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Oltre le mura di Olsen

L’alba si affacciava timida sul Castello di Olsen, a Praga, in una fredda giornata di novembre.

La notte aveva appena ceduto il posto alle prime luci e la città, tutt’intorno, si tingeva gradualmente di sfumature ambrate, risvegliandosi dal torpore e dal gelo. Dalle alture del castello, i tetti spioventi delle case e le guglie delle chiese si stagliavano nella luce dorata del mattino, mentre una sottile foschia avvolgeva le strade ancora deserte. All’interno, invece, i corridoi e le sale erano ancora immersi nel silenzio, con la polvere depositata sugli arredi e negli angoli più nascosti.

Le prime comitive di visitatori, tra appassionati d’arte e curiosi, non erano ancora arrivate. Ogni giorno quelle sale si riempivano di persone che percorrevano i corridoi del castello, soffermandosi ad ammirarne gli ambienti e i preziosi arredi.

Léna abitava in quel castello da sempre, o almeno da quando aveva memoria, e doveva essere davvero tanto tempo, perché non riusciva a immaginare nessun altro luogo, nessun’altra sala e nessun altro corridoio da percorrere.

Non sempre riusciva a riportare alla mente i ricordi vissuti lì: erano sprazzi di luce nel buio, che affioravano quando volevano e altrettanto repentinamente la abbandonavano.

Di solito, il ricordo che riaffiorava più nitido era quello di sé stessa con indosso l’uniforme da domestica: un abito nero, lungo fin sotto il ginocchio, con un piccolo colletto bianco . Era giovane e innocente, con le gote rosse, gli zigomi alti e i capelli castano ramato raccolti in uno chignon.

E quando si sorprendeva a ripensare a quei momenti con un sorriso di tenerezza, tutte le volte giungeva dall’alto un’ombra che ricopriva ogni cosa intorno a lei. Si faceva buio, come all’arrivo di una violenta tempesta, e tra i lampi appariva la figura di un uomo che le cingeva il collo, impedendole di fuggire.

Poi, all’improvviso, sentiva il vuoto aprirsi sotto i piedi e cominciava a urlare, mentre il suolo si avvicinava sempre più rapidamente. Ma non lo colpiva mai, il suo corpo non si schiantava mai: era come se sparisse in una nuvola e ritornasse a prima della visione, in uno stato di quiete apparente, pronta a essere sconvolta ancora e ancora, fino all’infinito e forse persino oltre.

Chi o cosa avrebbe stabilito la fine di quel tormento? E soprattutto, perché era ancora lì?

Se lo chiedeva ogni giorno, ma la risposta tardava ad arrivare. Molto probabilmente perché non era ancora pronta a scoprirla.

A rapire la sua attenzione, come ogni mattina, furono i passi veloci e decisi di Gustaf, il giovane custode incaricato di aprire al pubblico le aree visitabili. Tra queste, il Salone delle Feste e la Camera della Contessa erano ormai diventati le principali attrazioni durante le visite delle scolaresche, con i loro grandi specchi alle pareti e gli altissimi soffitti ricoperti di affreschi che raffiguravano scene di vita di corte.

Da quando Gustaf era arrivato al castello, per Léna l’oblio era diventato quasi sopportabile. Non sapeva dire perché, ma non poteva fare a meno di osservare quel ragazzo dai capelli neri tagliati a spazzola e dagli occhi nocciola, scrutandone ogni espressione e ogni movimento.

Gustaf alloggiava in un piccolo cottage alla fine del sentiero, a sud dell’edificio principale. Si era trasferito lì un mese prima e non aveva mai ricevuto visite, né da parte di amici né tantomeno di parenti. Aveva con sé un unico bagaglio, dal quale aveva tirato fuori pochi abiti e una fotografia di famiglia, che guardava tutte le sere prima di andare a letto, con aria malinconica.

Léna non poteva saperlo, ma Gustaf aveva scelto quel lavoro per lasciarsi alle spalle una vita dalla quale desiderava allontanarsi da tempo. Era cresciuto in una famiglia che aveva fatto degli espedienti e degli affari poco puliti il proprio sostentamento. Fin da ragazzo aveva assistito a situazioni che non condivideva e che, con il passare degli anni, erano diventate sempre più difficili da tollerare, fino a quella maledetta sera in cui il padre lo minacciò di ucciderlo con un coltello se si fosse rifiutato ancora di collaborare. Gustaf ricordava ancora la lama a pochi centimetri dal suo volto, l’odore acre dell’alcol e lo sguardo di quell’uomo che ormai non riconosceva più come suo padre. Fu allora che capì di dover andare via, prima che fosse troppo tardi.

La decisione di lasciare Cracovia e trasferirsi a Praga era stata improvvisa, quasi una fuga. Il piccolo cottage ai margini del castello rappresentava il primo luogo che sentiva davvero suo, dopo giorni trascorsi senza un tetto sotto cui dormire, costretto a vivere per strada.

