Archivia 7 Novembre 2026

Il Mercato NeuRionale

Antonio e Gino non sono ancora arrivati.

L’appuntamento qui al bar Classic era per le 8:30; sono le 8:35 e non si sono ancora fatti vivi.
Di solito sono io in ritardo e questa loro non puntualità mi rende dubbioso <<Mi sarò segnato l’ora giusta?>>
Da un po’ tempo dimentico più facilmente, così ho deciso di correre ai ripari invitando anche i mei due amici a fare lo stesso. In realtà hanno altri problemi ma un test sullo stato della loro memoria, di certo non gli farebbe male.
Sono seduto ai tavolini esterni ed oltre il profumo delle brioches, si diffondono anche le note di una vecchia canzone “Quattro amici al bar” che a pensarci bene, quei quattro amici, potevamo essere noi, coi nostri ideali. Ormai ultra-ottantenne faccio fatica a ricordare i miei ideali di cinquant’anni fa, forse perché in realtà negli anni 90, non è che avessi così grandi ideali.
Li vedo arrivare sul marciapiede lungo la via del Municipio: Antonio è claudicante mentre Gino col suo incedere arcigno, cattura l’attenzione delle giovani settantenni che lo incrociano mentre si recano alla Messa delle 8:45 con passo lesto per non arrivare in ritardo. Le campane avevano appena smesso di suonare e rischiavano di perdere l’inizio. Sarei curioso di sapere cosa si saranno sussurrate le tre signore con quel sorrisetto un po’ sbarazzino ma ricco di complicità.
Scosto di qualche centimetro il tavolo di plastica per favorire la seduta di Antonio che mi si siede di fianco; Gino è di fronte a lui in controsole ed aggrotta le sopracciglia mentre ordina al barista i soliti tre caffè.
<<Come va oggi Antonio?>> domando mentre improvvisamente inizio a sentire un po’ di freddo alle braccia. Questa arietta settembrina si fa sentire quando il sole si nasconde tra le nuvole.
<<Che vuoi che ti dica Peppino. L’ortopedico mi ha suggerito l’operazione e quando gli ho chiesto scherzosamente se mi sarei risvegliato dopo l’intervento, mi ha risposto sorridendo che al massimo sarei morto… senza sentire nulla. Onesto.>>
<<Di sicuro rimarrai più rincoglionito di quello che sei.>> interviene Gino dopo aver richiesto il dolcificante al barista.
<<Non sono rincoglionito!>> replica indignato Antonio
<<Può darsi che non sappia cosa dico…>> sghignazzando canticchio questa vecchia canzone di Battisti.
La suonavo insieme a Gioacchino quando facevamo i concertini nei localini di Milano, ma poi la famiglia, i figli e la pigrizia post-lavorativa hanno preso il sopravvento, facendoci appendere le chitarre al chiodo.
Gioacchino mi manca tanto e credo manchi tanto anche ad Antonio e Gino.
Quella strana e rara malattia ci ha privato di una compagnia di altissima qualità: uomo di cultura, amante dell’arte e della buona creanza…
Finiti i caffè ci avviamo verso il vecchio mercato, che una volta era la stazione ferroviaria, una struttura inizi ‘900 in mattoni rossi, col tetto in vetro-cemento sostenuto da pilastri ed arcate in ferro. Mi piace!
Apre alle 9 e noi con senile calma lo raggiungiamo.
Non appena ci avviciniamo all’ingresso, le guardie ci fermano per scandagliarci con l’omni-detector; <<Oggi non abbiamo indossato né cinture con esplosivi al plastico, non abbiamo portato lame in ceramica e nemmeno pistole.>> ironizzo. Il due metri e numero cinquanta di scarpa mi fissa con uno sguardo glaciale e quel sorrisetto appena accennato, mi invita a tenere chiusa la bocca.
Superato il portone a battente, in mogano (meno male automatico se no chi lo avrebbe aperto) veniamo accolti dall’ologramma “BENVENUTI AL MERCATO NEURIONALE”.
All’interno le antiche telecamere che ti seguivano mentre camminavi, sono state sostituite da videocamere mimetizzate con pannelli di ricercato design, inserite lungo le pareti.
Il mercato non è molto ampio, ha preso il posto di una stazione di paese, ma abbastanza grande da ospitare cinque stand, ognuno con la propria tipologia di prodotto: quello che offre chip neurali medicali, quello dove si trovano i chip ludici, addirittura uno dove si trovano dispositivi destinati a chi ha esigenze spirituali (mah!), uno stand dedicato solo a chi fa business (mi fa paura) e per ultimo quello dei chip usati, con delle versioni software non più aggiornabili, comunque ancora utilizzabili.
Mi rivolgo a Gino mentre passiamo davanti allo stand ludico <<Se tornassimo diciottenni?>>
Gino mi guarda e con tono sprezzante << Oeh bello! Non mi pare di essere così malconcio. Guardati te!>>.
Mentre esamino tutte le possibilità per una replica ad effetto, Antonio fa un cenno con la testa indicandoci che siamo arrivati al nostro stand. “Neurological Medical Solutions”.
Non appena ci avviciniamo, le porte a scomparsa in vetro si aprono e un androide dalle sembianze latine e maschili, lascia la postazione della reception per accoglierci. Ci raggiunge con passo morbido e deciso e con un sorriso ammaliante <<Ben arrivati signori. Benvenuti alla Neurogical Medical Solutions. Mi chiamo Peter. I signori hanno incontrato difficoltà nel raggiungerci?>> Il tono è gentile con un’inflessione lievemente milanese, un mix che rende la sua comunicazione delicata e affidabile, indistinguibile dalla nostra. Ne ho incontrati di androidi, ma questo li supera tutti e si percepisce che lui ne è consapevole.
<<Vedo se la dottoressa Serafini può raggiungerci. Mi perdonino, solo per conferma: il loro appuntamento era per le 9 e 50?>>.
<<Si.>> risponde Antonio.
<<Benissimo. Torno subito. Nel frattempo, se i signori vogliono accomodarsi…>>.
Osservo con preoccupata ammirazione il movimento della macchina; incredibile! Difficile distinguerlo da quello di un essere umano. Vedendo Peter indossare un completo della taglia perfetta, penso che il passaggio dal carbonio al silicio come manifestazione della vita, sia solo una questione di tempo.
L’attesa nel salone è allietata da un’aria classica composta tra l’800 e il ‘900; mi domando se il silenzio surreale di Gino, grande enunciatore a raffica di pensieri, non possa dipendere dalla tranquillità generata da quelle note.
Peter ritorna con un vassoio ricco di biscottini <<Se i signori vogliono gradire… La dottoressa sarà da loro tra un paio di minuti.>>
Questa maniacale ricercatezza nel linguaggio, mi spaventa; noi figli di un’esposizione comunicativa ancora riguardosa, impallidiamo di fronte alla reverenza di Peter. Chi l’avrà programmato?
Gino e Antonio seduti al mio fianco, immersi nei loro pensieri, alla vista del vassoio si alzano e prendono un paio di biscotti a testa e anch’io faccio lo stesso.
Antonio guardandosi intorno e mordendo il primo biscotto <<Ragazzi ma che razza di posto è questo. Meno male che ci sono delle piante che danno un po’ di colore e un po’ di vita se no…. >>
Finalmente si sente la voce di Gino <<Mi fa venire i brividi.>>
Penso di aver visto che un luogo così asettico solo in ospedale: era la sala operatoria dove mi avevano asportato l’appendice. Le pareti sono completamente bianche ed integre; nemmeno una crepetta, una macchiettina dovuta allo strusciamento degli abiti o al contatto delle dita. Niente di niente.
