non desidera più nulla

nemmeno
questa mia
preghiera
che vola.

Io odio l’inverno

Odio l’inverno.
Odio il cambio dell’armadio: un rito pagano di sacrificio agli dei del freddo, dove i vezzosi abitini estivi vengono sepolti sotto strati di lana e malinconia. E giù piumoni, maglioni, pantaloni, sciarponi… un’orgia di “oni” che ingoia ogni velleità di leggerezza.
Odio svegliarmi nel buio e cenare nello stesso identico buio, come se vivessi in un film scandinavo senza sottotitoli.
Odio vestirmi tremando, camminare tremando e persino pensare tremando: ormai sono una maracas umana. E poi, addio panchine! Non posso più sedermi a contemplare il nulla, perché, indovinate? Esatto: ho freddo.
Odio avere fame ogni tre ore, perché il mio corpo, da bravo sopravvissuto alla glaciazione, pretende carboidrati come fossero carezze. E quei giorni di pioggia uggiosa, odiosa, tediosa? Perfetti per far risorgere tutti i dolori articolari che in estate dormivano beatamente.
Non so se si era capito… ma io odio l’inverno. Anche se, va detto, lui mi ignora benissimo.

Afferra la mia mano

Afferra la mia mano, sorellina.
Lascia che ti tenga saldamente contro chi ti vuole male.
A volte la notte è lunga e il vento si fa cattivo, spinge così forte da farti vacillare. Nelle strade come nelle case la paura cammina in punta di piedi, indossa voci dolci e promesse vane, ti convince a chinare il capo, a credere che la colpa sia tua.
Ma io ti vedo, anche quando abbassi lo sguardo e ti chiudi nel tuo labirinto.
La violenza, sorellina, non è mai amore: ricordalo sempre, nei giorni belli come in quelli di mestizia.
Tieni stretta nel tuo cuore la certezza che tu meriti sorrisi e carezze, meriti la gentilezza semplice che non ferisce.
E nei momenti in cui senti i lividi nel cuore, quando il respiro si fa corto e la voce si spegne, ricordati di questo: non sei sola.
Afferra la mia mano, sorellina.
Lasciati sollevare dal fango e vola con me, più in alto del dolore, più in alto dell’ipocrisia di chi dichiara amore con la bocca ma ha gli occhi duri.
Guarda: non siamo solo io e te.
Siamo in tante, aggrappate l’una all’altra, in una catena che non si spezza. Una catena di diamante puro che risplende anche nel buio, che scaccia l’ombra e la paura, che trasforma ogni lacrima in un seme di luce.
Siamo sorelle, madri, figlie, amiche.
Siamo le voci che si cercano nel vento, le mani che si tendono anche da lontano.
E quando la notte torna, noi siamo lì, a intrecciare arcobaleni sopra le ferite del mondo.
Afferra la mia mano, sorellina. Siamo in tante. E insieme, siamo luce.

Il palloncino

Fermati un attimo,
ascolta.
Un gioco paesano,
eco di risa lontane,
voci antiche ormai
sommerse nel tempo.

Galleggi nel nulla,
sfera di respiro e sogno,
e quel filo che
ti tiene legato
fa sì che il vento
non ti trascini via.

Resti così sospeso
fra la terra e il cielo
mentre il vento ti tenta,
ti sussurra promesse
di cieli mai visti.

Ma tu non ti stacchi
e resti sospeso
tra desiderio e timore,
palloncino che ride e piange
sul confine dell’aria.

Miele e fiele

Le ombre si allungano, dolci e ingannatrici,
come dita leggere che cercano il viso
per trovare conforto e calore,
ma la bocca non sorride
e la speranza è una sirena.
L’aria sa di sera e di ricordi,
e ho il cuore colmo di miele e di fiele.
Ripenso ai giorni perduti,
quanto tempo fa,
quando ero un batuffolo di cotone,
gli anni in cui bastava un battito di cuore
per sentirmi salva di promesse.
Ora pasteggio col passato
Che mi sfugge, mi graffia, mi chiama
colmo di rancore e di rimpianto.
Cammino tra ciò che è stato e ciò che resta,
tra parole sospese e silenzi che sanno di casa.
Come lenire questa nostalgia soffice,
che mi accarezza e morde insieme,
che profuma di pane caldo e anfetamina,
di sogni rimasti a metà, di gesti mai finiti,
di amicizie al sapore di veleno.
Torno a guardare il cielo che si piega,
un poco più stanco, un poco più vero
e ho il cuore colmo di miele e di fiele.

