Racconti e Poesie

Il plaid troppo corto

Era un po’ che Anna era insoddisfatta, voleva chiudere la sua relazione con Marco, ma temeva la reazione di lui. Marco era il tipo d’uomo che, quando la sua donna è nervosa e gli risponde male, invece di rispondere pan per focaccia, le porta un latte macchiato durante la sosta in autostrada, quello che paga sempre lui, che si tratti di pizza, colazione o mercatino dell’usato. Era profondamente innamorato di lei, ma il loro background socio-culturale non poteva essere più diverso. Anna non passava giorno – anzi, non passava nemmeno un’ora – insieme a lui senza che la sua pressione arteriosa salisse alle stelle. Non una cosa benefica per la sua salute. Tra alti e bassi, avevano condiviso quasi un anno e mezzo. Anna era consapevole – e gliel’aveva detto – che Marco non era l’uomo giusto per lei. Tra continue proroghe auto-imposte, ora sentiva che il suo naturale anelito a una fine stava prendendo corpo, complici anche i primi timidi accenni di primavera. Senza che l’avesse deciso razionalmente, si sorprendeva a fissare gli uomini al supermercato che risvegliavano il suo interesse, fantasticava su come sarebbe stato uscire con uno dei compagni del corso di teatro, sognava una se stessa trapiantata in un’altra città, in un altro Paese, con un altro lavoro e – ovviamente – un altro fidanzato.

Un giorno, all’inizio dell’anno, ricevette un’offerta di passaggio da un compagno di corso per raggiungere il luogo di una rappresentazione a cui avrebbero assistito insieme agli altri compagni. Accettò senza esitare. Il compagno in questione era il suo preferito, fin dal primo giorno le aveva ispirato simpatia con quel suo modo franco, così raro, di rispondere alle richieste degli insegnanti. Nel corso delle lezioni si era resa conto che era un po’ polemico, ma questo non era stato sufficiente a cancellare il suo interesse.

Un giorno, al termine di una lezione particolarmente coinvolgente, gli aveva inviato un messaggio personale su WhatsApp, a cui lui aveva prontamente risposto. Ne era nata così una conversazione occasionale, piacevole, che la titillava. Lui era sposato e probabilmente con figli, le aveva raccontato della suocera che era caduta e delle ripercussioni che questo aveva avuto sulla sua vita familiare. Un velato messaggio? Un invito a lasciar perdere un uomo impegnato?

Una volta il compagno aveva anche pubblicato una rassegna di eventi organizzati dalla parrocchia e dalle ACLI, era forse uno di quelli tutti di chiesa? Non andava bene per lei. Anna comunque continuava a fantasticare.

Quando Anna gli parlò della rappresentazione, Marco si risentì perché lei non aveva prenotato il biglietto anche per lui. Fissava lo schermo del telefono con l’aria di chi guarda una lingua straniera. Si adirò ulteriormente quando Anna gli disse che aveva accettato un passaggio per raggiungere il luogo della rappresentazione. Gli rinfacciò la sua mancanza di interesse per i messaggi WhatsApp del gruppo di cui facevano parte entrambi e la sua dipendenza da lei. Ne era nato un diverbio.

“Io sono stata la prima ad attivarmi, quando ho scoperto che i biglietti dello spettacolo erano sold out, tu invece l’ultimo! Con 24 ore di ritardo!” gridò Anna sentendo già il sangue pulsarle nelle tempie.

“Non è vero!” rispose lui, cocciuto.

“Comunque non c’è problema, posso rinunciare al passaggio e venire con te” offrì Anna.

“Va bene, ti passo a prendere” rispose Marco conciliante.

Il litigio era finito, come sempre, senza risolvere nulla.

Allo spettacolo, i posti assegnati erano ai due capi opposti della sala. Su ogni sedia era scritto il nome e il cognome dell’occupante e anche di chi aveva effettuato la prenotazione. Anna scannerizzò rapida tutte le sedie della sua parte. Il cuore le fece un balzo quando vide due file avanti a lei il nome di Lorenzo. Che i posti accanto a lui fossero quelli di moglie e figli? Lui era stato uno dei pochissimi a prenotare per tempo.

Quando lo spettacolo stava per cominciare, Anna alzò lo sguardo dal cellulare richiamata dall’annuncio del presentatore. Lorenzo era seduto al posto assegnato e anche i posti vicino a lui erano occupati da due donne. Era arrivato in sala dopo tutti gli altri compagni. Non si voltò mai verso Anna e anche dopo lo spettacolo sparì subito senza che lei avesse modo di salutarlo.

