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SOLITUDINE???

Mi dico che non ha senso per una persona che vive la fede e per la quale il rapporto con Dio è fondamentale dire “mi sento sola”. Eppure quando certe sofferenze sono quasi insostenibili, certi dolori sono accompagnati da paura e smarrimento, sento che non posso comunicare fino in fondo ad altri il mio malessere e mi dico “sono sola”.
Ma non posso fermarmi lì e piangermi addosso, pregando fra le lacrime, trovo un senso a tutto quello che mi fa stare male perché il Dio dell’impossibile mi consola, mi infonde la speranza che avevo perso per strada e mi suggerisce possibili soluzioni che non vedevo. Io lo so che il Signore è sempre presente nella mia vita e che, se mi mette alla prova, è per farmi riflettere sulla mia fiducia in Lui, sulla speranza che non deve mai venire meno e sulla certezza che dopo questa vita, che è un soffio, ce n’è un’altra al pensiero della quale la mente si perde nel mistero, ma che è la vera vita che ci aspetta.
Allora mi posso sentire sola in mezzo a tanti, anche persone care, ma non c’è più solitudine quando prego il Dio che mi ama da sempre e che da sempre vuole solo il mio bene.
Carla

10 febbraio 2020

Rosso Corallo

Oggi inauguro un nuovo elegante tailleur color corallo indossandolo per la prima volta; è bello davvero e mi cade perfettamente. Ho abbinato una camicetta bianca ed un paio di scarpe, dal tacco medio alto, colore blu cielo sulla cui punta è inserita una sottile striscia obliqua che richiama la tonalità dell’abito.   Una spilla color oro, identica a quelle “da balia” ma più lunga, chiude la gonna a portafoglio a metà coscia, è decorativa senza dubbio ma serve a tenere fermo il lembo di stoffa asimmetrica sovrapposta.

Look perfetto per una ghiotta occasione: un “pranzo premio” che oggi viene offerto dal Presidente della Società multiservizi,  per la quale mi prodigo da oltre dieci anni, ad alcuni responsabili dei vari Uffici, di cui faccio parte.    La nostra gradita presenza è prevista per le ore 13.00 in un raffinato ristorante di Via Senato; nostro compito sarà fungere da grazioso corollario ad un personaggio Vip – fratello di un personaggio pubblico extra Vip – che sta per arrivare in compagnia del suo fotografo personale, dicono.

Gli Uffici della nostra prestigiosa Azienda si trovano in Centro Città, ubicati all’interno di un grande palazzo d’epoca, distribuiti su tre piani ospitano un organico di duecento unità.  La felice posizione dell’edificio è molto invidiabile, ideale per me al punto che lo stress da pendolarismo, la stanchezza quotidiana e il peso delle responsabilità vengono alleggeriti dal fascino irresistibile che esercita questo inimitabile cuore pulsante della Metropoli.

Le ore tredici sono trascorse da diversi minuti ed io sto consumando una dose di nicotina, accompagnata dal quinto caffè della mattina, quando vengo convocata in Direzione: qui la “mega segretaria”, con eccessiva serietà e studiata compostezza, comunica ai premiati che il pranzo deve essere posticipato ad altra data: l’ospite atteso si è scusato ma  urgentissimi  impegni lo reclamano altrove.   Senza commentare sorridiamo facendo “buon viso a cattivo gioco”. Alcuni di noi optano per un salto al Burger King, altri alla tavola calda; decido di tornare nel mio ufficio dove ad attendermi trovo un nuovo carico di fascicoli di pratiche da svolgere. Il mio senso del dovere ha la priorità, il lavoro verrà scrupolosamente terminato entro oggi con la collaborazione della collega Mimma, dirimpettaia di scrivania, rientrata or ora dal suo solito pranzo fugace.

