Siamo entrati nella zona gialla

Sebbene questa domenica mattina il primo saluto mi sia giunto da una nebbia fittissima, gelida ed oscura, la buona notizia di oggi (se così posso affermare) è che “siamo entrati nella zona gialla” e tutti sappiamo bene di cosa si tratta. La prima felice novità è stata quella di sentire il trillo insistente del mio cellulare.
Rispondo alla nipotina che mi contatta in video chiamata: “Ciao nonna, posso stare da te nel pomeriggio?” il suo sguardo indecifrabile pare timoroso.
Certo. Se vieni sono contentissima! Passo a prenderti o ti fai portare?”
Ci pensa papà” il suo sorriso sboccia riempiendo lo schermo.
Benissimo, ti aspetto. Un bacione grosso.”
Grazie nonna” un bel sospiro di sollievo “arrivo alle due, ciao, ciao.”
A lungo trattengo stampata nella retina dei miei occhi la sua bellissima immagine gioiosa.

A catturare immediatamente la mia attenzione, quando arriva alla porta di casa, è il suo originale cerchietto per i capelli a forma di grandi corna di renna, che mi invia brevi e frequenti lampi luminosi. Ci abbracciamo scoppiando a ridere di cuore.
Presto, entra! Mi sei mancata.” gli occhi mi si inumidiscono.
Ciao nonna, Brrrrr che freddo fa!”

Mi consegna diversi libri ed un paio di quaderni: ”Devo fare i compiti. Mi aiuti, vero?” Non si aspetta una risposta: sa che sono pronta a farlo.
Passa a sfilarsi la sciarpa, il comodo ed elegante piumino e, con il mio consenso, decide che può togliersi la mascherina. In questo interminabile doloroso anno, abbiamo imparato a mantenere una prudente distanza tra noi, anche all’interno dell’appartamento.
Mi sono chiesta spesso come possano resistere per tutta la giornata i bambini a scuola con l’obbligo di indossare questo dispositivo medico scomodo, inibente e soffocante. Si dimostrano creature tenaci, volenterose e sagge, ma il mio legittimo timore rimane quello che, loro malgrado, corrano il rischio di subire un precoce processo di “invecchiamento”.

Metto le tue ciabattine “puffose” nonna!” toglie le scarpe da tennis – anche stavolta senza slacciarle – e tutta contenta sfoggia le mie con compiacimento. Le calzano benissimo e adora il musetto del panda incorporato sul loro puntale.
Ci accomodiamo. Lei, osservandomi sottecchi, dopo un po’ dice: “In verità nonna devo rispondere soltanto a tre domande di geografia. Sono venuta da te perché ho un problema e mi serve anche il tuo aiuto.” Il mio cuore di nonna fibrilla all’istante. Di recente mi aveva confidato di soffrire un filino le ghiandole del seno che, pare, stiano iniziando a svilupparsi. Scelgo di non porre domande.
Tu sai che sono io la più brava della classe” esordisce con orgoglio.
Ahi ahi ahi, così non va bene bimba mia. So che nella tua classe ci sono altri due bravissimi quanto te.”
Nonnaaa! Non devi più chiamarmi bimba o bambina. Adesso che siamo grandi le maestre ci chiamano “ragazze!”
Buono a sapersi ragazzina ribatto, ridendo.
Afferra uno dei due quaderni che si è portata appresso e, prima di aprirlo, tenendolo sospeso in aria, domanda se voglio ascoltare la storia che lei ha scritto. Oppure no. Per un istante mi sorge il sospetto intenda far volare quel quaderno dalla mia parte. E’ consapevole di stimolare la mia curiosità. “Si tratta della famosa storia della tua vita che stavi scrivendo e non volevi che leggessi?”
No. Nonna ho inventato una storia di Natale lunghissima, quasi duemila parole. Però non voglio che la leggi tu, altrimenti mi correggi tutti gli errori.”
Se preferisci la leggo senza correggere. Prometto.”
No, la leggo tutta io. Tu per favore me la scrivi senza sbagli al computer e me la salvi dentro alla mia chiavetta che ho portato e lasciato nella tasca del piumino?”

