Racconti e Poesie

ELEONORA Patrizia Begni

Tutte le mattine si svegliava con la bocca impastata. Colpa delle gocce che prendeva per dormire o del bicchierino di vodka che si concedeva in relax sul divano?

Si alzava con fatica. Invidiava le persone che al suono della sveglia erano già operative. Lei no. Dopo tre allarmi si alzava dal letto.

Caffè, sigaretta e doccia. In quest’ordine. 

Eleonora era una persona metodica. Organizzata riguardo le routine quotidiane, per il resto la sua esistenza era all’insegna del caos totale.

Tailleur, tacchi e pellicciotto, rigorosamente ecologico. Era molto attenta al rispetto degli animali ed era vegetariana.

Quella mattina la attendevano svariati appuntamenti, il suo incarico riguardava la selezione di personale qualificato nell’ambito del marketing.

Si recava al lavoro in metropolitana. Nella città in cui viveva, era da sconsiderati muoversi in auto, a causa del traffico e della mancanza cronica di parcheggi. Meglio lasciare l’auto in garage.

Si mostrava esteriormente come una persona snob. Mai un capello fuori posto, tutti i giorni un abito diverso. Distaccata e un po’ arida.

In ufficio non aveva molti amici, solo Katia, la cui scrivania era di fronte a lei, e un paio di colleghi maschi. Nessuno conosceva i particolari intimi della sua vita, neppure Katia.

Aprì l’agenda e scorse velocemente la lista degli appuntamenti. La prima era una ragazza, entrò, si sedette di fronte a lei. La ragazza si presentò, Eleonora alzò lo sguardo e vide un paio di occhi di un colore indefinito: grigio-verde. Rimase folgorata: era lo sguardo di Ivan.

Da ragazza Eleonora aveva perso la testa per un ragazzo Ivan, appunto, che abitava due isolati oltre la sua casa. Aveva dieci anni più di lei. 

A quei tempi lei frequentava la quinta superiore: liceo linguistico e il ragazzo stazionava con un gruppo di amici davanti al liceo. Un giorno Eleonora e le sue compagne uscirono da scuola e lei … bum… un fulmine la colpì , quel ragazzo era uno schianto.

 

Ironia dello scambio

Rifiutavo di credere
esistesse un modo,
– IL TUO! –
di cui tanto ti vantavi,
per non restare
contaminati dall’amore

Tu contrastavi
il mio sentimento
con cinismo, leggerezza,
noncuranza,
malafede e freddezza
Ed io ti ho mollato

Adesso che ti somiglio,
e più non ti voglio,
insisti per tenermi
e insegnarmi un modo
– quello che era IL MIO! –
per contaminarmi

LE CAMPANE DI SANTA MARTA

Stefania uscì dalla doccia e afferrò l’accappatoio rosa.  Il piede scivolò sulla piastrella bagnata – per un attimo si vide già a terra in un lago di sangue, magari con una gamba rotta e gli amici tutti attorno, lei nuda. “Noooo!” disse a voce alta, anche se era sola. In extremis riuscì ad aggrapparsi al lavandino.

Guardò il piccolo lago che si era formato nell’angolo. Avrebbe dovuto asciugare, ma le campane di Santa Marta battevano già le dieci e gli altri sarebbero stati lì a momenti. Lasciò tutto com’era. Ci avrebbe pensato dopo.

 

Li raggiunse all’edicola: c’era Patrizia, che conosceva da vent’anni e l’aiutava sempre, Gabriella, che aveva visto raramente e francamente non le ispirava niente di buono, e un uomo che Patrizia le presentò come il suo amico Antonio. Alto, magro, capelli scuri. Aveva degli occhi neri molto intensi. Antonio le strinse la mano con una formalità quasi comica, come se fossero a un colloquio di lavoro invece che in vacanza al mare.

Si stavano avviando lentamente in direzione della spiaggia quando li raggiunse trafelata Daniela, la sorella minore di Patrizia. Si scusò per il ritardo, scambiò qualche battuta con la sorella, si fecero le presentazioni, poi il gruppo imboccò disordinatamente il vialetto lastricato di mattonelle di cemento che conduceva al lungomare. Alla vista del mare Antonio si fermò e respirò profondamente mentre il gruppetto proseguiva. Una gioia dimenticata si impadronì di lui, lui che era cresciuto in una località di mare; ora lo rivedeva dopo tanti anni ed era come ritrovare un’innamorata. Dolci promesse si stendevano all’orizzonte nel suo futuro. Guardò i suoi compagni di vacanza e si sentì estraneo, ma la vista del mare lo rincuorò: portava in sè mille possibilità.

 

Si stesero al sole allineati, con gli asciugamani vicini, come si usava da ragazzi.