Lei, ottima segretaria, giovane signora che da sempre mi lavora accanto e di cui sono particolarmente buona amica, trovandosi in sovrappeso tenta di seguire una sempre più moderna “dieta dimagrante”, io, non più giovane, magrissima in taglia 38, rinuncio a  seguire quella “ingrassante” insensibile all’idea di eliminare il disdicevole cocktail a base di caffeina e nicotina che compone il mio limitato menù.   Trascorro ulteriori tre ore immersa nelle carte e impegnata al telefono prima che il mio organismo dia voce ad una legittima  protesta:  Mimma si offre di scendere al “bar di sotto” per prendermi del cibo ed un caffè.

Scostata la sedia dalla scrivania, divaricate per benino le gambe, reggendo con la punta delle dita di entrambe le mani un untuoso tramezzino che sgocciola, spingo il busto in avanti chinandomi leggermente.   Lo strato del panno della gonna soprapposto si apre creando un bizzarro, poco signorile, “effetto scopertura”.

Nell’attimo esatto in cui addento il primissimo boccone, qualcuno spalanca di botto la porta  alla mia sinistra, facendoci sussultare.    Vediamo spuntare una testa maschile che sporgendosi in avanti getta sguardi indagatori di qua e di là.   Poi segue un corpo che entrando si protende  direttamente verso il mio …tramezzino.   Sollevato a malapena lo sguardo, il volto ormai color del corallo, riconosco immediatamente l’uomo che è entrato, mi ha guardata ed ha sorriso divertito scuotendo il capo.   “Buon appetito!, signora…?”

“Elvira” risponde prontamente Mimma sorridendogli bonariamente, ammiccando nella mia direzione e sforzandosi di non far scoppiare la sua, rumorosa, irresistibile risata.

“Tranquilla, la prego. Continui pure tranquilla. Scusate il disturbo, vado cercando il Dr. F.”

L’improvvisato ospite scoppia a ridere e prima di allontanarsi mi gratifica con una divertita strizzatina d’occhio; dalla soglia ci saluta con la mano, si scusa nuovamente e coglie l’occasione per tornare ad osservarmi, ma non in volto.

Fulminandola con uno sguardo abrasivo, posando il dito indice in verticale sulle mie labbra chiuse, proibisco a Mimma di proferire parola; poi, con desolazione, osservo le macchie di unto che hanno battezzato il mio nuovissimo tailleur rosso corallo che, – sono pronta a scommetterlo – , a lungo conserverà l’incantevole ricordo dell’incontro con un Vip.

 

Precisazioni dovute: Correva l’anno 1993; il ristorante da Alfio ha chiuso definivamente nel 1997; gli Uffici della “mia” Società nell’anno 2002 si sono trasferiti lontano dal Centro Città.

 

10 febbraio 2020

Ho trascorso un mese a Piancavallo

Da molti anni ho vissuto un disagio nel rapporto col cibo. Ho fatto numerosi percorsi senza risultati ma finalmente è arrivata un’opportunità che sentivo di poter affrontare nonostante comportasse un mese intero fuori casa. La motivazione ad uscire dallo stallo nel quale mi trovavo era forte e non era tanto quella di lavorare sul disturbo alimentare quanto piuttosto la consapevolezza che se non mi fossi decisa ad affrontare il problema, la mia situazione generale, muscolare, tendinea ed altro, era ad alto rischio.
Ho presentato la domanda a Piancavallo e quando mi hanno chiamata, pur con fatica, sono partita. La prima settimana sono stati vicini a me, in una pensione, mio marito e mia figlia Benedetta. Questo ha favorito il mio inserimento ma poi sono rimasto da sola.
Posso dire di essermi scoperta diversa, una persona socievole e desiderosa di condividere con le altre pazienti la mia storia. Ho anche recuperato l’abitudine che avevo completamente persa, di pranzare a mezzogiorno. Con le persone che vivevano come me il ricovero, ho legato al punto che abbiamo creato un gruppo whatsapp e tuttora siamo in contatto amicale e di sostegno reciproco. Mi sono stupita di me nel senso che non pensavo d stare così bene con gli altri. Certo mi mancava la mia Betta ma avevo più tempo per me, mi riposavo, ascoltavo le mie nuove amiche, giocavo a carte.
Insomma una bella esperienza. Adesso devo continuare ad alimentarmi meglio e devo accettare l’aumento inevitabile di peso e una fisicità un pò diversa ma so che con l’aiuto di tanti che mi offrono amicizia, ce la faro’. Fra i tanti ci siete anche voi!!!!!! Ci conto…..
Carla

