Home

“Chiunque abbia la mia età ricorda bene dove si trovava e cosa stava facendo nel preciso momento in cui, per la prima volta, sentì parlare della gara. Io ero seduto nel mio nascondiglio e guardavo i cartoni animati quando il notiziario fece irruzione sullo schermo annunciando che…”

… tutti i bambini al di sotto dei 10 anni erano invitati a partecipare a una sfida mondiale di test in cinque ambiti (maturità culturale, psicologica, emotiva, musicale, motoria) che avrebbe premiato il bambino o la bambina vincente con un viaggio di un mese per quattro persone, tutto compreso, che toccava i cinque continenti e impiegava cinque diversi mezzi di trasporto. Per partecipare era sufficiente iscriversi presso la propria scuola e versare una quota minima (se non erro erano mille lire, a quei tempi l’equivalente della mia paghetta settimanale).

 

A cena raccontai ai miei genitori del concorso mondiale, senza particolare interesse. Mia mamma invece, sempre pronta al gioco e alle sfide, mi incitò a partecipare: “Perché no?” mi disse “se gareggiano i tuoi compagni di classe, puoi partecipare anche tu”. Il ragionamento non faceva una grinza, così decisi di provare.

 

Nel corso delle cinque settimane successive la maestra ci somministrò i test, coordinati a livello centrale da un comitato organizzativo internazionale costituito da rappresentanti delle cinque discipline. Erano in ordine crescente di difficoltà. Gli ultimi furono complicatissimi e sicuramente i miei compagni ed io imparammo molte cose che altrimenti non avremmo mai neanche sognato.

 

Una volta completati, passarono diverse settimane. A quei tempi non esisteva Internet e non c’erano aggiornamenti sulle fasi di scrutinio. Un certo giorno, sentimmo l’annuncio alla radio e poi alla televisione, dissero che la selezione era conclusa e che il bambino o la bambina vincente avrebbe ricevuto la convocazione via telegramma per partecipare all’evento di premiazione, trasmesso in mondovisione sul canale 1 della RAI.

 

Nella mia classe c’era molta eccitazione. Il brusio dei bambini serpeggiava sottile finché la maestra non imponeva il silenzio, ma alla minima occasione riprendeva. Furono giorni di grande, elettrica tensione. Tutti volevano partire per l’avventuroso viaggio con la propria famiglia, tutti sognavano Paesi esotici, spiagge paradisiache, montagne con panorami mozzafiato, la giungla inesplorata, gli orsi polari, le renne, i pinguini, le rapide dei fiumi in canoa… Io non mi soffermai troppo sul pensiero, certa che sicuramente c’erano bambini intelligentissimi, molto più dotati di me.

 

Quando tornai a casa, mia mamma – che a quei tempi, fantasiosa com’era, metteva la posta per me in un cestino appeso con un elastico a 2,5 metri dal soffitto, con un pon-pon a mo’ di appiglio sotto, mi avvisò che c’era posta per me. In camera mia vidi una busta gialla nel cestino appeso. Quando l’aprii c’era un fac-simile di un telegramma: con dicitura ufficiale e burocratese una non meglio specificata “autorità mondiale penta-costituita” mi informava che no, per questa volta non avevo vinto, ma premiava la mia partecipazione e la mia buona volontà con un piccolo anellino con pietruzza colorata rossa e due cuoricini. Firmato: Mamma e Papà.

Corsi fuori ad abbracciare i miei genitori per la gioia e la sorpresa e da allora partecipai sempre con grande entusiasmo a tutti i concorsi possibili e immaginabili.

Ne vinsi diversi, di vario tipo.

 

 

 

P.S.

Arrivò primo un bambino cinese di 5 anni che risolveva difficilissimi problemi di matematica a mente, aveva per genitori due professori universitari (musica e ingegneria), una famiglia poliglotta con oltre 5 lingue rappresentate e che parlava correntemente il mandarino, l’inglese, il francese e il suo dialetto locale, suonava il violino e stava cominciando lo studio del pianoforte.