Improvvisamente <<Signori buongiorno. Scusate per l’attesa. Un secondo e sono da voi>>. Da una porticina sono uscite due donne: si avvicinano all’uscita passandoci davanti; la più giovane saluta l’altra <<Ciao mamma ci sentiamo domani. Saluta papà e digli che questo weekend ci vediamo>>.
Incrocio lo sguardo della mamma e penso << La conosco>>.
Lo stesso credo pensi lei di me.
È ormai in prossimità dell’uscita quando si volta, mi guarda ed esclama <<Peppino!>>. La osservo con aria interrogativa. So di conoscerla ma non riesco a collocarla nella mia vita,
<<Peppino non mi riconosci? Sono Luisa. Eravamo vicini di casa in città studi.>>
<<Oh, è vero! Ma dai. Chi lo avrebbe mai detto… Come stai? >>
<<Direi bene. Qualche acciacchetto da settantaduenne, ma direi che sto bene. Avendo la dottoressa in famiglia poi… Dai, non posso nascondere di essere una privilegiata. Tu piuttosto?>>
<<Sto bene anch’io. Qualche acciaccone da ottantacinquenne, ma si sopravvive. Alberto come sta?>>.
<<Alberto non sta mica tanto bene. Ha dei calcoli nel rene e la prossima settimana si farà operare. Ma che ci fai qui?>>
<<Sto accompagnando il mio amico Antonio che ha bisogno di avere qualche informazione sui nuovi chip antidolorifici che gli consentirebbero di camminare senza dolore o almeno con una riduzione. Ti presento intanto i mei amici: lui è Antonio>>
Antonio ossequioso <<Molto piacere signora>>.
<<Il piacere è tutto mio Antonio>> replica con un sorriso Luisa, poi voltandomi verso Gino <<Gino, il nostro condottiero>>.
<<Non esagerare Peppino; solo perché sono alto un metro e novanta e peso novantacinque chili? Si, in effetti rispetto a voi due… smidollati che non siete altro…>>. E dopo aver terminato la sua solita sonora risata e stringendo calorosamente la mano di Luisa <<Molto lieto signora>>.
<< Sono lieta anch’io di conoscerla Gino. Accidenti è tardissimo. Devo correre in piscina; le mie amiche non entrano senza di me.>> Saluta di nuovo la figlia e si commiata da noi.
<<Peppino salutami Michela>>.
<<Ma certo, sarà incredula quando glielo racconterò>>.
Il sorriso non è cambiato dopo quarant’anni.
La dottoressa mi si para davanti e sorridendo <<Pazzesco! Non mi vengono in mente altre parole. Non ricordo di lei; ho vissuto nella casa dei miei fino a venticinque anni, in pratica fino a qualche mese dopo della mia laurea per poi andare a Bruxelles per lavoro>>.
Le sorrido paternamente <<Vede dottoressa, mia moglie ed io abbiamo lasciato l’appartamento in Città Studi quando lei aveva un anno; non credo lei possa ricordare. In quegli anni, come ben sa, non esistevano ancora i chip neurali per memorizzare e l’unica testimonianza della mia presenza potrebbe trovarla in qualche memoria di fotocamere digitali o vecchissimi cellulari. Non credo che i suoi ne abbiano conservati>>.<<Non credo.>> e rivolgendosi ad Antonio <<Signor Antonio… La posso chiamare solo Antonio?>>
<<Si, certamente.>> risponde Antonio con un sorriso un po’ ebete. Come sempre è imbarazzatissimo quando si trova al cospetto di una signora, aggiungo, “di una bella signora”.
<<Antonio l’ho invitata nel nostro studio, per poterle mostrare alcune soluzioni che risolverebbero il suo problema. Ho letto la sua mail e mi è parso di capire che lei sarà operato a febbraio dell’anno prossimo e quindi fino a quella data vorrebbe non sentire più dolore alla gamba. L’operazione a cui sarà sottoposto, comunque, eliminerà la causa della sua sofferenza e questo è positivo perché sarà un intervento definitivo.>>.
Mentre la dottoressa conversa con Antonio, inizia a diffondersi nel salone un profumo di buccia d’agrumi: ne cerco la sorgente e noto che Peter ha appoggiato sulla scrivania della reception un’ampollone di vetro con all’interno tre bastoncini che fuoriescono dalla sommità.
L’androide mi sorride intuendo, (forse dovrei usare un verbo diverso, ma è così simile a noi), che gradisco quella fragranza.
<<Prego signori>>. La dottoressa ci invita a seguirla. Passando in prossimità della reception Gino corruga il naso annusando l’aria intrisa della fragranza di buccia d’agrumi e dimenticando le buone maniere, manifesta ripugnanza verso il diffusore. Peter, mentre segue con lo sguardo noi quattro, si accorge dell’espressione di Gino, sorride, ma non dice nulla.
Entriamo nell’ufficio della dottoressa Serafini mentre Peter, nel frattempo, accoglie una coppia un po’ più giovane di noi; da quanto riesco a sentire la coppia è entrata solo per avere informazioni.
Le pareti dell’ufficio sono bianchissime ma ricche di opere della pittrice DIPI: donne immortalate, piene di colore, riempiono di vita quell’ambiente. Strano che i quadri non siano stati appesi anche nella reception.
<<Due poltrone per favore.>> ordina la dottoressa. Non c’è nessuno nella stanza tranne che noi. Mi domando come Peter possa trasportare due poltrone, poi penso “essendo un androide avrà una forza sovrumana”; improvvisamente dal lato opposto della stanza rispetto alla scrivania della dottoressa, si apre una parete da dove partono due poltrone che si posizionano di fianco a quelle già presenti.
Antonio affascinato domanda curioso <<Si spostano sopra un cuscinetto d’aria?>>
La risposta arriva da Peter che nel frattempo era entrato portando ancora dei biscottini <<Sì signor Antonio. La dottoressa li guida telepaticamente. Pensi che queste poltrone sono un prototipo da lei progettato.>>
L’ultima frase la espone con una punta d’orgoglio che mi lascia senza parole.
Ci accomodiamo e attendiamo che la dottoressa finisca di leggere la mail che Antonio le aveva inviato.
Al termine della lettura si rivolge ad Antonio con tono gentile e rassicurante <<Antonio, come le dicevo prima, abbiamo diversi prodotti, tra i quali quello che confà alla sua esigenza. Sarà un’operazione molto semplice e non invasiva che farò direttamente qui.>>
Antonio si toglie gli occhiali, chiude lentamente le stanghette e li ripone in un borsino macramè di cotone a strisce blu e verdi che gli penzola sul petto e domanda <<Quanto tempo serve per l’intervento?>>
<<Ci vorrà circa una mezzoretta. Non sentirà nulla, e mi creda, dolore alla gamba sarà solo un ricordo, ma la cosa più importante è che non vi sono controindicazioni>>.
Antonio un po’ titubante <<Non vivrò la stessa esperienza di Neo, vero dottoressa?>> la dottoressa aggrotta le sopracciglia con aria interrogativa; Antonio se ne accorge e con aria rassegnata <<Non importa. Mi riferivo ad un personaggio di un film di fine secolo scorso>>.<<Come s’intitola?>> domanda la dottoressa
<<Matrix>> risponde Antonio
Con un sorriso accondiscendente ed una calma serafica, un cognome, una certezza, la dottoressa replica <<Lo vedrò. Ma torniamo a noi Antonio. Capisco il suo timore ma mi auguro che non sia figlio dello scetticismo. Come le ho anticipato è solo un piccolissimo dispositivo sotto-cutaneo che innestiamo dietro la parte superiore del padiglione; questo chip attraverso una nano azione elettromagnetica, interdice il segnale del dolore, ma solo quando il dolore è presente e solo relativo al ginocchio.>>
<<Non mi controllerà la mente… Vero?>> Antonio è preoccupato
<<In fondo non sarebbe male se lo facesse>> s’intromette a gamba tesa Gino.
<<Parla per te vecchio essere smisurato>> Antonio si inalbera e digrignando i denti punta l’indice verso l’amico.