Anna tornò a casa con Marco accompagnata dalle sue affermazioni banali sullo spettacolo. Sapeva di rappresentare il suo porto sicuro di fronte alle brutture del mondo. Marco che non si tirava mai indietro quando c’era da aiutare.
Fecero l’amore sul divano, poi scivolarono in un sonno agitato.

Avrebbe potuto mandare un messaggio via WhatsApp a Marco: “Lasciamo perdere lo spettacolo. Ho bisogno di riflettere e stare tranquilla. Non cercarmi, per favore”. E infatti eccola, intirizzita, ad attendere già da qualche minuto al parcheggio davanti al parchetto. Lorenzo arrivò puntuale, parcheggiò diritto, scese dall’auto e le andò incontro con un sorriso smagliante con una punta di  imbarazzo. Il suo sorriso aperto e i suoi modi accoglienti erano ciò che l’avevano colpita di più il primo giorno. La sua mancanza di timore nei confronti di perfetti estranei quali loro erano il primo giorno di lezione, la sua spontaneità, la sua disponibilità a mettersi in gioco si erano poi riconfermati lezione dopo lezione. Anna ricambiò il sorriso nel modo più caloroso che riuscì a trovare e salì svelta allacciandosi la cintura di sicurezza. Un po’ aveva sperato e un po’ aveva temuto che ci fossero anche altri compagni con Lorenzo, invece erano solo loro due. La conversazione scorreva veloce e senza imbarazzi, Anna beveva ogni sua parola e assaporava ogni momento per studiare Lorenzo in ogni più piccolo dettaglio. Lo guardò di profilo: aveva un bel naso, i lineamenti scolpiti. Non era alto, era un uomo snello, le dava una sensazione di debolezza di fronte alle sfide della vita, ma era un bell’uomo. Aveva un qualcosa di Peter Pan che la affascinava e la inquietava, sapendo quanto già fossero immaturi gli uomini in partenza, tutti gli uomini.

Lorenzo aveva delle belle labbra, proporzionate e regolari, si sorprese a immaginare come sarebbe stata la sensazione di sentirle sotto le sue e da lì… come avrebbe reagito? Sarebbe stato un bacio focoso o tenero e gentile? Si ricordò di come, durante le lezioni, a Lorenzo riuscisse bene rappresentare una disposizione amorevole, mentre a lei come alle altre donne riusciva più facile rappresentare la collera, l’impazienza o l’esasperazione. Decise di aspettare a fare la sua mossa, le piaceva che nelle questioni sentimentali fosse l’uomo a fare il primo passo. Ci sono regole non scritte da rispettare.

Lo guardava e sentiva il suo corpo scaldarsi. Le sensazioni che non provava più da molto tempo ritornarono prepotenti e la trascinarono come sopra un’onda. L’onda ormai era nata e doveva andare verso il suo traguardo. Anna era decisa a cavalcarla.

Il tragitto verso il luogo della rappresentazione era breve, faceva freddo. Anna conosceva bene il percorso. A un tratto Lorenzo imboccò una stradina che portava nella direzione opposta a quella in cui dovevano andare. Anna trattenne un moto di sorpresa e lo guardò. Lorenzo, fulmineo, voltò la testa verso di lei e le lanciò un sorriso d’intesa. Una primitiva reazione di paura lasciò subito il posto alla fiducia e al desiderio di vivere quella inaspettata avventura. Lorenzo parcheggiò davanti a un locale sul fiume. Da fuori la struttura in legno, con grandi vetrate, emanava una luce calda e intima. Sui tavolini brillavano le luci delle candele. Entrarono e si sedettero a un tavolino vicino alla finestra, dove lo sguardo spaziava sul fiume, il paesaggio malinconico e consolante insieme. Ordinarono cioccolate calde con tanta panna e le bevvero senza parlare, sprofondando negli occhi l’uno dell’altra, mentre ad Anna si attorcigliavano le budella dall’emozione. In un angolo del locale un pianista suonava musica jazz accanto a un gatto bianco e nero tale e quale Susie. Anna riconobbe In a Sentimental Mood e un’ondata di sentimentalismo la trascinò istantaneamente al di sopra di tutto. Lorenzo le fece un cenno e la prese per mano. Altre coppie stavano già ballando. I loro corpi si adattarono perfettamente l’uno all’altro e presero la forma giusta senza sforzo, come se si fossero sempre conosciuti. Ballarono lentamente per un tempo che sembrò un’eternità, poi la musica jazz divenne sincopata, Lorenzo la fece vorticare fino a farle perdere l’equilibrio. Il soffitto girava intorno a lei, Anna si sentiva quasi svenire dalla felicità.

