Mimose…perché?

La prima volta che un uomo mi ha regalato un mazzolino di mimose recise non ho reagito molto bene,anzi!
Lui era il sindaco del mio paese che si spostava nelle scuole per omaggiare le donne che ci lavoravano.

-Invece delle mimose ci regali un asilo nuovo per i nostri figli che adesso si trovano in un luogo vecchio e pericolosissimo- gli dissi.

Convengo,a distanza di anni,che l’affermazione non è stata accogliente nei suoi confronti,ma allora ero una mamma molto indignata e preoccupata per la sua piccola bambina.
Oggi che non lo sono più continuo a non amare i fiori recisi perché sono già morti e le mimose lo sono particolarmente in quanto il loro profumo e la loro bellezza appassiscono drammaticamente in fretta:il nove marzo sono ormai piccole biglie rinsecchite e puzzolenti.

Mimose. Per me metafora del valore riconosciuto alle donne nella società:un giorno di festa, allegria,turgore e poi gettate in un angolino.
Perché quindi caro marito, collega o uomo qualsiasi invece di regalarmi mimose non mi porti,magari,piantine di lavanda dagli inebrianti e prorompenti fiori lilla che durano nel tempo e profumano di più?

Perché non riconosci,anche con la scelta di un fiore,che la mia presenza nella tua vita non è effimera ma fa la differenza e che senza di me saresti in difficoltà?
Ecco adesso sai come la penso sulle mimose.

Se però proprio vuoi regalarmene una per il suo colore giallo squillante e allegro…che sia almeno viva .
Buon otto marzo a tutti.

LAURA al mercato

Laura vendeva frutta e verdura a poco prezzo con un traballante banco al mercato di piazza Vittoria, tutte le mattine se il tempo era bello. Ma a Roma il tempo è quasi sempre bello e lei arrivava prestissimo infagottata in un giaccone.

Era un donna piuttosto alta,  grassa , con le gambe corte e gonfie nelle solite ciabatte e indossava sempre un grembiulone scuro che le girava intorno alla pancia sporgente. Nella tasca metteva i soldi incassati. Ai capelli teneva molto, erano sempre in ordine, corti con bei riccioli morbidi, sempre tinti di un biondo color banana che rovinava tutto.

Era una vera popolana, nata a Roma in borgata e aveva ereditato quel semplice banco dal padre ; poi negli anni suo marito Roberto  si occupò degli acquisti della merce. Fortuna che almeno quello lo faceva, perchè di altro faceva poco Un lavoro non lo trovò mai;  passò dal pugilato alle corse in bicicletta, dal cantare allo scrivere testi di canzoni, per finire come pittore , artista  incompreso sempre!

Laura non aveva mai frequentato la scuola, era analfabeta ma sapeva far di conto meglio di tutti, sul lavoro non sbagliava mai anche se doveva far pagare 850 grammi o un chilo e 150 grammi di merce.

Stavo seduta al banco di fiori di una mia zia : la vedevo mangiare la sua frutta e verdura per tutta la mattina e,  più tardi cominciava a mangiucchiare pezzi della carta dove avvolgeva la merce, oppure pezzi di quotidiano. Inorridivo, ma lei non ti guardava mai diritta in faccia,  ti squadrava con la testa chinata in basso e gli occhi piccoli che si sollevavano.

Mi sono ricordata di lei leggendo il libro ” L’analfabeta che sapeva contare” di J.Jonasson

Nonna Elisa

Cento anni fa si sposò Elisa.

Era una pallida e bella sedicenne, con una folta chioma rossa tutta a riccioli e sposò per amore Antonino quasi trentenne, moro , occhi azzurri, impiegato in un Ministero a Roma e …affascinante traditore seriale.

Elisa se ne accorse subito, ma lo amava molto, si amarono comunque e per sempre, ebbero figli e figlie , tanti nipoti ma se penso al loro matrimonio mi sembra una gabbia piena di conformismo e di poco rispetto.

Ho voluto molto bene a questa mia nonna lontana, da piccola le scrivevo letterine una volta al mese, ma mio nonno lo adoravo, simpatico, gentile,chiacchierone.  Una volta l’anno i nonni venivano in treno a Milano a trovarci e ci portavano tanti regali graditi; eravamo quattro bambini e soldi non ne avanzavano mai.