Una scrosciante risata riempie la stanza.
<<No. Non si preoccupi Antonio>> La dottoressa, con tono materno, lo tranquillizza e continua <<Se lei lo consente misuriamo il grado di dolore in modo da proporle il dispositivo più adatto al suo caso. Le rubiamo solo due minuti>>.
Dalla scrivania touch, compare l’immagine di Peter << Desidera dottoressa?>>.
Guardo Gino e gli chiedo sussurrando se ha visto come abbia chiamato Peter. Gino inarca la bocca verso il basso e fa ondeggiare dall’alto al basso la testa per dirmi “boh!”.
<<Si, Peter. Sta seguendo ancora i signori che sono entrati dieci minuti fa?>>.
Rimango sbalordito dall’uso del “lei” rivolto ad un androide<<No dottoressa. Li ho appena accompagnati all’uscita>>.
<<Potrebbe raggiungerci cortesemente?>>
Davvero non capisco… La delicatezza nel linguaggio tra essere umano e macchina mi genera inquietanti interrogativi.
Peter ci raggiunge e la dottoressa <<Dovrebbe misurare il livello di dolore del signor Antonio>>.
Peter, con eleganza da maggiordomo, indicando ad Antonio la porta del laboratorio <<Signor Antonio, rimanga pure accomodato sulla poltrona. La dottoressa ha già dato l’ordine di trasferirla al laboratorio. Io la seguo>>.
La poltrona silenziosamente punta verso la porta del laboratorio che si apre non appena la distanza è di circa due metri. Antonio e Peter spariscono dalla nostra vista non appena varcano la soglia del laboratorio e la porta si richiude dietro di loro.
Con un pizzico di reverenza, ma dall’alto della differenza d’età che ci separa <<Dottoressa mi faccia capire, è un ambiente…>>. Non riesco a terminare il pensiero; la dottoressa con un sorriso pieno d’orgoglio m’interrompe <<Peppino, lei e i suoi amici siete all’interno di una delle startup più evolute del pianeta. Come ben sa i chip neurali sono prodotti da parecchio tempo e vengono usati in differenti situazioni.
Si sarà reso conto entrando nel Mercato NeuRionale, che i campi di applicazioni di questi chip sono svariati: dall’aspetto spirituale a quello medicale. La scienza…>> interrompo la descrizione <<Mi scusi. L’aspetto spirituale mi lascia un po’ perplesso.>>
<<Veda Peppino qualche anno fa si è scoperto come rinvigorire attraverso impulsi elettrici gli elementi cerebrali che gestiscono gli aspetti spirituali. Lei non ha idea dell’interesse che questa scoperta ha suscitato.>> Prosegue con un tenero sorriso <<Non appena è stata autorizzata la produzione dei chip, il produttore ha dovuto affrontare milioni di richieste da tutto il mondo. La gente, anche in un mondo ultra-digitalizzato, ha bisogno di risposte che la scienza al momento non riesce a fornire e cerca nel metafisico e nella spiritualità le ragioni della propria esistenza. Le persone che hanno richiesto questi dispositivi, sono persone sulla cinquantina interessate ad approfondire l’aspetto esistenziale, e questi chip le aiutano ad entrare, con visione metafisica, nel mondo che viene definito “Realtà Non Reale”>>.
Rimango a bocca aperta. Da non crederci <<Questo vuol dire che, lei mi inserisce il chip e io vado a Messa?>>.
<<Non esattamente Peppino>> ride a questa mia domanda <<Ah, ecco. Bene. Antonio vedo che ha terminato. Come le dicevo, pochissimi minuti per la visita.>> e rivolgendosi a Peter <<I valori?>>
<<Già inviati. Se mi vuole scusare torno in reception.>>
<<Ma certo Peter. A dopo>>. Lo seguo con lo sguardo; vi è un qualcosa in lui che mi turba. L’idea di avere difficoltà nel distinguere un essere umano da un androide, mi preoccupa.
La dottoressa osserva i dati sulla scrivania e rivolgendosi al mio amico <<Antonio, lei ha un buon livello di sopportazione del dolore. Nella scala NRS lei è a metà e…>> La dottoressa nota i nostri sguardi interrogativi <<Scusatemi, deformazione professionale. La scala NRS è una scala che indica il livello del dolore. È soggettiva, ma fornisce un dato su cui ragionare. Come stavo dicendo, il suo dolore, mi perdoni il semplicismo, è a metà della scala per cui il chip che le verrebbe innestato emetterebbe solo impulsi di media intensità.>>
Antonio annuisce pensieroso <<Quanto mi costerebbe l’innesto?>>
<<Cinquemila Euro. Se dovesse decidere in tal senso, dal momento della prenotazione al giorno dell’intervento passerebbe una settimana.>>
Antonio ci guarda cercando un supporto, ma Gino ed io rimaniamo neutrali e rivolgendosi alla dottoressa <<Mi dia un giorno per decidere>>.
<<D’accordo Antonio. Ci mancherebbe>>.
Antonio è sempre stato titubante quando ha dovuto decidere nell’affrontare interventi anche di piccola entità come questo, ma, ad onor del vero, dopo la scomparsa di Gioacchino ha iniziato a prendersi cura della sua salute con più risolutezza.
<<Dottoressa?>>
<<Si, mi dica Peppino.>>
<<Ha qualche soluzione per la memoria? Sa, piano piano la sto perdendo.>>
<<Si, certo. Le do un suggerimento: pensi ad un chip rigenerato. Mi creda funzionano bene e costano la metà. Lo stand di fronte al nostro tratta proprio quella tipologia. Facciamo parte dello stesso gruppo e le posso garantire che il servizio è impeccabile. Se me lo consentite, vorrei rubarvi qualche minuto.>>
Gino ironico come un elefante in un negozio di cristalli <<Per quello che dobbiamo fare.>> nel mentre entra Peter, si avvicina alla dottoressa e le sussurra qualcosa all’orecchio. Il volto della signora si fa paonazzo ed esclama << È proprio un cretino!>> ed incrociando con aria rassegnata lo sguardo impassibile di Peter <<Non voglio crederci>> e voltandosi verso di noi <<Scusatemi. Avere figli adolescenti… ma torniamo a noi>>.
Si prende un attimo di pausa <<È una proposta commerciale particolare; la nostra missione, come penso abbiate notato, è quella di mantenere in efficienza il corpo e la mente. Non siamo interessati a manipolazioni cerebrali per rendere superdotate le persone. La nostra ricerca e i nostri prodotti hanno il solo fine di mantenere attive il più possibile, tutte le funzioni della persona, compatibilmente all’età. Ma ci siamo spinti un pochino oltre. Mi spiego: ogni sei mesi le neuroscienze scoprono nuovi meccanismi del cervello ed insieme alla tecnologia si cerca trovare soluzioni a problemi sempre più complessi. Una delle recenti scoperte, anche se di due anni fa, è stata quella relativa ai processi elettrochimici che, passatemi il termine, generano la coscienza>>.
La sto ascoltando con estrema curiosità
<<Spero di non annoiarvi>>.
<<No, no>> replica Gino
<<Bene. L’anno scorso siamo riusciti a creare un chip che immagazzina la coscienza di un essere umano. Ci siamo dati un limite: non si devono immagazzinare i ricordi del soggetto donatore.>>
Interviene Antonio <<Mi scusi se il donatore è un violento, un assassino?>>
<<Viene fatta un’analisi comportamentale e storica del soggetto prima di accettare la sua donazione.>>
A questo punto domando se questi chip vengono innestati in altre persone.
<<No Peppino, solo negli androidi. >>
Gino con la sua proverbiale delicatezza <<Ci sta forse dicendo che ha intenzione di addormentarci, immagazzinare la nostra coscienza e inserirla in qualche macchina? >>
<<Sinceramente no. Ho intenzione di chiedervi se sareste disposti, dietro lauto compenso, a cedere la vostra coscienza poco prima che…>>