La ferita

Loro ridevano forte soddisfatti

torturando il suo corpo di bambina

Lei piangeva piano sul mistero

chiamato sesso sulla violenza sul possesso

 

Il ventre denudato specchio alla ferita

il cuore accasciato dallo schifo delle loro dita

Poi non chiese consolazione a sua madre

a una sorella a un prete o a un’amica

 

Nessuno raccolse attento tanta cruda disperazione

per alleggerirle il peso della vita

Non la accarezzò una tenera mano né la quietò una voce

a dirle “Creatura, tu non hai sofferto invano”

Stalker

Anna lo conobbe un’estate mentre faceva una ciclo-vacanza in solitaria in Devon e Cornovaglia, Inghilterra sudorientale: coste frastagliate a picco sul mare, un vento che ti sferzava la faccia, un sole che sembrava di essere alle Maldive. Infatti, quando tornò, dopo una settimana di pedalate su e giù per le colline e i boschetti con top e pantaloni da ciclista, le colleghe le chiesero in quale isola tropicale aveva ottenuto quell’abbronzatura invidiabile. Nemmeno una goccia di pioggia in una settimana! In Inghilterra!

Ma stiamo divagando. Anna lo conobbe in un ostello della gioventù dove si era fermata una sera che non aveva trovato ospitalità in una fattoria come faceva di solito sul calar della sera. Lui lavorava come inserviente. Era inglese, disse di chiamarsi Philip. Le raccontò di aver venduto tutto dopo il divorzio, casa, auto e quant’altro, di essersi licenziato ed essere partito per una lunga vacanza intorno al mondo. Nei Paesi del nordeuropa si usa così. Forse un retaggio del Grand Tour rinascimentale.

Philip fu squisitamente gentile, si fermò a parlare con lei e aveva un accento elegante. Non era bello, ma lei era sempre stata affascinata più dall’intelletto che dall’apparenza. Rimasero a parlare dopo cena finché lui la invitò nella sua camera. Si intendevano a meraviglia, ma Anna rimase comunque sorpresa quando lui le propose di fermarsi a dormire lì. Sulle prime lei la prese come un’offerta cameratesca, per continuare la conversazione che scorreva così bene nonostante l’ora; solo quando lui si stupì, mentre preparavano il letto, che lei non volesse dormire con lui, capì le sue vere intenzioni.

Di quella notte ora, dopo più di 20 anni, ha un ricordo vago, ma della mattina successiva si ricorda benissimo: quando lei si svegliò, lui non c’era più, aveva iniziato il suo turno di lavoro. C’era però un vassoio con la colazione e una rosa, e un bigliettino gentile. Le si arricciarono gli alluci dal piacere. Prima di partire, Anna gli scrisse una lunga lettera descrivendo quanto era stata contenta con lui quei giorni

Quando Anna tornò nella cittadina vicino a Londra dove lavorava, cominciarono a scriversi. Dopo qualche settimana, lui annunciò una visita. Anna si rallegrò. Cominciarono a frequentarsi. Una volta lasciato quel lavoro temporaneo all’ostello, Philip si era trasferito nelle vicinanze di Anna e trovò ben presto un altro lavoro saltuario per mantenersi. Nella sua vita precedente aveva detto di aver lavorato in banca, ora scriveva per la BBC. Cose molto divertenti per spettacoli assai noti, ma che lei, essendo straniera, non conosceva. Ogni tanto lui le leggeva degli stralci, che lei regolarmente non capiva a causa dei numerosi doppi sensi, che ancora le sfuggivano in inglese.

