Guardami.
Sul suolo intriso di livore
Le mie orme tracciano solchi.
Ascoltami.
Canti di sirena intonano note
Di disilluso sdegno.
Cercami.
Nel respiro delle foglie
Tremuli sprazzi di luce
Resistono al vento.
Guardami.
Sul suolo intriso di livore
Le mie orme tracciano solchi.
Ascoltami.
Canti di sirena intonano note
Di disilluso sdegno.
Cercami.
Nel respiro delle foglie
Tremuli sprazzi di luce
Resistono al vento.
Gisella fissava la cliente dall’altra parte della cassa senza grande attenzione, mentre i suoi pensieri vagavano da un impegno all’altro della lunga lista di commissioni che doveva ancora sbrigare quella mattina. Il nuovo discount che avevano aperto vicino a Mulazzano era pieno, complice la chiusura permanente di quello dove Gisella si serviva di solito. Registrò che gli occhi della donna, impalata come se aspettasse qualcosa – lo scontrino, il resto, un cambio articolo – erano strani. La gente in fila attorno a lei cominciava a sbuffare, chi alzava gli occhi al cielo, chi spostava il peso da un piede all’altro, chi parlottava sommessamente. Gisella no, era serena e contenta di aver trovato la sabbietta per i gatti preferita dalle sue micie, quella profumata alla lavanda.
Lo sguardo della donna era fisso, innaturale. “E’ sotto l’effetto di stupefacenti!” pensò Gisella. “Anzi no, di psicofarmaci. In effetti, ogni quattro persone in Italia, una prende abitualmente psicofarmaci. Sicuramente lei è una di quelli. Io non li prendo, Marco non li prende, Silvia neppure, lei dev’essere la quarta.”
“Come faccio a pensare una cosa del genere? Perché quello sguardo l’ho già visto, lo conosco. Dove l’ho visto? Tanti anni fa. Maria aveva quello sguardo. Dopo che era morto suo fratello e tutti i componenti della sua famiglia avevano cominciato a farne il capro espiatorio di tutti i loro problemi. Maria che nelle ultime email farneticava confondendo i sogni con la realtà, Maria che mi aveva minacciato di morte, Maria che con un equilibrio psichico così instabile faceva l’insegnante di sostegno ai bambini, proprio lei! Maria dai lunghi capelli neri, proprio come quella signora, Maria obesa, sua mamma le dimostrava il suo amore cucinandole il fegato fritto, Maria che camminava al ritmo di un anziano e trascinava i piedi, Maria che… assomigliava a quella signora. Ma aspetta! E’ quella signora! Quella è Maria! Non ci posso credere!” Gisella spostò il peso sul carrello, fissò l’etichetta della confezione di sabbietta che conosceva a memoria.
“Non mi ha riconosciuto per fortuna. Col mio nuovo taglio coi capelli corti e questo cappello sulla testa è difficile che mi associ alla ragazza dai capelli lunghi che ero venti anni e dieci chili fa. Quando è stata l’ultima volta che ci vedemmo? Forse quel giorno che aveva lezione di inglese a casa mia e si presentò con due ore di ritardo. Io sussultai al suono del citofono:
– “Maria, ti aspettavo due ore fa, che fine hai fatto? Potevi avvisarmi, non mi hai neanche mandato un messaggio”. Ero piuttosto seccata, ma ormai sapevo che non potevo fare affidamento su di lei. Erano state troppe le volte che aveva inventato delle scuse per non presentarsi a lezione.
– “Ero stanca e mi sono addormentata, va bene?” strillò lei
– “No, non va bene, Maria” risposi con voce ferma dopo una piccola pausa. “Avevamo appuntamento due ore fa e io mi sono tenuta libera per te. Se hai un imprevisto, un motivo grave per non venire, almeno avvisi. Ma non se hai semplicemente voglia di dormire”.
Non si erano più riviste. Ovviamente le lezioni di inglese erano state interrotte. Dopo erano cominciate le telefonate a tarda sera, le scampanellate senza risposta al citofono e le email farneticanti.
