Tutti gli articoli di Valeria Giacomello

La poesia dei sogni

Di cosa sono fatti i sogni degli angeli? Me lo chiedo ogni sera, quando pigramente seduta su piume dorate lascio che la mente vaghi nell’infinito, nutrita dalla brezza fresca dello svolazzar di ali.
Io che non ho più sogni da offrire mi ci avvolgo come un mendicante al suo lacero cappotto alla disperata  ricerca di un minimo tepore.
I sogni degli angeli sanno di pane e zucchero e lasciano un sapore dolce che persiste all’alba. Mi aggrappo ancora un po’ a loro, prima che il mattino riempia ogni angolo buio e cancelli il mistero.

Io sono Eva

Mi chiamo Eva e ho compiuto circa 6000 anni biblici. Gli anni reali non li so, è passato così tanto tempo da fare sfumare i ricordi. Ricordo bene però di essere nata nel giardino dell’Eden. Era un gran posto, verde ed ubertoso, racchiuso fra i fiumi Tigre ed Eufrate. Faceva sempre molto caldo, il che era gradito data la nostra propensione a girare come Dio ci aveva fatti. Scordatevi che fossi bionda e bianca come il latte come solitamente mi dipingono: a quei tempi non avevano ancora inventato le creme solari, quindi ero di un bel colorino brunito. Ad Adamo però piacevo così com’ero, e anche tanto. Non è che avesse poi tutta quella scelta, dato che al tempo esistevamo solo noi. A volte forse si fa di necessità virtù.

Siamo cresciuti insieme come fratello e sorella. Ogni cosa ci stupiva, ogni giorno salutava una nostra prima volta. Sono stati gli anni migliori, quelli dell’innocenza. Dio ci ha fatto da padre e da madre. Scordatevi l’immagine del Creatore come quella di un vecchio dalla barba bianca: Dio è maschio e femmina, lo ha detto anche un Papa.

D’altronde se usate un po’ di logica ci potete arrivare anche da soli: all’inizio dell’adolescenza una donna diventa signorina, che è un modo elegante per dire che le è arrivato il primo mestruo con tutti i gli annessi e connessi. Chi è a spiegare alla bambina tutto ciò che c’è da sapere sull’argomento?  Naturalmente è la mamma! I papà in genere si trincerano dietro a un semplicistico “sono cose da femmine”.

A spiegarmi tutto sul ciclo è stato quindi Dio madre, compresa la raccomandazione, dato che la pillola non era stata ancora inventata, di starci molto attenta.

Io sono la donna dei record, quella che ha aperto la strada a tutto ciò che è successo dopo al genere femminile. Fra le varie cose, sono stata la prima ad affrontare un matrimonio combinato. Non che per dirla tutta mi fosse poi dispiaciuto. D’altro canto non avevo molta scelta e, come ho già precisato, si fa di necessità virtù.

Eravamo giovanissimi e ancora molto ingenui. Soprattutto Adamo, perché si sa che le femmine sviluppano prima mentre i maschi a volte non sviluppano proprio mai. Due adolescenti a cui i genitori non avevano vietato quasi nulla, tranne quella regola così assurda di non mangiare una mela. Si sa che il frutto proibito fa gola a tutti. Noi non facevamo che pensarci, Adamo per primo, lo giuro. Però, essendo immaturo e anche un po’ vigliacco, quando siamo stati scoperti a mangiare lui ha scaricato tutta la colpa su di me.

Il resto è storia. È la comoda scusa utilizzata da tutti gli uomini per relegarci al ruolo di comprimarie, concubine, subalterne, vittime predestinate al ruolo di messaline o vergini, a partorire nel dolore per espiare la colpa.

Ma svegliatevi un po’ su, figlie mie: io ho partorito nel dolore solo perché all’epoca l’epidurale non era stata ancora inventata. Dio non è così crudele e, delle donne, ha sempre avuto il massimo rispetto. Tanto è vero che ha concesso proprio a noi il dono più grande: essere al suo pari, creatrici di nuova vita.

