Julija

Julija

Otto di sera, sola in casa e qualcuno sta suonando il campanello alla porta. Sfilo i guanti di plastica gocciolanti e ancor prima di guardare dallo spioncino domando: “Chi è?” Una breve esitazione, poi una voce che conosco “Priviét signora Elvira. Sono io, Julija.” Invito la giovane donna ad entrare, la osservo e noto sul suo volto un’espressione nuova, indecifrabile.

Purtroppo mi sorge il sospetto che sia venuta a trovarmi, come spesso accade, perché ha necessità di “telefonare a casa”, in Ukraina, da un telefono fisso. L’avaro uomo anziano a cui presta assistenza non glielo consente mai, se non a pagamento. Così, mentre ancora ci troviamo in anticamera mi sento dire: “Sai dov’è il telefono Julija, chiama tranquillamente.” Scuote più volte il capo offrendomi un risolino spensierato.

“Kak dielà, signora Elvira?” “Sto bene, grazie. Vieni un attimo in cucina che ho ancora piatti da lavare.”

“Spasiba.” Si dirige verso una  sedia posta all’angolo, accanto alla finestra. Quello è il posto prediletto anche da Helena, la signora venuta dall’Est. Julija lo sa, l’ha conosciuta e sono diventate molto amiche. Mi sorride sorniona, rimanendo in silenzio. E’ alta di statura, esile di corporatura, la pelle ambrata, occhi di un azzurro incredibile con cui mi osserva mentre titilla con le dita della mano un ricciolo ribelle dei sui lunghi vaporosi capelli, dal colore fiammeggiante da sembrare una torcia accesa.

Julija è una persona calma, affabile e affidabile, a cui non viene mai meno il sorriso; quando arriva sembra portare con sè una folata d’estate.  Possiede una laurea in Ingegneria Meccanica: titolo che qui non le viene ancora riconosciuto e pur di rimanere in Italia svolge un lavoro impegnativo. E’ una delle tante  brave badanti precarie, sfruttate e sottopagate. Quando lo scorso anno a luglio, avendo ospite Ilya, il bambino Bielorusso, mi ero rivolta a lei per “un aiutino” come traduttrice, ci incontravamo già da due anni, abitualmente nei locali della Caritas.

“Quale novità mi porti?” domando mentre ci trasferiamo in soggiorno.

Risponde: “TasKà”,  ma se ne pente istantaneamente. Mordicchiandosi il labbro inferiore si corregge: ”Niet, niet. Non è questo oggi il mio grosso problema, signora Elvira. Stasera ho bisogno di te: puoi farmi fotocopie colorate dei documenti arrivati dal Consolato?”

Sono a conoscenza del significato profondo della parola ”Toska”. Si pronuncia “taskà” proprio come si trattasse di una conchiglia. Infatti lo è: racchiude in sé uno stato emotivo pieno di sfumature di tristezza, inquietudine, afflizione e  malinconia. Tutte emozioni che spesso Julija patisce. Difficile per noi europeri tradurre e comprendere appieno la  rilevanza di questo vocabolo. Non ha alcuna attinenza con la nostalgia, di cui lei afferma di non soffrire.

“Potevi già portarmeli quei documenti.”  Mi sorride grata. Sospira a lungo. Si rilassa, quasi a voler far scivolare via una forte tensione interna. Si alza in piedi e da sotto il maglioncino rosso, con un fulmineo gesto di magia, sfila una busta color arancione formato A4. Non riesco a trattenere una risata.

“Io nascondo, signora Elvira, documenti importanti questi miei.  Università, cert cer …come dire miei personalmente?”  “Sono certificati, come quello di nascita, quello di identità?”

“Si, anche di divorzio.” L’informazione mi coglie alla sprovvista. Lei osserva la mia espressione sbigottita e arrossisce lievemente. “Niet, non ti ho detto che giovanissima sono stata sposata a Kiev, scusa.” “Scusami tu Julija se sono rimasta così sorpresa. Ma, hai divorziato a vent’anni?” Sono al corrente, infatti, che ne compirà venticinque il prossimo mese di giugno; data la giovane età potrei esserle madre.