Gisella aveva già digitato 112 sul cellulare. Poi esitò. Una che manda una minaccia di morte alle 7 di mattina probabilmente ha una malattia mentale. Pensò al possibile epilogo, agli articoli di cronaca che leggeva tutti i giorni sui giornali. Era più urgente metterla in grado di non nuocere. Lo doveva ai bambini fragili con cui Maria lavorava. Che poi non si dicesse che lei, Gisella, non aveva fatto la sua parte.
Osservò Maria senza farsi notare. Con una mano si aggrappava al bordo del nastro trasportatore della cassa, le mani grassocce con lo smalto che si era staccato a macchia di leopardo, un lembo della camicia che sporgeva dai leggings aderenti su un corpo pingue. I capelli erano lunghi e lisci come un tempo, ma opachi. Era senza trucco. Teneva la borsa a tracolla, come fanno spesso le pensionate o chi si sente vulnerabile. Sembrava quasi una vecchia.
In realtà era anche più giovane di Gisella, di un anno per la precisione. La madre di Maria, che aveva sempre avuto un debole per Gisella, amava raccontare che Maria era stata una primina, era andata a scuola a cinque anni invece che a sei. “E invece forse avresti dovuto aspettare, non era pronta, guarda com’è finita” completava Gisella nella sua mente ogni volta che sentiva quel racconto.
Era così bella Maria da ragazza! Bella e piena di promesse. Una volta Gisella era passata a prenderla per andare a ballare, una delle rare uscite che Maria si concedeva dallo studio del violino. A quel tempo Maria aveva già dato l’esame del quinto anno al Conservatorio e frequentava un corso di perfezionamento con Uto Ughi, e raccontava che il grande violinista sniffava cocaina. Maria era uscita sulla porta di casa e stava salutando la madre. Era truccata e vestita come Gisella non l’aveva vista mai: di nero, con la gonna, elegante senza essere volgare. Gisella non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Non riusciva a capacitarsi che la sua amica dalle profonde occhiaie e il pallore quasi spettrale potesse subire una tale trasformazione.
Si erano conosciute da bambine quando entrambe studiavano il pianoforte e i rispettivi padri, falegname l’uno, cliente l’altro, le avevano fatte incontrare.
– “Com’è possibile che una persona con tali problemi lavori a stretto contatto con bambini vulnerabili?” aveva chiesto Gisella, rivolta alla psichiatra-capo del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL.
– “Guardi, a volte queste persone funzionano sorprendentemente bene in un ambito ristretto, come per esempio quello lavorativo, a patto che non ci siano scossoni”.
Gisella aveva fatto il suo dovere. Non l’aveva più rivista. Fino a quel momento.
Per un attimo Gisella pensò di rivelarsi e salutarla, poi la paura ebbe la meglio.
Maria se ne andò senza riconoscerla. Gisella mise la spesa sul nastro trasportatore, pagò e uscì.
Cuore bugiardo
batte e ancora batte
ingannevole richiamo di vita.
Pensieri lasciano solchi
il respiro insegue
cristalli di brina.
Eppure nel petto
una fiamma breve
si tinge d’eterno
e scava sotto il gelo
come marea notturna
che accarezza e sottrae.
Batte e ancora batte,
un seme che resiste
alla neve del dubbio.
Quel venerdì Eleonora aveva deciso di non usare la macchina per andare al lavoro:le Olimpiadi invernali di Milano Cortina avevano dettato i tempi e i luoghi di accesso alla città.
Arrivare in automobile fino al parcheggio Gae Aulenti era impossibile anche per chi, come lei, lavorava nelle vicinanze. La chiusura al traffico della città l’aveva costretta a servirsi della metropolitana. Non era sua abitudine usarla, solo in casi eccezionali l’aveva utilizzata e quel giorno era appunto un’eccezione.
Avrebbe tanto voluto restarsene a casa, tranquilla, al caldo sotto le coperte, ma doveva affrontare un altro colloquio per trovare finalmente un nuovo collaboratore o collaboratrice.