Un ruolo esclusivo che Adamo e i suoi figli, in fondo, non ci hanno mai perdonato. Il primo torto che hanno fatto a una donna, a me, è stata proprio l’accusa della tentazione. Una colpa, la maternità, che ci hanno fatto espiare fin dall’inizio: tutti conoscete i nomi dei figli di Adamo ed Eva: Caino, Abele e Set. Ma naturalmente hanno avuto delle sorelle, a cui è stato tramandato il dono di creare la vita. Chi si ricorda di loro? Nessuno. Sparite dalla storia che conta fin dall’inizio dei tempi.

Quanta strada abbiamo dovuto percorrere prima che sorgessimo dal torpore, prima che trovassimo la forza e il coraggio di riappropriarci della nostra identità.

Per questo oggi sono qui, in mezzo a voi, per ricordarvi chi sono. Non dimenticatelo mai quando parlate di me, prima di nominare il mio nome invano: io sono Eva, sono vostra madre, vostra sorella, vostra figlia, la vostra sposa. Io sono una donna.

Il mio presepe

Il mio presepe (negli anni di buona in cui lo faccio) ha le statuine tutte spaiate. Le proporzioni sono opinabili: le pecorelle sono grandi come alci dell’Alaska, le casette minuscole come quelle dei puffi. Molti personaggi li ho trovati dentro alle uova Kinder e hanno le faccette da bambolotto, in contrapposizione ai Re Magi che ho trovato all’Ikea, sono grandi come il gigante Golia e hanno le espressioni serie e compunte. Le paperelle, che ho comprato in stock perché erano in offerta, invadono tutti gli spazi. Le più fortunate becchettano il muschio, le più allocche cercano di nuotare nello stagno che in realtà è uno specchietto da borsetta.

Mentre compongo il sacro quadro, posizionando artisticamente arbusti e personaggi, intono canzoni natalizie.

Negli occhi, le lucine color di stella che scelgo di fare scorrere a intermittenza. Nel cuore, i ricordi dei natali antichi, con i miei genitori che preparavano l’alberello sotto cui posizionavano i regali. Ogni anno avevo una bambola nuova, che portavo rigorosamente con me alla Messa di mezzanotte in una sorta di presentazione laica di Gesù Bambino al tempio.  La vigilia la passavamo così, aprendo i pacchi e aspettando il 25.

Il giorno di Natale, mia mamma si alzava presto pe cucinare. Ricordo ancora il rumore della mezzaluna sul tagliere, lo sfrigolio delle verdure tritate sul fuoco e, poco dopo, un delizioso aroma di arrosto che invadeva la mia cameretta. A mezzogiorno mangiavamo, io con tutte le mie bambole (perché nessuna delle “vecchie” doveva ingelosirsi delle nuove arrivate) e mio fratello con il suo Piccolo Chimico o il Meccano (perché all’epoca nei regali dei bambini e delle bambine non era ammessa la promiscuità).

Poco alla volta vicini e parenti suonavano al campanello per una fetta di panettone e lo scambio di auguri.  Io spiavo ogni nuovo arrivato con occhi pieni di ingordigia, pregustando il regalo che sicuramente aveva in serbo per me.

Torno al presente. Canticchio Jingle Bells cercando di posizionare una pecora gigante accanto a un pastorello nano. Ho gli occhi lucidi mentre una dolce malinconia mi pervade.