Il miagolìo di Susie sembrava provenire da un altro mondo e svegliò Anna lentamente. Aveva le gambe gelate che spuntavano fuori dal plaid troppo corto del divano. Marco russava sonoramente mentre un filo di bava gli colava dall’angolo della bocca. Fu un duplice disgusto a farle prendere la decisione seduta stante: si alzò, si coprì alla bell’e meglio con gli abiti buttati sul pavimento la sera prima, fece uscire il gatto.

Questo racconto nasce da un esercizio di scrittura: prendere un episodio della vita e cambiargli il finale. Anna, Marco e Lorenzo torneranno presto in un’altra versione di questa storia. Quale finale sceglierà Anna?

La casa di Hilde

Ricordo quella sera come se fosse ieri. Dopo che padre e figlio se ne furono andati, Hilde chiuse le imposte, accese il fuoco nel camino e continuò a suonare la cetra alla luce della fiamma. I lupi ululavano nella notte, cominciò a scendere la neve. Hilde si mise a cantare per accompagnare le sue melodie. Una corda si spezzò, non aveva la muta di ricambio, che era rimasta nella custodia portata via dall’ospite di poco prima. Hilde ripose la cetra nella sua custodia di velluto e lasciò morire il fuoco mentre si preparava per uscire. Riempì la cesta con le provviste e un thermos di tè caldo, si caricò la cetra sulle spalle e si incamminò sotto i fiocchi che scendevano soffici.

Raggiunse la grotta dove, dopo una curva a gomito, ardeva un fuoco. Attorno c’erano l’uomo e il bambino, l’uomo suonava un flauto dolce. Un moto di sorpresa e di piacere guizzò negli occhi di mio padre. Nel silenzio, Hilde disfece il fagotto e distribuì fette di torta e tè caldo. Mangiarono avidamente, si guardarono negli occhi, poi mentre l’uomo riprendeva a suonare, Hilde cambiò la corda alla cetra e si unì a lui nella stessa tonalità. Quando la musica cessò, la connessione tra loro non era più solo musicale. Si coricarono sui pagliericci lungo il lato della grotta, vicino al fuoco, mentre la capra vegliava tranquilla. Ben presto il bambino si addormentò. Nell’oscurità, rischiarata solo da qualche brace ancora ardente, si udivano solo sospiri e canti di uccelli notturni. Mani si sfiorarono, bocche si cercarono, il calore del fuoco ancora ardente dentro di loro divampò fulmineo e si consumò velocemente. Poi, cullati dalla musica che ancora risuonava dentro di loro, tra il buio e il vento, si addormentarono.

Al mattino si alzarono all’alba e si incamminarono lungo il sentiero che mostrò loro Hilde. Non parlavano, ma i pensieri fluivano tra loro e ognuno leggeva perfettamente il linguaggio del corpo dell’altro. Raggiunto un piccolo promontorio, il bambino si lanciò lungo il pendio a bordo di un pezzo di plastica blu trovato lungo il sentiero, la capra lo seguì gioiosa. Quando gli adulti li raggiunsero, tutti e quattro si diressero verso un casolare da cui uscivano volute di fumo. Aprì la porta una donna corpulenta dall’aria gioviale, sembrava che li stesse aspettando. Li salutò e li invitò ad entrare in una lingua sconosciuta. Il gruppetto si avviò su per i pochi gradini di legno della casa in pietra e si ritrovarono in un piccolo tinello dalle pareti ricoperte di pannelli di legno, come si usa ancora in qualche sperduta località di montagna dove la manodopera costa poco. Il locale era riscaldato con una nera stufa a legna in ghisa. Nel tinello aleggiava un’essenza di pino mugo. C’erano alcuni uomini avvolti in lunghi tabarri neri con un’aria di aspettativa che si guardavano attorno con la cautela di chi è abituato a diffidare. Grandi pacche sulle spalle e abbracci fra tutti gli uomini presenti, Hilde se ne stava un po’ in disparte. Poco dopo il gruppetto, tranne la signora gioviale, uscì e si incamminò su per il sentiero al limitare del paese.

Fu così che per me incominciò una nuova vita, e per mio padre un nuovo amore. Hilde ci aveva salvati.

 

ELEONORA

Eleonora

Dopo averla ringraziata, Eleonora accompagnò la candidata alla porta e la congedò con la solita formula, la più comune tra gli HR: “Le faremo sapere al termine della selezione”. Poi si riaccomodò alla scrivania: le gambe unite, un piede incrociato dietro l’altro a carezzarne col dorso la caviglia, il mento appoggiato sul palmo di una mano mentre l’altra si posava sulla spalla e lo sguardo lontano, perso sul profilo delle cime innevate che facevano da sfondo alla cartolina contornata dalla grande finestra che aveva di fronte, al diciottesimo piano del grattacielo che ospitava gli uffici della multinazionale per la quale lavorava.