A questo punto Antonio esclama <<Poco prima che moriamo!>>
La dottoressa interviene su questo pensiero definitivo di Antonio <<In pratica è così>>.
Gino come al solito, con robusta sfacciataggine <<Ci sta ricordando che siamo vecchi? Lo sappiamo da noi>>.
La replica della dottoressa è gentile ma implacabile. <<Gino, siamo realisti. La vostra è un’età che spinge a riflessioni diverse dalla mia. Dall’ultimo dato la qualità della vita è buona anche a novantasette anni e, mi creda, non è mia intenzione accelerare il corso dell’esistenza di nessuno. Sono solo interessata ad una nuova branca delle neuroscienze che si occupa dell’immortalità anche se limitata alla coscienza.>>.
Lo sguardo della dottoressa Serafini è ipnotico; Gino non riesce a proferire parola.
L’argomento mi lascia sgomento.
La dottoressa prosegue <<Un altro aspetto fondamentale è che non trasferiamo la coscienza a nessun essere umano ma solo ad androidi e, ribadisco, solo la coscienza, non i ricordi.>> E rivolgendosi verso la scrivania <<Peter potrebbe raggiungerci?>>
Dopo dieci secondi la porta si apre ed entra Peter, elegante nel portamento e nell’abbigliamento. Un vero gentiluomo o forse sarebbe meglio dire “gentilandroide”. Ma sorvoliamo.
Peter ci supera e si affianca alla dottoressa e dopo aver ricevuto un messaggio telepatico <<Oh, ma certo dottoressa>> e sorridendo <<I signori avranno notato la differenza tra i comuni androidi e me. Alcuni mesi fa l’equipe della dottoressa mi ha inserito il prototipo di un chip di coscienza proveniente da un uomo che svolgeva l’attività di maggiordomo. Oltre quello non so. Non ho nessuna informazione relativa al donatore. Io rappresento la quintessenza della persona che ha ceduto la propria coscienza.>>
Sono sconcertato.
I miei due amici si guardano perplessi; forse non hanno ben compreso il significato delle parole dell’androide o forse non hanno realizzato quello che Peter rappresenta. Immagazzinamento e distribuzione della coscienza!
<<Mi scusi dottoressa, ma la domanda ovvia è “se anziché il maggiordomo, fosse un dittatorino che beneficiasse, con la compiacenza di qualche suo collega, della possibilità di avere la sua perfidia innestata in un androide, secondo lei cosa potrebbe accadere?>>.
<<Peppino qui si tratta di sviluppo scientifico. La discussione sull’etica è stata già affrontata con il risultato che lo scienziato fa lo scienziato. È il politico l’artefice delle conseguenze delle scoperte. Come dicevo prima, i controlli sono infiniti prima di arrivare all’avvallo della richiesta ed è estremamente improbabile che un dittatore possa passeggiare indisturbato nel tempo. Non nego, però, che possano nascere scenari come da lei descritti.>>
<<Quindi>> interviene Antonio <<non possiamo escludere che questo scenario esista già>>.
La dottoressa e Peter si guardano e l’androide con la sua solida affabilità <<non siamo a conoscenza dell’esistenza di androidi, che definirei, cattivi>> e con stile lascia la stanza.
Mi sbagliavo su Gino e Antonio. Hanno compreso molto bene il significato delle parole dell’androide. Gino, è chiaro a tutti, non ha gradito come la dottoressa abbia liquidato con due parole il concetto sull’etica, rimandando a terzi la responsabilità di scoperte potenzialmente pericolose per la società, come se uno scienziato non capisse che cosa potrebbe comportare l’uso di una sua scoperta.
Antonio a questo punto interviene <<Trovo tutto interessante dottoressa: sulla coscienza ci devo pensare mentre per il dolore mi ha convinto. Domani mattina ci risentiamo per i dettagli>>.
Mentre Peter torna alla reception, la dottoressa Serafini si rivolge ad Antonio <<Sono contenta che abbia accettato la nostra proposta. Non se ne pentirà>> e sempre con quel sorriso ammaliante rivolgendosi a tutti e tre <<Per ciò che riguarda l’immagazzinamento della coscienza, vorrei che ci pensaste bene. Il compenso è a due cifre e la prima è oltre il tre. Però prima di accomiatarci, in virtù della presenza di Peppino, volevo confessarvi un particolare. Con Peppino, per pura sincronicità, ci siamo rincontrati dopo una quarantina d’anni e notando la felice sorpresa nei volti sia suo che di mia mamma, ho inteso che siamo stati dei vicini, anche se io per poco tempo, molto affiatati. Quello di cui volevo farvi partecipi è questo: il maggiordomo dentro Peter, è la persona che ha lavorato per la mia famiglia da quando avevo cinque anni. Peppino si ricorderà benissimo chi lo aveva presentato ai miei genitori>>.
Sgrano gli occhi e rimango impietrito. L’unica parola che riesco a pronunciare è il nome di Gioacchino.
A quel punto realizzo a cosa era dovuto il susseguirsi di quelle sensazioni che Peter mi suscitava.
Gioacchino barionico non esisteva più, ma esisteva la sua essenza, il Gioacchino da percepire. La sua eleganza non è morta con lui, ma è conservata e la si può trasmettere.
La dottoressa continua <<Non pensavo veniste tutti e tre. Gioacchino rimase sempre in contatto con la mia famiglia e con me, e quando ci si vedeva, d’obbligo ai compleanni, raccontava delle partite a carte, delle discussioni politiche e ogni tanto prendeva in mano la chitarra che avevamo in casa e ci deliziava con qualche canzone. La sua preferita era…>> la interrompo <<Something real>>. <<Eh si>> prosegue la dottoressa <<una stupenda canzone di Phoebe Snow. Quando lessi la mail di Antonio, Antonio Palazzini, mi resi conto della straordinaria coincidenza. Antonio nomina lei Peppino, il Giuseppe Corsi che aveva contattato la Neurogical Medical Solutions per risolvere il problema memoria, e la indica come l’amico che gli aveva suggerito di scriverci. Vi posso assicurare che è un evento straordinario, quasi fosse stato preconfezionato, avere gli amici di Gioacchino e, in fondo, riunire un quartetto che ha condiviso per anni il tempo e, diciamolo, la vita.
<<Un trio e qualcosa>> corregge Gino, e con un pochino di amarezza la dottoressa rivolgendosi a Gino <<La capisco Gino, ma la parte più profonda di Gioacchino continua ad esistere>>.
Rimaniamo qualche secondo in silenzio.
La dottoressa alzandosi <<Signori, a breve dovrò onorare un appuntamento e purtroppo non ho modo di poter condividere con voi altri minuti. Sono felice di aver conosciuto Antonio e Gino e di aver rivisto lei, Peppino, anche se in realtà non ho ricordi personali>>.
Anche noi ci alziamo e stringendoci la mano la dottoressa ci esorta a riflettere sulla sua proposta.
Usciamo dal suo studio dalle bianche pareti, su cui si stagliano i colori delle donne di DIPI e ci ritroviamo dopo alcuni passi di fianco alla postazione di Peter. Ci avviciniamo all’androide e gli stringiamo la mano; si, gli stringiamo la mano. Mai avrei pensato di condividere un gesto così naturale con una macchina, una macchina con il cuore di Gioacchino.
Nel salutarlo, lo guardo negli occhi, sarebbe meglio dire telecamere, ma hanno le stesse fattezze degli occhi: bulbi, iridi, pupille, capillari; lui risponde ai miei occhi, sorride e a quel punto mi viene voglia di abbracciarlo ma freno quell’ingiustificabile impulso. Non posso farlo, è un androide, ma non riesco a trattenere una lacrima di commozione. Gioacchino.