Si frequentarono per alcuni mesi, Anna apprezzava il suo intelletto, la sua proprietà di linguaggio, i complimenti che lui non mancava di farle, ma il suo cuore non volava. C’erano delle stranezze in lui: aveva la mania di lavarsi. Si era rasato tutti i peli del corpo, per essere più pulito, diceva. Si lavava in continuazione, per di più con un sapone di cui ad Anna non piaceva l’odore (Palmolive). Lui si stupì molto quando lei glielo disse.

Ogni tanto avevano piccole discussioni, mai molto animate comunque.

Un giorno che si trovarono dopo il lavoro di Anna – lui l’aveva vista per strada – lui le rivelò di averla vista mentre scrutava il proprio riflesso in una vetrina, passeggiando. Anna ammise la sua civetteria, disse di non essere mai soddisfatta, di essere insaziabile di complimenti, per Philip sembrava essere una colpa grave.

A casa ebbero una discussione su piccolezze, come lavare i piatti e cose del genere. Di colpo lui le mise le mani attorno al collo e cominciò a stringere. Non per soffocarla, solo per farla spaventare. Lei si divincolò e corse in un’altra stanza. Non esistevano ancora i cellulari.

Quando sentì che se n’era andato, chiamò la polizia. Arrivarono due agenti, un uomo e una donna.

Philip prima di andarsene aveva fatto un grande mucchio al centro della stanza con tutti i vestiti di lei, tutti accatastati uno sull’altro.

Gli agenti dissero che per motivi di privacy non potevano rivelarle eventuali precedenti penali dell’uomo. Anna era costernata. Magari aveva a che fare con un maniaco sessuale, un serial killer, uno psicopatico, e lei non aveva diritto di sapere se aveva fatto del male ad altre donne.

Per alcuni giorni non lo sentì più, poi arrivò una cartolina di Philip in cui annunciava che stava partendo “per pascoli nuovi”, lontano. Anna tirò un sospiro di sollievo.

 

 

Salvataggio

Cala la sera ed io mi rallegro al pensiero del divano e del mio nuovo libro. Trilla il cellulare, è Silvia. Mi dice che sente piangere da ore un gattino, in un campo recintato e inaccessibile. Dice che ha suonato ai vicini, ma è una strada di brutte persone, si disinteressano e sono stati sgarbati con lei. Quando tace sento un gattino neonato piangere in sottofondo. Tutti i miei sensori materni si attivano all’istante. Afferro una manciata di croccantini, un trasportino e degli stracci e mi precipito.

10 minuti dopo sto parcheggiando in una stradina sterrata. Raggiungo la mia amica d’infanzia sulla via principale del paese: Silvia è in piedi accanto alla sua bicicletta, appoggiata alla recinzione alta 1,80 mt. Dei cani feroci abbaiano agitati.

Dall’altra parte della rete, nel campo incolto, un uomo si muove bofonchiando frasi incomprensibili. Cerchiamo di perorare la causa del gattino, ma lui niente, non ci vuole far entrare nella sua proprietà.

Noi non ci muoviamo, anzi, appena passano due ragazze giovani io le fermo e chiedo se hanno sentito piangere un gattino in quella zona. Vedo dai loro occhi che anche i loro sensori si sono attivati immediatamente.

Riproviamo a convincere l’uomo a dare un’occhiata sotto l’albero al centro del campo, dove l’erba è alta mezzo metro e ci sono diversi arbusti aggrovigliati. Niente da fare, se ne va. I cani si agitano ancora di più.

Valutiamo il da farsi. I vigili non rispondono, già provato. Io mi ripropongo di chiamare il Sindaco, eventualmente i pompieri. Si potrebbe provare anche con il proprietario ufficiale del campo, un agricoltore che abita nella cascina di fronte, e che io conosco di vista da molti anni.

Silvia mi racconta che la santa del giorno è Santa Pelagia, che nome curioso.