Era la sua postura post colloqui, quella che l’aiutava a riordinare i pezzettini di puzzle che gli esaminati avevano sparpagliato tutto intorno: bisognava raccoglierli, rielaborarli, catalogarli e infine decidere a chi dare l’opportunità di un successivo incontro, dopo la scrematura iniziale.

Al primo appuntamento della giornata si era presentato uno spavaldo giovanotto, dalla parlantina sciolta e dal sorriso stampato sul volto, un tipo pieno di sé che lei aveva messo presto in difficoltà con un paio di domande tecniche insidiose che ne avevano rivelato la scarsa preparazione. Era stato poi il turno di una giovane signora che, pur avendo maturato una significativa esperienza nel ruolo, era fuori dal mondo del lavoro da qualche tempo, licenziatasi per accudire un genitore disabile. Eleonora ne aveva ricavato una buona impressione ma la figura richiesta avrebbe dovuto integrarsi velocemente nello staff esistente e non era certa che la candidata avrebbe potuto soddisfare questa condizione. La ragazza minuta, dai mossi capelli rossi, che aveva da poco congedato, aveva mostrato un piglio garbato ma deciso, come la sua stretta di mano. Il look misurato, un paio d’anni di esperienza presentati con competenza, cui era seguita la disponibilità ad accettare nuove, stimolanti sfide e le domande pertinenti che, dietro suo invito, le aveva posto, ne facevano, per il momento, una degli aspiranti sicuramente da rivedere.

A riportarla al presente l’energico toc, toc della sua segretaria che entrò come un fulmine per ricordarle l’appuntamento dal parrucchiere e augurarle una buona serata. Le sorrise, alzando la mano aperta in segno di saluto: non ci fosse stata Monica si sarebbe dovuto inventarla! Si passò una mano tra i corti capelli biondo cenere, chiedendosi per quanto tempo ancora sarebbe riuscita a mitigarne l’incompleta, per ora, ricrescita bianca, con qualche colpo di sole. A luglio avrebbe compiuto quarantacinque anni: si consolò pensando che mancava ancora qualche mese e non era proprio il caso di anticipare l’ansia, in fondo ne aveva ancora quarantaquattro, proprio come i gatti di una famosa canzone di quando era bambina!

Bambina: ecco la parola che più di ogni altra aveva il potere di scombussolarla! Il periodo più infelice della sua vita. Aveva perso i genitori in un incidente d’auto quando aveva cinque anni ed era stata affidata all’unico parente: uno zio paterno, giornalista inviato speciale in zone di guerra che la lasciava spesso alla moglie. La coppia non aveva avuto figli e la discontinua presenza dello zio, sebbene affezionato a lei, non bastava a sopperire alla carenza di amore che la zia, donna dura e frustrata, le negava. Si era chiusa a riccio; crescendo aveva scoperto nei libri un mondo da fantasticare e poi, nello studio, il mezzo per realizzarsi. Si era laureata in Economia col massimo dei voti e da lì era iniziata la sua nuova vita.

Bloccò il flusso dei ricordi, si stava facendo tardi. Ritoccò rapidamente il rossetto e si incipriò il naso, cogliendo nello specchietto il riflesso dei suoi occhi verdi, profondi come certi piccoli laghi incastonati tra i monti. Prese borsa e cappotto e uscì nel freddo di quel tardo pomeriggio di inizio d’anno.