Alla sera quando i grandi parlavano a bassa voce io ascoltavo curiosa e ricordo la nonna che si lamentava delle scappatelle del nonno, così le chiamava;  più tardi sola con mia mamma raccontava di quando lo seguiva e lo vedeva con altre donne ed altri figli… Dopo i giorni più burrascosi il nonno tornava con un gioiellino e dei fiori e tutto finiva lì. -” Questa è la sua famiglia e io sono sua moglie”-  Così terminavano sempre i suoi sfoghi.

In estate da adolescente trascorrevo due settimane da loro e la nonna  cucinava pollo e peperoni o le mammole che sono i carciofi tondi, e il suo ciambellone con tante uova sbattute. Alla fine degli anni sessanta nelle borgate romane c’erano distese di povere baracche e tanta povertà eppure con la nonna tutta ingioiellata attraversavo  Roma ogni giorno in autobus per andare a trovare le zie: poi andavamo tutte al bar a fare colazione e chiacchierare . A casa non avevo queste abitudini.

Poi nonno morì in fretta e vidi i cambiamenti nella vita di mia nonna.

Acquistò una certa sicurezza personale, non fece mai commenti negativi sul nonno ,solo a volte ricordava quanto lui fosse gentile,generoso. Capì che avrebbe meritato più rispetto,aiutata dalle sue figlie. Ma ormai…

Poi accadde che i tanti gioielli ,pian piano,  finirono al Monte di Pietà e non vennero più riscattati.

Dopo poco la sua mente cominciò a vivere in un eterno presente fatto di cura  personale e passeggiate, non parlò più del marito e anche di noi nipoti non ricordava che fossimo tutte sposate e con figli.

Non ho mai capito che male l’avesse colpita, morì anziana e serena; la ricordo sempre curata, ben vestita, profumata, la di Cera di Cupra sul viso e sulle mani e il rossetto rosso sulle labbra sottili, le stesse labbra sottili che hanno ereditato i suoi  figli maschi.