Stefania si sfilò il vestito con naturalezza e si stese sull’asciugamano. Indossava un bikini color acquamarina che risaltava sulla pelle già abbronzata. Sciolse l’elastico e i capelli le caddero sulle spalle in una cascata di ricci ramati. Antonio la guardò stupito: non aveva immaginato che sotto il suo corpo di 50enne vestita in stile casual si celasse tanta perfezione. Sapeva da Patrizia che Stefania era sposata a un uomo facoltoso, frequentava attivamente la palestra e occupava una posizione di prestigio in una banca locale. Se l’immaginava annoiata dalla routine quotidiana, forse decisa a ritagliarsi i suoi spazi da un marito assente.

Antonio ascoltava con un orecchio le conversazioni delle quattro donne, che commentavano allegramente i bagnanti e la località marina, mentre con l’altro avrebbe voluto farsi cullare dalla sottile voce del mare e cedere alle lusinghe di un sonno che lo tentava da lontano, complice la lunga notte in treno per raggiungere la località da Bruxelles, dove lavorava come tecnico all’interno di un’organizzazione internazionale.

 

Stefania raccontò tra il divertito e il preoccupato della doccia di poco prima, di come si fosse allagato mezzo bagno senza che avesse avuto modo di asciugare. Antonio, per deformazione professionale pensando alle possibili conseguenze di un’infiltrazione d’acqua verso il piano di sotto,  si offrì prontamente di asciugare per lei quando fossero tornati, immaginando che nella casa al mare Stefania non avesse a disposizione domestici. Dai racconti di Patrizia, Antonio si era fatto un’idea precisa di Stefania: una donna benestante, abituata a vivere nell’agio e senza preoccupazioni economiche. La immaginava pranzare con l’argenteria su tovaglie di lino ricamate, mentre la cameriera serviva ravioli bollenti da raffinate zuppiere. Non sarebbe mai stato in grado di avere una storia con una donna così.

 

Arrivarono a casa di Stefania che le campane stavano scoccando l’una. Il soggiorno era luminoso e fresco, con un delicato profumo di erbe e frutta. Con gesti sapienti e misurati le quattro donne, come coordinate da un invisibile meccanismo ad orologeria interno, in men che non si dica apparecchiarono la tavola sulla terrazza piena di gerani rossi con un’allegra tovaglia a motivi marini, un’insalatiera colma di stuzzicanti verdure crude, salsine varie, diversi filoni di fragrante pane locale, i formaggi portati in dono da Antonio elegantemente disposti su un tagliere di legno accompagnato da minuscoli contenitori di vetro con miele e marmellate fatte in casa.

 

Antonio si diresse in bagno per asciugare. Entrando aveva adocchiato un mocio in uno sgabuzziono semiaperto. Lo prelevò insieme al suo secchio e si diede da fare per asciugare la copiosa quantità d’acqua che si era raccolta in un angolo del bagno.

Patrizia, passando dal corridoio per prendere le sedie, fece una smorfia impercettibile alla vista di Antonio che asciugava.

A lavoro ultimato, Antonio sistemò tutto e si sedette sul bordo del divano in soggiorno osservando le quattro amiche, un po’ smarrito e senza sapere bene cosa fare. Si sentiva a disagio. Era evidente che quello era un appartamento di proprietà, arredato con cura e dotato di rifiniture di pregio, lontano anni luce dagli asettici appartamenti per le vacanze a cui era abituato ad appoggiarsi quando faceva dei viaggi con le sue amiche.

 

Con la scusa di controllare se aveva asciugato bene, Patrizia lo condusse in bagno. Fece qualche commento velenoso sulle piastrelle mal posate, poi attaccò: “Ma perché ti sei offerto di asciugare tu? Poteva farlo lei, non è mica disabile.”

Antonio la guardò sorpreso. “Veramente avevo timore che l’acqua percolasse al piano di sotto, sai, poi il vicino si lamenta, l’assicurazione…”

“Ecco, sei sempre il solito,” lo interruppe Patrizia con quel tono che usava quando si sentiva in vena di criticare. “Uno zerbino. Sei diventato il suo zerbino personale. Il suo schiavetto!”

Antonio avrebbe voluto ribattere qualcosa, ma le parole di Patrizia gli avevano acceso in testa un pensiero che non riusciva a scacciare. Stefania che gli dava ordini. Quella voce calma e ferma. Lui che obbediva. Il pensiero lo attraversò veloce, quasi vergognandosene, ma lasciò una traccia di eccitazione che non seppe spiegare.

“Dai, vieni, si mangia,” lo richiamò Patrizia già sulla porta.

 

Attorno al grande tavolo Antonio sedeva accanto a Stefania, Patrizia e Daniela di fronte a loro, Gabriella a capotavola. Spirava una delicata brezza marina carica degli aromi delle piante della macchia mediterranea, che gonfiava le bianche tende della terrazza donando alla scena un’aria come in un film di Luchino Visconti.