La metropolitana non le piaceva:troppe persone,troppo scomoda per le sue Louboutin,troppo buia e sotterranea. Quella mattina poi si era messa anche la pioggia a rovinare l’inizio della sua giornata, tra borsa, ombrello, valigetta dei documenti e tacco dodici si sentiva precaria e sul punto di cadere.
Era scesa dai gradini delle scale appoggiandosi al corrimano per sentirsi un po’ più stabile e si era ritrovata sulla banchina della metro, in attesa dell’arrivo del treno, tra un centinaio di persone che avevano avuto il suo stesso pensiero.
Pensò che l’umidità della pioggia le aveva scompigliato il caschetto di capelli liscissimi, tesi magistralmente dalla spazzola elettrica, e aveva rinvigorito invece i suoi ricci che lei aveva sempre cercato di annullare con il calore della piastra.
Non le piacevano i ricci, troppo ribelli, quasi anarchici per lei che era diventata una persona tanto quadrata.
Ribelle lo era stata tantissimo tempo prima, nel collegio orfanotrofio, ma aveva chiuso per sempre con quel capitolo della sua vita. Refrattaria, allora, a qualsiasi imposizione: alzarsi alle sei del mattino per assistere alla messa quotidiana, indossare una divisa orrenda e scolorita, dividere i panini a metà per non gettarne gli avanzi, assaporare a pranzo solo dieci ciliegie d’estate.
Finalmente, dopo parecchi anni, una famiglia l’aveva adottata:lei,Rosa, una signora in là con l’età, austera nei modi e nei comportamenti, lui, Gino,estroverso, sorridente e morbido nell’aspetto e nell’approccio. Con loro Eleonora si era trovata abbastanza bene, soprattutto con Gino che le ricordava il suo papà, con Rosa invece crescere era stato più difficile: poche concessioni, tanto rigore, sporadici abbracci.
E appena diciottenne Eleonora se n’era andata verso la grande città in cerca di lavoro e l’aveva trovato, part-time: di giorno aveva continuato gli studi e la sera accompagnava i clienti ai tavoli del ristorante ” Paprika e cannella “.
Anche se non voleva ammetterlo da Rosa aveva ereditato il rigore che,con la sua ambizione, l’avevano portata nel giro di due decenni a ricoprire il posto di cacciatrice di talenti di una grande multinazionale.
Quella mattina in metropolitana la mente di Eleonora aveva ripercorso in un lampo la sua vita e il treno era velocemente giunto alla fermata che la riguardava.
Ondeggiante sui tacchi e con le mani completamente occupate da ombrello, borsa e valigetta era risalita all’aperto dalle scale, mobili questa volta, e,dopo aver obliterato il biglietto in uscita, si era ritrovata a lato del viale che la portava al suo ufficio di piazza Gae Aulenti.
Il marciapiede era un po’ sconnesso, molto affollato e viscido per la pioggia quindi Eleonora stava attentissima a dove mettere i piedi, ma non aveva potuto fare a meno di notare davanti a sé una coppia di ragazzi che si baciavano ripetutamente: sembravano due modelli. E forse lo erano. A Milano stava per iniziare, oltre all’Olimpiade, anche la settimana della moda.
Lui, alto, giubbotto nero imbottito, jeans neri, stivaletti antipioggia color cuoio, cappello di lana e sciarpa grigi, lei, quasi alta come lui, pantaloni neri, leggermente a zampa d’elefante, stivaletti con po’ di tacco, cappotto nero e una massa di capelli biondi, lunghi e ondulati che fluttuavano a ogni suo passo. Decisamente belli entrambi.
Con questa visione negli occhi Eleonora era arrivata in ufficio.
《 Margherita, un caffè americano, per favore 》,comunicò alla sua assistente che dopo qualche minuto si presentò col caffè. Adesso era pronta per testare la persona del giorno.
《 Fai pure passare il candidato 》, aggiunse mentre Margherita stava uscendo dal suo ufficio.
La porta si aprì ed ecco Andrea. Eleonora alzò gli occhi dal curriculum che aveva davanti e lo stupore la lasciò momentaneamente senza parole.