Canzone per te

1992, diploma all’accademia di arte vetrinistica, preparativi per il mio matrimonio, tu che realizzi per me l’album di nozze più originale. La prima foto scattata dalla sarta, mi guardi spalancando gli occhioni nocciola, io leggo sulle tue labbra “ Meravigliosa” e ti abbraccio così, con gli spilli ancora puntati al vestito.
Piango, tu fai “Ahaia”, una goccia di sangue scivola sul pizzo macramè. Rido come una scema e si allenta il pizzo del corpetto.
1992 il Maxiprocesso di Palermo si conclude con pesanti condanne a carico di mafiosi: fa sperare in una società migliore. Firmi il tuo primo contratto da fotografa per una prestigiosa casa editrice, ti trasferisci a Mantova da Gianni: siete innamorati persi.
Nei fine settimana noi quattro insieme: Miri, Gianni, Sara, Luca e quella sera passeggiando sul lungomare a Rimini tu mi vieni vicina mi stringi forte la mano e mi dici in un filo di fiato: “Divento madre Sara”. Gianni sorride nel luccichio delle onde. Sarò io la madrina della piccola Aurora.
“ E dai, datti una mossa! Gli altri sono già tutti a bordo”. Resto immobile con le mani salde sul corrimano. Qui ho l’oceano ai miei piedi, il verde smeraldo dell’isola, negli occhi colori e forme spudorate di fiori strepitosi, ho le Blue Mountain da scoprire ammantate d’aroma di caffè e mistero. Poi ritmo, reggae allegria: il nostro primo viaggio di lavoro.
La sera si ballava sulla spiaggia, nei lenti avvinte come fossimo una cosa sola.
“ Baby don’t  worry about the thing cause every little thing gonna be all right singing don’t worry. Miri, la mia canzone per te” ti sussurravo.
“ No, non ritorno in un luogo dove tutto è Novembre, io resto qui in Jamaica”, rispondo. Allora tu scendi la scalette dell’aereo e vieni a prendermi.
Poi la mostra fotografica a Milano, io ne curo l’allestimento, un successo inaspettato con quelle foto di donne giamaicane che sorridono senza denti e lavorano per mantenere uomini buoni solo a far figlie ubriacarsi.
Siedo su una delle tante panche disposte sul sagrato, allaccio il maglioncino sino al collo scaldo ricordi stretti al cuore. Si apre qualche ombrello tra la marea di gente immersa nel salmodiare delle preghiere. Sento bussare alla spalla, non mi volto “Miri”… bussano di nuovo,
“Miri don’t worry”. Si strappa il filo sottile che ci unisce, è come una fitta alla tempia: mi volto.
Un ragazzo  dice qualcosa dall’alto, ma io non sento, versa parole nella pioggia che scende sottile dalla mestizia del cielo. “ Hai un grosso ragno sulla spalla” scandisce ad alta voce, poi mi da una pacca sulla schiena “ Ecco adesso è andato via “.
Lascialo qui! Se è venuto da me un motivo ci sarà vorrei urlare.
Nonna Emma era ricamatrice, mi diceva sempre che i ragni vanno rispettati perché portano fortuna, forse aveva a cuore Aracne, fanciulla greca abilissima nel tessere che ebbe l’audacia di sfidare la  Dea Atena al telaio. Il lavoro di Aracne si rivelò perfetto al punto che la Dea distrusse la tela della fanciulla e trasformò Aracne in ragno.
Sai Miriana, Emma ammirava la maestria con la quale catturavi emozioni perfettamente sigillate in un lampo di ricordo e la forza d’animo dimostrata nel farti spazio in un mondo del lavoro che di donne non ne voleva.
Nonna ricamò un asciugamano fitto fitto di margherite per te, tu grata avevi massaggiato a lungo le sue mani deformi per l’usura, ma ancora in grado di domare ago e filo, le avevi messe in posa: nel tuo scatto sembravano ragnetti che si arrampicavano sulla tela invisibile.
Guardo il tremito verde scuro tra le foglie dei pioppi che circondano la piazza e mi perdo in un vortice di ricordi.
“ Ti rendi conto del pericolo? No io in quel luogo di donne sepolte vive sotto chili di stracci non ti seguirò! Porti un arma micidiale sul petto: la tua macchina fotografica. Non partire!”
Ma tu presa dall’entusiasmo accettasti l’incarico di reporter in collaborazione con un importante quotidiano.
“ La mia scelta da ora in poi sarà di dare identità  a quelle donne che sono rese invisibili, costrette a vivere in una società che le disprezza. No Sara non ti porterò con me nemmeno se tu lo volessi”.
Saresti rientrata il giorno dopo, provata dalle situazioni affrontate durante il servizio, ma orgogliosa per i risultati ottenuti. Il tuo corpo fu rinvenuto la sera stessa nelle vicinanze dell’aeroporto. Bastò una sola pallottola.
Miriana quale segreto hai carpito agli Dei per aver reciso così presto il filo della tua vita?
Un filo d’incenso si unisce al profumo del glicine arrampicato sul muretto, come mani si muovono tra la folla carezzando guance.
Nel silenzio mi alzo in piedi, la cerimonia volge al termine, dovrei dire qualcosa, salutarti  ma non so, non dico niente, non posso, ritorno al mio posto accanto ad Aurora.
Non posso lasciarti andare Miri io tengo il filo tu sei la mia trama.
Ti tengo.

Tilda

Milano 1863

 

Il landò si fermò davanti al palazzo della famiglia De’ Pozzi.

Domenico Albinò scese e pagò il vetturino che ripartì con uno schiocco delle labbra scomparendo nella nebbia grigia e densa di fine autunno. Nella via, i contorni delle case parevano dissolversi. Altro non restava che lo scalpitio degli zoccoli in lontananza.

Domenico era un giovane matematico catanese molto istruito e avrebbe presto ottenuto un incarico nella neonata università di Milano. In realtà, ambiva a trovare fondi per le sue ricerche sulla fisica sperimentale, studi che condivideva con un gruppo di scienziati provenienti da tutta Italia.

Nel frattempo, si guadagnava da vivere come precettore, stimatissimo dalla ricca borghesia milanese.

Domenico si spazzolò la cappa con le mani, calcò il cappello sulla testa e picchiò il battente contro il legno massiccio del portone. Gli fu aperto da un lacchè al quale si presentò consegnandogli un biglieto.

«Buongiorno dottore, prego, vogliate seguirmi», disse il valletto con una voce atona, come se la sua presenza dovesse essere solo verbale, non fisica.

Attraversarono un giardino interno, alcune siepi di osmanto profumavano l’aria. Le aiuole traboccavano di crisantemi.

Il domestico condusse Domenico nello studio dove lo attendeva il signor Dè Pozzi, un uomo elegante, austero e che aveva l’aria delle persone granitiche, saldamente aggrappate ai principi dei propri padri e dei padri dei propri padri. Un uomo d’altri tempi, pensò Domenico.