 “No, diciannove anni. Matrimonio kaput dopo quattro mesi, lui ragazzo violento e molto ubriaco di alcol. Studiavamo insieme. In mia Nazione non prevedere periodo di separazione: divorzio arriva presto, anche entro tre mesi.”  Incapace di spiccicare parola, ancora incredula, rimango muta. Lei mi tranquillizza: “E’ la verità vera, signora Elvira. Tu puoi leggere tutti i miei documenti che ho portato. Sono stati tradotti in italiano e hanno validezza.” “Non occorre Julija, ti credo. Andiamo a fare le fotocopie a colori. A cosa ti serviranno?”

Si illumina, spalanca le braccia, mi abbraccia teneramente ma con grande entusiasmo. Caspita! Ecco scoperchiata la pentola che ribolliva: è innamorata e sprigiona la sua frizzante, contagiosa felicità. “Porto tutti i fogli al mio fidanzato che è buono, bravo e mi aiuta. E’ un uomo serio, grande di trentasei anni e vuole vedere tutta la mia storia.” “E’ qualcuno che conosco?”  la curiosità è femmina…

“No è di un altro paese, qui vicino; lavora in una Banca e si è innamorato di me.” “E tu di lui, si vede anche al buio. Sono davvero contenta, Julija.” “Kojak, per favore, non dire al vecchio signore che tu sai tutte le cose di me.” “Tranquilla, lo conosco a malapena, e poi esce pochissimo di casa, vero?”

“Da, da. Troppo vecchio e malato e non gentile con me. Lui non sa ancora che presto vado via. Vado a vivere dal mio fidanzato che si chiama Fabio.” “E’ una notizia bellissima che mi rende molto felice. Ti meriti il meglio dalla vita.”  “Signora Elvira, mi dispiace tanto per noi; tu sei buona e hai aiutato me.” “Possiamo comunque tenerci in contatto telefonico. Io ci tengo.” “Da,da, ma io avrò tanto da fare per preparare tutto bene per bebè che arriva.” “Aspetti un bambino? Ma dove lo nascondi che sei così magra?” “No, no nascondere. Lui piccolo semino appena arrivato” e, con un sorriso che riempie la stanza, conferma la gravidanza sventolando due dita della mano.

E’ arrivato il mio momento di abbracciarla con affetto materno. “Abbi cura di te, mi raccomando. E soprattutto sii felice più che puoi, cara Julija. Ma non sparire, d’accordo?” “Niet, signora Elvira. Noi ci sposeremo presto, vedrai. Poi, quando è nato, ti porto il piccolo bebè di Julija e Fabio così diventi nonna.”

Celebriamo i fortunati eventi brindando con una tazza di the e con soffocate risatine contagiose. Io corro rischio di rimanere stritolata dai suoi calorosi abbracci.

“Ciao Julija. Arrivederci.” “Ciao signora Elvira. Do svidania. Arrivederci!” è talmente raggiante che scende le scale a volo d’angelo.  Sorrido divertita mentre richiudo la porta alle sue spalle. Sfilo le chiavi dalla toppa dal momento che i “maschi” di casa, – che si trovano allo stadio Meazza ad assistere ad una partita di calcio di “vitale importanza” -, rientreranno tardissimo.

Le ombre della notte sono scese sulla giornata e sulle case.  Ancora emozionata ed intenerita dalle improvvise sorprese della vita, mi dirigo verso la finestra della cucina per abbassarne la tapparella. Lo sguardo mi cade sulla “sedia preferita” dalle mie amiche straniere e noto la presenza di un foglietto a quadretti, ripiegato alla bell’e meglio. E’ del tutto inaspettato e sono più che certa non si tratti di un uno dei miei mille appunti, scritti in tutta fretta, che distrattamente semino per le stanze di casa.

Attratta ed intrigata lo raccolgo, lo apro lentamente, quasi timidamente. Incontro subito la spigolosa calligrafia di Julija e, alla vista dell’immancabile “Signora Elvira”, provo un’intensa amorevole commozione:  “Ho voluto essere, imparare, fare, avere mille cose che  – tu sai  – mi sono mancate. Adesso vorrei anche assomigliare un poco a te. Julija”

 Marzo 2004

P. S. 11 aprile 2021

Oggi, dopo aver sentito la notizia flash: ”Venti di guerra tra Russia ed Ucraina, con escaletion di minacce e movimenti di truppe”, ho deciso di pubblicare il racconto.

 

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