Aiuto! Non ricordo più come si fa” protesto. Lei sorride e mi tranquillizza.
Non preoccuparti nonna. Lo faccio io e tu scrivi tutto” Ha bisogno di me, per questo si dimostra particolarmente dolcissima e accondiscendente.
D’accordo. Accendo il PC e conto su di te. Scriverò se tu mi detti.” Lo dico avendo la “certezza certa” che si annoierà nel breve giro di lancette dell’orologio: 1 minuto. Esagerando 2.

Sono pronta. Parti con il titolo” mi accingo volentieri a digitare.
Farò un libro breve, penso che mi manca soltanto la fine. Il titolo è “La mia avventura di Natale” e Capitolo Uno “Il primo incontro”. Per favore scrivi i titoli maiuscoli in corpo 24 e con il colore del carattere rosso. Sei capace?” Simpatica la ragazzina/nipotina! Si prende gioco di questa nonna, da lei battezzata “giurassica”.
Sulla breve distanza di due minuti esatti, eccola pronta rivestire la parte della creatura stanchissima, desiderosa di rilassarsi. Meglio sarebbe se lei potesse andare di là ed accendersi la TV e “nonna tu che sei bravissima, puoi farcela da sola vero? Intanto io guardo un cartone animato. Anche due, ok?”.
D’accordo. Vai e divertiti” le soffio un bacio dalla mano.
Grazie. Devo proprio riposarmi, nonna.”

L’istante in cui lui le sorrise

Il parco era attraversato da una calma ordinaria, fatta di rumori distanti e di passi che non avevano fretta. Eleonora camminava lungo il vialetto centrale, osservando senza cercare davvero nulla. Le piaceva quel momento della giornata, quando le cose sembravano stare al loro posto.
Lo vide poco più avanti, vicino a una panchina. Aveva in mano un sacchetto di carta e lo apriva con attenzione, lasciando cadere piccoli pezzi di pane sul palmo. I piccioni si avvicinavano con cautela, poi con fiducia. Lui aspettava, senza scacciarli, senza gesti bruschi. Quella pazienza la colpì più di quanto avrebbe immaginato. Non era un gesto raro, ma in lui sembrava privo di esibizione, come se non fosse rivolto a nessuno in particolare.
Era stata una giornata intensa di lavoro, piena di tensioni, e quella calma esibita ebbe su di lei l’effetto tranquillizzante di un mantra. Si fermò a qualche passo di distanza. Rimase lì, semplicemente a guardare. Le ali che si aprivano e si richiudevano, il rumore secco dei becchi, la mano che restava ferma. Era una scena piccola, e proprio per questo le parve significativa.
Quando lui alzò lo sguardo, fu come se il resto si fosse messo in pausa. La vide e sorrise. Non un sorriso studiato, né ampio. Era leggermente inclinato, trattenuto, ma pieno. Un sorriso che non chiedeva nulla, che sembrava nascere da un pensiero buono.
Si sentì percorsa da un brivido. Non era abituata a incrociare gli occhi degli altri lasciandosene penetrare, nel suo lavoro aveva affinato molte tecniche che le permettevano di avere sempre il controllo della situazione senza concedere nulla di sé che non fosse frutto di una sua studiata volontà.
Per qualche ragione, quel sorriso mite e non giudicante, forse proprio per quello capace di penetrare la sua corazza, l’aveva spiazzata, facendola sentire nuda.
Una sensazione che non riusciva a incasellare e la metteva a disagio ma, nello stesso tempo, la affascinava e la tentava.
Rimase immobile più a lungo di quanto fosse necessario. Sentì che quel sorriso le stava parlando senza parole, e che lei lo stava riconoscendo. Non come qualcosa di nuovo, ma come qualcosa che aveva già visto una volta, molto tempo prima, e che ora tornava con un altro volto.
Dopo un tempo che le sembrò sospeso, lui tornò ad abbassare lo sguardo verso i piccioni, continuando a nutrirli. Lei riprese a camminare lentamente, senza voltarsi subito. Il parco era lo stesso, i rumori identici. Eppure, dentro di lei, qualcosa si era disposto in modo diverso.

Il presepe si arricchisce

Nonna, hai già comprato la nuova statuina per il presepe?” Senza concedermi l’attimo di un abbraccio, mia nipote è già dentro casa. Subito allunga il collo dirigendo lo sguardo sul ripiano della consolle all’ingresso. Sì amore. L’ho scelta insieme al nonno alla Leroy Merlin.”

