Cronaca da una città in festa

Cronaca da una città in festa

<<Pronto mamma, lo stai guardando?>>
<<Sì>>
<<Non dirmi niente, lo voglio riguardare dopo, con calma>>.
Sono ventiquattro anni che mio figlio e io seguiamo il Palio alla televisione, qualche volta insieme sul divano, qualche volta a distanza perché spesso lui sta lavorando.
<<Però, mamma, potremmo andarlo a vedere a Siena l’anno prossimo>>.
<<Sarebbe bellissimo >>, concordo.
Alla fine di maggio di quest’anno mi metto in moto per vedere il Palio dal vivo.
La ricerca non è per niente semplice: trovare i posti sui palchi è un’impresa e per la cena della vigilia in contrada ci vogliono santi in paradiso. Scomodo agenzie, comune di Siena, contradaioli, amici, familiari. Niente!
Dopo due mesi di tentativi finalmente riesco a trovare una contrada che ci ospita per la cena, ma per vedere la corsa sui palchi… nulla.
Ci resta l’alternativa della Piazza: assistere al Palio nel Campo non costa niente, ma passare quattro ore in piedi sotto il sole a quaranta gradi (tanto è il caldo di quest’anno) non garantisce a mio marito e a me di uscirne vivi.
Finalmente a una settimana dalla partenza (perché sì, abbiamo deciso di partire comunque) arriva la bella notizia: abbiamo trovato tre biglietti per i palchi. Si parte.
Siena ci accoglie in un arcobaleno di colori, tra bandiere al vento appese ai muri delle case e contrade in festa, persino i braccialetti (così i senesi chiamano i sostegni dei lampioni) portano i loro colori.
Giovani e adulti, con i fazzoletti al collo, seduti ai tavolini dei bar cantano inni e battono le mani sui tavoli, accompagnando tutto con brindisi beneauguranti.
Camminiamo tra vicoli strettissimi, alcuni incredibilmente vuoti e in uno di questi ci imbattiamo in una porta dove il cartello appeso recita: << Per favore non parlate a voce alta, il cavallo sta riposando>>. Siamo nella contrada della Lupa, una delle candidate alla vittoria.
Come noi migliaia di persone si muovono in città con un’unica meta: Piazza del Campo. L’attesa fa salire la tensione. È il sedici di agosto, il caldo non dà tregua.
<<Come faremo a resistere in piazza con questo caldo? >>, ci domandiamo tutti e tre. Ci hanno assicurato che saremo seduti all’ombra, ma chi può dirlo con certezza.
Qualche goccia però incomincia a cadere e un fuggi-fuggi generale, noi compresi, ci fa capire che non si tratterà di un temporale passeggero. Da quel momento in poi tutti guardano il cielo o Siena TV perché si sa: se piove il Palio non si corre. La bandiera verde esposta alla finestra del Palazzo Comunale ne dà conferma. Ci aspettano due giorni di agonia, poi finalmente il sole. Si correrà, il momento è arrivato.
Nel pomeriggio di martedì diciotto agosto lentamente Piazza del Campo si riempie. Il nostro palco, inizialmente occupato solo da noi e da una coppia di inglesi, seduti alla mia destra, si satura di contradaioli e scopriamo dai loro foulard blu al collo, che appartengono tutti alla contrada del Nicchio che non vince il Palio da ventotto anni. Siamo avvolti dal loro entusiasmo.
Quest’anno si sono assicurati il fantino più bravo e la sorte ha riservato loro anche il cavallo migliore, quindi tutti sperano nella vittoria. Attorno c’è chi guarda ininterrottamente l’orologio, chi si saluta, chi fa gli scongiuri, chi si siede sui gradini di accesso ai palchi perché è arrivato all’ultimo secondo. Davanti alla nostra fila un ragazzo accende una sigaretta dopo l’altra e la signora inglese muove la sua mano destra come un ventaglio per allontanare il fumo che sale verso di noi.
Inizia il corteo storico che ci catapulta nella Siena del 1500: autorità in preziosi e coloratissimi costumi rinascimentali, tamburini giovanissimi che scandiscono al passo di Diana, il tempo della sfilata, sbandieratori che lanciano verso il cielo i loro stendardi per ingraziarsi la fortuna. Lo spettacolo vale il viaggio.
Finalmente alle sette di sera entrano nel Campo i cavalli per la corsa e improvvisamente cala il silenzio. Il mossiere (che secondo me è da cambiare) chiama le contrade al canape: “ Lupa, Chiocciola, Selva, Torre, Istrice…” fino a dieci e dà la prima partenza. Annullata. Seconda partenza …annullata. Terza partenza …annullata! La piazza rumoreggia, partono migliaia di improperi verso il mossiere che alla fine, quando ormai sta diventando buio e si rischia un ulteriore rinvio della corsa, fa partire i cavalli, la partenza è buona.
Le urla e gli incitamenti si impadroniscono di Piazza del Campo, attorno a noi i contradaioli del Nicchio si alzano in piedi, incitano il fantino, battono le mani, lanciano epiteti coloriti ai cavalli delle altre contrade. Verso la fine della corsa, quando tutti stanno col fiato sospeso e per scaramanzia nessuno osa più parlare, il cavallo del Nicchio vince.
Allora una signora si gira verso la sua amica, la abbraccia e con la voce rotta dalle lacrime grida: <<S’è vinto, s’è vinto !!>>. E’ in quel momento che uno tsunami blu di persone inonda Piazza del Campo e corre verso l’arrivo per toccare il Cencio, così faticosamente conquistato. Noi restiamo immobili, al nostro posto , come ci è stato consigliato, a osservare i pianti, tantissimi, gli abbracci, i sorrisi: una contrada intera ha realizzato il suo sogno.
E’ notte e, quando l’adrenalina per la vittoria cala un pochino, i contradaioli del Nicchio si incamminano verso il Duomo a ringraziare l’Assunta, protettrice di Siena, per aver vinto il Drappellone. Andiamo anche noi.
Ci muoviamo lentamente nelle vie affollate dove rullano i tamburi al passo della Vittoria e tantissimi ragazzi e ragazze scandiscono a squarciagola:<<Nini, Nini, Nicchiooo>> e accompagnano la processione; dentro la Cattedrale mille voci intonano il TE DEUM di ringraziamento. La visione e l’ascolto sono da brividi e i video girati non renderanno l’emozione che sentiamo salire sulla nostra pelle.
Dopo un tempo infinito in cui ci lasciamo travolgere da tanta felicità usciamo sulla piazza antistante il Duomo. Mio figlio e io ci guardiamo, assentiamo col capo e conveniamo che, dopo tanti anni di Palio visto alla tivù, quest’anno a Siena s’è vinto anche noi.

Gabriella Pagani

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