Il signor Dè Pozzi lo accolse quasi accigliato, poi ostentò una certa cordialità. Domenico ne fu stupito.

«Caro dottore Albinò, vorrei offrirvi dell’ottimo Marsala, appena arrivatomi dalla Sicilia. Colore a calore a riscaldare il freddo di queste giornate», gli aveva detto dopo le presentazioni . Domenico accettò di buon grado, anelando ai profumi della propria terra.

Il signor Dè Pozzi indicò a Domenico una poltrona davanti al camino, si diresse verso la scrivania e tornò con due calici. Brindarono, ma il signor Dè pozzi  non si sedette, piuttosto si affrancò alla mensola del camino tendendo un braccio .

Domenico notò nell’uomo una certa angustia che gli negava la pace.

Il signor Dè Pozzi si schiarì la voce. Questo fu l’impulso iniziale di un discorso che pareva dovesse strozzarlo.

«Dottor Albinò, sono qui a ringraziarvi per aver accettato l’incarico di precettore per mio figlio Gianrico», disse tutto d’un fiato.

Domenico stava rispondendo che era un piacere, ma il signor Dè Pozzi lo zittì con un gesto della mano, come per dire mi lasci parlare.

«Ho la fortuna di avere due figli, Gianrico e Tilda. Il primo compirà otto anni, la seconda ne ha appena sei».

Domenico ascoltava sorseggiando il marsala, il signor Dè Pozzi, invece, non aveva ancora assaggiato il suo.

«Gianrico è … come dire … svogliato nelle questioni d’intelletto ma molto dotato nelle questioni di fioretto. Ama praticare l’arte della spada, ma non quella dei libri. In pratica, avrà un osso duro da modellare», aveva continuato l’uomo.

Di nuovo fece una piccola pausa e finalmente assaggiò il liquore.

Domenico rispose: «Spero di essere all’altezza ma sarete voi stesso a giudicare non appena concluso il primo semestre».

Il Signor Dè Pozzi scosse la testa per annuire, poi disse: «In realtà, non è su questo che voglio mettervi in guardia, bensì …». L’uomo si interruppe come se fosse affaticato o combattuto da forze contrastanti, poi riprese: «Tilda, al contrario, è come posseduta da un demone, da una sete di conoscenza. Ho ceduto alle sue insistenze, permettendole di assistere alle vostre lezioni. Ora me ne dispiaccio. In ogni caso Tilda ha l’ordine di rimanere in silenzio». Il signor Dè Pozzi pareva giustificarsi di fronte a Domenico, il quale era perplesso dalle sue parole.

L’uomo parve avvedersene, così continuò: «Per Tilda abbiamo previsto un percorso di devozione. Lei sarà fatta monaca. Ha mostrato molto interesse per la Bibbia, sapete?».

Di nuovo il signor Dè Pozzi si schiarì la voce, che ora usciva determinata: «Vi chiedo, quindi, di non considerare Tilda. Intendo dire che voi sarete il precettore solo di mio figlio maschio. Vi invito caldamente a non rispondere alle domande della bambina e a non impartirle alcun insegnamento».

Benché lo ritenesse ingiusto, Domenico era abituato a vedere le sorelline dei suoi alunni nascoste tra le tende e spiare le lezioni a loro precluse. Assentì chinando il capo.

Non sapeva, Domenico, quanto gli sarebbe stato difficile mantenere la promessa.

Subito dalle prime lezioni, aveva colto negli occhi di Tilda una luce che si accendeva e si spegneva come un faro: era l’interesse seguito dalla delusione.

Quando Domenico domandava a Gianrico di risolvere una semplice operazione, Tilda, seduta in fondo alla stanza, lasciava cadere le mani lungo i fianchi, annoiata. Le dita, però, indicavano sempre il risultato esatto.

Passarono un paio di mesi, durante i quali Domenico lanciava sfide matematiche a Tilda senza che Gianrico potesse capire, incagliato com’era sulle tabelline. Se disegnava sulla lavagna la sequenza di Fibonacci, Gianrico rispondeva: «È una chiocciola!», mentre Tilda gonfiava le guance quasi sbuffando poi indicava il risultato, disegnando silenziosa nell’aria il numero successivo.

Un giorno, Domenico decise di verificare la portata dei suoi sospetti. Propose al piccolo Gianrico un’equazione che solitamente si proponeva a studenti di grado più alto, quindici o sedici anni almeno.