L’Andrea che aveva di fronte non assomigliava per niente alla foto: lei quei capelli biondi, adesso raccolti in una coda di cavallo, li aveva già visti, li aveva riconosciuti: erano quelli della ragazza della coppia che poco prima si baciava sul marciapiede.
《 Si accomodi pure 》, disse, dopo l’iniziale meraviglia e incominciò l’intervista con una serie di domande di rito per valutare competenze, attitudini, esperienze, propensione ai cambiamenti e personalità. Dopo circa un’ora congedo` Andrea .
《 Devo ammetterlo: questo ragazzo non è per niente male, anzi! Direi che è perfetto 》 disse a Margherita appena entrata nel suo ufficio.
《 Lo rivedrò fra qualche giorno 》 aggiunse e sorseggio` le ultime gocce del suo caffè americano, ormai freddo.
Quando me ne andrò
non avrò sassi nelle tasche.
Sarò come l’acqua del fiume
ostinata e gentile
che trova sempre la via
per arrivare al mare,
accarezza gli ostacoli
e si insinua senza sforzo.
Gocce salate
raccontano sul mio volto
versi d’amore e nostalgia.
Vorrei radicarmi come un’alga
e lasciarmi cullare dall’oblio…
Eppure insisto come l’acqua,
scavando trame
con ostinata limpidezza.
Quando me ne andrò
sarò corrente chiara
che crea la marea.
Lascerò che il vento
profumi dei miei passi
e avrò ancora sogni da sognare
come semi custoditi nell’acqua
in attesa di riva.
Appena rientrata a casa dal Corso di Scrittura che frequenta da due anni, Marika decide di partecipare al Reading per la Festa della Donna con un racconto. Per uno spunto iniziale si affida al testo della Costituzione Italiana, rileggendo l’art. 3, che perfino sua figlia di dieci anni conosce. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, razza, lingua…et alia,” questo sarebbe un incipit davvero interessante. Le piacerebbe proporre una narrazione impegnata e al tempo stesso leggera. Non le sarà facile essendo fortemente convinta che sia scorretto classificare come “l’altra metà del cielo” l’universo femminile. Detesta questa ammuffita, anacronistica, definizione e intende reclamare la propria appartenenza alla Prima metà, quella irrinunciabile a partorire l’umanità. Mette a fuoco anche una frase della Bibbia, imparata alle elementari, che cita testualmente “maschio e femmina li creò.” La condivide, da sempre, con l’enunciato dalla tradizione rabbinica: Lilith fu la prima donna, non Eva. Lilith uscita dal fango come l’uomo, dunque uguale a lui.
Eva, lasciatisi sedurre da un serpente è dunque l’imperfetta: creata dalla costola di Adamo, sottomessa, responsabile di tutti i mali dell’umanità. Eva, deliberatamente mistificata, Mito inventato di convenienza, realtà distorta di cui tutti sanno e nessun maschio disconosce.
Lilith – di cui solo qualcuno sa e mantiene memoria – relegata al ruolo di strega e demonizzata è stata criminalmente sostituita, sin dagli albori del creato, con un’immagine femminile falsa a cui nessuna donna che si rispetta dovrebbe somigliare, né essere paragonata.
Marika è testimone di quanta ferrea volontà occorra per lottare, risvegliando la propria consapevolezza per il diritto di scegliere, decidere, piacere e compiere il proprio destino.
Nessuno ne è a conoscenza né saprà mai (eccezion fatta per sua madre che lo aveva intuito) quanto era stata offesa, umiliata, e più volte percossa dall’essere disumano di cui si era innamorata. Un uomo che non l’aveva mai compresa, apprezzata né sostenuta, che agiva costantemente nel tentativo di renderla fragile ed insicura. Lei lo aveva messo alla porta più volte. Puntualmente, come mosca che si precipita sul miele, lui si ripresentava il giorno successivo con tutta l’aria di chi le stava facendo un favore.
Stanca di sabotarsi, determinata ad evitare di percorrere l’identico calvario di sua madre (e di sua nonna), terrorizzata all’idea di non arrivare viva ai trent’anni, decise con deplorevole ritardo di uscire dal quella relazione. Sul pentagramma della propria esistenza aveva osservato con sgomento l’assenza di spazi e note e la presenza sgradita di disistima per sé stessa. Così, un bel giorno, finalmente, gettò nel cesso il Dottorato in stupidità e sopportazione.
