Tag orrore

Anime Perse

Capitolo 1
Inizio

Sapevo che entrare in un campo di concentramento sarebbe stata una esperienza forte, dura da affrontare. E così fu.
Ero con Daniela, mia moglie, e già quando ci avvicinammo al grande portale d’ingresso cominciai ad avvertire un peso, un grande peso che incombeva pressante su ogni parte di me.
Ero immediatamente entrato in comunicazione con tutte le anime ancorate all’infinito sulla collina vicino a Mathausen.
L’aria era tiepida, come può esserlo durante un pomeriggio di inizio estate, il cielo limpido e tutto quello che ci circondava si poteva vedere con chiarezza, senza ombre.
Il mio corpo però iniziò subito a sentire freddo, un freddo innaturale che nessun termometro avrebbe potuto misurare. Brividi continui e persistenti mi obbligarono a fermarmi per capire cosa stesse succedendo.
Iniziai a guardarmi intorno. Di fronte a noi un lungo viale separava la parte museale di quel luogo terribile dalle baracche e dal cimitero.
Fu in quel momento che mi sentii improvvisamente distaccato dal mondo e che una voce incominciò a parlarmi. Non era mia moglie, me ne resi conto immediatamente.
“Ciao Alberto, sono Marcin, avevo 22 anni quando persi il contatto con il mio corpo. Sono qui vicino a te, non avere paura. Il capo ha scelto me, tra le oltre novantamila anime di questo luogo per affiancarti mentre visiterai questo campo dove la sofferenza è di casa.”
I brividi iniziarono a cambiare frequenza e lentamente rallentavano.
Feci subito dei grandi respiri per riuscire a metabolizzare quanto stava succedendo ed essere pronto a proseguire la visita.
Presi la mano di Daniela, nel tentativo di ritrovare qualcosa di caldo e di umano. Fu inutile. Anche la sua mano era gelida.
Il suo viso era impallidito come non mi era mai capitato di vedere.
“Daniela, che succede?” le chiesi preoccupato.
“Non lo so Alberto, non capisco cosa mi stia capitando, non ho mai provato un freddo così”, mi rispose con voce sottile e impaurita.
“Non vi preoccupate, andrà tutto bene, siete protetti da tutti noi, dillo a Daniela” disse Marcin.
Abbracciai subito Daniela per rassicurarla e farle percepire la mia vicinanza.
Non era un semplice gesto di affetto. Anche io avevo bisogno di sentire che non ero solo. Per la prima volta stavamo affrontando un’esperienza che avrebbe lasciato un segno profondo nei nostri ricordi.