 

 

Anime Perse

Capitolo 1
Inizio

Sapevo che entrare in un campo di concentramento sarebbe stata una esperienza forte, dura da affrontare. E così fu.
Ero con Daniela, mia moglie, e già quando ci avvicinammo al grande portale d’ingresso cominciai ad avvertire un peso, un grande peso che incombeva pressante su ogni parte di me.
Ero immediatamente entrato in comunicazione con tutte le anime ancorate all’infinito sulla collina vicino a Mathausen.
L’aria era tiepida, come può esserlo durante un pomeriggio di inizio estate, il cielo limpido e tutto quello che ci circondava si poteva vedere con chiarezza, senza ombre.
Il mio corpo però iniziò subito a sentire freddo, un freddo innaturale che nessun termometro avrebbe potuto misurare. Brividi continui e persistenti mi obbligarono a fermarmi per capire cosa stesse succedendo.
Iniziai a guardarmi intorno. Di fronte a noi un lungo viale separava la parte museale di quel luogo terribile dalle baracche e dal cimitero.
Fu in quel momento che mi sentii improvvisamente distaccato dal mondo e che una voce incominciò a parlarmi. Non era mia moglie, me ne resi conto immediatamente.
“Ciao Alberto, sono Marcin, avevo 22 anni quando persi il contatto con il mio corpo. Sono qui vicino a te, non avere paura. Il capo ha scelto me, tra le oltre novantamila anime di questo luogo per affiancarti mentre visiterai questo campo dove la sofferenza è di casa.”
I brividi iniziarono a cambiare frequenza e lentamente rallentavano.
Feci subito dei grandi respiri per riuscire a metabolizzare quanto stava succedendo ed essere pronto a proseguire la visita.
Presi la mano di Daniela, nel tentativo di ritrovare qualcosa di caldo e di umano. Fu inutile. Anche la sua mano era gelida.
Il suo viso era impallidito come non mi era mai capitato di vedere.
“Daniela, che succede?” le chiesi preoccupato.
“Non lo so Alberto, non capisco cosa mi stia capitando, non ho mai provato un freddo così”, mi rispose con voce sottile e impaurita.
“Non vi preoccupate, andrà tutto bene, siete protetti da tutti noi, dillo a Daniela” disse Marcin.
Abbracciai subito Daniela per rassicurarla e farle percepire la mia vicinanza.
Non era un semplice gesto di affetto. Anche io avevo bisogno di sentire che non ero solo. Per la prima volta stavamo affrontando un’esperienza che avrebbe lasciato un segno profondo nei nostri ricordi.

Capitolo 2
Marcin

La vita a Varsavia non era facile per un ragazzo che viveva in una grande famiglia circense. Il Circo Miroslaw, di base a Varsavia, quando poteva girava per tutta la Polonia, sconfinando qualche volta in Russia o in Cecoslovacchia. Era una bella vita, libera e con poche regole da rispettare, salvo l’obbligo di studiare i libri sacri dell’ebraismo e rispettarne i precetti ed i comandamenti.
Qualcuno più fortunato, tra i bambini, riusciva a partecipare con piccoli ruoli agli spettacoli domenicali, soprattutto con i clown.
A me piaceva suonare la batteria, così ero entrato nell’orchestrina che accompagnava le varie esibizioni e la parata finale.
Avevamo pochi animali: quattro cavalli, con cui i miei genitori si esibivano, una dozzina di galline, con relativo gallo, e qualche coniglio. Erano il nostro prezioso patrimonio su cui contare per sostentarci nei frequenti periodi di magri incassi.
L’inizio della guerra con l’invasione tedesca del 1939 ci obbligò a rallentare gli spettacoli fino ad interromperli.
Provammo più volte a spostarci sia verso est che verso sud, ma la situazione era drammaticamente bloccata ovunque.
La serenità sparì il giorno in cui una pattuglia delle SS circondò il circo e ci radunò tutti sotto il tendone principale.
A nulla servirono le nostre proteste mentre venivamo spinti e colpiti dai soldati con i fucili che intimavano di sederci per terra.
Solo ai nonni Josek e Ruchla, novantenni, fu permesso di stare seduti su due sedie di legno. Ma durò poco.
Uno ad uno dovemmo dichiarare i nostri nomi ad un militare che lo annotò su un grande quaderno, con luogo e data di nascita.
Fummo subito caricati sul cassone di un camion scoperto ed entro poche ore eravamo già in viaggio, ammucchiati dentro un carro bestiame con le porte sigillate che puzzava di sterco di mucca.
Solo lì scoprimmo che tutti i nostri compagni di viaggio erano ebrei come noi.
Appena arrivammo a destinazione ci fecero spogliare dei nostri vestiti per farci indossare una specie di pigiama a righe bianche e nere su cui spiccava una stella gialla con la scritta “Jude“.
Gli uomini furono separati dalle donne e dai bambini. Tutti finimmo ammucchiati in grandi baracche di legno con letti a castello a tre o quattro livelli.
Per coprirci, avevamo solo una coperta.
Il pasto, quando arrivava, era sempre a base di pane ammollato in una brodaglia con qualche patata e altre cose irriconoscibili.
La vita fu davvero difficile. I più giovani e gli adulti di buona corporatura, venivamo portati ogni giorno a spaccare pietre nella vicina cava di granito. Con il nostro sangue e sudore stavamo contribuendo alla costruzione delle grandi opere naziste in Germania.
Ogni tanto, cercavo di allontanarmi con la mente da quel posto, pensando a quando suonavo la batteria. Per due anni invece non feci altro che pestare uno scalpello sulla parete della cava mentre un soldato armato di fucile mi controllava.
Ho visto tante persone morire, sfiancate dal lavoro, dal freddo e dalla fame. Poi sparivano, non venivano seppellite. A qualcuno di noi era toccato portare quello che restava di quei corpi in una palazzina con tanti forni crematori che restavano sempre accesi. Dalle ciminiere usciva un fumo dall’odore acre, forte, che non si riusciva ad ignorare.
L’unico beneficio che questo duro lavoro ci concedeva era di poter avere il pasto garantito ogni sera. Non tutti resistevano a lungo a quello strazio ed io fui tra i pochi che riuscì a sopravvivere per ben 2 anni finendo poi in uno dei forni crematori.
“Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” Non fu solo una frase del Libro della Genesi che avevo studiato.