 

Pioveranno le stelle

L’affetto che Fernanda nutriva nei confronti della signora Bruna, una donna di trent’anni sposata e madre, persona seria, solida, paziente, concreta, positiva, durò la bellezza di cinque lunghi anni, ma non fu notato né raccolto e neppure ricambiato.

Sebbene ne avesse soggezione, Fernanda ammirava Bruna perché possedeva un’intelligenza ed un equilibrio invidiabili, un grande amore per la propria professione e sapeva donare calore e colore alle parole, arricchendole così la sfera esistenziale.

La signora dal canto suo però riservava eccessive attenzioni ad una certa Mariangela – unica erede di una famiglia davvero molto agiata. Costei si presentava regolarmente in ritardo, spettinata, seppure docciata di buon profumo e vestita con abiti eleganti, con regali costosi.  Fernanda nonostante i tanti talenti posseduti, mai avrebbe potuto competere con la cura che Mariangela poneva in atto nel mettersi in vista;  le era soprattutto precluso sorprendere Bruna con offerte di doni.  Inoltre, da tempo, associato ad una  timidezza cronica che rasentava la dislalia sillabica, soffriva di un disturbo, chiamato paralessia: parola orribile che lei detestava e si proibiva di pronunciare.  Avrebbe desiderato ardentemente cambiare la realtà dei fatti, che giorno dopo giorno le si ripresentava identica, amara, insopportabile, ma ancora non ne possedeva il potere.

A distanza di cinque lunghi anni, durante i quali Fernanda continuò a nutrire unilateralmente il proprio affetto, e proprio in occasione dell’ultima volta in cui ci sarebbero viste, venne sorpresa da Bruna che la pregò di attenderla all’uscita dell’edificio.

Una forte emozione si impossessò del suo cuore; seduta su uno dei bollenti scalini della rampa d’ingresso della Scuola Elementare, frequentata fino a quell’ultimo giorno, come volesse trarre coraggio dalla sua confortante presenza, stringeva incollata al petto la  cartella.   Dopo pochi minuti venne raggiunta da uno smagliante sorriso di Bruna che, staccatele pazientemente dalla cartella, una ad una, le dita sudaticce, afferrandole con vigore le mani la costrinse ad alzarsi.  Per la prima ed ultima volta la tenne tra le braccia  quasi fino a soffocare quel piccolo corpo contro il proprio energico e vellutato.

Fernanda scoppiò in un pianto irrefrenabile.  Asciugandole delicatamente le lacrime, sempre tenendosela stretta al cuore, la maestra le disse “ Puoi stare certa che non mi scorderò di te né tu di me. Sei una bambina speciale ed io posso solo augurarti un bellissimo futuro perché te lo meriti. Non piangere, vedrai che un giorno su di te pioveranno le stelle.”

 

* Oggi dedico a TUTTE VOI care compagne di viaggio, aspiranti scrittrici, questo raccontino spinta dal desiderio di donarvi la speranza di un cielo futuro costellato di nuove luci.

P.S. – Le persone che già mi avevano conosciuta ed amata nella vita precedente ricordano ancora che il mio nome era Fernanda.

 

 

Fuori da

Fuori da questa oscura notte

pieni di lividi per troppe botte

uciremo pallidissimi nel viso

sulle labbra un grande sorriso

 

Fuori da questa notte oscura

dopo il tormento e la paura

nonostante lunghissimi capelli

ci riconosceremo tutti fratelli

 

Fuori da questa notte oscura

di ognuno di noi avremo cura

guariremo le ferite sanguinanti

saremo felici davvero in tanti

 

Fuori da questa oscura notte

con chili di troppo e ossa rotte

sapremo leggerci nel cuore

riscoprendo la magia dell’Amore

“Corona Virù”

Anche oggi davanti alla Farmacia

ho pianto con donne della mia età

In una ricerca diventata già tabù

per la presenza del “Corona Virù”

odiamo la realtà che è quasi pazzia

e non ci porta a vedere un nipote

o a ricevere un abbraccio per la via

 

