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Il picchio

Raimondo scolò con attenzione le biete selvatiche. Erano le undici di un giovedì mattina e non aveva nessun posto dove essere. Da quando si era separato dalla moglie si era iscritto a un corso di riconoscimento e cucina delle erbe selvatiche e aveva scoperto che il suo giardino poteva dargli da mangiare per buona parte dell’anno senza ricorrere al supermercato. Certo la sua professione di programmatore non gli lasciava molto tempo libero, ma tra un incarico e l’altro capitava che ci fossero dei giorni vuoti, giorni che lui impiegava per preparare la terra e seminare, cioè il grosso del lavoro. Quell’anno voleva seminare le rape tonde “palla di neve”, le sue preferite, che gli piaceva cucinare lessate per poi saltarle in padella con panna e pepe, una vera bontà.

Gli capitava sempre più raramente di pensare a Sandra. Sandra che l’aveva lasciato con una lettera scritta a mano, tre pagine fitte. Non voleva più vederlo. Si era imbarcata su un catamarano alla volta delle isole Baleari, le stesse dove quarant’anni prima era scomparso suo zio tedesco. Lo zio aveva lasciato una ex-moglie e due figlie, tutte estranee, nessun’altra traccia. Voleva sparire anche Sandra?

Per il momento decise di abbandonarsi al piacere della routine. Da un po’ di tempo infatti si concedeva di svegliarsi all’ora in cui il suo corpo decideva che le pile erano cariche. Dopo aver nutrito le creature impazienti, tre gatte che gli aveva lasciato Sandra “in custodia”, si fece una doccia calda completa di shampoo e spazzolone raschia-schiena, si vestì sportivo e fece di buon passo il tragitto verso la panetteria-pasticceria del paese per acquistare il pane della sua infanzia, tre michette fragranti e leggere come una nuvola. Chiese anche un pezzo di “sfoglia di grano”, una specie di croccante pane carasau condito con profumato olio extravergine di oliva. Il commesso, il padre della panettiera, lo accontentò arrotondando il conto, senza neanche pesare la sfoglia di grano. Si sorrisero con un cenno d’intesa.

A casa Raimondo apparecchiò la tavola come faceva sempre: tovaglietta di plastica per non sciupare la tovaglia di lino ricamata a mano da Sandra, piatto coordinato, burro bavarese, marmellata di albicocche fatta in casa da Sandra, tè nero, limone fresco e miele di montagna. Era la colazione della sua infanzia quando erano in cinque attorno alla tavola e l’allegria regnava sovrana, si faticava a trovare uno spiraglio per parlare.

Dopo colazione sintonizzò la radio su un canale russo per fare esercizio di ascolto mentre rigovernava. Prese un appunto mentale di procurare gli ingredienti per il russischer Zupfkuchen, la ricetta gliel’aveva passata il suo collega di Monaco che era cresciuto a Berlino est. La cena coi colleghi era la settimana seguente, non voleva arrivare impreparato. Davanti allo specchio esaminò la pelle con qualche ruga in più e arrossamenti imprevisti e inspiegabili, si fece rapidamente la barba e si preparò a lavorare in giardino; voleva procedere per piccoli passi, quel giorno avrebbe liberato dalle erbacce il contorno dell’aiuola circolare in cui cresceva l’acetosella. Gli sarebbe piaciuto seminare il prezzemolo o qualche erba aromatica da sfoggiare nei piatti del corso di cucina. Avrebbe anche potuto offrirne un po’ a quella compagna così carina che gli sorrideva sempre.

Passando in ricognizione il soggiorno vide che era ancora sottosopra dalla serata prima. Aveva visto un film con gli amici del liceo: lattine di birra e bicchieri sporchi erano sparsi dappertutto, chicchi di popcorn sopra e sotto il divano, scorse anche un vomito delle micie. Decise di concedersi un attimo di pausa prima di riordinare il soggiorno. Fu colto di sorpresa dal ding del cellulare. Un messaggio. La compagna del corso di cucina, quella biondina tutto pepe che sembrava averlo in simpatia e non portava la fede al dito? Si sedette sul divano, controllò i messaggi: ne erano arrivati tanti, ma lei non c’era, anzi, era inattiva dalla sera precedente. Passò a leggere le notizie del giorno, poi l’edizione online di The Guardian, quindi Deutsche Welle. Gli venne come un languorino, un desiderio al basso ventre, “Sandra dove sei, con chi sei, cosa fai?”. Pensò a quante volte avevano fatto l’amore su quel divano, nelle fredde sere d’inverno mentre fuori fioccava, nei caldi pomeriggi d’estate con le tapparelle abbassate, col sottofondo del Commissario Montalbano, con le note finali del Concerto di Capodanno da Vienna. Si massaggiò l’inguine, sentì il desiderio che saliva. Prese dallo scaffale dei libri un racconto erotico, la sua mente correva, sostituiva volti e nomi insignificanti con quelli della sua vita. Placato il desiderio si ricompose, si lavò e uscì a lavorare.