Capitolo 3
La visita

Passato il primo momento di sgomento Daniela ed io attraversammo il grande portone, mano nella mano. Andammo verso le prime baracche soffermandoci a leggere i cartelli posti agli ingressi in numerose lingue tra cui l’italiano.
“Alberto, quello che stai vedendo è stato tutto ricostruito.” Disse Marcin “Ora forse sentirai odore di pulito, vedrai ordine e pulizia. Quando c’eravamo noi invece, la prima cosa che percepivi entrando era l’odore acre di carne bruciata che aveva impregnato ogni cosa, comprese le pareti delle baracche.
Il fumo e la cenere che uscivano dalle alte ciminiere dei forni, con la pioggia e la neve finivano sul campo e su tutti noi. Ci obbligavano a fare la doccia nudi, magari sotto getti di acqua gelida, ma niente riusciva a far sparire quell’odore. Solo la morte per polmonite o per sfiancamento dal lavoro nella cava ce ne liberava.”
Non riuscivo a rispondere nè a fare alcun commento a quello che vedevo. Continuammo a camminare in silenzio. Con Daniela scambiammo solo qualche occhiata e rari cenni con la testa per dirci cosa fare, dove andare. Sempre tenendoci per la mano.
Entrammo nelle baracche, e le tante immagini e filmati con cui era stato documentato quello che succedeva lì dentro, non ultimo “La vita è bella” di Roberto Benigni, si miscelavano con la realtà di ciò che avevamo intorno.
Gli esseri viventi, trattati non più come esseri umani, ridotti pelle e ossa ora la mia mente li vedeva lì, su quelle brande o nel cortile ad elemosinare un pasto.
Ogni volta che uscivamo all’aperto sentivo il bisogno di respirare e di guardare il cielo azzurro per ritrovare il senso della libertà, dello spazio infinito.
“Fai bene” riprese Marcin “Devi liberare il tuo corpo dell’aria che hai respirato dentro ogni luogo in cui sei entrato o in cui entrerai. Ora però andiamo a trovare i pochi che hanno avuto la fortuna di avere una sepoltura ed una lapide fatta dai soldati russi. Non ci troverai nessuno dei miei familiari, morimmo tutti prima che la guerra finisse e che i russi potessero arrivare.”
Seguimmo l’indicazione di Marcin attraversando il cimitero, ma quasi di corsa.
Sia io che Daniela capimmo che il dolore delle anime che erano sotto quelle lapidi, spesso senza un nome e con un numero, si avvertiva ancora più forte.
“Alberto faccio sempre più fatica a stare qui” disse Daniela “per favore andiamo via. Cosa dobbiamo ancora vedere? Non è abbastanza ciò che abbiamo visto fino ad ora?”
Non parlai a Daniela di Marcin. Avrei solo peggiorato il suo stato d’animo già abbastanza provato.
“Facciamo solo un passaggio veloce nel museo, dai!” le dissi riprendendole la mano “Sapevo che non ci sarebbe stato da divertirsi qui. Dai, un ultimo sforzo, in venti minuti saremo fuori. Tra l’altro tra poco chiuderà” Mentre lo dicevo, il pensiero di restare chiusi in quel campo mi fece correre un brivido lungo la schiena così forte da farmi quasi svenire.
“Albertooooooo, cosa fai?” Mi urlò Marcin all’orecchio destro.
Quell’urlo lo sentii così forte da percepirlo come fosse reale e mi scosse subito.
Daniela fu stupita da questi miei movimenti, ma vide che mi stavo riprendendo e si tranquillizzò.
“Ci sei Alberto? Dai andiamo, prima finiamo prima andiamo verso Vienna.” Le feci un sorriso e le diedi un bacio sulle guance gelide.
Scendemmo le scale che accedevano all’ampio spazio museale per poi continuare la discesa seguendo i cartelli in tedesco ‘Gaskammer’. Non serviva la traduzione per capire dove stavamo andando.
Fu il momento più terribile di quel pomeriggio, soprattutto dopo aver letto la minuziosa descrizione del cartello ed aver visto i numerosi incavi sulle pareti, che se non ne avessi conosciuta l’origine, non avrei saputo spiegare.
Fuori di quella stanza invece i numerosi forni, non troppo diversi da quelli utilizzati oggi per cremare i corpi dei defunti. Ma vederli collocati lì, fece un altro effetto.


L’orrore di quanto stavamo vedendo e leggendo sovrastò ogni altro sentimento o pensiero potessimo avere in quel contesto. Non sentivo neanche Marcin, che fino a poco prima mi raccontava dettagli inediti di quanto avveniva in quel campo.
“Daniela, sai che sento sempre di più le anime perse delle migliaia di anime morte in questo luogo? Sento che mi passano vicine, mi sfiorano veloci a ripetizione.”
“Amore, sai che le sto sentendo anche io?” rispose Daniela “Non ho detto niente fino ad ora. È la prima volta che provo una cosa simile. Che posto orrendo è stato questo campo di concentramento? “
Rimasi stupito dalle parole di Daniela. Per la prima volta stavamo vivendo una esperienza di vita così forte da sovrastare qualunque cosa avessimo fatto nelle nostre vite.
Fu allora che senza aggiungere altro risalimmo con passo svelto le scale per raggiungere l’uscita più velocemente possibile.
Gli spazi in quel sotterraneo erano troppo angusti per riuscire a starci un minuto di più. Raggiunto il piano stradale facemmo entrambi un grande respiro, sia per il fiatone che ci era venuto dopo aver salito le scale di corsa, sia per tentare di liberarci dell’oppressione che ci stava attanagliando.
“Credo proprio che la vostra visita finisca qui” disse un po’ sconsolato Marcin “sta calando la sera ed il campo chiude. Non vi spaventate se trovate il portale serrato, basta che prendiate il sentiero che costeggia il cimitero polacco ed arriverete facilmente al parcheggio”. “Grazie Marcin per la compagnia e le spiegazioni. Ti auguro di trovare pace” gli risposi, stavolta facendomi sentire da Daniela che mi guardò strabuzzando gli occhi per la sorpresa. Le feci cenno che poi le avrei spiegato.
Arrivammo alla macchina ed una volta dentro le spiegai cosa era successo durante le due ore della visita dentro il campo di Mathausen. Le raccontai di Marcin e della sua storia.

Alla fine, ci stringemmo in un abbraccio così forte come mai era accaduto tra noi. Nonostante ci conoscessimo da tempo e fossimo sposati da 3 anni, quella giornata aveva aggiunto qualcosa di importante alla nostra vita che mai avremmo potuto cancellare.

Oltre le mura di Olsen

L’alba si affacciava timida sul Castello di Olsen, a Praga, in una fredda giornata di novembre.