Gianrico non comprese minimamente, Tilda, invece, aveva osservato quasi con ingordigia l’equazione masticando calcoli come se pregasse. Nel giro di pochi secondi alzò la mano. Le sue dita indicavano il risultato esatto.

Domenico trasalì. Ne scrisse un’altra, di pari livello. Gianrico era distratto, agitava le gambe guardando la finestra. Non poteva vedere la sorellina dietro di lui, in piedi, quasi febbricitante, con le mani che mostravano la soluzione.

Tilda aveva in sé un genio, non un demone. Ella aveva un dono che avrebbe portato il mondo verso nuove scoperte.

In seguito, verso il termine di ogni lezione, Domenico approfittava della malavoglia di Gianrico e si concentrava su Tilda impartendole silenziosi insegnamenti e proponendo questioni sempre più difficili. Nel giro di sei mesi, la bambina era in grado di risolvere grattacapi per studenti universitari, ma ciò che affascinava Domenico era la bramosia con cui Tilda li affrontava.

Prima della fine del semestre, Domenico chiese un colloquio con il Signor Dè Pozzi. Si era preparato un lungo discorso, convincente a parer suo, sull’ineluttabilità di mettere il dono di Tilda al servizio dell’umanità.

«Voi non avete rispettato i patti, signor Domenico Albinò, pertanto vi prego di dimettervi dal vostro incarico», disse soltanto il signor Dè Pozzi con il collo che si arrossava dalla rabbia e con un tono che non ammetteva repliche.

Domenico non poté fare di più se non sperare che quella bambina trovasse il modo per affermare le sue capacità. Solo, prima di lasciare la casa, posò sulla cattedra il trattato di fisica che aveva appena pubblicato.

Uscendo, con la coda dell’occhio vide Tilda fiondarsi sul volume.

Le sembrò un topolino che aveva trovato il formaggio.

 

Il mio nono compleanno

A scuola quest’anno abbiamo cominciato a studiare musica. La mia maestra di musica diceva che sono portata. Ho studiato le note facendo finta, disegnando i tasti del pianoforte sul banco. Per molti mesi ho supplicato mio papà di comprarmi un pianoforte, o almeno di noleggiarlo. Lui diceva sempre che non avevamo soldi per un pianoforte.

Due giorni prima del mio nono compleanno, il venerdì mio padre si è assentato tutta la mattina. Io ero a casa da scuola perché c’erano disordini e le scuole avevano chiuso prima.

Il giorno del mio compleanno mi sono svegliata presto, abbiamo fatto colazione tutti insieme e ho scartato i regalini che i miei genitori e i miei fratelli avevano messo sul mio piatto. Nel pomeriggio abbiamo fatto una festa in cortile: sono venuti i miei compagni di scuola e alcuni amichetti con cui gioco solitamente in strada. Abbiamo giocato a nascondino, soffiato sulle candeline della torta e mangiato patatine. A un certo punto si è fermato un furgone bianco e ha chiesto se abitava lì la signorina Haziz. “Sono io!” ho detto. “Ho una consegna per te” ha detto l’uomo. “Firma qui”.

Quando si è aperto il furgone, sono scesi altri tre uomini e in quattro hanno cominciato a spingere un’asse su rotelle su cui poggiava un grosso pacco nero imballato. Non senza fatica l’hanno trasportato in casa, io saltellavo intorno cercando di capire cos’era. Alle mie domande nessuno dava risposta.

Una volta in casa i trasportatori hanno lanciato uno sguardo d’intesa a mio padre e se ne sono andati.

Io ho cominciato a scartare il pacco, il mio cuore batteva forte. Non osavo nemmeno sperare.

Quando ho tolto il cellophane ai miei occhi si è presentato il più bel pianoforte verticale che avessi mai visto. Nero nero, lucido lucido, con una bella forma sinuosa e arrotondata, non spigoloso come quello della mia amica Fatima. Ho saggiato il do centrale, poi le note dell’ottava superiore, i bassi, l’ottava centrale. Aveva un suono meraviglioso, puro e cristallino. Non vedevo l’ora di suonarlo.

Mi sono messa in piedi così com’ero, senza nemmeno scartare lo sgabello regolabile. A un certo punto, dopo un bel po’ di tempo che suonavo in piedi, mia mamma me lo ha spinto contro le ginocchia e io mi sono seduta.

Oh felicità, gioia pura!

