Eleonora
Dopo averla ringraziata, Eleonora accompagnò la candidata alla porta e la congedò con la solita formula, la più comune tra gli HR: “Le faremo sapere al termine della selezione”. Poi si riaccomodò alla scrivania: le gambe unite, un piede incrociato dietro l’altro a carezzarne col dorso la caviglia, il mento appoggiato sul palmo di una mano mentre l’altra si posava sulla spalla e lo sguardo lontano, perso sul profilo delle cime innevate che facevano da sfondo alla cartolina contornata dalla grande finestra che aveva di fronte, al diciottesimo piano del grattacielo che ospitava gli uffici della multinazionale per la quale lavorava.
Era la sua postura post colloqui, quella che l’aiutava a riordinare i pezzettini di puzzle che gli esaminati avevano sparpagliato tutto intorno: bisognava raccoglierli, rielaborarli, catalogarli e infine decidere a chi dare l’opportunità di un successivo incontro, dopo la scrematura iniziale.
Al primo appuntamento della giornata si era presentato uno spavaldo giovanotto, dalla parlantina sciolta e dal sorriso stampato sul volto, un tipo pieno di sé che lei aveva messo presto in difficoltà con un paio di domande tecniche insidiose che ne avevano rivelato la scarsa preparazione. Era stato poi il turno di una giovane signora che, pur avendo maturato una significativa esperienza nel ruolo, era fuori dal mondo del lavoro da qualche tempo, licenziatasi per accudire un genitore disabile. Eleonora ne aveva ricavato una buona impressione ma la figura richiesta avrebbe dovuto integrarsi velocemente nello staff esistente e non era certa che la candidata avrebbe potuto soddisfare questa condizione. La ragazza minuta, dai mossi capelli rossi, che aveva da poco congedato, aveva mostrato un piglio garbato ma deciso, come la sua stretta di mano. Il look misurato, un paio d’anni di esperienza presentati con competenza, cui era seguita la disponibilità ad accettare nuove, stimolanti sfide e le domande pertinenti che, dietro suo invito, le aveva posto, ne facevano, per il momento, una degli aspiranti sicuramente da rivedere.
A riportarla al presente l’energico toc, toc della sua segretaria che entrò come un fulmine per ricordarle l’appuntamento dal parrucchiere e augurarle una buona serata. Le sorrise, alzando la mano aperta in segno di saluto: non ci fosse stata Monica si sarebbe dovuto inventarla! Si passò una mano tra i corti capelli biondo cenere, chiedendosi per quanto tempo ancora sarebbe riuscita a mitigarne l’incompleta, per ora, ricrescita bianca, con qualche colpo di sole. A luglio avrebbe compiuto quarantacinque anni: si consolò pensando che mancava ancora qualche mese e non era proprio il caso di anticipare l’ansia, in fondo ne aveva ancora quarantaquattro, proprio come i gatti di una famosa canzone di quando era bambina!
Bambina: ecco la parola che più di ogni altra aveva il potere di scombussolarla! Il periodo più infelice della sua vita. Aveva perso i genitori in un incidente d’auto quando aveva cinque anni ed era stata affidata all’unico parente: uno zio paterno, giornalista inviato speciale in zone di guerra che la lasciava spesso alla moglie. La coppia non aveva avuto figli e la discontinua presenza dello zio, sebbene affezionato a lei, non bastava a sopperire alla carenza di amore che la zia, donna dura e frustrata, le negava. Si era chiusa a riccio; crescendo aveva scoperto nei libri un mondo da fantasticare e poi, nello studio, il mezzo per realizzarsi. Si era laureata in Economia col massimo dei voti e da lì era iniziata la sua nuova vita.
Bloccò il flusso dei ricordi, si stava facendo tardi. Ritoccò rapidamente il rossetto e si incipriò il naso, cogliendo nello specchietto il riflesso dei suoi occhi verdi, profondi come certi piccoli laghi incastonati tra i monti. Prese borsa e cappotto e uscì nel freddo di quel tardo pomeriggio di inizio d’anno.
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