Era giunta l’ora di aprire l’imponente portone in legno massiccio, con due grandi leoni ruggenti scolpiti nei battenti, le cui figure sembravano sorvegliare da secoli l’ingresso del castello. Gustaf venne subito investito da una ventina di adolescenti accompagnati da quello che avrebbe dovuto essere il loro professore, seppur per età e abbigliamento non se ne distinguesse più di tanto.

E ancora una volta Léna rimase colpita da quanto bizzarri fossero gli abiti di quei fanciulli. Non riusciva proprio a comprendere come potessero presentarsi in pubblico con pantaloni sdruciti, magliette così corte da lasciare scoperta la pancia e acconciature che, a suo giudizio, avevano ben poco di decoroso. Alcune ragazze, poi, mostravano con disinvoltura piccoli ornamenti infilati nel naso e nell’ombelico. Eppure, ammirava quelle fanciulle così libere, alle quali la vita aveva dato la possibilità di conoscere il mondo e di non temere di far sentire la propria voce. Per lei non era stato così.

Ma a lasciarla davvero senza parole erano quegli strani oggetti che tutti tenevano tra le mani. Piccole scatole luminose, sulle quali comparivano immagini e parole e da cui saltavano fuori suoni acuti e fastidiosi. I ragazzi le puntavano continuamente verso sé stessi o verso i propri compagni, spesso assumendo pose buffe e sorridendo in direzione di quell’insolito aggeggio. Altre volte si mettevano come in posa davanti agli enormi specchi delle sale, sollevando il braccio e inclinando la testa in modi che Léna faticava a comprendere.

Tra i tanti volti che ogni giorno attraversavano le sale del castello, quella mattina Léna ne notò uno in particolare. Era una ragazza dai lunghi capelli biondi, che indossava pantaloni molto aderenti e una maglietta rosa con al centro la stampa di una margherita bianca. Aveva trascorso buona parte della visita in compagnia di alcuni coetanei, ridendo e scambiando continuamente piccole spinte e graziose smorfie.

A un certo punto, però, qualcosa attirò l’attenzione di Léna. Un ragazzo del gruppo aveva cominciato a seguire la compagna con insistenza. Lei accelerava il passo, cercava di confondersi tra gli altri visitatori e più volte si voltava a guardarlo, ma lui continuava a starle alle calcagna. Non sembrava affatto divertita da quel gioco e, quando lui le afferrò un braccio, Léna notò il suo tentativo di liberarsi. “No, non mi va!” gli disse con tono deciso.

I due si allontanarono rapidamente dal gruppo e imboccarono un corridoio laterale, uno di quelli che Gustaf teneva rigorosamente chiusi al pubblico. La ragazza cercò di opporre resistenza, ma il compagno non sembrava intenzionato a lasciarla andare.

Léna li seguì. Non sapeva esattamente cosa avrebbe potuto fare, ma non riusciva a rimanere indifferente davanti alla paura dipinta sul volto di quella fanciulla.

Attraversarono alcune stanze ormai in disuso e salirono una stretta scala a chiocciola. Léna conosceva bene quel percorso, anche se da tempo nessuno lo percorreva più, soprattutto lei. Quando raggiunsero la sommità, si ritrovarono nella vecchia torre.

Fu allora che Léna si fermò.

Conosceva quella stanza. La conosceva fin troppo bene.

Intanto, il ragazzo aveva costretto la compagna ad arretrare fino alla grande finestra che si affacciava sul cortile . Lei cercava disperatamente di allontanarsi, mentre lui continuava a trattenerla, incurante delle sue suppliche. Un passo ancora e avrebbe potuto perdere l’equilibrio.

Léna sentì qualcosa muoversi dentro di sé. Un’immagine le attraversò la mente, poi un’altra. Le pareti della torre sembrarono deformarsi, il pavimento oscillare sotto i suoi piedi e l’aria diventare improvvisamente irrespirabile.

Vide un uomo davanti a sé. Markus, il figlio del conte Olsen in un’epoca lontana. Da tempo le rivolgeva attenzioni sempre più insistenti, cercando occasioni per avvicinarla mentre svolgeva le proprie mansioni. Lei lo aveva sempre respinto ricordandogli, per scoraggiarlo dai suoi intenti, che era un uomo di buona famiglia e che non avrebbe dovuto compromettere il proprio nome intrattenendosi con una domestica. Gli ripeteva inoltre di voler conservare la propria virtù per l’uomo che un giorno avrebbe sposato.

Per qualche tempo riuscì nell’intento ma quella terribile notte, durante una festa di Corte, la situazione precipitò. Léna era andata a recuperare altre stoviglie e lui ne approfittò per seguirla. La spinse in un angolo e le bloccò le braccia, costringendola contro il muro. Al suo ennesimo rifiuto, vide i suoi occhi iniettarsi di fiamme. Di colpo, sentì le sue mani stringerle il collo, la propria voce spezzarsi in una supplica, il tentativo disperato di divincolarsi. Poi il vuoto. La caduta. Il vento che le sferzava il viso. Il sangue sul pavimento del cortile.

Adesso ricordava.

Ricordava tutto.