Potevi dirmelo prima, che te la sceglievo io.” Suona come un rimprovero. La osservo con stupore. Vero è che sono invecchiata, un po’ smemorata, ma ricordo bene che lo scorso anno le avevo manifestato la sola intenzione di donarle – un giorno, quando sarei stata più anziana di così – l’intero presepe.
Tesoro, mi spiace saperlo ora che ci tenevi a sceglierla tu.” Fa spallucce e, con mosse felpate, avanza verso la cucina. Da quanti anni compri statuine?” intanto sbircia mensole, ripiani e vetrinette.
Quattro o cinque volte la tua età.” Sono tantissimi nonna!”
Non ha ancora individuato l’oggetto della sua curiosità; sbuffa fingendo disinteresse. Mi strappa una sommessa risatina.
Dove l’hai nascosta? Dai, fammela vedere!” alza il tono di voce. Te la mostrerò. Tu prova a indovinare di quale personaggio di tratta.”
Ostenta un’espressione annoiata. “Tanto io la indovino con una” bisbiglia sottovoce.

Concordo sul fatto che ho a che fare con una creatura davvero intelligente, che possiede grande prontezza di intuito, però esagera un pochino con la supponenza. Sorridendo penso mi assomigli.
Va bene nonna, ma tu devi dire “acqua-acqua o fuochino-fuochino”, ok?” D’accordo.”
Ci accomodiamo a tavola. Mi fa cenno di non disturbarla: socchiude gli occhi e tenendo la testa tra le mani, pensa fitto. Perfino quanto è concentrata è adorabile e simpatica.
E’ un falegname o un pastore con le pecore.” Acqua-acqua.”
Ma è maschio o femmina?” Maschio.”
Smette di concentrarsi, si alza in piedi corrucciata per ammonirmi: “Non vale non vale. Nonna, me lo dovevi dire prima. Adesso devo ricominciare a PENSAREEE.”
E’ un ragazzo che suona un flauto.” Acqua-acqua.”
Ma è troppo difficile! Hai già una statuina quasi uguale?” Sì, tesoro.”
E’ un contadino che spinge una carriola?” ottima memoria. Acqua-acqua.”
Un pastorello che saluta alzando il capello verso il cielo?” Acuta osservatrice mia nipote. Pensare che, per dirla con parole sue, allestisco sempre un presepe con “50mila statuine tutte appiccicate”, quindi difficilmente distinguibili.
Ancora acqua.”
Cosa sta facendo l’uomo?” Nella mano sinistra tiene un lembo della sua rete da pesca, sembra stia trascinandola e, sulla spalla destra, porta un cesto… Ho capito! Ho capito è un pescatore!! Ho indovinato subito” saltella di gioia. Bravissima, e quanti pesci ha pescato?”

Tutti, come nella canzone di Francesco Gabbani. Tutti in rete, tutti in rete…” mi canzona con un sorriso schietto, felice per avermi colta di sorpresa. La sua gioia di vivere e cantare mi commuove sempre. La avvolgo in un abbraccio e mi resta nel cuore un sapore soave di beatitudine: la felicità può veramente annidarsi in tutto ciò che facciamo.
Dalla mia allegra nipotina ecco arrivare la domanda che mi aspettavo: “Nonna, dimmi la vera verità. Il nuovo personaggio l’hai scelto tu o il nonno?” Naturalmente io, come ogni anno.”
Ondeggia il capo, ammicca maliziosa e ripete: “Lo sapevo. Lo sapevo. Lo sapevo.” Punta il pollice della mano destra sulla punta del suo bel nasino e agitando le dita mi omaggia, scherzosamente, di un divertito “marameo, a me non me la fai.”

Luminarie

Ma la luce è accesa, qualcuno si deciderà ad aprire questo cancello!
Sto perdendo tempo e prendendo freddo, dovrò correre per sistemarmi poi: rifinire  le unghie, il trucco…
Del resto ho speso la mattinata a cucinar crespelle, faranno la loro figura , il profumo dei porcini si sentiva persino in portineria.
Saremo da Paola per il cenone, si festeggerà in allegria.
Ecco Diego che apre e mi fa entrare: “Ti sei deciso finalmente sono congelata, tutto bene?”. Annuisce e sbatte la porta dietro le mie spalle, sussulto. Noto il tavolo della cucina ricoperto da ogni sorta di 0ggetti, senza staccare gli occhi dal tablet dice che suo padre sta lavorando, si tuffa sul divano.