E queste lunghe notti in bianco

da sirene di ambulanze musicate

da guanti e mascherine terminate

da tuttologi e grandi bufale inondate

da mille notiziari visti alla Tivù

ridotti in questa silenziosa schiavitù

ci consoliano con un altro tiramisù

 

Dio è stanco. Ancora non morto

Da troppo tempo Lui si è accorto

dei nostri inutilili miti falsi idoli

della politica fatta di immoralità

di animali bruciati in quantità

di treni deragliati aerei caduti

bambini abbandonati cuori perduti

 

Troppo Male. In questa inciviltà

mancava la serenità, la serietà

avanzava corruzione e meschinità

In un vortice di stordente velocità

nessun rispetto. A zero la dignità

Inorridito, incredulo, Lui da lussù

ci donava comunque un cielo blu

 

Agli arresti di obbligata vacanza

pronti ad alimentare la speranza

torniamo a scoprire ogni virtù

pur di esorcizzare il “Corona Virù”

Un giorno Dio ci apparirà risorto

In cambio per la Sua immortalità

esige da noi preghiere di fragilità.

 

Attesa

Dio del Cielo

Bellissima

e

lunga è la vita

Migliaia e migliaia

di attimi in fila

un lungo esercito

sconfinato

 

Demone del Virus

Velocissima

e

breve è la morte

Un palpito lieve

lo spazio di una

tua orrenda

decisione

PENSIERI

Come è bello e nel contempo duro vedere il mondo che cammina, corre, svolge le mansioni che la vita quotidiana richiede. È bello e penso “come vorrei fare come gli uomini, le donne e anche molti anziani che sono in grado di muoversi….” dico questo perché da circa due anni io ho difficoltà deambulatorie accompagnate da dolori piuttosto intensi Se tutto finisse qui, nella fatica e nella sofferenza, pur facendo tutte le terapie possibili, sconforto e scoraggiamento prenderebbero il sopravvento.
Però io credo in Dio e con tutto il cuore voglio affidare a Lui la mia vita, la mia famiglia, la mia salute……ecco che si apre una prospettiva nuova perché affidarsi a Dio significa anche aderire alla Sua volontà A volte il Signore chiede il nostro SI, la nostra piena fiducia in Lui e poi ci toglie la prova come è successo ad Abramo quando Dio gli ha chiesto di sacrificare Isacco, il suo figlio unico. Dio ha messo alla prova questo gigante della fede ma poi è intervenuto e ha salvato Isacco dalla morte.
Allora con piena fiducia nel Signore che mi ama immensamente, offro le mie sofferenze mentre credo fermamente nella Sua infinita misericordia: a Lui tutto è possibile!!!! Amen

Sensibilità

La mia sensibilità,

nemico

che mi sforzo

di tenere lontano,

senza mai riuscirci,

è un dono che

mi spaventa.

 

Non mi spettava

e neppure meritavo

 

Non me la posso

togliere di dosso,

strapparla via

o gettarla di mano,

rimane in me

viva con

salde radici

 

Che ingrossano

piano, piano

 

4 marzo 2020

 

 

 

 

4 marzo 2020

2020 Anno bisesto, anno dissesto

Se ben ricordo gli antichi Romani odiavano il mese di Febbraio, così irregolare, freddo e buio, al punto da associarlo al culto dei defunti e degli inferi.    Alle scuole medie, grazie ad un’ottima professoressa di Inglese, avevo anche imparato che nel mondo anglosassone il “Leap Year” – l’anno del salto – era da sempre considerato “fortunato” e il 29 febbraio unico giorno dell’anno nel quale concedere alle donne di avanzare, in maniera seria, una richiesta di matrimonio ad un appartenente dell’universo maschile.