Stefania ascoltava Daniela che raccontava dell’ennesima delusione sentimentale, ma con la coda dell’occhio osservava Antonio. Patrizia aveva ragione: era un tipo timido, impacciato. Le piaceva come si sforzava di seguire le conversazioni delle quattro donne senza riuscire davvero a integrarsi. C’era qualcosa di dolce in quella sua inadeguatezza. E anche qualcosa di… interessante.

Mentre passavano i piatti, Stefania colse l’occasione per sfiorargli con naturalezza la mano, così rigida, guardandolo fugacemente negli occhi. Antonio ne fu leggermente turbato, non sapeva neanche perché.

 

La conversazione scorreva leggera e la tensione muscolare che accompagnava Antonio in ogni situazione cominciò a sciogliersi, grazie anche a una generosa annaffiata di  Verdicchio di Jesi, contributo di Gabriella.

Improvvisamente Antonio sentì una pressione all’altezza del piede sinistro.

Un calcio accidentale, probabilmente. Continuò a mangiare le uova sode con la maionese senza pensarci.

La pressione tuttavia non si allentava. Anzi, era diventata una sorta di carezza leggera sulla caviglia.

Il cuore gli accelerò. Cercò di ricostruire mentalmente chi era seduto dove. Alla sua sinistra c’era solo Stefania. Ma no, impossibile…

Alzò gli occhi verso Patrizia, che parlava animatamente con Daniela. Poi guardò Gabriella, assorta nel suo piatto.

Si girò verso Stefania. Lei stava ridendo di qualcosa che aveva detto Daniela, il viso rivolto dall’altra parte, completamente presa dalla conversazione.

Il piede si mosse ancora, stavolta più deciso. Una pressione inequivocabile.

Antonio la fissò. Per un attimo i loro occhi si incrociarono. Stefania gli sorrise appena, poi fece una piccola alzata di spalle, come a dire “Non ho resistito”.

La sorpresa, l’eccitazione improvvisa, il vino – tutto insieme lo travolse. La mano gli tremò, il bicchiere oscillò e cadde nel piatto con un tonfo. Il vino bianco bagnò tovaglia e pantaloni, mentre il boccone che aveva in gola si infilò giù per il canale sbagliato e Antonio rischiò di strozzarsi.

 

Tutti gli sguardi si fissarono su di lui, tutte le ragazze, tranne Stefania che lo guardava sorniona, si precipitarono ad aiutarlo, chi gli dava grandi pacche sulla schiena, chi gli asciugava i pantaloni creandogli non poco imbarazzo, chi raccattava dal piatto i frammenti di vetro, chi asciugava il pavimento. Quando si fu ristabilita la calma, Daniela propose di andare a bere il caffè al baretto della spiaggia dove c’era un nuovo cameriere svedese, giovane e con un corpo da dio Apollo, che faceva il caffè con la cremina di zucchero. Le golose del gruppo, cioè tutte tranne Stefania, aderirono entusiasticamente alla proposta. Antonio vide in quella improvvisa ritrosia di Stefania un’occasione magnifica per starle vicino e accampò la scusa dell’esofago ingolfato per offrirsi di rigovernare insieme a lei.

 

Fu così che si ritrovarono soli. Non ebbe il tempo di pensare. Stefania lo spinse contro il muro con una forza che non si sarebbe aspettato. “Non è così che dovrebbero andare le cose” pensò, ma ogni fibra del suo corpo voleva obbedirle.

“Stai fermo,” gli sussurrò all’orecchio, e lui obbedì.

Lei lo baciò con dolcezza e urgenza insieme. Lui si lasciò condurre e ricambiò mentre il cuore accelerava.

Le mani di Stefania si muovevano sicure, decise. Slacciò la cintura dei suoi pantaloni con gesti rapidi ed esperti, senza esitazioni. Antonio provò a dire qualcosa, ma lei gli mise un dito sulle labbra. “Ssh.”

Aveva immaginato tutto diversamente, nei pensieri confusi che lo avevano accompagnato per tutta la giornata. Si era immaginato di dover conquistare, sedurre, fare colpo. E invece si ritrovò a seguire, a lasciarsi guidare da quelle mani che sapevano esattamente cosa volevano. E scoprì che gli piaceva.

 

Stefania si ricompose con naturalezza. Si sistemò i capelli, infilò un abitino bianco. Un sorrisetto malizioso le aleggiava sul volto.

Squillò il citofono, erano tornate. Mentre Antonio si precipitava in bagno, ancora confuso dalla velocità delle scene del film che lo vedeva protagonista, Stefania indossò gli orecchini e si avviò giù per le scale. Le campane suonavano i vespri.

