Archivia 29 Giugno 2020

Il bene condiviso

Care ragazze della mia età, amiche di trent’anni di vita, lo sapete che, se potessi, trascorrerei insieme a voi – ancora e volentieri – le ore dedicate al volontariato in Caritas.    Al servizio della comunità più fragile, condividerei tutto in fraternità: ogni stanchezza, le risate, le sorprese, le speranze, lo sconforto, i commenti, il cibo, le alzate di voce (forse per un principio di sordità?), qualche salutare incavolatura, incomprensioni e simpatie per gli assistiti della Parrocchia ogni volta più numerosi e, soprattutto, la profonda tenerezza nei confronti dei bambini piccoli, dai volti talmente belli da togliere il respiro.

Lucy, ricordo bene le tue telefonate ai Carabinieri, indispensabili per “salvarci le piume” dalla eccessiva prepotenza di alcuni personaggi pericolosi, sempre presenti nel multietnico tessuto sociale del territorio, che con il proposito di intimorirci arrivavano quando, spente le luci, chiudevamo i locali della sede.   Neanche stessimo uscendo dalla filiale di una Banca!

Mi mancate voi, ma non quelle fitte di dolore paralizzante alla spina dorsale  – al ritmo del ritornello “Ti sei strappata anche tu? Prendi subito una bustina di Aulin”- dovute allo sforzo di caricare, sistemare e scaricare quintali di scatole e scatoloni quando noi donne, sempre poche, per aiutare le persone bisognose si andava col furgone al Banco Alimentare di Muggiò a ritirare i beni di prima necessità oppure quando, una domenica al mese, all’alba si montavano i banchi per l’affollato mercatino di Bollate.

Era lì che dovevamo “fare cassa”, sia per poter comperare cibo sufficiente da offrire settimanalmente che per pagare qualche medicinale urgente o saldare una bolletta, prima che l’utenza venisse staccata.   Esponevamo con cura e meticolosità le nostre preziose merci, la maggior parte provenienti dalle nostre abitazioni, tantissime altre dalla generosità dei concittadini, mettendole in bella mostra, offrendole, armate di pazienza e buonumore, a prezzi vantaggiosi se non addirittura irrisori (eh, ma voi siete della Caritas!).    E alle mamme straniere, mai provviste di denaro, regalavamo di tutto un po’, a piene mani.

Disponevamo di ogni ben di Dio e, fatta qualche rara eccezione, si trattava di materiale davvero buono, spesso nuovo o mantenuto in ottime condizioni: vestiti di tutte le taglie, borsette, scarpe, cinture, piatti, vasi, vasini, vasetti, bomboniere, servizi da caffè, sveglie, soprammobili, dischi, libri, enciclopedie (di cui non riuscivamo mai a disfarci) manufatti, lampadari, bigiotteria, cellulari, vecchi telefoni, quadri, giocattoli, bicchieri a non finire, cartelle, pellicce, perfino qualche abito da sposa.   E chi più ne ha più ne metta.

Ognuna di noi seguiva un proprio “reparto”, talvolta fingendosi anche competente, tranne  te Lucy, la più allegra di noi: ti occupavi di tutto e tutti con estrema gentilezza e disponibilità, eri una fonte inesauribile di informazioni, espertissima in particolar modo di bigiotteria, argenteria ed orologeria.   Federica, tu te ne stavi beatamente seduta nella distesa dei giocattoli; Clara, Marianna e Adele: voi ve la cavavate brillantemente con le manifatture; Alexandra e Giselle, silenziosissime e sorridenti, eravate ovunque, fra scarpe, borsette e servizi da tavola e non perdevate mai di vista la scodella (sbeccata) degli “euri”.   Rossana, carinissima!, tu arrivavi sempre con una borsa termica colma di ogni dolce sorpresa da offrirci e da offrire a chiunque si avvicinasse: bonbon, cioccolatini, dolcetti, succhi di frutta e the e, borbottando sottovoce, sistemavi la merce sui banchi facendo sparire magicamente eventuali oggetti fragili andati rotti o scheggiati durante il trasporto.