Quella panchina rossa

Mi chiamo Sofia e oggi compio 50 anni.
Per essere più precisa, mi chiamavo Sofia e oggi avrei compiuto 50 anni se mio marito, 20 anni fa, non mi avesse uccisa.
L’uomo che aveva giurato davanti a Dio e agli uomini di amarmi, onorarmi e rispettarmi sempre, nella buona e nella cattiva sorte, mi ha strappata alla vita e a nostro figlio di soli 5 anni in quello che, dai giornalisti dell’epoca, fu descritto come un delitto passionale, frutto del raptus di un uomo che non voleva rinunciare alla donna che amava.
A me non fu possibile parlare e raccontare la mia versione dei fatti: non avevo più una voce per farlo, mi si era strozzata in gola insieme all’ultimo respiro che ho esalato. Avevo appena compiuto 30 anni e avrei voluto vivere con tutte le mie forze, vedere crescere mio figlio Luca proteggendolo con tutto l’amore di cui una madre è capace, quell’amore che mi aveva fatto trovare il coraggio e la forza di scappare da un marito violento.
All’inizio lui era sembrato diverso, anche se a mia madre non era mai veramente piaciuto. Lo aveva annusato, con l’istinto di una chioccia che difende i suoi pulcini. «Ha gli occhi brutti, non è sincero», mi aveva ammonita. Ma io avevo poco più di 20 anni e me ne ero innamorata con l’irruenza della mia età.
Di lui mi erano subito piaciute le mani. Forti, grandi, mani da lavoratore. Me le immaginavo ad accarezzarmi il volto, a stringermi a sé in un abbraccio. Mani in grado di proteggermi, di farmi sentire a casa.
Mai avrei potuto immaginare, nemmeno nei miei peggiori incubi, che quelle mani invece si sarebbero strette, strette, strette attorno al mio collo fino a soffocarmi.
Lui era più grande di me, un uomo fatto. Proprio quello che cercavo, essendo rimasta orfana di padre da bambina.
I primi tempi del matrimonio furono abbastanza felici, nonostante lui si fosse rivelato gelosissimo e possessivo. Io avevo occhi e cuore solo per lui, eppure non gli bastavo mai.
Non cucinavo bene, non sapevo tenere pulita la casa a dovere, non ero una vera donna neanche a letto. Di mandarmi a lavorare non se ne parlava neanche, nonostante il mio diploma. «A te ci penso io perché io sono l’uomo. Tu fuori di casa ci esci solo con me», affermava con convinzione. Forse era geloso anche della mia istruzione, lui che non aveva finito le superiori per andare subito a lavorare. «Le donne non devono riempirsi la testa di sciocchezze, altrimenti finiscono come te, una buona a nulla», mi ripeteva di continuo come un mantra al quale, alla fine, anch’io ho cominciato a credere.
Non mi accorgevo neanche che ogni giorno mi spegnevo un poco di più. Poi finalmente rimasi incinta e la mia vita cambiò: quando mi misero in braccio Luca, il mio bambino bello e perfetto, tutto acquistò finalmente un senso.
Così mio marito ebbe una ragione in più per dispiacersi di me. Non ricordo se cominciò prima a picchiarmi e poi a bere ma ricordo bene entrambe le cose: le sue guance rosse di vino e le mie nere di lividi.
Quando mi picchiava cercavo di farmi piccola, di non fare rumore per non svegliare Luca e non farlo assistere alla scena. Poi le sberle non bastarono più e cominciarono le botte cattive, a calci e pugni e a ricoveri in pronto soccorso con le ossa rotte.
Io non lo denunciavo. Avevo paura. «Vuoi lasciarmi? Il bambino resterà con me, lo crescerò come un uomo», mi minacciava mio marito, e io gli credevo. Cosa avrebbe potuto fare da sola una nullità come me?
Poi, quando Luca stava per compiere 5 anni, la svolta che segnò per sempre le nostre vite: mio maritò alzò le mani anche su di lui. «Viziato e pusillanime come tua madre, ti insegno io l’educazione!». Urlava e picchiava il mio bambino, poi anche me perché cercavo di difenderlo. Quando finalmente crollò sul letto a smaltire la sbornia e il cattivo umore, ebbi il tempo sufficiente per radunare poche cose in una valigia e scappare insieme a mio figlio.
Ci rifugiammo da mia madre che ci accolse a braccia aperte. A casa sua cominciò la mia seconda vita, bella ed entusiasmante ma purtroppo così breve!