L’uomo torna con un badile e una torcia. Vuole cercare il gatto in mezzo all’erba alta col badile? Silvia ed io ci guardiamo e leggiamo la stessa incredulità l’una negli occhi dell’altra. Darà una badilata al gatto, casomai lo trovasse!

Io riprovo a parlare con l’uomo, suggerendo che, se ci fa entrare, in tre è tutto più facile: uno tiene la torcia e gli altri due cercano. Non se ne parla, nella sua proprietà lui non fa entrare nessuno. Dobbiamo sembrare due temibili terroriste, io con la mia giacca di pile bianco, borsetta e scarpe abbinate, Silvia in T-shirt e pantaloni estivi.

Succede un miracolo, l’uomo ci fa entrare. I cani sentono il nostro odore e ci vogliono fare la festa. Chiediamo rassicurazioni, l’uomo li chiude in una parte del cortile separata dal campo.

In tre cerchiamo, al buio, con una sola torcia. Silvia cerca da sola, io tengo la torcia e l’uomo col badile abbassa l’erba alta per guardare se vi si nasconde un gatto. Col badile. Penso che in quel modo non lo troveremo mai.

Se io fossi un gattino piccolo e indifeso, dove mi nasconderei? Mi avvicino all’albero e scosto gli arbusti attorno al tronco, sollevo le liane che lo avviluppano, frugo tra le foglie secche. Improvvisamente, vedo un sederino peloso con attaccata una coda: l’ho trovato. Quasi non ci credo. Lo annuncio a tutti. E’ grigio e morbido. Lo sollevo decisa da sotto la pancia e me lo metto vicino al petto. E’ minuscolo, piange. Non sembra ferito, appare in buone condizioni. Presa dall’euforia, dò un bacio all’uomo che ci ha permesso di salvare il gattino, dico alla mia amica di imitarmi, ma vedo che lei rimane rigida. L’uomo puzza di alcol.

Ora non voglio altro che portare in salvo il gattino. Vedo che nel cortiletto i cani si sono liberati. Anche Silvia li vede e lo dice a voce alta, sento allarme nella sua voce. Sono due pitbull. Meno male che c’è un cancello che ci divide da loro. L’uomo si avvia a chiuderli nuovamente. Mentre sgattaioliamo via, chiedo all’uomo come si chiama. “Marino”, dice. Silvia gli annuncia che il gatto si chiamerà come lui.

Un tacito accordo ha sancito che terrò io il gattino o la gattina. Per prima cosa lo faccio visitare da un veterinario, poi penserò a nutrirlo. Chissà da quanto tempo non mangia, dei vicini interpellati da Silvia hanno detto di averlo sentito piangere già il giorno prima (“e non siete usciti a vedere? Bastardi!”).

Il gattino è talmente piccolo che mi fa tristezza metterlo nel trasportino, immenso per lui. Non ho avuto il tempo di pulire il trasportino prima di uscire. Mi tengo il gattino in grembo mentre guido, avvolto in un golfino scuro da cui spunta solo la testolina. Si muove a stento.

L’assistente della veterinaria mi dice che il gattino non ha nemmeno un mese ma è in buone condizioni e ha mangiato.  Non dice che è poco reattivo, ma lo vedo da me. E’ troppo spaventato. E’ una femmina. Si chiamerà Marina Pelagia.

I giorni successivi mi trasformo in neomamma. Scaldo omogeneizzati che somministro sulla punta dei polpastrelli, perché così gradisce Marina, me la porto a letto per dormire (e il mattino dopo mi rendo conto di avere i capelli pieni di pulci), le preparo il cestino con la borsa di acqua calda e degli stracci di lana, perché il veterinario ha detto di tenerla al caldo.

Dopo 24 ore non ha ancora urinato né defecato, il veterinario, interpellato, mi tranquillizza dicendo che ci possono volere fino a 48 ore.

48 ore? Ma non va in blocco renale?

Durante la notte fa tutto quello che deve fare.

Il giorno dopo capisco dai suoi lamenti mentre urina che ha la cistite. Ritelefono al veterinario che la vuole vedere.