Ho provato tutti gli esercizi che solitamente suonavo sul banco, poi sono andata a prendere i libri di musica e ho cominciato a suonare pezzi nuovi, ne iniziavo uno, poi passavo subito al successivo e così via finché non diventavano troppo difficili.

Mia mamma sorrideva guardandomi. Sono corsa ad abbracciare mio padre e l’ho ringraziato stringendolo stretto stretto e stampandogli un grosso bacio sulla guancia. Mi è scesa anche qualche lacrima di gioia.

I miei fratelli guardavano divertiti e non troppo interessati. Mia sorella era troppo piccola per capire, ma era contenta pure lei, contagiata dall’allegria generale, percepiva che era un momento di festa, un momento bello.

I due giorni successivi dovetti andare a scuola. Contavo le ore che mancavano al suono della campanella per tornare a casa ed esercitarmi. Mi immaginavo che, ora sì, avrei potuto avere un grande futuro come pianista: viaggi all’estero, concerti, concorsi, fiori per me sul palco, applausi. Sapevo però che mi dovevo impegnare per ottenere tutto questo, dunque non volevo perdere nemmeno un minuto.

Due giorni dopo mio padre mi disse che dovevamo lasciare la città e andare per un po’ dalla nonna. Pensai che stesse male la nonna, invece mio padre disse che era scoppiata la guerra. Chiesi se potevamo portare con noi il pianoforte. “E’ troppo grande” disse mio padre. “Dobbiamo lasciarlo qua, ma torneremo a prenderlo”.

Raggiungemmo la nonna, che ci accolse con grande calore. Era contenta e sollevata di vederci. Il giorno dopo ricevemmo una telefonata dai nostri vicini di casa: avevano bombardato la nostra casa, il nostro soggiorno non esisteva più. Io non riuscivo a crederci. Il mio pianoforte nuovo! Il mio futuro!

Piansi a lungo.

Mio papà cercò di consolarmi: mi disse che, sì, sapeva che per me era un grosso dispiacere, ma la cosa importante era che noi fossimo tutti vivi. Quando i razzi cominciarono a colpire la città della nonna, sfollammo tutti insieme in  una città vicina che doveva essere più sicura, ma poco dopo arrivarono le bombe anche lì.

Nel frattempo papà era stato all’ambasciata turca a Tel Aviv e gli avevano concesso i documenti per imbarcarci tutti su una nave che andava a Istambul. Mio papà ha la doppia nazionalità palestinese-turca, così abbiamo potuto essere accolti qua. La vita è più tranquilla qua, vado a scuola, i miei compagni sono simpatici, ma a me manca il mio pianoforte.

Mi chiamo Raja Haziz e sono una bambina palestinese che ama la musica classica.

Malika

“Malika è ancora incinta, la vedo rotondetta.”
“Si, lui è un pezzo che non si vede lei dice che è all’estero per lavoro, ma ho sentito che è in galera: è un tipo molto equivoco, un bel uomo però, sono loro dirimpettaia e non li ho mai sentiti bisticciare.”
Scendere e risalire al quinto piano senza ascensore con un bimbo in braccio e uno in pancia è una faticaccia, come fa? Del resto gli appartamenti ai piani alti se non li prendono gli extracomunitari restano sfitti. Ti ha chiesto soldi?”
“Si, ma soldi da prestare non ne ho, le preparo sempre un piatto in più per pranzo e cena e mando su Matteo a portarlo”.
“Cosa ci fate qui sul pianerottolo a spettegolare voi due, state parlando della zingara? Attente, quelle sono zecche vi si appiccicano con la scusa dei figli e non mollano! Ignoratela e si toglierà di torno, vi saluto ho ben altro da fare io”.
“Sei proprio brava tu! E’ al corrente di questa situazione la proprietaria?”
“Certo, è Lucia che paga le bollette, pensi che Malika abbia i soldi per l’affitto?
Le ho passato pacchi di pannolini ora che Giada fa pipì nel vasino, mi preoccupa saperla in queste condizioni, rischia che le portino via i bambini, penso sia minorenne. Che profumo, qualcuno ha appena sfornato una crostata accidenti che fame”.
“Hai visto tutti quei panni stesi ad asciugare sul suo balconcino? Le ho suonato l’altra sera non hai idea le zaffate che arrivano dal suo appartamento ho sbirciato quando ha aperto, c’era una montagna di indumenti sul pavimento, Malika non devi occuparti del bucato di un intero campo nomadi, i condomini si stanno lamentando non è igienico nelle tue condizioni. Le ho detto.”
“E’ venuta da me ieri, ha chiesto del caffè, ne era sprovvista, aveva le lacrime agli occhi l’ho fatta entrare. E’ preoccupata perché la nonna è malata e non può accudirla non vive in Italia, teme di non vederla più. Nonna non voleva che partisse, perché era troppo giovane e aveva ancora bisogno della sua famiglia accanto, ma il padre decise che era arrivato il momento e Josef se la portò via. E’ sicura che lui ritornerà prima che nasca il bambino per sistemare le cose.
Poi ha spalancato gli occhioni neri, mi ha preso le mani nelle sue e mi ha raccomandato di non dire niente in giro. Sembrava una bambina con quei capelli sciolti neri, lunghi e lucenti. Allora le ho preparato una tisana, si è rilassata”.
“Certo che sradicarla così, fa tenerezza”.
“Viene spesso la suocera a darle una mano, l’ho vista scendere alla fermata dell’autobus carica di borse della spesa e camminare lentamente tra gli svolazzi delle pieghe, le sue gonne da gitana tutte fiorite mi mettono allegria, hai visto come porta la treccia di lato bianca cangiante sull’incarnato scuro”.
“Si, ho notato, sorride e saluta sempre quando la incontro sulle scale, penso voglia bene a Malika e al nipotino.”
“Ancora qui voi due, ma siete proprio delle belle portinaie, nel frattempo ho cucinato anche per questa sera, in qualsiasi caso fatemi sapere se serviranno completini per il bimbo, ho conservato tutto anche i fiocchi nascita, azzurro o rosa lo appenderemo al porta.
In fondo siamo tutte un po’ zie, no?”