Lady è felice di vedermi, scodinzola, fa la zampina, ci facciamo strada tra scarpe spaiate e puzza di piedi, raggiungiamo Luigi, nel suo studio in fondo al corridoio, è seduto davanti al PC, sta fissando il vuoto, le mani si tormentano a vicenda.
Mi avvicino in silenzio, la cagnolina invece fa di tutto per attirare l’attenzione.
“Sai Mara, trovarmi qui da solo con i ragazzi apre un barato, non puoi immaginare come  mi manca “, ” Si, è dura lasciare andare una donna come Anna, ma ti rifarai una vita Luigi, come sta provando a fare lei”.
Tolgo il cappotto lo appoggio sul divano e vado da Lisa. La trovo rannicchiata tra il lettino e la parete aragosta della cameretta, che sta giocando con il telefonino, osservo la curva sottile della sua schiena, la saluto, mi corre incontro, indossa un pigiamino bianco con i pupazzi di neve blu, la strapazzo di coccole mentre Lady si accuccia e aspetta carezze. ” Ciao piccolina, oggi è l’ultimo giorno dell’anno e noi faremo una bella festa per accogliere quello nuovo, sei d’accordo?”
Cigola il letto quando ci salta sopra, prende il cerchietto rosso dal comodino, lo sistema tra i capelli, poi apre l’armadietto e sceglie il vestito verde. Mando un SMS a mio marito: ” Raggiungimi da Luigi, con le crespelle e un panettone, ti spiegherò”
Così lo renderò felice, quando mi ha proposto di trascorrere il veglione con il suo amico l’ ho fulminato con l0 sguardo.
Mando un SMS anche a Paola e le comunico il cambio di programma. Incarico Diego di sbucciare le patate che si stanno facendo vecchie, le faremo al forno con aglio e rosmarino, inizio a riordinare la cucina.
Appoggio una lanternina davanti alla finestra e mi lascio incantare dal fascino delle luminarie appese che laminano il cielo con colori intermittenti. Quando Lisa mi raggiunge è tanto carina, i capelli biondi le arrivano alla vita e risaltano sul vestitino di velluto, si offre di apparecchiare la tavola. Per ogni piatto che posa sulla tovaglia bella fa un sorriso.
All’ improvviso corre via per ritornare con una scatola di pastelli colorati; “Disegnerò stelline segnaposto” dichiara, poi mi viene vicino,          si alza sulle punte e sussurra che ne farà una con tanti brillantini per la mamma e la metterà accanto a quella di papà.                                            La stringo forte tra le braccia, sa di buono. Ci avvolge come una carezza la fragranza fiorita che usava indossare Anna.

 

 

Natale 2025

Non l’ho sentito arrivare. Mi ha sorpresa piombandomi alle spalle, portando con sé una ventata di nevischio all’aroma di cannella.
Ha riempito il suo viso rubizzo con una gorgogliante risata, spalancandomi le braccia.
Come restare insensibili ai suoi colori, alle sue luci, ai suoi profumi? Come il serpente mi tenta offrendomi castagne e vin brulé. Il suo sorriso è pieno di promesse.
«Ti divertirai, riceverai dei bellissimi regali, ti riunirai persino alla tua famiglia perché, si sa, Natale con i tuoi! Ricordando il miracolo della natività, poi, diventerai forse anche più buona, anche se solo per un giorno, anche se solo con il pensiero destinato a volare via insieme ai buoni propositi irrisolti di ogni Capodanno. Dai, accogli il mio abbraccio, festeggiamo insieme!»
La sua voce stentorea mi lusinga e mi confonde come il canto delle Sirene.
Eppure volto le spalle e resisto. Cosa c’è da festeggiare quest’anno?
Eppure, mentre stringo le braccia al petto come per proteggermi da un vento che conosco fin troppo bene, qualcosa mi trattiene dal chiudere del tutto la porta.
Non è la promessa di regali, né l’incanto prefabbricato delle vetrine. È un dettaglio minimo, quasi impercettibile: il modo in cui il silenzio, dopo il suo ingresso rumoroso, sembra più tiepido.
Mi volto appena. Sul pavimento, insieme alle sue tracce di neve, c’è un riflesso sottile, come il brillare di un’idea che non ha bisogno di fuochi d’artificio per farsi vedere.
Forse una ragione per festeggiare esiste ancora.
È la possibilità minuscola ma ostinata che, anche quest’anno, qualcosa possa ricominciare. Un gesto gentile inatteso, una parola che rimette insieme un pensiero caduto, un respiro che torna più leggero senza sapere perché.
Allora gli faccio un passo incontro, senza entusiasmo forzato, senza maschere.
Solo perché, in fondo, riconosco quel piccolo bagliore: il semplice coraggio di concedere un’altra occasione alla luce.
E questo, almeno questo, vale una festa.