La casa di Hilde

Oltre quel monte il confineOltre il confine chissàOltre quel monte la casa di Hilde
(Francesco De Gregori)

I due camminarono per i sentieri impervi fino all’imbrunire. Una figura alta e imponente, sebbene leggermente curva come a contare gli anni della vita, e una minuscola ma orgogliosamente ritta sulle gambe.
Con loro pochi bagagli: uno zaino sulle spalle dell’uomo e una capra tenuta alla corda dal bambino.
«Finalmente abbiamo passato il confine, – il padre si risolse finalmente a parlare dopo ore di silenzio – il pericolo è passato e potremo riposarci un po’».
Il piccolo si lasciò cadere sull’erba ancora tiepida e la capra cominciò a brucare serena.
«Papà – chiese con gli occhi fissi sull’animale – perché ci stiamo portando dietro la capra?»
«Perché lei è come noi», rispose l’uomo. «Era persa per strada, da sola, ma ci è venuta incontro come se ci conoscesse. Anche noi stiamo bastando a noi stessi, come lei, e lei lo ha capito. Ci ha scelti e noi non lasciamo indietro nessuno».
«Ma cosa sono quelle pietre luccicanti che ti ha affidato Hilde? Perché sono venuti a cercarti? Abbiamo fatto qualcosa di sbagliato?» il bambino cominciò a parlare in tono sempre più concitato, gli occhi spalancati dalla curiosità e dal timore.
«Si chiamano diamanti e per certa gente sono molto preziosi. Per noi non sono nulla, sono solo merce di scambio che serviranno a comprare la libertà a molta gente e chi ha cercato di fermarci non erano uomini cattivi, erano inconsapevolmente convinti di fare il loro dovere».
«Ma quindi la libertà di può comprare?»
«Purtroppo a volte è l’unico sistema ma il punto di partenza è la scelta. Come la capra: ha scelto di liberarsi dal suo gregge come noi abbiamo scelto di liberarci dal nostro».
«E ora cosa accadrà?»
«Consegneremo i diamanti agli uomini della Resistenza, ma questa è un’altra storia che ti racconterò domani».

Fumo di Londra

The tower of London vista da qui è molto inquietante, si erge ieratica verso il cielo plumbeo, la pioggia incombe. Penso ad Anna Bolena, decapitata nel cortile della fortezza, ad Elisabetta I, chiusa nella sua cella che con una pietra incide sul muro: “Elisabetta capta est”.
In fila, composta. aspetto il turno per la visita guidata, mio marito invece sembra un condannato, impreca e mi sussurra in un orecchio: “Andresti a nozze imprigionata con le tue dark lady qui dentro”.
Rido di gusto, qualche giorno ci starei volentieri con le mie amiche, ne scoprirei delle belle! Gossip magari davanti ad un tè bollente servito in tazze bone china.
In pochi metri si concentra il mondo intero, osservo le persone, i loro colori, ascolto suoni che non conosco, osservo… Osservo uno zainetto: mi da le spalle tre persone davanti a me, ne ho già visto uno così, ma non è possibile. Eppure… Il cappello calato sulla testa in quel modo, tantissimi capelli che spuntano ribelli, i pendenti che brillano nella foschia di questa mattina, i suoi modi spicci, la guida turistica tra le mani, è lei, la mia compagna di penna.
Si gira, mi guarda, non mi riconosce o fa finta di niente, non ci posso credere, caspita, appena rientrata da Parigi è già a Londra: che donna!  Se avessi saputo sarei partita con lei, avrei lasciato a casa mio marito, sempre più intenzionato a farmi rinchiudere nella torre.
La guardo con insistenza. ” What are you doing here?” le urlo in faccia, ” Ti conosco sai, mascherina!” .
Mi guarda, toglie gli occhiali, inforca gli occhiali, i suoi occhi si fanno blu profondo puntati dentro i miei. Ho i brividi.
“Noi non ci siamo mai incontrate, ” dice con un certo self control. Ecco il suo turno: risponde alla guida, la vedo allontanarsi con lo zainetto, il cappello, chiusa nel suo piumino fumo di Londra. Che Donna! La mia amica è un agente 007 in incognito.

 

.

 

 

 

 

 

La casa di Hilde

 

Nella neve
profonde di mio padre
le impronte
io vi saltavo dentro,
la capra sprofondava
io la spronavo
e così sino a casa.
Non c’era sentiero,
solo fiato di noi:
tre nuvole terse nel cielo.
Mia madre sorrise alla capra,
mio padre le porse
una sporta di juta
e un bacio bagnato sulla guancia.
Guardai dietro me
la montagna:

non era più verde.

Ora sapevo che dietro quel monte

non c’era confine,

ma la casa di Hilde

vestita di bianco.

La fermata

Eleonora se ne stava diritta alla fermata dell’autobus, i corti capelli biondi che uscivano dal berretto alla cosacca. Annusò l’aria che sapeva di legna bruciata, come all’orfanotrofio. Il sole stava per tramontare sul Naviglio. C’era un’altra ragazza che aspettava annoiata.

“Ma quando arriva?” si domandò.