Angelo

Sono nata una sera di maggio in Sicilia quando le zagare profumavano l’aria.
Vivevo insieme alla mia mamma e ai miei fratelli in una scatola di cartone a bordo strada, dove passavano molte auto. Mi sono ammalata presto. Mia mamma non aveva latte a sufficienza e tempo per scaldarci tutti. Ci sono state notti fredde, ho preso il raffreddore. Tutti l’avevamo.
Un giorno mi ha raccolto una signora. Mi ha dato da mangiare una cosa umida e buona che non era latte. Mi ha curato il raffreddore, che nel frattempo era risalito dal naso e mi aveva infettato l’occhio. L’occhio non è tornato come prima, ma il naso sì.
Poi la signora ha preso dalla strada anche mia mamma, così potevamo stare insieme. Dopo qualche giorno ci ha raggiunte anche mia sorella. Oh, la gioia di giocare tutte e tre assieme, di nuovo una famiglia! Di notte ci stringevamo l’una all’altra e ci addormentavamo coi musi vicini. Beatitudine!
La signora era brava, ci dava da mangiare cose buone, ci accarezzava, aveva un bel gabinetto che puliva regolarmente. Aveva una figlia un po’ rumorosa però. La bambina giocava spesso con noi, io mi divertivo molto con la lenza.
Siamo stati con la famiglia della signora per parecchio tempo. Faceva caldo, si stava bene, i pasti erano abbondanti.
Poi, ai primi freddi, mia sorella è sparita. Io ero triste, ma per fortuna c’era mia mamma che mi leccava e mi consolava.
Un pomeriggio, la signora mi ha messo in un trasportino e mi ha portato in una strada rumorosa. Io avevo paura. Si è fermato un grosso camion e mi hanno messo lì dentro. C’erano tanti scomparti, in ogni scomparto un gatto simile a me. Hanno chiuso la porta e sono rimasta sola. Il camion è partito e faceva molto rumore. Tutti piangevano. Siamo rimasti così per molte ore, faceva freddo.
A un certo punto il camion si è fermato, si è aperta la porta e un’umana ci ha dato da mangiare e ha cambiato i tappetini assorbenti che nel frattempo avevamo sporcato, non avevamo potuto fare altrimenti, non c’era scelta. A me ripugnava sporcare nel mio letto, ma come potevo fare?
Poi la porta si è richiusa e il camion è ripartito. Ancora rumore, ancora freddo, ancora buio, però non piangeva più nessuno.
Dopo un tempo infinito così, con alcune pause per mangiare e cambiare i tappetini , siamo arrivati in un posto dove c’erano delle persone. L’umana ha tirato fuori i trasportini dagli scomparti a uno a uno e ci ha consegnati ad altri umani. Gli umani erano sorridenti, noi spaventati. Faceva freddo.
Io dalla nuova signora sono stata messa in un’auto blu e siamo ripartite. Altro rumore, però stavolta non faceva freddo.
Quando siamo arrivate, questa signora mi ha messo in una stanza piccola tutta per me e ha aperto lo sportello del mio trasportino. Io mi sono guardata bene dall’uscire. Solo quando ero ben sicura di essere sola ho esplorato il perimetro della stanza, che era come quella della mia prima casa, il pavimento era liscio e freddo. E’ arrivata una nuova tana foderata di una cosa morbida, che mi è piaciuta subito. Questa tana era molto più bella e ci stavo volentieri.
Ogni tanto la nuova signora entrava nella stanza, faceva uno strano rumore come di acqua, mi parlava. Io però stavo rintanata nel mio nascondiglio. E’ andata avanti così per parecchi giorni: io uscivo quando ero sola, esploravo, giocavo con il rotolo di carta bianca, saltavo sul davanzale, giocavo con l’asciugamano. Quando sentivo i passi della signora, mi nascondevo. Era molto tranquillo.