Minigonna

“Tipo di gonna con l’orlo inferiore che arriva molto sopra le ginocchia, mostrando parte della coscia. Nata ufficialmente nel 1963 grazie alla designer britannica Mary Quant che, ispirata dalle giovani donne che tagliavano le gonne per renderle più corte, decise di produrre una linea di abbigliamento che esaltasse questa nuova ribelle moda.”
Se cerco su Internet questa è la spiegazione della parola minigonna.
Quando ero bambina e poi ragazza di minigonne ne avevo e ne ho indossate molte di diversi colori e modelli. Era uno degli indumenti che mettevo spesso, sia d’inverno sia d’estate, così come gli shorts, i pantaloni a zampa d’elefante e le camicie hippy perché questo era il modo di vestire a metà tra gli anni sessanta e settanta. Per me era normale e non ci vedevo niente di rivoluzionario.
Ma a maggio del 1986 tutto cambiò.
Mancavano pochi giorni al mio compleanno. Ricordo che era domenica perché avevo appena accompagnato il mio ragazzo alla Stazione Centrale di Milano: doveva rientrare in caserma dopo un fine settimana di libera uscita.
Lui, più giovane di me di cinque anni, svolgeva il servizio militare a Padova. Andavo spesso a trovarlo, così potevamo trascorrere un po’ di tempo insieme.
Ogni tanto tornava lui a Milano il sabato, e la domenica sera io lo accompagnavo in stazione a prendere il treno, poi rientravo a casa sulla mia utilitaria.
All’epoca vivevo in un palazzo di ringhiera appena fuori Milano. Entravo nel cortile dall’enorme portone sempre aperto, parcheggiavo davanti al ripostiglio di mio padre e facevo un piccolo pezzo a piedi per raggiungere le scale che portavano al secondo piano dove abitavo.
Anche quella sera feci la stessa cosa. Erano da poco passate le nove e trenta ed era già buio.
Appena fatto il primo gradino, mi sono soffermata sotto la luce delle scale per cercare le chiavi di casa.
Sono una persona ordinata, ma la mia borsetta è ed è sempre stata un campo di battaglia.
Fazzoletti, monete, lucidalabbra, caramelle, vecchi scontrini e quant’altro tutto sparpagliato nella borsa e, in mezzo a quel caos, le chiavi che faticavo a trovare.
Già scendendo dall’auto, avevo intravisto un ragazzo, più o meno della mia età, che era entrato dal portone a piedi. Proprio sotto il mio appartamento abitava una famiglia con tre figli maschi, poco più giovani di me, che invitavano i loro amici tutti i giorni e a tutte le ore, suscitando le lamentele dei condomini per i continui schiamazzi.
Ho pensato che quel ragazzo stesse andando a casa loro. Indossavo una minigonna rosa con i brillantini che mi piaceva molto e non portavo i collant perché faceva caldo.
Impegnata a cercare le chiavi non mi sono accorta che lui era fermo proprio dietro di me. Ho avvertito qualcosa di freddo salirmi tra le gambe fin sulla schiena e ho sentito lo squarcio della mia gonna che si è aperta in due ma mi è rimasta attaccata per la cintura.
Il ragazzo ha farfugliato qualcosa, non ricordo esattamente ma poteva essere “Non fiatare” o “Stai zitta”. È stata questione di pochi secondi, un brivido gelido mi si è diffuso in tutto il corpo e io che, di solito, di fronte a situazioni di emergenza non reagisco e rimango immobile come paralizzata, mi sono girata di scatto e gli ho tirato un manrovescio con forza. Gli è caduto il coltellino di mano, l’ha raccolto ed è scappato a gambe levate. Ho cominciato ad urlare come una pazza, non chiedevo aiuto, urlavo e basta.
Nonostante nel palazzo abitassero molte famiglie le mie grida sono state udite solamente dal papà della mia migliore amica che abitava al primo piano. È uscito di casa, ha fatto le scale di corsa e ha provato ad inseguire e raggiungere il ragazzo che però si era già dileguato.
-Tutto a posto? Ti ha fatto del male? – mi ha chiesto poi.
– No, no. Tutto ok- ho risposto schiacciandomi contro il muro per non far vedere lo squarcio nella gonna.
Sono entrata in casa, mi sono svestita, ho messo il pigiama e sono andata a letto. Fortunatamente i miei genitori dormivano già e non si erano accorti di nulla.
Avrei voluto farmi una doccia e lavare via il senso di sporco e vergogna che provavo, ma non avevo il bagno in casa, solo una turca sulla ringhiera in comune con un’altra famiglia.
I giorni sono passati, ho continuato la mia vita serenamente, ma non ho mai raccontato a nessuno quell’episodio e da allora non ho più indossato una gonna, figuriamoci una minigonna!
Negli anni molti mi hanno chiesto perché non mettessi mai un vestito o una gonna: le mie amiche, mio marito, mio figlio, persino alcuni miei parenti e io davo le risposte più svariate.
-Fa freddo. I collant mi prudono. I pantaloni mi tengono caldo e sono più pratici. Sono cicciottella e le gonne mi stanno male. Sono vecchia e mi sentirei ridicola ad indossare una minigonna.
La verità era che non riuscivo più a mettermi una gonna: ci ho provato e riprovato tantissime volte. Ne indossavo una, mi guardavo allo specchio, poi sentivo un brivido salirmi tra le gambe, cominciavo a tremare e mi toglievo la gonna.
Le ho buttate via tutte: nel mio armadio c’erano e ci sono solo pantaloni, di tanti colori, ma pantaloni.
Non riesco neanche lontanamente ad immaginare quanto deve sentirsi male una donna che ha subito violenza; in fondo il mio è stato un episodio di poco conto. Mi sono spesso detta: – Magari era solo un tentativo di furto o forse uno stupido scherzo che io ho ingigantito nella mia mente.
Comunque quel banale episodio mi ha condizionato la vita.
Ho sentito spesso delle donne affermare: – Se rinasco un’altra volta, voglio essere un uomo -.
No, io no. Se rinasco un’altra volta, voglio essere una donna ………. con la gonna, anzi con la minigonna.