La notte aveva appena ceduto il posto alle prime luci e la città, tutt’intorno, si tingeva gradualmente di sfumature ambrate, risvegliandosi dal torpore e dal gelo. Dalle alture del castello, i tetti spioventi delle case e le guglie delle chiese si stagliavano nella luce dorata del mattino, mentre una sottile foschia avvolgeva le strade ancora deserte. All’interno, invece, i corridoi e le sale erano ancora immersi nel silenzio, con la polvere depositata sugli arredi e negli angoli più nascosti.

Le prime comitive di visitatori, tra appassionati d’arte e curiosi, non erano ancora arrivate. Ogni giorno quelle sale si riempivano di persone che percorrevano i corridoi del castello, soffermandosi ad ammirarne gli ambienti e i preziosi arredi.

Léna abitava in quel castello da sempre, o almeno da quando aveva memoria, e doveva essere davvero tanto tempo, perché non riusciva a immaginare nessun altro luogo, nessun’altra sala e nessun altro corridoio da percorrere.

Non sempre riusciva a riportare alla mente i ricordi vissuti lì: erano sprazzi di luce nel buio, che affioravano quando volevano e altrettanto repentinamente la abbandonavano.

Di solito, il ricordo che riaffiorava più nitido era quello di sé stessa con indosso l’uniforme da domestica: un abito nero, lungo fin sotto il ginocchio, con un piccolo colletto bianco . Era giovane e innocente, con le gote rosse, gli zigomi alti e i capelli castano ramato raccolti in uno chignon.

E quando si sorprendeva a ripensare a quei momenti con un sorriso di tenerezza, tutte le volte giungeva dall’alto un’ombra che ricopriva ogni cosa intorno a lei. Si faceva buio, come all’arrivo di una violenta tempesta, e tra i lampi appariva la figura di un uomo che le cingeva il collo, impedendole di fuggire.

Poi, all’improvviso, sentiva il vuoto aprirsi sotto i piedi e cominciava a urlare, mentre il suolo si avvicinava sempre più rapidamente. Ma non lo colpiva mai, il suo corpo non si schiantava mai: era come se sparisse in una nuvola e ritornasse a prima della visione, in uno stato di quiete apparente, pronta a essere sconvolta ancora e ancora, fino all’infinito e forse persino oltre.

Chi o cosa avrebbe stabilito la fine di quel tormento? E soprattutto, perché era ancora lì?

Se lo chiedeva ogni giorno, ma la risposta tardava ad arrivare. Molto probabilmente perché non era ancora pronta a scoprirla.

A rapire la sua attenzione, come ogni mattina, furono i passi veloci e decisi di Gustaf, il giovane custode incaricato di aprire al pubblico le aree visitabili. Tra queste, il Salone delle Feste e la Camera della Contessa erano ormai diventati le principali attrazioni durante le visite delle scolaresche, con i loro grandi specchi alle pareti e gli altissimi soffitti ricoperti di affreschi che raffiguravano scene di vita di corte.

Da quando Gustaf era arrivato al castello, per Léna l’oblio era diventato quasi sopportabile. Non sapeva dire perché, ma non poteva fare a meno di osservare quel ragazzo dai capelli neri tagliati a spazzola e dagli occhi nocciola, scrutandone ogni espressione e ogni movimento.

Gustaf alloggiava in un piccolo cottage alla fine del sentiero, a sud dell’edificio principale. Si era trasferito lì un mese prima e non aveva mai ricevuto visite, né da parte di amici né tantomeno di parenti. Aveva con sé un unico bagaglio, dal quale aveva tirato fuori pochi abiti e una fotografia di famiglia, che guardava tutte le sere prima di andare a letto, con aria malinconica.

Léna non poteva saperlo, ma Gustaf aveva scelto quel lavoro per lasciarsi alle spalle una vita dalla quale desiderava allontanarsi da tempo. Era cresciuto in una famiglia che aveva fatto degli espedienti e degli affari poco puliti il proprio sostentamento. Fin da ragazzo aveva assistito a situazioni che non condivideva e che, con il passare degli anni, erano diventate sempre più difficili da tollerare, fino a quella maledetta sera in cui il padre lo minacciò di ucciderlo con un coltello se si fosse rifiutato ancora di collaborare. Gustaf ricordava ancora la lama a pochi centimetri dal suo volto, l’odore acre dell’alcol e lo sguardo di quell’uomo che ormai non riconosceva più come suo padre. Fu allora che capì di dover andare via, prima che fosse troppo tardi.

La decisione di lasciare Cracovia e trasferirsi a Praga era stata improvvisa, quasi una fuga. Il piccolo cottage ai margini del castello rappresentava il primo luogo che sentiva davvero suo, dopo giorni trascorsi senza un tetto sotto cui dormire, costretto a vivere per strada.

Era giunta l’ora di aprire l’imponente portone in legno massiccio, con due grandi leoni ruggenti scolpiti nei battenti, le cui figure sembravano sorvegliare da secoli l’ingresso del castello. Gustaf venne subito investito da una ventina di adolescenti accompagnati da quello che avrebbe dovuto essere il loro professore, seppur per età e abbigliamento non se ne distinguesse più di tanto.

E ancora una volta Léna rimase colpita da quanto bizzarri fossero gli abiti di quei fanciulli. Non riusciva proprio a comprendere come potessero presentarsi in pubblico con pantaloni sdruciti, magliette così corte da lasciare scoperta la pancia e acconciature che, a suo giudizio, avevano ben poco di decoroso. Alcune ragazze, poi, mostravano con disinvoltura piccoli ornamenti infilati nel naso e nell’ombelico. Eppure, ammirava quelle fanciulle così libere, alle quali la vita aveva dato la possibilità di conoscere il mondo e di non temere di far sentire la propria voce. Per lei non era stato così.

Ma a lasciarla davvero senza parole erano quegli strani oggetti che tutti tenevano tra le mani. Piccole scatole luminose, sulle quali comparivano immagini e parole e da cui saltavano fuori suoni acuti e fastidiosi. I ragazzi le puntavano continuamente verso sé stessi o verso i propri compagni, spesso assumendo pose buffe e sorridendo in direzione di quell’insolito aggeggio. Altre volte si mettevano come in posa davanti agli enormi specchi delle sale, sollevando il braccio e inclinando la testa in modi che Léna faticava a comprendere.

Tra i tanti volti che ogni giorno attraversavano le sale del castello, quella mattina Léna ne notò uno in particolare. Era una ragazza dai lunghi capelli biondi, che indossava pantaloni molto aderenti e una maglietta rosa con al centro la stampa di una margherita bianca. Aveva trascorso buona parte della visita in compagnia di alcuni coetanei, ridendo e scambiando continuamente piccole spinte e graziose smorfie.

A un certo punto, però, qualcosa attirò l’attenzione di Léna. Un ragazzo del gruppo aveva cominciato a seguire la compagna con insistenza. Lei accelerava il passo, cercava di confondersi tra gli altri visitatori e più volte si voltava a guardarlo, ma lui continuava a starle alle calcagna. Non sembrava affatto divertita da quel gioco e, quando lui le afferrò un braccio, Léna notò il suo tentativo di liberarsi. “No, non mi va!” gli disse con tono deciso.

I due si allontanarono rapidamente dal gruppo e imboccarono un corridoio laterale, uno di quelli che Gustaf teneva rigorosamente chiusi al pubblico. La ragazza cercò di opporre resistenza, ma il compagno non sembrava intenzionato a lasciarla andare.