Il segreto di Eleonora

Quella mattina Eleonora arrivò in ufficio di cattivo umore, un sogno ricorrente molto doloroso
l’aveva svegliata all’improvviso, ora doveva resettare il suo stato d’animo per affrontare la giornata
di lavoro con le giuste prospettive. Il primo colloquio in lista la mattina riguardava un giovane
ingegnere con grandi abilità informatiche che avrebbe potuto ricoprire il ruolo di responsabile ICT
di un settore dell’azienda. Mentre pensava a quali domande porre in base al CV allegato, passò le
mani nervosamente fra i capelli, la colazione l’aveva appesantita e non si sentiva molto in forma.
Ma non c’era più tempo, il candidato entrò nel suo ufficio, elegantemente arredato, con passo
fermo, postura eretta, come volesse da subito dare l’impressione di essere consapevole dei suoi
talenti. Eleonora lo osservò con attenzione: alto bruno, ben vestito nel suo completo blu, con occhi
scuri che non abbassavano lo sguardo e la bocca ben disegnata.
“Insomma un bel tipo” pensò fra sé, ma quando aprì la bocca per presentarsi, l’impressione positiva creata dal suo aspetto si infranse in
una voce nasale, dal timbro piuttosto fastidioso. “Ben arrivato ing. Volpi, cosa pensa di trovare nella
nostra multinazionale che possa essere utile anche alla sua crescita professionale? Ing Volpi alzò lo
sguardo verso destra e disse con la sua voce poco gradevole:” Penso che le mie competenze siano in
linea con la figura professionale che state cercando, inoltre in una grande azienda potrebbe essere
più facile anche avere avanzamenti di carriera ed una retribuzione coerente con gli obiettivi
raggiunti”.
Eleonora sorrise molto superficialmente “Molto pratico, è andato subito al dunque, senza giri di
parole” Rispose senza esitazione:” Molto bene possiamo considerare un periodo di prova e al
termine valutare le sue prestazioni”. Ing Volpi sorrise come se avesse vinto alla lotteria, si alzò a
stringere la mano ad Eleonora e si congedò.
Eleonora, girando sulla sua poltrona ripensò all’incontro, si rese conto di avere concesso forse con
troppa facilità un’occasione al giovane professionista, ma d’altra parte il CV era più che aderente al
profilo che stavano cercando. Tuttavia, era infastidita da una sensazione che il giovane le aveva
ispirato, come un senso di falso, nascosto con cura che comunque trapelava dai suoi gesti e dalla
sua voce.
Decise di accantonare per il momento quel pensiero molesto e si allietò invece pensando al buon
pranzo che avrebbe consumato di lì a poco, era una buongustaia, in continua lotta con la bilancia.
Doveva stare attenta alle quantità di cibo, desiderava mantenere la linea snella e rimanere in salute
dopo tutte le privazioni che aveva dovuto subire ai tempi dell’orfanotrofio. Una volta uscita
dall’istituto a 18 anni con competenze molto pratiche e istruzione di base, aveva dedicato il suo
tempo a cercare un lavoro che le consentisse di mantenersi e di continuare gli studi, non sarebbe
rimasta una povera orfana ignorante, con tutte le sue forze voleva emanciparsi e trovare il suo posto
nel mondo.
Quando fu scelta per la portineria in centro a Milano, fece salti di gioia, era riuscita a trovare un
lavoro con alloggio e avrebbe potuto così continuare gli studi e raggiungere più facilmente gli
obiettivi che si era prefissata. Alzarsi presto la mattina non le pesava, lavorare faticosamente per le
pulizie non era un problema, nell’orfanotrofio faticava molto di più, ma ora era libera di gestire la
sua vita, doveva essere accorta e tutto quello che desiderava avrebbe potuto concretizzarsi, con
pazienza e perseveranza. Nei primi due anni di impiego come una formichina risparmiò per arredare il monolocale della portineria e per il computer per studiare e seguire lezioni a distanza, nei tre anni
successivi conseguì la laurea triennale e nei successivi due la laurea magistrale in psicologia del
lavoro e delle organizzazioni, ma desiderava continuare con un master in gestione delle risorse
umane, sperava di trovare così un impiego in una grande azienda. Si impegnò moltissimo, non si
concesse distrazioni per circa dieci anni, lavoro, studio e passeggiate nel parco come ricompensa.
Spediva regolarmente CV sperando in una chiamata, intanto lavorava in portineria con impegno e
risparmiava per poter permettersi un’abitazione una volta trovato il lavoro dei suoi sogni. Intanto, la
ragazza uscita dall’orfanotrofio si era trasformata in una donna, di bell’aspetto, snella con bei
capelli biondo naturali tagliati corti e luminosi occhi verdi e come curava il corpo così nutriva la
mente con un inestinguibile desiderio di imparare e un piacere fisico nello studiare.
Dopo tanti tentativi e diverso tempo finalmente arrivò la chiamata di una grande multinazionale, e
dopo il colloquio fu assunta in prova. Questa era la sua occasione e doveva dare il meglio di sé,
doveva stupire per essere confermata. Alla soglia dei trenta anni otteneva il lavoro desiderato e
poteva permettersi un monolocale in una zona non centrale, ma neanche periferica dove vivere in
completa libertà. Ora era dirigente senior dopo 10 anni di carriera e aveva superato i 40 anni.
Quando ripensava al suo percorso era felice per aver riscattato il passato di orfana, ma era
consapevole di aver investito tutte le sue energie sul lavoro e carriera mentre i sentimenti erano
rimasti congelati.
Era arrivato il momento di affrontare i demoni che aveva sapientemente congelato se desiderava
sinceramente sentirsi felice.