 

Il gesto

Il gesto

Di lei, a colpirmi, era quel gesto che inconsapevolmente ripeteva ogni volta che le capitava di stare ferma in piedi davanti all’acquaio.

Ai tempi ero una ragazzina e non sapevo nulla del linguaggio del corpo ma, osservatrice per natura, mi capitava di soffermarmi a pensare a quella postura insolita che assumeva sempre in quell’occasione.

Taciturna e assente, viveva in una sorta di isolamento nel quale ammetteva quasi esclusivamente le sue “compagnie”, così le chiamava lei: la radio, che restava accesa da mattina a sera e le sigarette che spesso lasciava consumare appese a lato della bocca. In casa ciabattava tutto il giorno con addosso vestagliette di cotonina fiorata ma, a darle un aspetto davvero trasandato erano i capelli che, una volta cresciuti, le cascavano sulla fronte in riccioli disordinati. Aveva gli occhi chiari, lontani….

E poi c’era quel gesto, più che un gesto, una vera e propria posizione innaturale del piede sinistro, quel suo fletterlo di lato e posarlo di costa, come per scansare qualcosa o stabilire una distanza…..

Seppi, poi, che durante un forte esaurimento nervoso vomitò una verità che per troppo tempo aveva sepolto: era stata stuprata dal padre ancora bambina. Raccontò che lui l’afferrava e la scaraventava sul tavolo della cucina e l’abusava con foga bestiale. Seppi anche che non fu creduta: dissero che soffriva di disturbo bipolare e che tutto era frutto della sua testa malata.