Da un’auto che passava a velocità sostenuta ruzzolò fuori un fagotto, che si fermò proprio ai piedi di Eleonora. Sorpresa, lei lo soppesò a distanza. Decise di lasciarlo dov’era.

L’autobus non arrivava. Sarebbe arrivata in ritardo al primo appuntamento.

Il fagotto emise un suono. Eleonora si irrigidì.
Nuovo suono. Un gemito, quasi. Eleonora si avvicinò sospettosa e lo sfiorò con la punta dello stivale, pronta a gridare. Il gemito si fece più forte. Pensò a un animale, lo sperò.

Ora anche l’altra ragazza guardava incuriosita, si stava avvicinando.

Stavano tutt’e due in piedi attorno al fagotto, su entrambe la stessa espressione spaesata.

Eleonora lo toccò più forte. Nuovo gemito, più alto questa volta.

Lei e la ragazza si accovacciarono contemporaneamente. Un debole vagito. Sussultarono entrambe.

Eleonora scostò i lembi del fagotto, vide un volto piccolissimo. Fece per prenderlo in braccio, poi si ricordò del corso di Primo Soccorso: primum non nocere. L’altra ragazza si accovacciò accanto a lei senza dire nulla, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Per un attimo restarono lì, immobili, a guardare il fagotto. L’ambulanza arrivò a sirene spiegate nel giro di cinque interminabili minuti.

I sanitari fecero le domande di rito, Eleonora chiese dove lo portavano.

– “Al San Matteo naturalmente”

– “Unità neonatale?”

– “Terapia intensiva. Non si faccia troppe illusioni.”

Arrivò in ritardo. Lui la guardò in silenzio, senza dire nulla. Lei rispose meccanicamente, la mente altrove. Non riusciva a smettere di pensare a quel volto troppo piccolo per avere già una storia.

Andò a dormire tardi, il sonno agitato da sogni confusi.

La mattina dopo era l’Immacolata, telefonò al San Matteo, si appuntò gli orari di visita.

– “Vuole scegliere Lei il nome?” le chiese l’infermiera quando Eleonora si presentò.

– “L’abbiamo trovato ieri, è sotto la protezione di Sant’Ambrogio. Si chiamerà Ambrogio.”

 

Ambrogio visse due giorni. Le lesioni interne avevano ceduto il passo a un’estesa emorragia.

Sul suo calendario mentale ora il giorno di Sant’Ambrogio portava una minuscola croce.

 

L’uomo dell’appuntamento la contattò dopo tre giorni e si incontrarono davanti alla chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro. Girovagarono per la città prima di riscaldarsi nella pasticceria Barbieri. Eleonora non aveva fatto parola con lui dell’accaduto, ma in quel momento non poté più tenerselo per sè. La reazione di lui fu misurata ma partecipe. Dopo due cannoncini, passeggiarono ancora e si ritrovarono alla fermata dell’autobus.

– “Ecco, è successo qui.” Eleonora indicò il marciapiede, esitante.

– “Qui? Non vedo nessuna fermata.”

– “È qui. C’era un cartello.”

– “Non c’è nulla.” disse lui, scuotendo la testa.

Eleonora guardò il punto esatto dove il cartello era stato.
Le sembrò strano che una cosa così evidente potesse sparire. O forse era sempre stato così.
Mentre stavano per andar via, si sentì chiamare:
– “Scusa, sei tu? Eravamo qui qualche giorno fa, io… noi… il bambino…”

– “Sì. Non ce l’ha fatta”disse Eleonora abbassando lo sguardo.
Rimase immobile per un istante, sentendo il rumore dei passi e del traffico intorno. In quel momento arrivò un autobus. Eleonora restò dov’era. La ragazza non c’era più.

Eleonora e Andrea si avviarono abbracciati verso Strada Nuova, nell’aria di nuovo quell’odore di legna bruciata.

La signora dagli stivali di gomma

Ogni mattina, andando al lavoro, attraverso una strada che conosco più per i suoi personaggi che per i suoi negozi. Corso Garibaldi è in centro e frequentata da cani e padroni di cani. Pavia è una città di cani, conduttori di cani, toelettatori di cani, odori di cani: ci sono barboncini, rottweiler, labrador, schnauzer, maltesi, weimaraner.

Ieri è stata smarrita Titti, una cagnolina bianca.

Mentre la sua famiglia tappezzava il quartiere di volantini, mi chiedevo se qualcuno, tra i tanti volti noti che incrocio ogni giorno, sapesse qualcosa, custodisse un’informazione preziosa dietro un’espressione distratta.

La sua famiglia – mamma, papà e figlia – aveva mobilitato il quartiere con avvisi e appelli disperati. Io l’avevo scorta quella stessa mattina, al guinzaglio del suo papà.

Tramite lo smarrimento di Titti sono entrata in contatto con altri proprietari di cani, tutti in qualche modo toccati dalla scomparsa della cagnolina e speranzosi che venga ritrovata.