A tal proposito, come non rammentare le varie volte in cui nel tragitto venimmo fermate   da agenti della polizia stradale che, dopo averci attentamente osservate da vicino, constatato che si trattava di  “tre simpatiche signore non più giovani”, insistevano per farci  da scorta seguendo il furgone su cui viaggiavamo?   Lucy alla guida, Helena ed io accanto già fisicamente provate, ancora un  filino assonnate e tutte con la sigaretta accesa, ci distraevamo tra nuvolette di fumo, chiacchiere e risate, dimentiche del mezzo stipato fino all’inverosimile: un unico brusco sobbalzo sui dissuasori sarebbe stato sufficiente a  provocare l’apertura delle portiere posteriori (da sempre difettose), con il rischio di passare un grosso guaio.

E che dire di quel fantastico servizio di piatti per dodici in porcellana purissima, decorato oro zecchino, dal valore esagerato, che decidemmo di caricare per ultimo affinchè fosse poi il primo a venire scaricato, con cautela?   Si trattava di un regalo talmente raffinato che, al pensiero della sua resa in vil denaro, ci eravamo sfregate le mani.  Giunte a destinazione, al posto assegnatoci trovammo ad attenderci Federica che senza esitazione, né alcuna precauzione, si precipitò ad aprire le portiere posteriori (come detto, malfunzionanti) favorendo così l’improvviso spaventoso assordante schianto a terra del gigantesco scatolone zeppo di preziose stoviglie; fu impossibile recuperare un solo componente.

Federica, so che ti ricordi: pallida e spaventatissima, tra le lacrime ci chiedesti scusa mille volte, ma noi,  impietrite, non riuscivamo a sentirti anche a causa delle divertite risate dei molti espositori accorsi ad osservare l’accaduto.  Con tanta rassegnazione, e più di un nodo in gola, raccogliemmo diligentemente  i cocci; Rossana arrivata in nostro soccorso sentenziò: “Con questa premessa, prevedo giornata nera”.   Confesso che Helena ed io, addette alla sezione “libri, dischi, cd, francobolli e quadri”, in quel frangente vedemmo andare in frantumi anche una montagna di cibo, eccedente “la solita scorta”, che avremmo potuto acquistare il mattino successivo.

La profezia di Rossana, alla faccia della sfiga per il servizio chic andato in duemila pezzi!, si rivelò inesatta, infatti, in quella indimenticabile giornata, –  anche per questo motivo ancora ce la ricordiamo bene -, realizzammo un profitto sbalorditivo, del tutto insperato, il più sostanzioso dei nostri trent’anni di carriera da venditrici caritatevoli.

In moltissime occasioni abbiamo potuto constatare che stavamo vivendo insieme il susseguirsi di indimenticabili eventi “miracolosi”, l’ultimo dei quali – Rossana ti ringrazio per avermi aggiornata – è la notizia che, l’Amministrazione Comunale dopo anni di “nostre battaglie”, ed a seguito della chiusura dei locali angusti ed inadeguati di cui disponevamo,   ha finalmente stanziato un’ingente somma per l’affitto della nuova sede Caritas, più ampia, accogliente, decorosa e meglio organizzata, inaugurata di recente.

Care amiche, ragazze della mia età, da qualche anno sono lontana da voi ma oggi non ce la faccio a nascondere la nostalgia; con affetto vengo a trovarvi insieme ai buoni ricordi e ad ognuna di voi esprimo la mia profonda gratitudine per il BENE condiviso.