In lontananza il picchio batteva sul tronco dei pioppi per la prima volta nella stagione. Era arrivata la primavera.

Il plaid troppo corto

Era un po’ che Anna era insoddisfatta, voleva chiudere la sua relazione con Marco, ma temeva la reazione di lui. Marco era il tipo d’uomo che, quando la sua donna è nervosa e gli risponde male, invece di rispondere pan per focaccia, le porta un latte macchiato durante la sosta in autostrada, quello che paga sempre lui, che si tratti di pizza, colazione o mercatino dell’usato. Era profondamente innamorato di lei, ma il loro background socio-culturale non poteva essere più diverso. Anna non passava giorno – anzi, non passava nemmeno un’ora – insieme a lui senza che la sua pressione arteriosa salisse alle stelle. Non una cosa benefica per la sua salute. Tra alti e bassi, avevano condiviso quasi un anno e mezzo. Anna era consapevole – e gliel’aveva detto – che Marco non era l’uomo giusto per lei. Tra continue proroghe auto-imposte, ora sentiva che il suo naturale anelito a una fine stava prendendo corpo, complici anche i primi timidi accenni di primavera. Senza che l’avesse deciso razionalmente, si sorprendeva a fissare gli uomini al supermercato che risvegliavano il suo interesse, fantasticava su come sarebbe stato uscire con uno dei compagni del corso di teatro, sognava una se stessa trapiantata in un’altra città, in un altro Paese, con un altro lavoro e – ovviamente – un altro fidanzato.

Un giorno, all’inizio dell’anno, ricevette un’offerta di passaggio da un compagno di corso per raggiungere il luogo di una rappresentazione a cui avrebbero assistito insieme agli altri compagni. Accettò senza esitare. Il compagno in questione era il suo preferito, fin dal primo giorno le aveva ispirato simpatia con quel suo modo franco, così raro, di rispondere alle richieste degli insegnanti. Nel corso delle lezioni si era resa conto che era un po’ polemico, ma questo non era stato sufficiente a cancellare il suo interesse.

Un giorno, al termine di una lezione particolarmente coinvolgente, gli aveva inviato un messaggio personale su WhatsApp, a cui lui aveva prontamente risposto. Ne era nata così una conversazione occasionale, piacevole, che la titillava. Lui era sposato e probabilmente con figli, le aveva raccontato della suocera che era caduta e delle ripercussioni che questo aveva avuto sulla sua vita familiare. Un velato messaggio? Un invito a lasciar perdere un uomo impegnato?

Una volta il compagno aveva anche pubblicato una rassegna di eventi organizzati dalla parrocchia e dalle ACLI, era forse uno di quelli tutti di chiesa? Non andava bene per lei. Anna comunque continuava a fantasticare.

Quando Anna gli parlò della rappresentazione, Marco si risentì perché lei non aveva prenotato il biglietto anche per lui. Fissava lo schermo del telefono con l’aria di chi guarda una lingua straniera. Si adirò ulteriormente quando Anna gli disse che aveva accettato un passaggio per raggiungere il luogo della rappresentazione. Gli rinfacciò la sua mancanza di interesse per i messaggi WhatsApp del gruppo di cui facevano parte entrambi e la sua dipendenza da lei. Ne era nato un diverbio.

“Io sono stata la prima ad attivarmi, quando ho scoperto che i biglietti dello spettacolo erano sold out, tu invece l’ultimo! Con 24 ore di ritardo!” gridò Anna sentendo già il sangue pulsarle nelle tempie.

“Non è vero!” rispose lui, cocciuto.

“Comunque non c’è problema, posso rinunciare al passaggio e venire con te” offrì Anna.

“Va bene, ti passo a prendere” rispose Marco conciliante.

Il litigio era finito, come sempre, senza risolvere nulla.

Allo spettacolo, i posti assegnati erano ai due capi opposti della sala. Su ogni sedia era scritto il nome e il cognome dell’occupante e anche di chi aveva effettuato la prenotazione. Anna scannerizzò rapida tutte le sedie della sua parte. Il cuore le fece un balzo quando vide due file avanti a lei il nome di Lorenzo. Che i posti accanto a lui fossero quelli di moglie e figli? Lui era stato uno dei pochissimi a prenotare per tempo.

Quando lo spettacolo stava per cominciare, Anna alzò lo sguardo dal cellulare richiamata dall’annuncio del presentatore. Lorenzo era seduto al posto assegnato e anche i posti vicino a lui erano occupati da due donne. Era arrivato in sala dopo tutti gli altri compagni. Non si voltò mai verso Anna e anche dopo lo spettacolo sparì subito senza che lei avesse modo di salutarlo.

Anna tornò a casa con Marco accompagnata dalle sue affermazioni banali sullo spettacolo. Sapeva di rappresentare il suo porto sicuro di fronte alle brutture del mondo. Marco che non si tirava mai indietro quando c’era da aiutare.
Fecero l’amore sul divano, poi scivolarono in un sonno agitato.