Rivedo la veterinaria che conoscevo 25 anni fa: è invecchiata bene, più sicura di sè, ma sempre carina nei modi e nella voce come allora.

Imparo la stretta freeze con cui mamma gatta prende i gattini dalla collottola, imparo a nutrire la mia gattina con la siringa senza ago e pure con un sondino masticabile che arriva fino allo stomaco. E’ più facile di quanto pensassi.

Marina protesta vigorosamente quando viene sottoposta all’ecografia: il gel sul pancino è freddo e il dispositivo preme in modo insopportabile contro le pareti irritate della vescica.

Durante l’iniezione dell’antibiotico esco, ormai ho imparato che non sopporto veder soffrire i miei animali, nessun animale. Una volta sono anche svenuta.

La veterinaria dice che Marina ha il carattere di una matriarca. Presto metterà in riga le mie altre due micie, ben più vecchie e ben più grosse.

La storia si ripete. Anche Michelle, arrivata da noi all’età di due mesi, ha messo in pista Susie e fino ad ora era lei, la più giovane, a comandare.

Gradualmente lascio che le mie due micie grandi capiscano che c’è qualcun altro nella mia camera da letto. Sbirciano incuriosite, soffiano, ma sostanzialmente ignorano la nuova arrivata.

Susie è offesa che ci sia un altro gatto nella mia vita e non viene più a trovarmi a letto, non si stende più sulle mie gambe, se ne sta dignitosamente in disparte sul divano del soggiorno, come se la cosa non la riguardasse.

Passano i mesi. Ora Marina è una preadolescente (5 mesi). Da 500 grammi è passata a 2,5 kg, ha fatto tutte le vaccinazioni ed è in lista per l’operazione di sterilizzazione. Su e Ma giocano insieme e si leccano a vicenda, Michelle ha ancora qualche perplessità gerarchica.

Io dormo (poco) con le mie tre figlie pelose e vengo svegliata da bacini baffuti.

CALEN-DIARI

Da qualche giorno ho compiuto sessantanove anni; sto abbandonando la gioventù, anzi, è lei ad abbandonarmi: prova ne è l’incanutimento e la ragnatela di rughe che il mio viso esibisce senza pudore né ritegno.   Non mi sento proprio vecchia come quando arriverò ai cento anni ma, agli occhi di tutti, non sono più una donna giovane.   Anche a me, come a molti, non piace dover ammettere di essere vecchia perché, intimamente, credo  sia possibile vivere a lungo senza sentirsi tale.

Da tempo però non oso misurarmi l’altezza: avrei la prova certa di essere qualche  centimentro più bassa; oso purtroppo affrontare ogni mattina – coraggiosamente! – il verdetto della bilancia constatando che a causa dei noti sei etti di troppo, ormai cristallizzati sul mio addome, non rispetto più la tabella del “peso ideale”.

Mi sono anche accorta che mi capitano episodi di sbadataggine; con grande rammarico spesso dimentico cose, parole, nomi e località.    A mio favore dirò che grazie al calendario “per la famiglia” formato gigante, appeso alla parete dell’ingresso di casa, riesco ad annotare e ad onorare tutte le scadenze, le bollette, gli appuntamenti, le visite, gli impegni etc..    A fine mese ogni paginone, fitto di croci coloratissime, è davvero bello e tende ad assomigliare ad un interessante quadro astratto di Kandinsky.

E’ vero, non tengo il passo con le novità di apparecchiature elettroniche e, a differenza dei nipotini, fatico a memorizzare perfino quali pulsanti usare per accendere la SmartTv!    La nuova tecnologia mi mette in crisi e, pur incuriosendomi mi crea disagio, mi debilita, facendomi sentire “superata”.   Sostengo, inoltre, – seconda ottima scusa sempre a mio favore -, che la costante “ripetitività” di gesti, azioni, procedure è un martello impietoso che massacra la lucidità di pensiero: e ne ho le prove.