Una felice, insperata e benedetta casualità le diede una mano. L’azienda per la quale operava le prospetto’ il trasferimento in altra città. Marika accettò senza porre condizioni, dotando di ali il suo cuore e quello della sua bambina. Con una buona dose di affanno e tormento, riuscì perfino a sfrattare lo scomodo inquilino “moroso” dal proprio appartamento, per metterlo in vendita.
La sua vita non divenne magicamente più semplice. Anzi, la paura terribile di amare, veleno di quella esperienza, portava ancora il nome di quell’uomo. Un giorno decise di partecipare ad una delle riunioni del gruppo di appoggio per “donne maltrattate”. Una volta ascoltate quelle testimonianze troppo simili alla sua, le mancò il coraggio di raccontare di essersi lasciata calpestare la dignità, congelandosi in un ruolo di crocerossina al capezzale di un amore malato.
Per la propria salute mentale, e dell’anima, scelse saggiamente di recarsi settimanalmente nello studio di una Psicologa. A distanza di circa quattro anni, grazie a quel supporto ed ai colloqui clinici, si sentì riabilitata e tornò a sorridere alla vita. Cancellate le immagini ossessive, acquistata una solida autostima, si dedicò a coltivare un giardino colorato e ben curato. Una vita di coppia autentica, serena, sana per sua figlia e per il nuovo fiore d’amore appena affacciatosi alla vita.
Oggi sa di essere una persona matura e riflessiva. Sa davvero molte cose e ritiene impossibile possa avvenire a tempi brevi un cambiamento radicale dell’universo maschile. Il potere ed il possesso sembrano essere droghe irrinunciabili e germi inestirpabili. Urge riscrivere la visione della donna che non ha avuto potere neppure su se stessa. Come l’uomo buono, intelligente, affidabile e leale che l’ha voluta nella propria vita, spera che ogni altro uomo diventi capace di comprendere, e sintonizzarsi, con il sesso femminile, imparando a manifestare le proprie emozioni; non più a mantenerle rigorosamente represse.
Da tempo lei si gira un personalissimo film dal colore rosso fuoco, in sostituzione di cortei rosa e di mimose gialle. Sogna. Sogna l’accensione di mille e più di mille falò nei quali incendiare la sagoma di Eva. Mentre sorride al pensiero di questa “luminosa” visione, che ha già condiviso con le amiche più care, dal Giornale Radio giunge una terribile notizia. In questa giornata, in Italia, sono state assassinate quattro donne. L’informazione le gela il sangue piantandosi al centro del suo petto e diffondendo il dolore nella stanza. Lascia scorrere lacrime di amarezza consapevole che non ce la può fare a scrivere un qualsiasi testo, o racconto, per l’8 marzo. Oggi, per l’ennesima volta, l’amore è stato seppellito.
L’uomo ama la tua forma,
il tuo seno, il tuo lato B,
il tuo nome, le apparenze.
Tu donna, invece, ami
un suo sguardo,
il tocco della mano,
il tono della voce,
un suo sorriso,
il carattere, il profumo,
il colore della sua pelle,
il calore del suo corpo.
In ogni essere, noi donne,
troviamo qualcosa da amare
così finiamo con l’amare tutti.
La tua amica ha suonato il campanello, uno squillo misurato. La accogli avvolta nello scialle chiaro all’uncinetto fatto da tua nonna. Il freddo è pungente, nell’aria odore di legna bruciata, in lontananza un nitrire di cavalli. Ciabattate insieme su per le scale di marmo rosa che profumano di sapone di marsiglia. Spingi la porta a vetri al primo piano ed entrate nell’ingresso che si apre sul salone: il pavimento è di marmo rosso, come si usava nelle case di campagna negli anni ‘70 del secolo scorso. Nel caminetto fiammeggiano delle candele bianche. La tua amica scorge in un lampo tutti questi dettagli insieme alla massiccia trave di rovere che sovrasta il caminetto. “Stiamo qui?” chiede mentre le fai cenno di accomodarsi nella cucina moderna nuova di zecca. “Ho visto che di là hai un bel caminetto acceso” ammicca lei con un luccichio negli occhi.