Dopo un po’ di tempo, la signora mi ha trasferito in un’altra stanza, molto più grande e con più rumori. Ho cominciato a uscire dalla tana perché un po’ mi annoiavo.
La signora era grande e grossa, anche se mi parlava con voce gentile. Io mi spaventavo e correvo nella tana, oppure mi nascondevo sotto il tavolo.
Col passare dei giorni mi sono abituata alla signora nuova, ma ogni giorno c’erano delle novità. Intanto, ho scoperto che potevo andare alla finestra e guardare fuori gli uccellini, la mia passione! Posso stare ore a guardarli. Poi, ho capito di non essere sola con la signora: circolavano altri gatti in quella casa. Non sembravano nemici, ma non si sa mai. Io stavo ben alla larga.
Dopo un po’ ho capito che la gatta bianca e nera con la mascherina non era pericolosa: dormiva tutto il giorno e non faceva un gran che, così ho cominciato ad accorciare le distanze. Ora qualche volta dormiamo addirittura sullo stesso divano.
L’altra, quella tigrata, invece era indecifrabile. Grossa come una tigre, agile come un leopardo, mi sfuggiva e mi ringhiava. Ancora adesso mi ringhia spesso. Non dev’essere molto sveglia, perché è evidente che io voglio solo giocare.
La signora mi ha messo un piccolo cestino foderato di lana morbida sul divano del soggiorno, proprio di fronte alla porta, così posso tenere d’occhio chi entra e decidere se costituisce una minaccia. In realtà solo adesso cominciano a venire umani diversi, qualche volta.
Io nel frattempo sono cresciuta e il cestino è diventato un po’ piccolo, ma mi ci sento bene, mi fa sentire protetta. Quando sono lì dentro, tutti mi lasciano stare.
In questo posto ora mi sono ambientata e ci sto piuttosto bene. L’unica cosa che lascia un po’ a desiderare è il vitto: il solo pasto decente della giornata (la carne umida) viene servita a colazione, dopodiché ognuno si dedica alle proprie attività e fino al giorno dopo ci sono unicamente dei cosi secchi come il cartone, però si sa, quando si ha fame, non si va troppo il sottile. Io vorrei che la signora capisse che non è cibo degno di un gatto, quello. Per il resto, la signora è gentile con me, mi fa anche dormire insieme a lei sul letto con le altre gatte.
Mi chiamo Clea e sono l’angelo custode di questa casa.

Paronomasia

Sul Mare del Nord c’era un grosso gatto che soffriva di gotta. Viveva in una grotta con sette tigrotti.
Poiché a tutti piacevano le aringhe, abbondava la lisca, ma il servizio di ritiro rifiuti era lasco.
Un giorno sparì uno dei tigrotti. Arrivò il Commissario Montalbano per indagare. Quando vide le lische, guardò negli occhi il gatto e disse: “Qui succedono cose losche!”
”No, Commissario, Le assicuro” disse il gatto con la gotta. “Per favore, mi gratti!”.
Il Commissario grattò il gatto con la gotta che viveva nella grotta con i tigrotti. Tutto d’un tratto, il grosso gatto si trasformò in un tigrotto senza gotta, che strofinò le sue gote contro quelle del Commissario. A quel contatto, il Commissario spiccò un balzo e fu fuori dalla grotta. Se ne andò a casa e mangiò tre cannoli alla ricotta.

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