Colori

Trasformò l’ampio salone in uno studio luminoso.
I colori gradirono assai questa trasformazione e sembravano divertirsi a lasciar tracce anche nei posti più impensati: tempera arancio schizzata sulla cappa ocra del camino, una morbida pennellata olio amaranto venava la tenda che ancora oggi ne conserva l’alone, acrilico giallo diluito un tantino troppo chiazzava il marmo lucido del pavimento.
Ma la cosa davvero buffa erano le striature multicolor nel ciuffo che papà portava sempre pettinato alla perfezione sul lato destro della fronte. Così impettito davanti al cavalletto sembrava uno di quegli uccelletti che disegnava per me da bambina.
Rade sopracciglia sulle arcate sporgenti, occhi nocciola tondi che scambiavano sguardi veloci tra tela e tavolozza, naso adunco e bocca sottile, in un volto minuto sorretto dal lungo collo.
Di media statura, papà andava fiero del fisico longilineo scolpito da anni di duro lavoro.
Chiuso nel suo studio, dipingeva sino ad esaurire ogni energia rimasta dopo terapie invasive che sopportava con grande coraggio nonostante la diagnosi riguardo la malattia lasciasse ben poche speranze.
Fu grazie ai colori ritrovati in quegli ultimi due anni che mi accorsi della sua sensibilità e dell’affetto che provava per me.  rima non potevo vedere altro che tinte sbiadite in uno sguardo  diluito nell’alcool che lo allontanava sempre più dalla sua famiglia.
Papà osava tinte vivacissime che rendevano un interiorità appassionata contrapposta al logorio dell’amina e del corpo scavato sul  suo viso.
Sferzate giallo limone, seguite da blu cobalto, violetti, azzurri, indico, sfumano in toni che si fanno bianco, poi argento avvolgente a precedere l’oro del giorno che verrà.
Rimango rapita da questo cielo che abbraccia un mondo di gitani con il loro carrozzone al centro del  quadro e il telone rosso e gonfio nel soffio tiepido del vento.
La zingara, intenta a sistemarsi un fiore tra i lunghi capelli sono io da ragazza.
Sono senza parole, guardo papà, immersa in un cromatismo armonico sorprendente, dove ogni nota risuona in fragili emozioni.
“Serto che ti xe proprio ti, singana che ti xe … Ti xe quea singana la. Questo quadro l’ho dipinto per te” disse papà posando il pennello,  “lo firmerò domani che sono tanto stanco adesso”.
Salutai papà e quella sera rincasai serena.
Il telefono squillò mentre cercavo con gli occhi la parete più adatta per accogliere il mio inestimabile dono.
Ma io sapevo già: arrivai da lui in tempo per tenerlo tra le mie braccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eleonora

Ebbene sì. La sua figura slanciata, la compostezza, il sorriso e la camminata sensuale erano degni dell’ammirazione dei colleghi maschi. Spesso, questi, si attardavano alla macchinetta del caffè per osservarla, ammiccando sottecchi, commentando la scelta invidiabile fatta dallo Sparviero. Quel soprannome era riservato al dr. Monesi, Capo dell’Ufficio Personale, a motivo delle sue braccia corte e arrotondate, così come gli arti inferiori. E, il suo passo agile e lo sguardo indagatore ci ricordavano proprio quel rapace.

La magrezza di Eleonora, il caschetto di capelli biondi, i suoi grandi occhi verdi, l’eleganza nel vestire all’ultima moda, suscitavano un pizzico d’invidia nelle colleghe, tutte. Me compresa. A lei era affidato l’arduo e faticoso compito di colloquiare con diverse persone che ambivano ad essere assunte nella nostra importante e prestigiosa Società di Servizi.

Quell’impiego le dava soddisfazione, le piaceva e l’appassionava. Lei, dal carattere amabile, era la persona giusta al posto giusto. Lavorava con serietà, da ottima professionista con consolidata esperienza nel settore.

In cuor suo, gioiva nel valutarsi la protagonista principale, del presente e del futuro, del destino di parecchie vite lavorative, che facevano affidamento nel suo giudizio positivo. Durante i colloqui, talvolta si sentiva tranquilla e rilassata, in grado di stimare al meglio la persona che le stava davanti. In altre occasioni si infervorava, gesticolava e arrivava perfino a ridere sfacciatamente delle domande, e delle pretese, che taluni candidati le sottoponevano. Per evitare di bocciare una candidatura che non aderiva al profilo professionale richiesto, capitava si limitasse a restare a lungo in ascolto.

Ascoltava l’energia delle persone, non soltanto le loro parole. Sorridendo poi si allontanava dal presente per consentire al suo pensiero di trasportarla altrove. Un altrove dove continuava a frugare, con ali non più tarpate, e con orgoglio, nell’impegno, la forza e la determinazione che riversava nella propria esistenza. Senza questa inflessibile volontà non avrebbe potuto riprogettarsi né crescere evolvendosi.

