Tutti gli articoli di Valeria Giacomello

Il miele ereditato Efrain Barquero

Mio nonno era il fiume che fecondava queste terre.
Pieno d’innumerevoli mani e occhi e orecchie.
E, nello stesso tempo, cieco e taciturno come un albero.
Era la barba antica e la voce profonda della casa.
Era il seminatore e il frutto. Il ceppo rugoso.
L ‘indice del tempo e il sangue propizio.
Mio nonno era l’inverno con le mani fiorite.
Era il fiume stesso che popolava le terre.
Era la terra stessa che moriva e rinasceva.
Mia nonna era il ramo incurvato dalle nascite.
Era il volto della casa seduto in cucina.
Era l’odore del pane e della mela conservata.
Era la mano del rosmarino e la voce della preghiera.
Era la povertà dei lunghi inverni
avvolta nello zucchero come un’umile ghiottoneria.
Quindici figli mangiarono dalle sue mani miracolose;
Quindici figli dormivano col suo sonno d’aquila.
In molti nipoti e pronipoti abbiamo continuato
a passare nelle sue braccia secche.
Ma lei è sempre la mano che mescola l’acqua e la farina.
È il silenzio delle notti pieno d’uccelli addormentati.
È il braciere dell’infanzia con la focaccia che scappava.
Mio padre era quello che assomigliava di più alla terra.
Deve essere nato insieme con il frumento o il grano.
Mio padre era bruno.. e dormiva sul cavallo.
Era come il cavaliere lento della primavera.
Gli altri miei zii assomigliavano tutti agli uccelli locali.
Tutti avevano qualcosa degli alberi e delle montagne.
Alcuni erano possenti come i cavalli normanni.
Altri avevano il volto di pietra o di grano tostato.
Ma tutti ricordavano le cose prossime alla terra.
Era uno sciame turbolento che riempiva la casa.
Era una banda di pavoncelle che preannunciava la pioggia.
Erano le cesene che rubavano le ciliege.
lo nacqui quando erano già vecchi;
quando mio nonno aveva i capelli bianchi,
e la barba l’allontanava come nebbia,
io nacqui quando ardevano i falò di maggio.
E la prima cosa che ricordo è la voce del fiume e della terra.

L’ultimo pastore

Dopo aver girato il mondo, «L’ultimo pastore», il film di Marco Bonfanti che ha fatto sognare e commuovere spettatori dei 5 continenti, è finalmente tornato «all’ovile», poco distante da dove è stato girato, grazie allo storico Sergio Leondi che lo ha ricordato nel suo ultimo libro su Settala e l’associazione Punto Cardinale che prendendone spunto ha deciso di organizzare una visione a Peschiera con la presenza di regista e protagonisti: Renato Zucchelli e la sua famiglia.
La storia di Renato, uno degli ultimi pastori nomadi esistenti in Italia, si dipana fra Settala, dove abita con la moglie Lucia e i quattro figli, e gli alpeggi bergamaschi dove passa tutte le estati con il suo gregge di oltre 700 pecore.
È grande e grosso Renato, un faccione buono da cui traspare l’animo schivo e gentile. A Tokyo, dove il film è stato accolto con tutti gli onori, è stato paragonato a una divinità giapponese, uno spirito della natura che può essere visto solo dai bambini.
Proprio ai bambini ha infatti pensato quando, nel 2011, ha deciso di realizzare un’avventura che pareva impossibile: portare il suo gregge di pecore a Milano fino in piazza del Duomo per farle conoscere ai bimbi di città. Ad aiutarlo a registrare la folle impresa, il giovanissimo regista che, conquistato dalla suggestione di questa favola meravigliosa, ha saputo creare un capolavoro assoluto.
Una favola che nasce da una vera e propria vocazione: fin da bambino Renato sognava di fare il pastore, osteggiato dalla madre che avrebbe preferito per lui un lavoro stabile in città.
«Non ho resistito neanche una settimana – racconta lui sornione – perché in mezzo ai palazzoni mi sentivo soffocare. Sono tornato nelle mie valli e alla fine anche mia mamma si è convinta a lasciarmi fare.
Fondamentale l’incontro con Lucia, una donna minuta ma forte come una roccia, che ha sposato non solo l’uomo ma anche la sua professione e lo ha sempre incoraggiato anche nei momenti più duri. Perché fare il pastore è un lavoro pesante, messo sempre più in difficoltà dalla cementificazione.
La prossima volta che, nei campi fra Settala e Segrate, vi capiterà di vedere un gregge di pecore con un pony bianco a tracciare la strada e un cane nero a tenerle a bada, fermatevi un attimo e salutate Renato, l’ultimo pastore.

Pubblicato su “Il Giorno QN”