Per secoli aveva vagato in quelle stanze senza riuscire a ricostruire il proprio passato. Aveva rivissuto quella caduta infinite volte, senza comprenderne la ragione. E ora, davanti a lei, un’altra ragazza stava per subire la stessa sorte.

Ma questa volta non sarebbe rimasta a guardare.

Un urlo potentissimo squarciò il silenzio della torre. Non era un grido umano, ma qualcosa di profondo e lacerante, che sembrava provenire dalle viscere stesse del castello. La lampadina appesa al soffitto esplose in una pioggia di frammenti e, un istante dopo, tutte le luci si spensero. Un fragore attraversò i corridoi, seguito dal rumore secco degli interruttori elettrici che saltavano.

Il ragazzo lasciò improvvisamente la presa. Il buio e quel grido disumano lo avevano paralizzato. La ragazza non perse tempo: si divincolò e si allontanò dalla finestra, cercando a tentoni la via d’uscita.

In quel momento, dal piano inferiore arrivò la voce di Gustaf.

«C’è qualcuno? Che cosa è successo?»

Il giovane custode aveva sentito l’urlo e il fragore provenire dalla torre. Armato della torcia che teneva sempre con sé, salì rapidamente le scale, facendosi strada nell’oscurità.

Quando raggiunse la stanza, trovò il ragazzo immobile, con il viso pallido e gli occhi spalancati, mentre la giovane tremava ancora, appoggiata alla parete.

«Che cosa è successo qui?»

La ragazza tentò di rispondere, ma le parole le si fermavano in gola. Continuava a guardarsi intorno, come se temesse che qualcosa potesse ancora apparire dal buio.

Gustaf la aiutò a scendere e chiamò i soccorsi. Prima di lasciare la torre, però, ebbe la netta sensazione che qualcuno lo stesse osservando.

Si voltò lentamente verso la finestra.

Per un istante, alla luce di un lampo che illuminò la stanza, gli sembrò di distinguere una figura femminile. Una giovane donna, con un abito scuro e i capelli raccolti sulla nuca, lo fissava in silenzio.

Gustaf rimase immobile.

Il lampo scomparve e con esso anche la figura.

Per un attimo pensò di essere diventato pazzo ma, per la prima volta da quando lavorava al castello, ebbe la certezza di non essere solo.

 

EPILOGO

Si era fatta notte.

Dalle guglie più alte del Castello di Olsen, Léna osservava Praga avvolta dalla pioggia. Le gocce le sfioravano il viso senza bagnarlo, mentre il vento le muoveva appena le ciocche sfuggite allo chignon. Sotto di lei, le luci della città tremolavano attraverso il velo d’acqua e, alle sue spalle, il castello si stagliava silenzioso, custode di una vita che ormai le sembrava appartenere a qualcun altro.

Per la prima volta dopo tanto tempo, non sentiva il peso di quelle mura. Non aveva più paura dei ricordi, né delle ombre che per secoli l’avevano ricondotta a quella notte. Aveva salvato una ragazza da una sorte che conosceva fin troppo bene. E, nel farlo, aveva finalmente ritrovato anche se stessa.

Il pensiero corse a Gustaf. Avrebbe potuto restare, continuare a osservarlo da lontano, seguirne le abitudini e trovare conforto nella sua presenza. Ma sarebbe stato davvero vivere? Non avrebbe mai potuto sfiorargli una mano, incrociare il suo sguardo senza scomparire, sedersi accanto a lui e raccontargli tutto ciò che custodiva di sé. Sarebbe rimasta ancora una volta prigioniera, questa volta di un sentimento.

Guardò un’ultima volta le torri, le finestre illuminate e i tetti della città. Poi si voltò. Non sapeva cosa l’attendesse oltre quelle mura, né dove l’avrebbe condotta il suo cammino. Ma, per la prima volta, non aveva bisogno di conoscere la risposta.

La pioggia cominciò lentamente a diminuire, fino a lasciare spazio a un silenzio nuovo. Poco dopo, le nuvole si diradarono e una luce pallida illuminò le guglie del castello.

Il mattino seguente Gustaf si svegliò prima del solito. La notte precedente continuava a riaffiorargli alla mente: il fragore improvviso, il buio, il lampo che aveva illuminato per un istante una figura femminile. Non riusciva a liberarsi da quell’immagine. Si sedette al tavolo, prese un block notes e una matita e, quasi senza rendersene conto, cominciò a tracciare alcune linee.

Disegnò il profilo di una giovane donna. Il volto appena accennato, i capelli raccolti in uno chignon e, intorno al collo, un piccolo colletto bianco.

Quando terminò, rimase a lungo a osservare il disegno. Poi lo appoggiò accanto alla fotografia di famiglia, quella che ogni sera teneva tra le mani prima di coricarsi. Per qualche istante guardò entrambe le immagini, prima di prendere la fotografia e riporla sul fondo di un cassetto. Il ritratto, invece, rimase sul tavolo proprio accanto alla finestra, dove la luce del mattino ne illuminava i contorni. Da quel giorno, sarebbe stato quel volto sconosciuto, apparso per un fugace istante durante il temporale, ad accompagnare i suoi risvegli e a popolare i suoi pensieri.