Durò qualche mese, il tempo per rivolgermi a un centro antiviolenza per ricevere aiuto, denunciare mio marito e iniziare le pratiche per la separazione.
La sera del mio omicidio, avevo da poco compiuto 30 anni, stavo tornando a casa dal mio primo giorno di lavoro. Ero inebriata di felicità: avevo trovato un buon impiego, ero in grado di pensare a me e a Luca e rifarmi una vita. Il futuro era pieno di promesse. Per quello forse non ho notato l’ombra nera proprio dietro di me. Era mio marito che mi aveva seguita fin sotto casa. Il tempo di aprire il portone e me lo sono trovato addosso.
Io sono sicura di avere lottato con tutte le mie forze. Ho urlato, ho scalciato, ho graffiato. Nessuno, nessuno nel palazzo ci ha sentiti. Nessuno è corso in mio aiuto. Mia madre era fuori con mio figlio, almeno loro non hanno dovuto assistere al mio omicidio.
Quanto dolore ho patito! Ogni istante che è passato mentre la vita mi lasciava è stato duro e cattivo come una coltellata. Poi il pensiero di Luca, io volevo vederlo crescere, volevo stare con lui! Non potevo morire, non potevo. Quanto ho lottato!
Poi improvvisamente il dolore è cessato. È stato come se l’androne buio si riempisse di luce e io, dall’alto, potevo osservare la scena. Un uomo ansimante curvo su un corpo di donna. Un manichino senza vita, con il collo spezzato.
Con orrore, mi resi conto che quel corpo era il mio. Ero morta! Finito il dolore, cominciò l’odio. Un odio profondo, un rancore senza fine che mi accompagnò ogni giorno mentre vagavo nella mia valle oscura.
Passarono quelli che per voi viventi furono anni, per me furono solo un tempo indefinito, senza notte o giorno. Non abbandonai mai mio figlio. Lo vidi diventare grande grazie a mia madre, quella donna coraggio che, dopo aver cresciuto da sola una figlia, crebbe da sola anche il suo nipote.
Mio marito lo mandarono in galera per scontare una pena irrisoria. Sarà stato anche tutto il male che gli ho augurato, fortunatamente un giorno il suo cuore ha smesso di battere dopo l’ennesima bevuta eccessiva. Non l’ho mai incontrato qui nel mio mondo di ombre, spero che sia andato direttamente all’inferno.
Un giorno, seguii mia madre e mio figlio, ormai adolescente, fino alla piazza principale del nostro paese. Avevano il vestito delle occasioni importanti e il volto serio. Si tenevano per mano, chissà se potevano sentire che anche la mia stringeva la loro.
In piazza s’era radunata molta gente. Erano tutti lì per inaugurare una panchina, un simbolo contro la violenza alle donne, rossa come il sangue innocente da loro versato.
Dopo il sindaco prese la parola mio figlio. Il mio Luca, quanto mi ha saputo rendere orgogliosa! Ha parlato di me, della sua mamma strappata alla vita a soli 30 anni, uccisa da un mostro. Mentre non sapeva trattenere le lacrime ringraziava per quella panchina, perché tutta la città mi avrebbe ricordato per sempre insieme a lui.
È passato del tempo da quel giorno e arriviamo a oggi, il giorno in cui avrei compiuto 50 anni, il giorno in cui ho ritrovato la voce per raccontarvi la mia storia.
Ho seguito ancora mio figlio, che questa volta teneva per mano una ragazza giovane, fino alla panchina rossa. Si sono seduti che ancora si tenevano per mano e lui le ha raccontato di me. «Ho ereditato il sangue da mio padre – le ha spiegato – ma il cuore no, quello l’ho preso da mia madre. Oggi ti ho portato sulla panchina rossa a lei dedicata per prometterti che, se accetterai di sposarmi, ti rispetterò come donna, come moglie e come amica e, un giorno, anche come madre dei nostri figli. Te lo giuro sul sangue versato dalla mia mamma».
Mentre lei gli diceva di sì, e si abbracciavano piangendo, qualcosa dentro di me si è sciolto e mi sono sentita finalmente libera. Mio figlio era al sicuro, la sua futura moglie era al sicuro, i loro figli sarebbero stati al sicuro. Per me era arrivato il tempo di abbandonare l’odio e il dolore.
Un ultimo sguardo verso i miei cari, un ultimo pensiero. Ora è tempo di andare verso la luce.