Per ognuno di noi esiste un personale nastro di registrazione che può arrivare a riempirsi completamente: il vero problema è che il mio, quasi saturo, possa iniziare a svuotarsi.   Per il momento l’evidenza della vecchiaia non mi fa soffrire: troppi “calen-diari” mi attendono ed io prometto, in forza di un passato proattivo, che la noia non mi costringerà a contare i giorni che passano.

Il motivo per cui scrivo tanto, a parte lo struggimento per la fugacità del tempo, è lo struggicuore davanti al timore che se non ricorderò io la mia vita, un’esistenza straordinaria “tanto di tutto” – talmente dura da essere autentica -, amerei ci fosse  qualcuno assetato di parole visibili, consistenti, felici, chiodate o alate, che potesse  leggerla e ricavarne un sorriso (o una momentanea fuga dal dolore) per poi continuare con gioiosa libertà a sgranare i giorni del proprio unico, meraviglioso, irripetibile calendario.

 

 

28.01.2020

Ma… come va?

Ma… come va?
Come l’onda del mare sbrocca
al sopraggiungere del vento
si arrotola senz’ossa
nell’orizzonte del buio
trattiene tra i denti di pietra
la schiuma salata
e poi il sole accecato e vorace
la secca tra i ciottoli
dorati della battigia.

Eri bellissima….

Sono trascorsi ormai quattro anni da che sei stata colpita dall’ictus. Ti sei ripresa subito dopo le cure e il ricovero al centro di riabilitazione di un’altra città e lì, sei stata subito amata da tutti, in particolare dal dottore giovane e gentile che hai ricordato sempre con l’affetto di una madre verso un figlio.

Sono stati anni duri per te ma anche per noi e in particolare per me che ti ho sempre vista vincere tutte le battaglie. Con il tempo, fra alti e bassi, dopo un altro attacco che ti ha colpito la parola, sei rimasta definitivamente immobile su una carrozzina, assistita da una donna venuta da lontano e che dimostra nei tuoi confronti un affetto quasi filiale e tu, per riconoscenza, spesso le sorridi e le dici “cara, cara”.

Mamma, come sei indifesa ora, sembri una bimba impaurita che cerca come può le mani di tutti per paura di essere lasciata sola.

Io sono qui – non mi vedi? sono qui da sempre e ti rivedo com’eri  bella, gentile, a volte triste e piena di idee romantiche come quando mi raccontavi di re e regine. Tu sapevi tutto di loro e, ai tuoi tempi, i rotocalchi parlavano di cose leggere su cui sognare anche se il mondo da qualche parte stava cambiando.

Bastava un matrimonio regale per dimenticare le proprie miserie e delusioni e tu ne avevi avute!!!

Non è facile raccontare il rapporto avuto con te e i sentimenti che provo oggi, sono così diversi da quelli di un tempo! Non me ne volere ma qualche volta avrei voluto andarmene via per non sopportare certe situazioni che creava la tua incapacità di affrontare gli imprevisti della vita. Non accettavi i cambiamenti, le separazioni dei tuoi figli con le conseguenze che conosciamo.  Ed io? sempre lì accanto a te, a consolarti cercando di medicare le tue ferite inconsolabili. Ero la tua spada, il tuo scudo contro tutti e non me ne rendevo conto perché amavo te e poco me.

Certamente eri bella e lo ricordo vivamente come quel giorno che venisti a “ritirarmi” alla stazione di Milano di ritorno dalla colona estiva. Ero appena scesa dal treno con gli altri bambini e allungavo il collo per cercare mio padre – veniva sempre lui a prendermi, ricordi ?

Ma quella volta no e non ti vidi fino a quando una compagna di viaggio esclamò …..come è bella quella signora! Sembra un’attrice!

Eri bellissima!

Oggi, chi ti viene a trovare a casa, prima di lasciarti dice sempre un complimento alla freschezza del tuo volto senza rughe ed io ti vedo sorridere maliziosamente compiaciuta.

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