Avrebbe potuto mandare un messaggio via WhatsApp a Marco: “Lasciamo perdere lo spettacolo. Ho bisogno di riflettere e stare tranquilla. Non cercarmi, per favore”. E infatti eccola, intirizzita, ad attendere già da qualche minuto al parcheggio davanti al parchetto. Lorenzo arrivò puntuale, parcheggiò diritto, scese dall’auto e le andò incontro con un sorriso smagliante con una punta di  imbarazzo. Il suo sorriso aperto e i suoi modi accoglienti erano ciò che l’avevano colpita di più il primo giorno. La sua mancanza di timore nei confronti di perfetti estranei quali loro erano il primo giorno di lezione, la sua spontaneità, la sua disponibilità a mettersi in gioco si erano poi riconfermati lezione dopo lezione. Anna ricambiò il sorriso nel modo più caloroso che riuscì a trovare e salì svelta allacciandosi la cintura di sicurezza. Un po’ aveva sperato e un po’ aveva temuto che ci fossero anche altri compagni con Lorenzo, invece erano solo loro due. La conversazione scorreva veloce e senza imbarazzi, Anna beveva ogni sua parola e assaporava ogni momento per studiare Lorenzo in ogni più piccolo dettaglio. Lo guardò di profilo: aveva un bel naso, i lineamenti scolpiti. Non era alto, era un uomo snello, le dava una sensazione di debolezza di fronte alle sfide della vita, ma era un bell’uomo. Aveva un qualcosa di Peter Pan che la affascinava e la inquietava, sapendo quanto già fossero immaturi gli uomini in partenza, tutti gli uomini.

Lorenzo aveva delle belle labbra, proporzionate e regolari, si sorprese a immaginare come sarebbe stata la sensazione di sentirle sotto le sue e da lì… come avrebbe reagito? Sarebbe stato un bacio focoso o tenero e gentile? Si ricordò di come, durante le lezioni, a Lorenzo riuscisse bene rappresentare una disposizione amorevole, mentre a lei come alle altre donne riusciva più facile rappresentare la collera, l’impazienza o l’esasperazione. Decise di aspettare a fare la sua mossa, le piaceva che nelle questioni sentimentali fosse l’uomo a fare il primo passo. Ci sono regole non scritte da rispettare.

Lo guardava e sentiva il suo corpo scaldarsi. Le sensazioni che non provava più da molto tempo ritornarono prepotenti e la trascinarono come sopra un’onda. L’onda ormai era nata e doveva andare verso il suo traguardo. Anna era decisa a cavalcarla.

Il tragitto verso il luogo della rappresentazione era breve, faceva freddo. Anna conosceva bene il percorso. A un tratto Lorenzo imboccò una stradina che portava nella direzione opposta a quella in cui dovevano andare. Anna trattenne un moto di sorpresa e lo guardò. Lorenzo, fulmineo, voltò la testa verso di lei e le lanciò un sorriso d’intesa. Una primitiva reazione di paura lasciò subito il posto alla fiducia e al desiderio di vivere quella inaspettata avventura. Lorenzo parcheggiò davanti a un locale sul fiume. Da fuori la struttura in legno, con grandi vetrate, emanava una luce calda e intima. Sui tavolini brillavano le luci delle candele. Entrarono e si sedettero a un tavolino vicino alla finestra, dove lo sguardo spaziava sul fiume, il paesaggio malinconico e consolante insieme. Ordinarono cioccolate calde con tanta panna e le bevvero senza parlare, sprofondando negli occhi l’uno dell’altra, mentre ad Anna si attorcigliavano le budella dall’emozione. In un angolo del locale un pianista suonava musica jazz accanto a un gatto bianco e nero tale e quale Susie. Anna riconobbe In a Sentimental Mood e un’ondata di sentimentalismo la trascinò istantaneamente al di sopra di tutto. Lorenzo le fece un cenno e la prese per mano. Altre coppie stavano già ballando. I loro corpi si adattarono perfettamente l’uno all’altro e presero la forma giusta senza sforzo, come se si fossero sempre conosciuti. Ballarono lentamente per un tempo che sembrò un’eternità, poi la musica jazz divenne sincopata, Lorenzo la fece vorticare fino a farle perdere l’equilibrio. Il soffitto girava intorno a lei, Anna si sentiva quasi svenire dalla felicità.

Il miagolìo di Susie sembrava provenire da un altro mondo e svegliò Anna lentamente. Aveva le gambe gelate che spuntavano fuori dal plaid troppo corto del divano. Marco russava sonoramente mentre un filo di bava gli colava dall’angolo della bocca. Fu un duplice disgusto a farle prendere la decisione seduta stante: si alzò, si coprì alla bell’e meglio con gli abiti buttati sul pavimento la sera prima, fece uscire il gatto.

Questo racconto nasce da un esercizio di scrittura: prendere un episodio della vita e cambiargli il finale. Anna, Marco e Lorenzo torneranno presto in un’altra versione di questa storia. Quale finale sceglierà Anna?