”Ma sì, stiamo pure di là” le concedi, mentre le mostri il soggiorno dove un accogliente divano a elle giallo invita a lunghe chiacchierate davanti alla grande porta finestra. Racconti alla tua amica che, anche se la stanza è luminosa, non ci stai molto volentieri perché la vista sulla piazza ti intristisce: quando eri bambina e in questa casa ci vivevano i nonni, lì davanti erano tutte marcite, non c’era un solo palazzo. Ora invece la casa si trova nel centro del paese.
La tua amica, che è tecnologica, identifica la tua Dracaena fragrans, poi collega il computer e cominciate gli esercizi di scrittura creativa. Tu scrivi a mano, vecchio stile, su un quaderno usato della nonna. Hai prodotto un incipit che non ti convince, ma vai avanti. Dopo 15 minuti vi fermate e ognuna legge ciò che ha scritto. Tu leggi senza emozioni, la tua amica ascolta e fa qualche commento. Tocca a lei. Mentre legge il suo incipit la tua mente vaga. Le fiamme delle candele danzano nel caminetto ormai in disuso. Devi chiamare il tecnico. Altri 15 minuti, ognuna di voi si tuffa nel proprio mondo interiore. Tu non senti più il tuo corpo, sei tutta dentro la scrittura. Il suono del citofono vi fa sussultare. Una voce concitata ti chiede se hai una coperta, c’è stato un incidente in piazza. Riconosci la tua amica Melania, la fai salire senza esitare. Mentre tutte e tre vi precipitate giù dalle scale con la coperta, Melania spiega che una ciclista è stata urtata da un’auto. Un’adolescente. Hanno già chiamato l’ambulanza. Forte del tuo corso di primo soccorso da volontaria della Croce Bianca, controlli le funzioni vitali della ragazza e la metti in posizione di sicurezza. I soccorsi arrivano subito, immobilizzano la malcapitata in barella e la portano al vicino ospedale a sirene spiegate. Rientrate in casa. Tu prepari un te caldo per riprendervi dall’emozione. Tra un biscottino e l’altro racconti alla tua amica che una cosa simile successe a tua nonna quando era adolescente: fu investita da un calesse. Per fortuna dei passanti intervenirono subito e lei si riprese, le rimase solo una leggera zoppia sinistra.
Tornate in soggiorno, dove le candele bruciano con fiamma flebile, annegata nella cera. Rileggi il tuo paragrafo: la calligrafia è la tua, le parole no. Le candele sembrano non esaurirsi mai.
Riponi il quaderno, la tua amica chiude il computer, la mattinata di esercizi è finita. Squilla il telefono, è Melania: è arrivata la notizia che la ragazza investita sta bene, ha una caviglia fratturata, ma l’hanno già ingessata e si riprenderà. “E’ la caviglia sinistra, vero?”chiedi. “Sì, come fai a saperlo?”. Noti che le fiamme nel caminetto ora danzano allegramente. Accompagni la tua amica al cancello, nell’aria uno zoccolìo di cavallo.
A Milano
oggi che è tutta un ombrello
ci si urta sugli autobus
come carne al macello
A Milano
dove c’è tantissima gente
per sentirti piccolo e solo
un numero, quasi un niente
A Milano
dove impera la fretta
si dimentica il sorriso
per un caffè o la sigaretta
A Milano
dove è proibito rallentare
mettere a fuoco, ridere
fermarsi a considerare
A Milano
oggi che è tutta un ombrello
sono viva, spensierata
grazie al tuo amore bello
Senza darmi un bacio
nessuna promessa
Occupato sempre e solo
a difendere il tesoro
(sconosciuto) sepolto
nel fondo del tuo cuore
Ok, tientelo stretto!
Intanto riempio la notte
di sogni, di sospiri
di illusioni e di me stessa
Pazza, pazza che sono
di scriverti non smetto