Capitolo 2
Marcin

La vita a Varsavia non era facile per un ragazzo che viveva in una grande famiglia circense. Il Circo Miroslaw, di base a Varsavia, quando poteva girava per tutta la Polonia, sconfinando qualche volta in Russia o in Cecoslovacchia. Era una bella vita, libera e con poche regole da rispettare, salvo l’obbligo di studiare i libri sacri dell’ebraismo e rispettarne i precetti ed i comandamenti.
Qualcuno più fortunato, tra i bambini, riusciva a partecipare con piccoli ruoli agli spettacoli domenicali, soprattutto con i clown.
A me piaceva suonare la batteria, così ero entrato nell’orchestrina che accompagnava le varie esibizioni e la parata finale.
Avevamo pochi animali: quattro cavalli, con cui i miei genitori si esibivano, una dozzina di galline, con relativo gallo, e qualche coniglio. Erano il nostro prezioso patrimonio su cui contare per sostentarci nei frequenti periodi di magri incassi.
L’inizio della guerra con l’invasione tedesca del 1939 ci obbligò a rallentare gli spettacoli fino ad interromperli.
Provammo più volte a spostarci sia verso est che verso sud, ma la situazione era drammaticamente bloccata ovunque.
La serenità sparì il giorno in cui una pattuglia delle SS circondò il circo e ci radunò tutti sotto il tendone principale.
A nulla servirono le nostre proteste mentre venivamo spinti e colpiti dai soldati con i fucili che intimavano di sederci per terra.
Solo ai nonni Josek e Ruchla, novantenni, fu permesso di stare seduti su due sedie di legno. Ma durò poco.
Uno ad uno dovemmo dichiarare i nostri nomi ad un militare che lo annotò su un grande quaderno, con luogo e data di nascita.
Fummo subito caricati sul cassone di un camion scoperto ed entro poche ore eravamo già in viaggio, ammucchiati dentro un carro bestiame con le porte sigillate che puzzava di sterco di mucca.
Solo lì scoprimmo che tutti i nostri compagni di viaggio erano ebrei come noi.
Appena arrivammo a destinazione ci fecero spogliare dei nostri vestiti per farci indossare una specie di pigiama a righe bianche e nere su cui spiccava una stella gialla con la scritta “Jude“.
Gli uomini furono separati dalle donne e dai bambini. Tutti finimmo ammucchiati in grandi baracche di legno con letti a castello a tre o quattro livelli.
Per coprirci, avevamo solo una coperta.
Il pasto, quando arrivava, era sempre a base di pane ammollato in una brodaglia con qualche patata e altre cose irriconoscibili.
La vita fu davvero difficile. I più giovani e gli adulti di buona corporatura, venivamo portati ogni giorno a spaccare pietre nella vicina cava di granito. Con il nostro sangue e sudore stavamo contribuendo alla costruzione delle grandi opere naziste in Germania.
Ogni tanto, cercavo di allontanarmi con la mente da quel posto, pensando a quando suonavo la batteria. Per due anni invece non feci altro che pestare uno scalpello sulla parete della cava mentre un soldato armato di fucile mi controllava.
Ho visto tante persone morire, sfiancate dal lavoro, dal freddo e dalla fame. Poi sparivano, non venivano seppellite. A qualcuno di noi era toccato portare quello che restava di quei corpi in una palazzina con tanti forni crematori che restavano sempre accesi. Dalle ciminiere usciva un fumo dall’odore acre, forte, che non si riusciva ad ignorare.
L’unico beneficio che questo duro lavoro ci concedeva era di poter avere il pasto garantito ogni sera. Non tutti resistevano a lungo a quello strazio ed io fui tra i pochi che riuscì a sopravvivere per ben 2 anni finendo poi in uno dei forni crematori.
“Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” Non fu solo una frase del Libro della Genesi che avevo studiato.

Capitolo 3
La visita

Passato il primo momento di sgomento Daniela ed io attraversammo il grande portone, mano nella mano. Andammo verso le prime baracche soffermandoci a leggere i cartelli posti agli ingressi in numerose lingue tra cui l’italiano.
“Alberto, quello che stai vedendo è stato tutto ricostruito.” Disse Marcin “Ora forse sentirai odore di pulito, vedrai ordine e pulizia. Quando c’eravamo noi invece, la prima cosa che percepivi entrando era l’odore acre di carne bruciata che aveva impregnato ogni cosa, comprese le pareti delle baracche.
Il fumo e la cenere che uscivano dalle alte ciminiere dei forni, con la pioggia e la neve finivano sul campo e su tutti noi. Ci obbligavano a fare la doccia nudi, magari sotto getti di acqua gelida, ma niente riusciva a far sparire quell’odore. Solo la morte per polmonite o per sfiancamento dal lavoro nella cava ce ne liberava.”
Non riuscivo a rispondere nè a fare alcun commento a quello che vedevo. Continuammo a camminare in silenzio. Con Daniela scambiammo solo qualche occhiata e rari cenni con la testa per dirci cosa fare, dove andare. Sempre tenendoci per la mano.
Entrammo nelle baracche, e le tante immagini e filmati con cui era stato documentato quello che succedeva lì dentro, non ultimo “La vita è bella” di Roberto Benigni, si miscelavano con la realtà di ciò che avevamo intorno.
Gli esseri viventi, trattati non più come esseri umani, ridotti pelle e ossa ora la mia mente li vedeva lì, su quelle brande o nel cortile ad elemosinare un pasto.
Ogni volta che uscivamo all’aperto sentivo il bisogno di respirare e di guardare il cielo azzurro per ritrovare il senso della libertà, dello spazio infinito.
“Fai bene” riprese Marcin “Devi liberare il tuo corpo dell’aria che hai respirato dentro ogni luogo in cui sei entrato o in cui entrerai. Ora però andiamo a trovare i pochi che hanno avuto la fortuna di avere una sepoltura ed una lapide fatta dai soldati russi. Non ci troverai nessuno dei miei familiari, morimmo tutti prima che la guerra finisse e che i russi potessero arrivare.”
Seguimmo l’indicazione di Marcin attraversando il cimitero, ma quasi di corsa.
Sia io che Daniela capimmo che il dolore delle anime che erano sotto quelle lapidi, spesso senza un nome e con un numero, si avvertiva ancora più forte.
“Alberto faccio sempre più fatica a stare qui” disse Daniela “per favore andiamo via. Cosa dobbiamo ancora vedere? Non è abbastanza ciò che abbiamo visto fino ad ora?”
Non parlai a Daniela di Marcin. Avrei solo peggiorato il suo stato d’animo già abbastanza provato.
“Facciamo solo un passaggio veloce nel museo, dai!” le dissi riprendendole la mano “Sapevo che non ci sarebbe stato da divertirsi qui. Dai, un ultimo sforzo, in venti minuti saremo fuori. Tra l’altro tra poco chiuderà” Mentre lo dicevo, il pensiero di restare chiusi in quel campo mi fece correre un brivido lungo la schiena così forte da farmi quasi svenire.
“Albertooooooo, cosa fai?” Mi urlò Marcin all’orecchio destro.
Quell’urlo lo sentii così forte da percepirlo come fosse reale e mi scosse subito.
Daniela fu stupita da questi miei movimenti, ma vide che mi stavo riprendendo e si tranquillizzò.
“Ci sei Alberto? Dai andiamo, prima finiamo prima andiamo verso Vienna.” Le feci un sorriso e le diedi un bacio sulle guance gelide.
Scendemmo le scale che accedevano all’ampio spazio museale per poi continuare la discesa seguendo i cartelli in tedesco ‘Gaskammer’. Non serviva la traduzione per capire dove stavamo andando.
Fu il momento più terribile di quel pomeriggio, soprattutto dopo aver letto la minuziosa descrizione del cartello ed aver visto i numerosi incavi sulle pareti, che se non ne avessi conosciuta l’origine, non avrei saputo spiegare.
Fuori di quella stanza invece i numerosi forni, non troppo diversi da quelli utilizzati oggi per cremare i corpi dei defunti. Ma vederli collocati lì, fece un altro effetto.