In un afoso pomeriggio di luglio, mentre tornavo a casa dopo una giornata particolarmente frustrante in ufficio, ho fatto la conoscenza di Sara, una barboncina fulva senza tante arie come spesso i barboncini, ma avida di coccole. Ho scambiato due parole con la sua mamma umana, che mi ha confidato di non fare grandi giri con la sua cagnolina. Anche lei sapeva di Titti.

Mi piace quando gli animali di famiglia hanno nomi di persone, perché sono membri delle nostre famiglie a tutti gli effetti; anche le mie micie hanno nomi di persona. Così, quando qualcuno mi chiede “Come sta Marina?” “Susie e Michelle sono tornate dalle ferie?” io posso ridacchiare internamente e dire “Sì, si stanno divertendo in vacanza”, “Torneranno presto” oppure “Sono un po’ affaticate dal caldo”. Chi si trovasse ad ascoltare questa conversazione per caso potrebbe pensare che siano le mie figlie.

Avevo adocchiato la signora con gli stivali di gomma già all’inizio della primavera. E’ una donna non più giovane, col volto segnato dalle esperienze della vita. Spesso indossa indumenti fioriti di stile francese. Anche le sue collanine attirano il mio sguardo per la loro originalità. Colpisce per la sua magrezza. Allora non avevo ancora dato troppo peso al fatto che indossasse stivali di gomma.

A volte la incrocio alla mattina, o più spesso nel tardo pomeriggio, quando torna col carrellino per fare la spesa.

Un giorno, nel pieno dell’estate, me la sono trovata di fronte sul marciapiede coi soliti stivaloni di gomma e le ho chiesto:

– “Posso farLe una domanda?”

– “Certo” mi ha risposto con un ampio sorriso.

– “Come mai indossa sempre gli stivali di gomma?”

–  “Dovrebbe vedere il nio passo carraio com’è conciato!” mi ha risposto.

Colpita, le ho suggerito che magari anche delle scarpe da ginnastica potrebbero andare bene. Mi ha guardato un po’ dubbiosa, ma disposta a considerare l’idea. Sembrava molto contenta di fare due chiacchiere. Chissà come si chiama. Chissà se sa della cagnolina Titti.

Un altro habitué di Corso Garibaldi che si avventura per il corso solo la mattina, protetto da uno squadrato cappello di paglia e accompagnato da bastone e borsa di tela, è un signore non più giovane, vestito in modo conservatore, con un’andatura cauta e fragile. Non immagino quale sia l’appuntamento mattutino che lo spinge quotidianamente fuori casa, magari una moglie impaziente, o la curiosa necessità di controllare lo stato di avanzamento di un cantiere, ma lo vedo regolarmente col suo cappello. Nella brutta stagione il bastone è sostituito dall’ombrello. Non ha l’aria di uno a cui importerebbe molto della cagnolina Titti.

Ecco varie signore della Pavia-bene, molto interessate all’aspetto degli altri passanti, che mi squadrano attentamente quando le incontro. A fine estate ce ne sono tante: in genere sono di mezza età, abbronzate, ben vestite in freschi abiti di cotone o lino, i colori bene abbinati, con gioielli raffinati. Generalmente si avventurano in coppia e parlano fitto fitto (oggi anche di Titti?).

Poi c’è il ragazzo dalla bicicletta pieghevole, sicuramente uno sportivo, che esce da un androne tutte le mattine e inforca la sua bicicletta per andare chissà dove, immagino all’Università o da una fidanzata ugualmente sportiva, magra e con la coda bionda svolazzante. A Titti riserverà al massimo un pensiero fugace.

Lungo il viale che costeggia il Ticino incrocio abitualmente una donna della mia età che ama i vestitini di lino bianchi, come me. Per un po’ era la Signora-dal-vestitino-bianco. Potenzialmente una Titti-fan.

Una donna cammina accanto al suo cane tracagnotto, una piccola nuvola pelosa che sembra che sorrida, ha una faccia simpatica con la lingua fuori e le zampette corte, fa fatica a camminare e ondeggia alla maniera dei bassotti. Di sicuro si sarebbe unito alla ricerca di Titti. Chi ha un cane sa cosa significa: ci si sente tutti parte della stessa famiglia.

Ci sono i titolari dei negozi, che ormai hanno sviluppato l’occhio per riconoscere i frequentatori abituali della strada come me; immagino che io per loro sia la Signora-dal-cestino-di-vimini, anch’io personaggio inconsapevole in questa commedia di strada.

Il cane tracagnotto mi è rimasto impresso più della sua padrona, che sembra un po’ triste e vagamente depressa, con lo sguardo rassegnato, altrove, come se volesse evadere dalla realtà quotidiana.

Osservo passando i vari avventori del bar San Michele coi suoi tavolinetti di legno e le piante appese. Questi usano fare colazione chiacchierando con pigrizia, trasudano prosperità e un filo di noia; tutti abbronzati al ritorno dalle vacanze estive, sfoggiano gioielli e orologi griffati, vestiti finto-casual di qualità. A Titti non riserverebbero che un pensiero distratto.