Il ragazzo che vuole indossare il cielo

Mi chiamo Luca, e per anni ho vissuto dentro un’armatura. Non quella di guerra, ma quella invisibile della virilità. Mi era stata cucita addosso da quando ero un bambino piccolo, quando mio padre mi ripeteva che “i maschi non piangono”. Ricordo che avevo appena perso il mio cane, e il dolore mi aveva graffiato il petto come una lama. Avrei voluto abbracciarlo e singhiozzare, ma al posto delle lacrime mi uscì un nodo duro, una specie di pietra che imparai presto a inghiottire ogni volta che la vita mi feriva.
Crescendo, ho capito che quella pietra non se ne andava mai. Restava lì, ferma, ogni volta che fingevo indifferenza davanti a un’ingiustizia, ogni volta che ridevo di una battuta sessista per “stare al gioco”, ogni volta che mi obbligavo a essere forte mentre dentro crollavo. La pietra cresceva con me.
Poi un giorno, durante una sera d’inverno, accadde qualcosa di semplice ma decisivo. Ero solo in casa, la città respirava piano dietro i vetri. Mi feci una tisana alla camomilla e misi su un vecchio film d’amore che mia madre amava e, naturalmente, mio padre trovava stucchevole. Guardai due persone tenersi per mano e promettersi il mondo. Il quadretto era così coinvolgente che mi ritrovai a piangere. Non di tristezza, ma di tenerezza. Quella sera, per la prima volta, avevo finalmente permesso al mio cuore di avere voce.
Da quel momento ho capito che la mia mascolinità non aveva bisogno di muscoli o di silenzi, ma di verità. Ho deciso di essere semplicemente me: fragile e curioso, dolce e disarmato, capace di ridere e di piangere. Amo spettegolare con gli amici, scegliere con cura un profumo, accarezzare i pensieri come si accarezza un gatto. I miei compagni di scuola si prendono gioco di me, mi chiamano gay pensando così di offendermi. Non li smentisco perché non voglio incasellare il mio modo di essere uomo. Mi piacciono le donne, sì, ma mi piace anche l’idea di un mondo dove non serva più dirlo per sentirsi accettati.
Non cerco una compagna che mi completi, non credo nella metà della mela: voglio una compagna che mi  ami per intero, come io sto imparando ad amarmi. Una donna che non si senta costretta a essere moglie o madre per dovere, ma libera di essere ciò che desidera, al mio fianco o altrove. Insieme, vorrei costruire una casa fatta di ascolto, non di gerarchie; di dialogo, non di ruoli.
Le donne hanno già cominciato questa rivoluzione, rompendo gabbie antiche e camminando a testa alta in un mondo che le aveva tenute basse, anche a costo di essere picchiate o uccise. Ora tocca a noi uomini. Voglio riconquistare gli spazi che mi sono stati negati solo perché considerati femminili: la tenerezza, l’emozione, la cura. Le donne hanno conquistato i pantaloni; io voglio indossare una gonna e dei tacchi senza che nessuno pensi di ridicolizzarmi o offendermi. Non perché voglia travestirmi, ma perché voglio vestirmi di libertà. Voglio indossare il cielo.
Quando mi guardo allo specchio, non cerco più un eroe o un guerriero: cerco un essere umano, un ragazzo che ha smesso di difendersi dal mondo e ha scelto di abbracciarlo.
E forse è proprio questo il mio modo di essere forte: non nascondere più la mia debolezza.
Se un giorno avrò un figlio, non gli dirò che i maschi non piangono. Gli dirò che le lacrime sono la lingua dell’anima, e che nessun cielo si regge solo sul sole. Gli insegnerò che la libertà comincia quando smetti di recitare un copione scritto da altri, e che la vera virilità è avere il coraggio di restare autentici.
Sogno un mondo dove la parola “normalità” non esista più. Dove ognuno possa essere come sente, e camminare per strada vestito di sé stesso, senza paura, senza scherno, senza pietre nel petto.
Forse è un’utopia. Ma è una rivoluzione gentile, e io ho deciso di iniziarla da me.

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