 

11 giugno 2018

Il tuo diario

Jessica,

sono contenta tu abbia scelto di mettere a parte il nostro piccolo, prezioso Laboratorio, di questa nuova esperienza, sempre catartica, diventata ormai per te una buona abitudine di cui giustamente andare orgogliosa.    Per farti sapere cosa penso del “tenere un diario” prendo a prestito sagge parole di Henry Miller: “Con il tuo diario puoi smettere di essere una persona sensata e di pretendere di avere la testa sulle spalle”; contenesse anche narrazioni scandalose, la libertà di pensiero é un valore inestimabile che serve per dare respiro, spazio e consistenza al flusso della conoscenza.

Come a suo tempo svelato, tengo più di un diario su cui scrivere; rarissimamente rileggo e dal momento che in quello “personale” metto a nudo l’anima non desidero certo diventi ad “usum populi”.   Scritto in un linguaggio che mi appartiene, appassionato, espressivo, colloquiale e talvolta, perché no?, un tantino volgare, é quindi tutt’altro che curato, elegante, raffinato o forbito.   Ed io, essendo “scrittrice per caso”, conosco i miei limiti espressivi, litigo con la grammatica, bisticcio con virgole e maiuscole e spesso purtroppo, per la fretta di raccontare, incappo in svariate sviste grossolane.

Dopo la piacevole lettura del tuo racconto ho esclamato “Beata te!” perché conosci alla perfezione una lingua straniera.   In tal modo, oltre a dimostrarti persona istruita e colta, incidentalmente, sei stata pure “giudiziosa” e, così, non sarà possibile a chiunque “spiare” i tuoi scritti per carpire i tuoi segreti.

 

 

 

 

Diario

Il 24 marzo proposi a una mia allieva di scrivere una paginetta di diario in inglese, come esercitazione pratica di quanto appreso durante le numerose lezioni con me. Per invogliarla, mi offrii di ricambiare allo stesso modo. E’ così che cominciò il mio esperimento di scambio diaristico. All’inizio non riuscii a scrivere proprio ogni giorno ma, vedendo che la mia allieva si impegnava, non volli essere da meno e mi applicai con più costanza.
Oggi, due mesi abbondanti dopo, sono orgogliosa di potervi dire che scrivere il diario è diventata una piacevole abitudine che mi aiuta a tenere traccia dei piccoli e grandi avvenimenti della mia vita. Il bello è che sta cambiando. All’inizio il mio sforzo era tutto diretto alla metodicità, ora invece comincio a sentire l’esigenza di staccarmi dalla descrizione fattuale per descrivere di più i miei pensieri e le mie emozioni. Questo mi suscita però un conflitto, perché di fronte a un’allieva non me la sento di mettere a nudo la mia intimità. A dire la verità, non la voglio rivelare a nessuno. E’ solo così, secondo me, che un diario è veramente sincero: quando l’autore lo scrive esclusivamente per se stesso, senza l’intenzione che venga letto da chicchessia. In questi giorni sto cercando un modo onorevole nella mia mente per ritrarmi dal mio impegno con la mia allieva, senza però causare la cessazione della scrittura del diario da parte sua, dato che per lei è importante a scopo didattico.

Stavo anche pensando di cambiare lingua. Attualmente scrivo in inglese per dare un valore aggiunto alla mia allieva, ampliare il suo lessico e darle un’idea delle espressioni informali; se scrivo per me sarebbe più naturale scrivere in italiano.

In seguito potrei decidere di condividere occasionalmente una pagina con un mio amico tedesco che sta studiando italiano, solo sporadicamente però. Chissà se arriverò mai a scrivere in tedesco… no, credo che sarebbe necessario una permanenza prolungata nel Paese per attuare il flusso di pensieri in quella lingua.

Sono orgogliosa di me per essere riuscita a impostare questa nuova abitudine. In passato non sono mai riuscita a tenere un diario con regolarità, scrivere ogni giorno mi pesava e mi sembrava un risultato irraggiungibile; che la mia forza di volontà si sia rafforzata?

Cosa pensate di tutto questo? Avete mai tenuto un diario? Lo scrivete tuttora? Vi riesce difficile mantenere la regolarità? In che momento della giornata vi piace scrivere? Rileggete i vostri diari?