Quando ne ho l’occasione, faccio commenti estemporanei lungo la strada con chi mi ispira; mi piace il pensiero di contribuire a recuperare un po’ di umanità in queste città in cui ci si guarda, ci si osserva tutti i giorni ma non si osa rivolgersi la parola.

Da Rivareno, una delle mie due gelaterie preferite, lavora una ragazza corpulenta che mi accontenta quando chiedo la cremina gianduia (“tanta per favore”) insieme al gelato gusto Alice. Mi accontenta così abbondantemente che a volte provo  disgusto.

Un altro personaggio fisso è il venditore ambulante di colore, che staziona all’angolo della farmacia, da dove controlla furbamente quattro direzioni di passaggio. Lui potrebbe aver visto Titti. Da quale Paese arriva, qual è la sua storia, ha una famiglia che lo aspetta, che attende le sue rimesse ed è in pensiero per lui, lontano? Cos’ha passato per approdare in Italia, quali le scelte, le rinunce, le paure? Mi piacerebbe intervistarlo.
“Ti offro un gelato, mi racconti la storia della tua vita?”. Ci ho pensato spesso,  poi, un po’ per pudore, un po’ per stanchezza, non ho osato.
Quando gli passo davanti, mi saluta – ci diamo del Lei – a volte lui mi dà del tu. Cerca di attaccar bottone, senza troppa convinzione, sempre con la stessa frase:

“Diga!”

ma io tiro dritto. Quello che mi interesserebbe davvero invece è ascoltare il suo racconto. Temo che potrebbe fraintendere il mio interesse sociologico, scambiandolo per un interesse romantico.

Temo anche l’imbarazzo di dover rispondere a domande dirette: “Sei sposata?”, “Dove abiti?”, “Quanti anni hai?” come è usuale in molte culture africane.

Ogni giorno percorro questa strada pensando che siamo tutti frammenti di una storia più grande. Non ci conosciamo davvero, ma i nostri sguardi e le nostre abitudini tessono fili invisibili.

Qualche volta ripenso alla vecchina con gli stivali di gomma quando sono a casa: infilo i miei stivali di gomma prima di lavorare in giardino, io sono giovane e forte, chissà lei come si sente? Deve rinunciare a fare delle cose per mancanza di forze? Ha qualcuno che l’aiuta?

Stamattina ho rivisto Titti, la cagnolina smarrita. Trotterellava allegra accanto alla sua famiglia come se non se ne fosse mai andata. Anche la signora dagli stivali di gomma l’ha notata e mi ha rivolto un sorriso complice. Mi sono fermata alla gelateria, ho ordinato il mio Alice con cremina gianduia, ho estratto dalla borsa un biglietto e una penna. Ho cominciato a scrivere, seduta a un tavolino: ‘Cara signora dagli stivali di gomma…’. Forse domani glielo darò.

 

26 luglio 2022

 

 

LETTERA A BABBO NATALE

Caro Babbo Natale,

mi chiamo Fiordipesco, ho 54 anni e nella mia vita precedente facevo la traduttrice. Mi piaceva molto e guadagnavo dignitosamente.

Abito a Y in via Z: è una via a fondo chiuso, ma nel mio giardino c’è molto spazio per parcheggiare la tua slitta e far brucare l’erbetta alle tue renne. Metterò fuori anche un contenitore con acqua fresca per farle bere, dato che sarete in viaggio tutta la notte. Per te ci saranno latte e biscotti sul tavolo in tinello, mi dicono che ti piacciono.

Spero che per te non sia troppo faticoso entrare, dato che non abbiamo un camino e la nostra canna fumaria è molto stretta. Si dice però che tu trovi sempre un modo.

Quest’anno mi sono impegnata per migliorare il mio profilo professionale: ho frequentato un corso di web marketing e uno sull’Intelligenza Artificiale, ho aggiornato il mio profilo LinkedIn e sostenuto un paio di colloqui, che però non hanno portato a risultati concreti.

Inoltre ho continuato a studiare il sassofono anche se era oltremodo frustrante.

Mi sono sforzata di comportarmi con correttezza con tutti, anche se qualche volta ho perso la pazienza. Non ho infierito su KH nonostante si sia comportato molto male; non l’ho denunciato ai Carabinieri e l’ho accompagnato in aeroporto, ma tu tutte queste cose le sai già.

Ho cercato di non abusare del mio potere materno sulle micie e anzi le ho sempre inondate di amore. Ho cercato di spandere positività e speranza attorno a me.

Sono stata più puntuale e più attiva in casa e fuori, ma ho riacquistato quasi tutto il peso perso con grande fatica: mi piace mangiare!

Ho ballato poco e questo mi dispiace.