Léna li seguì. Non sapeva esattamente cosa avrebbe potuto fare, ma non riusciva a rimanere indifferente davanti alla paura dipinta sul volto di quella fanciulla.

Attraversarono alcune stanze ormai in disuso e salirono una stretta scala a chiocciola. Léna conosceva bene quel percorso, anche se da tempo nessuno lo percorreva più, soprattutto lei. Quando raggiunsero la sommità, si ritrovarono nella vecchia torre.

Fu allora che Léna si fermò.

Conosceva quella stanza. La conosceva fin troppo bene.

Intanto, il ragazzo aveva costretto la compagna ad arretrare fino alla grande finestra che si affacciava sul cortile . Lei cercava disperatamente di allontanarsi, mentre lui continuava a trattenerla, incurante delle sue suppliche. Un passo ancora e avrebbe potuto perdere l’equilibrio.

Léna sentì qualcosa muoversi dentro di sé. Un’immagine le attraversò la mente, poi un’altra. Le pareti della torre sembrarono deformarsi, il pavimento oscillare sotto i suoi piedi e l’aria diventare improvvisamente irrespirabile.

Vide un uomo davanti a sé. Markus, il figlio del conte Olsen in un’epoca lontana. Da tempo le rivolgeva attenzioni sempre più insistenti, cercando occasioni per avvicinarla mentre svolgeva le proprie mansioni. Lei lo aveva sempre respinto ricordandogli, per scoraggiarlo dai suoi intenti, che era un uomo di buona famiglia e che non avrebbe dovuto compromettere il proprio nome intrattenendosi con una domestica. Gli ripeteva inoltre di voler conservare la propria virtù per l’uomo che un giorno avrebbe sposato.

Per qualche tempo riuscì nell’intento ma quella terribile notte, durante una festa di Corte, la situazione precipitò. Léna era andata a recuperare altre stoviglie e lui ne approfittò per seguirla. La spinse in un angolo e le bloccò le braccia, costringendola contro il muro. Al suo ennesimo rifiuto, vide i suoi occhi iniettarsi di fiamme. Di colpo, sentì le sue mani stringerle il collo, la propria voce spezzarsi in una supplica, il tentativo disperato di divincolarsi. Poi il vuoto. La caduta. Il vento che le sferzava il viso. Il sangue sul pavimento del cortile.

Adesso ricordava.

Ricordava tutto.

Per secoli aveva vagato in quelle stanze senza riuscire a ricostruire il proprio passato. Aveva rivissuto quella caduta infinite volte, senza comprenderne la ragione. E ora, davanti a lei, un’altra ragazza stava per subire la stessa sorte.

Ma questa volta non sarebbe rimasta a guardare.

Un urlo potentissimo squarciò il silenzio della torre. Non era un grido umano, ma qualcosa di profondo e lacerante, che sembrava provenire dalle viscere stesse del castello. La lampadina appesa al soffitto esplose in una pioggia di frammenti e, un istante dopo, tutte le luci si spensero. Un fragore attraversò i corridoi, seguito dal rumore secco degli interruttori elettrici che saltavano.

Il ragazzo lasciò improvvisamente la presa. Il buio e quel grido disumano lo avevano paralizzato. La ragazza non perse tempo: si divincolò e si allontanò dalla finestra, cercando a tentoni la via d’uscita.

In quel momento, dal piano inferiore arrivò la voce di Gustaf.

«C’è qualcuno? Che cosa è successo?»

Il giovane custode aveva sentito l’urlo e il fragore provenire dalla torre. Armato della torcia che teneva sempre con sé, salì rapidamente le scale, facendosi strada nell’oscurità.

Quando raggiunse la stanza, trovò il ragazzo immobile, con il viso pallido e gli occhi spalancati, mentre la giovane tremava ancora, appoggiata alla parete.

«Che cosa è successo qui?»

La ragazza tentò di rispondere, ma le parole le si fermavano in gola. Continuava a guardarsi intorno, come se temesse che qualcosa potesse ancora apparire dal buio.

Gustaf la aiutò a scendere e chiamò i soccorsi. Prima di lasciare la torre, però, ebbe la netta sensazione che qualcuno lo stesse osservando.

Si voltò lentamente verso la finestra.

Per un istante, alla luce di un lampo che illuminò la stanza, gli sembrò di distinguere una figura femminile. Una giovane donna, con un abito scuro e i capelli raccolti sulla nuca, lo fissava in silenzio.

Gustaf rimase immobile.

Il lampo scomparve e con esso anche la figura.

Per un attimo pensò di essere diventato pazzo ma, per la prima volta da quando lavorava al castello, ebbe la certezza di non essere solo.

 

EPILOGO

Si era fatta notte.

Dalle guglie più alte del Castello di Olsen, Léna osservava Praga avvolta dalla pioggia. Le gocce le sfioravano il viso senza bagnarlo, mentre il vento le muoveva appena le ciocche sfuggite allo chignon. Sotto di lei, le luci della città tremolavano attraverso il velo d’acqua e, alle sue spalle, il castello si stagliava silenzioso, custode di una vita che ormai le sembrava appartenere a qualcun altro.

Per la prima volta dopo tanto tempo, non sentiva il peso di quelle mura. Non aveva più paura dei ricordi, né delle ombre che per secoli l’avevano ricondotta a quella notte. Aveva salvato una ragazza da una sorte che conosceva fin troppo bene. E, nel farlo, aveva finalmente ritrovato anche se stessa.

Il pensiero corse a Gustaf. Avrebbe potuto restare, continuare a osservarlo da lontano, seguirne le abitudini e trovare conforto nella sua presenza. Ma sarebbe stato davvero vivere? Non avrebbe mai potuto sfiorargli una mano, incrociare il suo sguardo senza scomparire, sedersi accanto a lui e raccontargli tutto ciò che custodiva di sé. Sarebbe rimasta ancora una volta prigioniera, questa volta di un sentimento.

Guardò un’ultima volta le torri, le finestre illuminate e i tetti della città. Poi si voltò. Non sapeva cosa l’attendesse oltre quelle mura, né dove l’avrebbe condotta il suo cammino. Ma, per la prima volta, non aveva bisogno di conoscere la risposta.

La pioggia cominciò lentamente a diminuire, fino a lasciare spazio a un silenzio nuovo. Poco dopo, le nuvole si diradarono e una luce pallida illuminò le guglie del castello.

Il mattino seguente Gustaf si svegliò prima del solito. La notte precedente continuava a riaffiorargli alla mente: il fragore improvviso, il buio, il lampo che aveva illuminato per un istante una figura femminile. Non riusciva a liberarsi da quell’immagine. Si sedette al tavolo, prese un block notes e una matita e, quasi senza rendersene conto, cominciò a tracciare alcune linee.

Disegnò il profilo di una giovane donna. Il volto appena accennato, i capelli raccolti in uno chignon e, intorno al collo, un piccolo colletto bianco.

Quando terminò, rimase a lungo a osservare il disegno. Poi lo appoggiò accanto alla fotografia di famiglia, quella che ogni sera teneva tra le mani prima di coricarsi. Per qualche istante guardò entrambe le immagini, prima di prendere la fotografia e riporla sul fondo di un cassetto. Il ritratto, invece, rimase sul tavolo proprio accanto alla finestra, dove la luce del mattino ne illuminava i contorni. Da quel giorno, sarebbe stato quel volto sconosciuto, apparso per un fugace istante durante il temporale, ad accompagnare i suoi risvegli e a popolare i suoi pensieri.