L’idea che oggi mi frulla in testa, lontana sia dai lutti che dalle nozze, è questa: chiedere a chiunque di voi abbia in casa un numero di confezioni di medicinali pari o superiore a quello di casa mia (e non alludo ai farmaci per l’autoisolamento predisposto dalle Autorità Sanitarie per la presenza del Corona virus, sia chiaro)… che si faccia avanti;

chiedere, inoltre, a qualcun’altra di voi che in questi primi due mesi dell’anno, come capitato a me, abbia bazzicato mediamente più di una volta al giorno Ospedali, Medico di base, Cliniche, Laboratori medici, Pronti Soccorso etc. (sia chiaro: sempre con l’esclusione dell’imprevedibile Virus di cui sopra)… che me lo faccia sapere.

Infatti, (benedetto Virus permettendo), al fine di poter allestire in maniera del tutto originale per il prossimo Natale il mio abete gigante, in pura plastica, e poi magari partecipare anche a qualche concorso che premi fantasia e creatività, ho urgente necessità di iniziare ad effettuare con chiunque, o qualcun’altra di voi, scambi di: scatole di medicine – doppie e vuote logicamente! – fotocopie di scontrini Farmacie o di Fatture saldate.   Grazie.

29 Febbraio 2020

 

Amore Viscerale

Leggere mi dona la gioia di aver imparato sempre qualcosa di nuovo, di aver depositato nella cassaforte dell’anima l’oro delle parole che mi arricchiscono e mi consentono di diventare una persona migliore e, perché no?, più intelligente.

Leggere mi alimenta: è cibo buono, gioia grande, un piacere puro e semplice; leggo di tutto dichiarandomi “divoratrice onnivora” e, talvolta, alla fine di un libro raggiungo perfino uno stato di benessere che si avvicina all’estasi.

Leggere mi dona qualcosa di cui scrivere, di cui parlare: mi aiuta a concentrarmi, imprigiona la mente dopo una faticosa giornata a contatto con la realtà e mi fa evadere consentendomi di entrare nell’immaginazione di un’altra persona.

Amo i libri, tutti, indistintamente: mi fanno sentire viva, ricordare un’infinità di cose della vita, mi impegnano, mi mettono in ansia, mi ispirano nuove idee, ravvivano desideri, traboccano di ricordi di altri libri; questo amore viscerale per i libri, da sempre ben nutrito, mi impedisce di smettere di amarli.

Da bambina ricordo di aver provato più trasporto ed affetto nei confronti dei libri che delle persone adulte; queste ultime si rivelavano incapaci di apprezzare e stimolare la mia voglia di apprendimento.   Ho riservato ai libri un posto privilegiato nell’anima ed un grande rispetto, sentimenti sempre vivi in me dal momento che, come sospetto capiti a tutti i piccoli lettori, avrei voluto essere indistintamente ognuno dei personaggi che incontravo nelle letture, per vivere la loro avventura così particolarmente diversa dalla mia.

I miei primissimi libri rappresentavano i “miei migliori amici” e amici sono rimasti. Li conservo ancora con scrupolo: può sembrare assurdo ma per nessuna ragione al mondo avrei potuto allontanarli dal mio cuore, neppure in caso di incendio.  Tantomeno con il terzo (spero ultimo) trasloco.    E’ notizia piuttosto nota che per motivi di spazio, assai limitato nel nuovo appartamento, giocoforza mi sono vista costretta a rinunciare a centinaia e centinaia di interessanti volumi. A piene mani li ho donati a parenti, amici, conoscenti, alla Caritas, Associazioni, Biblioteche e perfino ad un Carcere.   Eppure, a distanza di quattro anni, non sono riuscita a ricucire neanche in parte lo strappo patito e sono sicura che non ci riuscirò, neppure tra altri quattro.