A distanza di un paio di anni, la mia segretaria Mimma mi mise a parte di alcuni “segreti” che Eleonora, divenuta sua amica, le aveva confidato. Della nostra collega venni a sapere dell’infanzia vissuta da orfana, della difficoltà dei suoi parenti di gestirla in affidamento tra di loro, della passione per gli studi e perfino di un marito che non l’aveva amata né rispettata. Ma, la sorpresa più stupefacente, per un’ingenua cronica come la sottoscritta, fu l’inaspettata scoperta che Eleonora e lo Sparviero erano convolati a nozze.

Non ne avevo avuto alcun sentore, naturalmente. Ne fui felice, e riuscii perfino a complimentarmi con entrambi, prima delle festività natalizie del 1997.

P.S. La mia Eleonora si chiamava Nicoletta.

Siamo entrati nella zona gialla

Sebbene questa domenica mattina il primo saluto mi sia giunto da una nebbia fittissima, gelida ed oscura, la buona notizia di oggi (se così posso affermare) è che “siamo entrati nella zona gialla” e tutti sappiamo bene di cosa si tratta. La prima felice novità è stata quella di sentire il trillo insistente del mio cellulare.
Rispondo alla nipotina che mi contatta in video chiamata: “Ciao nonna, posso stare da te nel pomeriggio?” il suo sguardo indecifrabile pare timoroso.
Certo. Se vieni sono contentissima! Passo a prenderti o ti fai portare?”
Ci pensa papà” il suo sorriso sboccia riempiendo lo schermo.
Benissimo, ti aspetto. Un bacione grosso.”
Grazie nonna” un bel sospiro di sollievo “arrivo alle due, ciao, ciao.”
A lungo trattengo stampata nella retina dei miei occhi la sua bellissima immagine gioiosa.

A catturare immediatamente la mia attenzione, quando arriva alla porta di casa, è il suo originale cerchietto per i capelli a forma di grandi corna di renna, che mi invia brevi e frequenti lampi luminosi. Ci abbracciamo scoppiando a ridere di cuore.
Presto, entra! Mi sei mancata.” gli occhi mi si inumidiscono.
Ciao nonna, Brrrrr che freddo fa!”

Mi consegna diversi libri ed un paio di quaderni: ”Devo fare i compiti. Mi aiuti, vero?” Non si aspetta una risposta: sa che sono pronta a farlo.
Passa a sfilarsi la sciarpa, il comodo ed elegante piumino e, con il mio consenso, decide che può togliersi la mascherina. In questo interminabile doloroso anno, abbiamo imparato a mantenere una prudente distanza tra noi, anche all’interno dell’appartamento.
Mi sono chiesta spesso come possano resistere per tutta la giornata i bambini a scuola con l’obbligo di indossare questo dispositivo medico scomodo, inibente e soffocante. Si dimostrano creature tenaci, volenterose e sagge, ma il mio legittimo timore rimane quello che, loro malgrado, corrano il rischio di subire un precoce processo di “invecchiamento”.

Metto le tue ciabattine “puffose” nonna!” toglie le scarpe da tennis – anche stavolta senza slacciarle – e tutta contenta sfoggia le mie con compiacimento. Le calzano benissimo e adora il musetto del panda incorporato sul loro puntale.
Ci accomodiamo. Lei, osservandomi sottecchi, dopo un po’ dice: “In verità nonna devo rispondere soltanto a tre domande di geografia. Sono venuta da te perché ho un problema e mi serve anche il tuo aiuto.” Il mio cuore di nonna fibrilla all’istante. Di recente mi aveva confidato di soffrire un filino le ghiandole del seno che, pare, stiano iniziando a svilupparsi. Scelgo di non porre domande.
Tu sai che sono io la più brava della classe” esordisce con orgoglio.
Ahi ahi ahi, così non va bene bimba mia. So che nella tua classe ci sono altri due bravissimi quanto te.”
Nonnaaa! Non devi più chiamarmi bimba o bambina. Adesso che siamo grandi le maestre ci chiamano “ragazze!”
Buono a sapersi ragazzina ribatto, ridendo.
Afferra uno dei due quaderni che si è portata appresso e, prima di aprirlo, tenendolo sospeso in aria, domanda se voglio ascoltare la storia che lei ha scritto. Oppure no. Per un istante mi sorge il sospetto intenda far volare quel quaderno dalla mia parte. E’ consapevole di stimolare la mia curiosità. “Si tratta della famosa storia della tua vita che stavi scrivendo e non volevi che leggessi?”
No. Nonna ho inventato una storia di Natale lunghissima, quasi duemila parole. Però non voglio che la leggi tu, altrimenti mi correggi tutti gli errori.”
Se preferisci la leggo senza correggere. Prometto.”
No, la leggo tutta io. Tu per favore me la scrivi senza sbagli al computer e me la salvi dentro alla mia chiavetta che ho portato e lasciato nella tasca del piumino?”