L’orrore di quanto stavamo vedendo e leggendo sovrastò ogni altro sentimento o pensiero potessimo avere in quel contesto. Non sentivo neanche Marcin, che fino a poco prima mi raccontava dettagli inediti di quanto avveniva in quel campo.
“Daniela, sai che sento sempre di più le anime perse delle migliaia di anime morte in questo luogo? Sento che mi passano vicine, mi sfiorano veloci a ripetizione.”
“Amore, sai che le sto sentendo anche io?” rispose Daniela “Non ho detto niente fino ad ora. È la prima volta che provo una cosa simile. Che posto orrendo è stato questo campo di concentramento? “
Rimasi stupito dalle parole di Daniela. Per la prima volta stavamo vivendo una esperienza di vita così forte da sovrastare qualunque cosa avessimo fatto nelle nostre vite.
Fu allora che senza aggiungere altro risalimmo con passo svelto le scale per raggiungere l’uscita più velocemente possibile.
Gli spazi in quel sotterraneo erano troppo angusti per riuscire a starci un minuto di più. Raggiunto il piano stradale facemmo entrambi un grande respiro, sia per il fiatone che ci era venuto dopo aver salito le scale di corsa, sia per tentare di liberarci dell’oppressione che ci stava attanagliando.
“Credo proprio che la vostra visita finisca qui” disse un po’ sconsolato Marcin “sta calando la sera ed il campo chiude. Non vi spaventate se trovate il portale serrato, basta che prendiate il sentiero che costeggia il cimitero polacco ed arriverete facilmente al parcheggio”. “Grazie Marcin per la compagnia e le spiegazioni. Ti auguro di trovare pace” gli risposi, stavolta facendomi sentire da Daniela che mi guardò strabuzzando gli occhi per la sorpresa. Le feci cenno che poi le avrei spiegato.
Arrivammo alla macchina ed una volta dentro le spiegai cosa era successo durante le due ore della visita dentro il campo di Mathausen. Le raccontai di Marcin e della sua storia.

Alla fine, ci stringemmo in un abbraccio così forte come mai era accaduto tra noi. Nonostante ci conoscessimo da tempo e fossimo sposati da 3 anni, quella giornata aveva aggiunto qualcosa di importante alla nostra vita che mai avremmo potuto cancellare.