 

Io sono Eva

Mi chiamo Eva e ho compiuto circa 6000 anni biblici. Gli anni reali non li so, è passato così tanto tempo da fare sfumare i ricordi. Ricordo bene però di essere nata nel giardino dell’Eden. Era un gran posto, verde ed ubertoso, racchiuso fra i fiumi Tigre ed Eufrate. Faceva sempre molto caldo, il che era gradito data la nostra propensione a girare come Dio ci aveva fatti. Scordatevi che fossi bionda e bianca come il latte come solitamente mi dipingono: a quei tempi non avevano ancora inventato le creme solari, quindi ero di un bel colorino brunito. Ad Adamo però piacevo così com’ero, e anche tanto. Non è che avesse poi tutta quella scelta, dato che al tempo esistevamo solo noi. A volte forse si fa di necessità virtù.

Siamo cresciuti insieme come fratello e sorella. Ogni cosa ci stupiva, ogni giorno salutava una nostra prima volta. Sono stati gli anni migliori, quelli dell’innocenza. Dio ci ha fatto da padre e da madre. Scordatevi l’immagine del Creatore come quella di un vecchio dalla barba bianca: Dio è maschio e femmina, lo ha detto anche un Papa.

D’altronde se usate un po’ di logica ci potete arrivare anche da soli: all’inizio dell’adolescenza una donna diventa signorina, che è un modo elegante per dire che le è arrivato il primo mestruo con tutti i gli annessi e connessi. Chi è a spiegare alla bambina tutto ciò che c’è da sapere sull’argomento?  Naturalmente è la mamma! I papà in genere si trincerano dietro a un semplicistico “sono cose da femmine”.

A spiegarmi tutto sul ciclo è stato quindi Dio madre, compresa la raccomandazione, dato che la pillola non era stata ancora inventata, di starci molto attenta.

Io sono la donna dei record, quella che ha aperto la strada a tutto ciò che è successo dopo al genere femminile. Fra le varie cose, sono stata la prima ad affrontare un matrimonio combinato. Non che per dirla tutta mi fosse poi dispiaciuto. D’altro canto non avevo molta scelta e, come ho già precisato, si fa di necessità virtù.

Eravamo giovanissimi e ancora molto ingenui. Soprattutto Adamo, perché si sa che le femmine sviluppano prima mentre i maschi a volte non sviluppano proprio mai. Due adolescenti a cui i genitori non avevano vietato quasi nulla, tranne quella regola così assurda di non mangiare una mela. Si sa che il frutto proibito fa gola a tutti. Noi non facevamo che pensarci, Adamo per primo, lo giuro. Però, essendo immaturo e anche un po’ vigliacco, quando siamo stati scoperti a mangiare lui ha scaricato tutta la colpa su di me.

Il resto è storia. È la comoda scusa utilizzata da tutti gli uomini per relegarci al ruolo di comprimarie, concubine, subalterne, vittime predestinate al ruolo di messaline o vergini, a partorire nel dolore per espiare la colpa.

Ma svegliatevi un po’ su, figlie mie: io ho partorito nel dolore solo perché all’epoca l’epidurale non era stata ancora inventata. Dio non è così crudele e, delle donne, ha sempre avuto il massimo rispetto. Tanto è vero che ha concesso proprio a noi il dono più grande: essere al suo pari, creatrici di nuova vita.

Un ruolo esclusivo che Adamo e i suoi figli, in fondo, non ci hanno mai perdonato. Il primo torto che hanno fatto a una donna, a me, è stata proprio l’accusa della tentazione. Una colpa, la maternità, che ci hanno fatto espiare fin dall’inizio: tutti conoscete i nomi dei figli di Adamo ed Eva: Caino, Abele e Set. Ma naturalmente hanno avuto delle sorelle, a cui è stato tramandato il dono di creare la vita. Chi si ricorda di loro? Nessuno. Sparite dalla storia che conta fin dall’inizio dei tempi.

Quanta strada abbiamo dovuto percorrere prima che sorgessimo dal torpore, prima che trovassimo la forza e il coraggio di riappropriarci della nostra identità.

Per questo oggi sono qui, in mezzo a voi, per ricordarvi chi sono. Non dimenticatelo mai quando parlate di me, prima di nominare il mio nome invano: io sono Eva, sono vostra madre, vostra sorella, vostra figlia, la vostra sposa. Io sono una donna.

1 2 3 4 10