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Elisabeth – Patty

Verso la metà degli anni ‘ 90, quando ancora lavoravo, conobbi Elisabeth: una collega neo assunta, trentaquattrenne.  Il giorno in cui mi venne presentata istintivamente indietreggiai. Alta un metro e 85 cm., fisico assai robusto, colorito bianco in contrasto con occhi e capelli nerissimi, esibendo un perenne sorriso malizioso faceva ombra all’intera scrivania.

Possedeva una vena artistica che sviluppava al meglio, durante la pausa pranzo, davanti a generose portate di cibo: con una mimica facciale portentosa metteva in scena emozioni, sentimenti, situazioni che ci deliziavano, strappando l’applauso.

Elisabeth non amava il proprio nome: chiese ed ottenne di essere chiamata Patty. Laureata giovanissima in lingue estere, aveva lavorato viaggiando per il mondo intero. Destinata all’Ufficio per gli affari con l’Estero si dimostrò talmente valida ed efficiente che le  “alte sfere” decisero di affidarle l’incarico, alquanto ambizioso, di aprire una sede a Londra, nella City.   Lei si gettò a capofitto nell’impresa ottenendo risultati eccellenti ed un meritatissimo successo personale.

Si rivelò essere una collega simpatica, valida e intelligente; diventammo buone amiche. Andavamo d’accordissimo: era molto estrosa e, come me, non le erano mai piaciuti i ruoli precostituiti, quelli che tolgono il fiato, spazio e autonomia. Per diverse pratiche, di competenza di entrambe, ci sentivamo via phone, fax o telefax, ma per le chiacchieratine confidenziali, destinavamo qualche ora la sera, da casa. Oppure ci scrivevamo lettere.

Un giorno mi chiamò a notte inoltrata per rendermi partecipe della sua gioia. Si era innamorata e da subito aveva iniziato la convivenza con un famoso giocatore di rugby, di colore.  Dieci settimane dopo, davanti alla bandiera inglese e sotto gli occhi della foto dell’immortale regina, i due contrassero matrimonio civile.  Trascorsi pochi mesi, Patty, avuta conferma dell’arrivo di un bebè, ce lo annunciò con estrema esultanza.

Quel gran rugbista di nome Antony pensò bene di organizzarsi per la fuga accettando un lucroso ingaggio negli States, divenendo “uccel di bosco”.  Elisabeth non potendo ricostruire il rapporto non ne fece una tragedia: con animo rassegnato ma sereno, contando solo sulle proprie forze, affrontò un parto podalico tutt’altro che semplice e diede alla luce una splendida cretura, Sarah.

“Non voglio tenerti all’oscuro di tutto” mi scrisse – tra l’altro – in una lunga lettera spedita via “air mail” e corredata di due fotografie.  La prima, in bianco e nero, quella del matrimonio lampo, recava scritto sul retro “Shipwrecked” (Naufragato); l’altra a colori, che ritraeva la sua  dolcissima bimba, “Saved from the waters” (Salvata dalle acque).

A distanza di un paio di anni avvenne un fatto veramente increscioso che procurò un grande disagio ai colleghi e a me tanta amarezza e imbarazzo.  Dall’oggi al domani, senza lasciare traccia, Patty scomparve.   Su lei  – e Sarah – calò un silenzio assoluto, omertoso, che da parte degli “alti livelli” – a lungo interpellati – MAI venne violato.   Una gentile collega di Roma mi confidò che il loro responsabile si trovava a Londra, per sostituirla.  A fatica mi rassegnai che quell’improvviso oscuro enigma rimasse irrisolto.

Dopo circa tre anni Patty mi telefonò e, in prima battuta, mi  supplicò di offrirle solidarietà e  complicità nel NON dirlo ad alcuno!  Non accennò alla sua misteriosa sparizione, né all’aver voluto (dovuto?) tagliare i ponti con tutti, famigliari più stretti compresi.  Presa in contropiede dalla sorpresa, rimasi silenziosa e non indagai in proposito.

Mi disse che, nel frattempo, si era trasferita in Nord Africa dove aveva accettato un’occasione professionale interessante offertale da una nota Multinazionale americana, decantandone a dismisura i benefici.  Non riuscendo ad inserirmi nel discorso decisi di farle uno sgambetto passando repentinamente ai saluti.