Il miele ereditato Efrain Barquero

Mio nonno era il fiume che fecondava queste terre.
Pieno d’innumerevoli mani e occhi e orecchie.
E, nello stesso tempo, cieco e taciturno come un albero.
Era la barba antica e la voce profonda della casa.
Era il seminatore e il frutto. Il ceppo rugoso.
L ‘indice del tempo e il sangue propizio.
Mio nonno era l’inverno con le mani fiorite.
Era il fiume stesso che popolava le terre.
Era la terra stessa che moriva e rinasceva.
Mia nonna era il ramo incurvato dalle nascite.
Era il volto della casa seduto in cucina.
Era l’odore del pane e della mela conservata.
Era la mano del rosmarino e la voce della preghiera.
Era la povertà dei lunghi inverni
avvolta nello zucchero come un’umile ghiottoneria.
Quindici figli mangiarono dalle sue mani miracolose;
Quindici figli dormivano col suo sonno d’aquila.
In molti nipoti e pronipoti abbiamo continuato
a passare nelle sue braccia secche.
Ma lei è sempre la mano che mescola l’acqua e la farina.
È il silenzio delle notti pieno d’uccelli addormentati.
È il braciere dell’infanzia con la focaccia che scappava.
Mio padre era quello che assomigliava di più alla terra.
Deve essere nato insieme con il frumento o il grano.
Mio padre era bruno.. e dormiva sul cavallo.
Era come il cavaliere lento della primavera.
Gli altri miei zii assomigliavano tutti agli uccelli locali.
Tutti avevano qualcosa degli alberi e delle montagne.
Alcuni erano possenti come i cavalli normanni.
Altri avevano il volto di pietra o di grano tostato.
Ma tutti ricordavano le cose prossime alla terra.
Era uno sciame turbolento che riempiva la casa.
Era una banda di pavoncelle che preannunciava la pioggia.
Erano le cesene che rubavano le ciliege.
lo nacqui quando erano già vecchi;
quando mio nonno aveva i capelli bianchi,
e la barba l’allontanava come nebbia,
io nacqui quando ardevano i falò di maggio.
E la prima cosa che ricordo è la voce del fiume e della terra.

L’ultimo pastore

Dopo aver girato il mondo, «L’ultimo pastore», il film di Marco Bonfanti che ha fatto sognare e commuovere spettatori dei 5 continenti, è finalmente tornato «all’ovile», poco distante da dove è stato girato, grazie allo storico Sergio Leondi che lo ha ricordato nel suo ultimo libro su Settala e l’associazione Punto Cardinale che prendendone spunto ha deciso di organizzare una visione a Peschiera con la presenza di regista e protagonisti: Renato Zucchelli e la sua famiglia.
La storia di Renato, uno degli ultimi pastori nomadi esistenti in Italia, si dipana fra Settala, dove abita con la moglie Lucia e i quattro figli, e gli alpeggi bergamaschi dove passa tutte le estati con il suo gregge di oltre 700 pecore.
È grande e grosso Renato, un faccione buono da cui traspare l’animo schivo e gentile. A Tokyo, dove il film è stato accolto con tutti gli onori, è stato paragonato a una divinità giapponese, uno spirito della natura che può essere visto solo dai bambini.
Proprio ai bambini ha infatti pensato quando, nel 2011, ha deciso di realizzare un’avventura che pareva impossibile: portare il suo gregge di pecore a Milano fino in piazza del Duomo per farle conoscere ai bimbi di città. Ad aiutarlo a registrare la folle impresa, il giovanissimo regista che, conquistato dalla suggestione di questa favola meravigliosa, ha saputo creare un capolavoro assoluto.
Una favola che nasce da una vera e propria vocazione: fin da bambino Renato sognava di fare il pastore, osteggiato dalla madre che avrebbe preferito per lui un lavoro stabile in città.
«Non ho resistito neanche una settimana – racconta lui sornione – perché in mezzo ai palazzoni mi sentivo soffocare. Sono tornato nelle mie valli e alla fine anche mia mamma si è convinta a lasciarmi fare.
Fondamentale l’incontro con Lucia, una donna minuta ma forte come una roccia, che ha sposato non solo l’uomo ma anche la sua professione e lo ha sempre incoraggiato anche nei momenti più duri. Perché fare il pastore è un lavoro pesante, messo sempre più in difficoltà dalla cementificazione.
La prossima volta che, nei campi fra Settala e Segrate, vi capiterà di vedere un gregge di pecore con un pony bianco a tracciare la strada e un cane nero a tenerle a bada, fermatevi un attimo e salutate Renato, l’ultimo pastore.

Pubblicato su “Il Giorno QN”