Aiuto! Non ricordo più come si fa” protesto. Lei sorride e mi tranquillizza.
Non preoccuparti nonna. Lo faccio io e tu scrivi tutto” Ha bisogno di me, per questo si dimostra particolarmente dolcissima e accondiscendente.
D’accordo. Accendo il PC e conto su di te. Scriverò se tu mi detti.” Lo dico avendo la “certezza certa” che si annoierà nel breve giro di lancette dell’orologio: 1 minuto. Esagerando 2.

Sono pronta. Parti con il titolo” mi accingo volentieri a digitare.
Farò un libro breve, penso che mi manca soltanto la fine. Il titolo è “La mia avventura di Natale” e Capitolo Uno “Il primo incontro”. Per favore scrivi i titoli maiuscoli in corpo 24 e con il colore del carattere rosso. Sei capace?” Simpatica la ragazzina/nipotina! Si prende gioco di questa nonna, da lei battezzata “giurassica”.
Sulla breve distanza di due minuti esatti, eccola pronta rivestire la parte della creatura stanchissima, desiderosa di rilassarsi. Meglio sarebbe se lei potesse andare di là ed accendersi la TV e “nonna tu che sei bravissima, puoi farcela da sola vero? Intanto io guardo un cartone animato. Anche due, ok?”.
D’accordo. Vai e divertiti” le soffio un bacio dalla mano.
Grazie. Devo proprio riposarmi, nonna.”

Se potessi

Se alzandomi domani
potessi aver dimenticato
non vivrei ogni giorno passato

Se cantando da subito
potessi sentirmi rinata
donerei ogni musica ascoltata

Se scrivendo meno (non così tanto)
potessi vivermi meglio
eviterei questo amaro pianto

L’istante in cui lui le sorrise

Il parco era attraversato da una calma ordinaria, fatta di rumori distanti e di passi che non avevano fretta. Eleonora camminava lungo il vialetto centrale, osservando senza cercare davvero nulla. Le piaceva quel momento della giornata, quando le cose sembravano stare al loro posto.
Lo vide poco più avanti, vicino a una panchina. Aveva in mano un sacchetto di carta e lo apriva con attenzione, lasciando cadere piccoli pezzi di pane sul palmo. I piccioni si avvicinavano con cautela, poi con fiducia. Lui aspettava, senza scacciarli, senza gesti bruschi. Quella pazienza la colpì più di quanto avrebbe immaginato. Non era un gesto raro, ma in lui sembrava privo di esibizione, come se non fosse rivolto a nessuno in particolare.
Era stata una giornata intensa di lavoro, piena di tensioni, e quella calma esibita ebbe su di lei l’effetto tranquillizzante di un mantra. Si fermò a qualche passo di distanza. Rimase lì, semplicemente a guardare. Le ali che si aprivano e si richiudevano, il rumore secco dei becchi, la mano che restava ferma. Era una scena piccola, e proprio per questo le parve significativa.
Quando lui alzò lo sguardo, fu come se il resto si fosse messo in pausa. La vide e sorrise. Non un sorriso studiato, né ampio. Era leggermente inclinato, trattenuto, ma pieno. Un sorriso che non chiedeva nulla, che sembrava nascere da un pensiero buono.
Si sentì percorsa da un brivido. Non era abituata a incrociare gli occhi degli altri lasciandosene penetrare, nel suo lavoro aveva affinato molte tecniche che le permettevano di avere sempre il controllo della situazione senza concedere nulla di sé che non fosse frutto di una sua studiata volontà.
Per qualche ragione, quel sorriso mite e non giudicante, forse proprio per quello capace di penetrare la sua corazza, l’aveva spiazzata, facendola sentire nuda.
Una sensazione che non riusciva a incasellare e la metteva a disagio ma, nello stesso tempo, la affascinava e la tentava.
Rimase immobile più a lungo di quanto fosse necessario. Sentì che quel sorriso le stava parlando senza parole, e che lei lo stava riconoscendo. Non come qualcosa di nuovo, ma come qualcosa che aveva già visto una volta, molto tempo prima, e che ora tornava con un altro volto.
Dopo un tempo che le sembrò sospeso, lui tornò ad abbassare lo sguardo verso i piccioni, continuando a nutrirli. Lei riprese a camminare lentamente, senza voltarsi subito. Il parco era lo stesso, i rumori identici. Eppure, dentro di lei, qualcosa si era disposto in modo diverso.

1 2 3 4 5 6 34