Rise di cuore e parve rilassarsi. Dopo avermi ascoltata per un po’, con molta calma continuò: ” Elvì,“You don’t know, non immagini quanto mi siete mancati tutti!  Quanto ho sofferto non poterti più sentire.  Tu non sai quanto ho tribolato in questi anni!  Mi sono rimessa in gioco anche in amore, forse per trovare un punto fermo.  Ed ho molto sofferto durante e dopo la gravidanza di Nico, il mio secondo figlio. Lui é frutto di una bellissima, adrenalinica e squinternata relazione con un collega di colore.  Come Lisa è nato con un parto podalico ed io ho dovuto affrontare tutto “alone” (da sola), un’altra volta. La storia con il mio collega si era guastata in fretta; non mi ha abbandonata furtivamente come aveva fatto Antony, ma, vuoi ridere?  E’ tornato a vivere con la mogliettina, nonostante la separazione.”

Sospirando proseguì: “Mi dichiaro colpevole per non aver più nutrito la nostra bella amicizia, ma sono convinta che tu, conoscendomi a fondo, possa capire ogni mio comportamento senza giudicarmi.  Mostrando mancanza di disciplina, come sempre mi accade, mi sono dedicata alla vita ed ho pure creato un mix stellare di sperimentazioni amorose. Sarò sembrata troppo indifferente verso le persone che mi volevano  bene e immagino mi siano piovuti in testa mille commenti, e chissà cos’altro. I’m sorry”. (Mi spiace.)

Posò la cornetta del telefono senza preavviso ed io compresi del tutto che il nostro legame era terminato, per sempre e che non l’avrei mai più rivista. E ho continuato a crederlo in questi ultimi venti anni, durante i quali, talvolta, mi sono chiesta come avrei potuto impedire la “scucitura”.

Oggi, ultimo giorno del mese di luglio dell’anno del Covid, la buona Sorte ha “fatto saltare” la serratura della cassaforte dei ricordi, che conteneva anche questo fascicolo obsoleto.  Da una ex collega stamane ho ricevuto un WA dal tono misterioso con l’invito a “dare un’occhiata” ad un video che mi stavo inviando. Manuela precisava che, sebbene il contenuto risalisse al 2019, lei era riuscita a scaricarlo in quanto l’intero programma viene ripetutamente mandato in onda – da un Canale Satellitare straniero -, anche nel corso di questo anno.

Sullo schermo del cellulare ecco apparire in forma smagliante Elisabeth/Patty mentre partecipa ad un concorso di “Miss Mamma nel Mondo”, riservato a signore over 55 in sovrappeso.  Il presentatore, in lingua inglese, scandisce ad alta voce il nome “Patricia Mc Farland” invitandola a salire sulla passerella, quale “ottava classificata”.  Si tratta davvero di lei ed é riconoscibilissima. Colpisce la gioia autentica, abbagliante, che sprizza dalla sua persona. Perfino il passo leggero ed il suo perenne sorriso malizioso sono rimasti identici. Rimango a bocca aperta, pressochè basita.

Ma le sorprese non sono finite. Al termine della premiazione la telecamera inquadra in un primissimo piano lei mamma abbracciata festosamente dai due figli, ormai adulti. Entrambi sorridono divertiti esibendo la loro T-short bianca su cui spicca la scritta “Black lives matter”- “Le vite nere contano”.

I miei pensieri volano sparsi tra ricordi affollati e vivi e il mio cuore è gonfio di gioia. Quanto ingegno, imprevedibilità, coraggio e audacia ha saputo dimostrare Patty durante le prove obbligatorie sul palcoscenico della vita. Le sue doti mi hanno sempre stupita ed entusiasmata, soprattutto la sua assoluta capacità di non stare ad aspettare che la vita “accada”.  Sicuramente senza scendere a compromessi, anche in questa occasione è salita in sella ai sentimenti ed è stata in grado di “far accadere i fatti”, senza vacillare. Ha dato il meglio di sé e si merita, oltre ai miei, tutti gli applausi che le riserva l’immensa platea di spettatori.

31 Luglio 2020