Ho studiato poco e ho letto ancora meno, ma questo dipende dalle cattive compagnie. Sono fiduciosa che in futuro riprenderò a leggere al mio consueto ritmo.

Ci sono tante cose che desidero, ma in primis vorrei che mi aiutassi a conservare la motivazione per mangiare sano e camminare ogni giorno per restare in salute.

In secundis, vorrei trovare finalmente un lavoro stabile. Vorrei che fosse così:

– locale (ma per un buon posto sarei anche disposta a trasferirmi con le micie in Germania);

– poco sbatti

– con uno stipendio dignitoso (da 1800€ netti al mese)

In tertis, vorrei conoscere un uomo all’incirca cinque anni più grande di me, possibilmente di origini tedesche, scandinave o anglosassoni, di cui innamorarmi e con cui iniziare una relazione con un progetto.

In alternativa, se non fosse possibile o richiedesse un tempo più lungo esaudire i desideri precedenti, mi piacerebbero anche le seguenti cose:

  • palline Lindt gusti misti
  • laptop nuovo Dell
  • eliminare la sindrome del tunnel carpale e la fibromialgia di Silvia.

Ti ringrazio fin d’ora di tutto quanto vorrai concedermi (sì, lo so che possiedo già tantissimo) e qualunque cosa sia, so che è per il mio bene. Grazie per tutti i doni degli anni passati e per il tuo duro lavoro.

Ti auguro di passare una notte proficua, senza incidenti e senza dimenticare nessuno.

 

Passa un buon Natale e spero di vederti presto.

 

Con affetto,

tua Fiordipesco

L’ISOLA DESERTA

Era una calda sera d’estate. Avevano cenato sulla terrazza che Marco aveva finalmente completato.

Quella sera, dopo cena, dopo aver lavato i piatti come al solito (lei cucinava, lui lavava i piatti), lei si era seduta sulle sue ginocchia e avevano cominciato a baciarsi. Una carezza tirava l’altra, era stata una buona giornata, erano stati al fiume a prendere il sole facendo il bagno nell’acqua fresca, non avevano avuto discussioni. E perché non cogliere l’occasione stasera? Ma certo, era un’ottima idea!

Il sole stava tramontando, lui le abbassò una spallina e le baciò l’incavo della clavicola. Lei fremette di piacere e di solletico e ricambiò con entusiasmo.

Le labbra di lui non erano mai state così invitanti. La sua struttura possente, la sua forza, quelle braccia capaci di sollevare porte blindate facevano battere il cuore di Anna all’impazzata. Da molte settimane non provava il minimo desiderio per Marco ma, grazie al potente effetto degli ormoni, in quegli ultimi due giorni il pensiero di congiungersi a lui risvegliava sensazioni molto piacevoli. Invece di farlo sul letto (banale), che per di più aveva la pediera e impediva movimenti spontanei, quella sera Anna aveva deciso che delle coperte stese per terra avrebbero ravvivato un po’ il loro menage e nutrito la sua voglia di trasgressione. Con precisione metodica aveva acceso le candele antizanzare, preparato il gel e sistemato i fazzolettini a portata di mano. Con pochi baci e la sua piena partecipazione, in pochi minuti fu pronta per accoglierlo. Lui stava piacevolmente scivolando su e giù quando lei non credette alle sue orecchie: “Un giorno vorrei prenderti da dietro”. Il tempo si fermò. Anna sentì un moto di repulsione improvvisa, ebbe l’urgenza di espellere quella parte di corpo di lui che di colpo sentì estranea, invasiva. Il suo corpo si irrigidì.

Era la seconda volta che lui si esprimeva così. Proprio con quelle precise parole, nel modo rozzo e volgare di un animale. Si sentì come su un’isola deserta, profondamente isolata.

La prima volta, mesi prima, Anna gli aveva detto esattamente le stesse cose. Lui aveva sorriso allo stesso modo. Lei si era convinta che forse aveva capito male, che era solo goffaggine. Evidentemente lui non aveva imparato niente.

Riuscì a dirgli: “Ma come parli? E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, sei tu che vieni accolto. Ma qui nessuno prende nessuno.”

Mentre lei parlava, lui intanto sorrideva, sorrise per tutto il tempo. Il suo sorriso diceva:  sì, va bene, poteva dire quello che voleva, lei aveva capito bene quello che lui voleva fare, che non facesse tanto la difficile.

Anna si staccò da lui, sfilò il suo membro ormai molle. Si buttò addosso l’accappatoio e andò a fare la doccia mentre lui rimaneva spiaggiato sulle coperte, immobile.

Quando Anna ritornò dalla doccia, lui si era addormentato. Raccolse i vestiti sparsi per terra, la borsa, i sandali. Il cancello cigolò quando lo aprì per uscire sulla strada. Salì in macchina mentre lui si affacciava alla balaustra. Si guardarono in silenzio mentre Anna avviava il motore.

 

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