Io le ho creduto. Prima, molto tempo prima che la sua mente le permettesse di denunciare, aveva parlato chiaramente il suo corpo, con quel gesto, quella posa inconsueta e involontaria, muto tentativo di difesa di una bambina spenta per sempre.

Io odio l’inverno

Odio l’inverno.
Odio il cambio dell’armadio: un rito pagano di sacrificio agli dei del freddo, dove i vezzosi abitini estivi vengono sepolti sotto strati di lana e malinconia. E giù piumoni, maglioni, pantaloni, sciarponi… un’orgia di “oni” che ingoia ogni velleità di leggerezza.
Odio svegliarmi nel buio e cenare nello stesso identico buio, come se vivessi in un film scandinavo senza sottotitoli.
Odio vestirmi tremando, camminare tremando e persino pensare tremando: ormai sono una maracas umana. E poi, addio panchine! Non posso più sedermi a contemplare il nulla, perché, indovinate? Esatto: ho freddo.
Odio avere fame ogni tre ore, perché il mio corpo, da bravo sopravvissuto alla glaciazione, pretende carboidrati come fossero carezze. E quei giorni di pioggia uggiosa, odiosa, tediosa? Perfetti per far risorgere tutti i dolori articolari che in estate dormivano beatamente.
Non so se si era capito… ma io odio l’inverno. Anche se, va detto, lui mi ignora benissimo.

Silva

Sono nata sotto una foglia di cavolo, nell’orto di mio padre, in una terra umida e piatta, scandita da filari di pioppi, abbracciata dall’arco delle Alpi a nord e dagli Appennini a sud. Sono cresciuta in fretta, ben nutrita da mia madre e accudita dalla mia famiglia, con tutte le mie cosine al posto giusto e funzionanti con precisione svizzera. Mia mamma dice che sono perfetta. Sono nata perché ho una missione da svolgere, e la svolgerò bene.

Quando la luna si alza e il silenzio si stende come un velo sulle foglie, io esco e pattuglio l’orto. Controllo che le lumache non divorino le foglie giovani, che le formiche non invadano i confini, che il vento non scompigli troppo le cose. Io custodisco l’ordine silenzioso dei ritmi naturali.

Mi chiamo Silva, e quando il giorno si spegne e il mondo si affida al respiro della notte, io veglio. Sono una riccia, e lavoro affinché ogni cosa stia come deve stare.

Afferra la mia mano

Afferra la mia mano, sorellina.
Lascia che ti tenga saldamente contro chi ti vuole male.
A volte la notte è lunga e il vento si fa cattivo, spinge così forte da farti vacillare. Nelle strade come nelle case la paura cammina in punta di piedi, indossa voci dolci e promesse vane, ti convince a chinare il capo, a credere che la colpa sia tua.
Ma io ti vedo, anche quando abbassi lo sguardo e ti chiudi nel tuo labirinto.
La violenza, sorellina, non è mai amore: ricordalo sempre, nei giorni belli come in quelli di mestizia.
Tieni stretta nel tuo cuore la certezza che tu meriti sorrisi e carezze, meriti la gentilezza semplice che non ferisce.
E nei momenti in cui senti i lividi nel cuore, quando il respiro si fa corto e la voce si spegne, ricordati di questo: non sei sola.
Afferra la mia mano, sorellina.
Lasciati sollevare dal fango e vola con me, più in alto del dolore, più in alto dell’ipocrisia di chi dichiara amore con la bocca ma ha gli occhi duri.
Guarda: non siamo solo io e te.
Siamo in tante, aggrappate l’una all’altra, in una catena che non si spezza. Una catena di diamante puro che risplende anche nel buio, che scaccia l’ombra e la paura, che trasforma ogni lacrima in un seme di luce.
Siamo sorelle, madri, figlie, amiche.
Siamo le voci che si cercano nel vento, le mani che si tendono anche da lontano.
E quando la notte torna, noi siamo lì, a intrecciare arcobaleni sopra le ferite del mondo.
Afferra la mia mano, sorellina. Siamo in tante. E insieme, siamo luce.

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