Una diversa forma mentis

Una diversa forma mentis

Quel venerdì Eleonora aveva deciso di non usare la macchina per andare al lavoro:le Olimpiadi invernali di Milano Cortina avevano dettato i tempi e i luoghi di accesso alla città.
Arrivare in automobile fino al parcheggio Gae Aulenti era impossibile anche per chi, come lei, lavorava nelle vicinanze. La chiusura al traffico della città l’aveva costretta a servirsi della metropolitana. Non era sua abitudine usarla, solo in casi eccezionali l’aveva utilizzata e quel giorno era appunto un’eccezione.
Avrebbe tanto voluto restarsene a casa, tranquilla, al caldo sotto le coperte, ma doveva affrontare un altro colloquio per trovare finalmente un nuovo collaboratore o collaboratrice.
La metropolitana non le piaceva:troppe persone,troppo scomoda per le sue Louboutin,troppo buia e sotterranea. Quella mattina poi si era messa anche la pioggia a rovinare l’inizio della sua giornata, tra borsa, ombrello, valigetta dei documenti e tacco dodici si sentiva precaria e sul punto di cadere.
Era scesa dai gradini delle scale appoggiandosi al corrimano per sentirsi un po’ più stabile e si era ritrovata sulla banchina della metro, in attesa dell’arrivo del treno, tra un centinaio di persone che avevano avuto il suo stesso pensiero.
Pensò che l’umidità della pioggia le aveva scompigliato il caschetto di capelli liscissimi, tesi magistralmente dalla spazzola elettrica, e aveva rinvigorito invece i suoi ricci che lei aveva sempre cercato di annullare con il calore della piastra.
Non le piacevano i ricci, troppo ribelli, quasi anarchici per lei che era diventata una persona tanto quadrata.
Ribelle lo era stata tantissimo tempo prima, nel collegio orfanotrofio, ma aveva chiuso per sempre con quel capitolo della sua vita. Refrattaria, allora, a qualsiasi imposizione: alzarsi alle sei del mattino per assistere alla messa quotidiana, indossare una divisa orrenda e scolorita, dividere i panini a metà per non gettarne gli avanzi, assaporare a pranzo solo dieci ciliegie d’estate.
Finalmente, dopo parecchi anni, una famiglia l’aveva adottata:lei,Rosa, una signora in là con l’età, austera nei modi e nei comportamenti, lui, Gino,estroverso, sorridente e morbido nell’aspetto e nell’approccio. Con loro Eleonora si era trovata abbastanza bene, soprattutto con Gino che le ricordava il suo papà, con Rosa invece crescere era stato più difficile: poche concessioni, tanto rigore, sporadici abbracci.
E appena diciottenne Eleonora se n’era andata verso la grande città in cerca di lavoro e l’aveva trovato, part-time: di giorno aveva continuato gli studi e la sera accompagnava i clienti ai tavoli del ristorante ” Paprika e cannella “.
Anche se non voleva ammetterlo da Rosa aveva ereditato il rigore che,con la sua ambizione, l’avevano portata nel giro di due decenni a ricoprire il posto di cacciatrice di talenti di una grande multinazionale.
Quella mattina in metropolitana la mente di Eleonora aveva ripercorso in un lampo la sua vita e il treno era velocemente giunto alla fermata che la riguardava.
Ondeggiante sui tacchi e con le mani completamente occupate da ombrello, borsa e valigetta era risalita all’aperto dalle scale, mobili questa volta, e,dopo aver obliterato il biglietto in uscita, si era ritrovata a lato del viale che la portava al suo ufficio di piazza Gae Aulenti.
Il marciapiede era un po’ sconnesso, molto affollato e viscido per la pioggia quindi Eleonora stava attentissima a dove mettere i piedi, ma non aveva potuto fare a meno di notare davanti a sé una coppia di ragazzi che si baciavano ripetutamente: sembravano due modelli. E forse lo erano. A Milano stava per iniziare, oltre all’Olimpiade, anche la settimana della moda.
Lui, alto, giubbotto nero imbottito, jeans neri, stivaletti antipioggia color cuoio, cappello di lana e sciarpa grigi, lei, quasi alta come lui, pantaloni neri, leggermente a zampa d’elefante, stivaletti con po’ di tacco, cappotto nero e una massa di capelli biondi, lunghi e ondulati che fluttuavano a ogni suo passo. Decisamente belli entrambi.
Con questa visione negli occhi Eleonora era arrivata in ufficio.
《 Margherita, un caffè americano, per favore 》,comunicò alla sua assistente che dopo qualche minuto si presentò col caffè. Adesso era pronta per testare la persona del giorno.
《 Fai pure passare il candidato 》, aggiunse mentre Margherita stava uscendo dal suo ufficio.
La porta si aprì ed ecco Andrea. Eleonora alzò gli occhi dal curriculum che aveva davanti e lo stupore la lasciò momentaneamente senza parole.
L’Andrea che aveva di fronte non assomigliava per niente alla foto: lei quei capelli biondi, adesso raccolti in una coda di cavallo, li aveva già visti, li aveva riconosciuti: erano quelli della ragazza della coppia che poco prima si baciava sul marciapiede.
《 Si accomodi pure 》, disse, dopo l’iniziale meraviglia e incominciò l’intervista con una serie di domande di rito per valutare competenze, attitudini, esperienze, propensione ai cambiamenti e personalità. Dopo circa un’ora congedo` Andrea .
《 Devo ammetterlo: questo ragazzo non è per niente male, anzi! Direi che è perfetto 》 disse a Margherita appena entrata nel suo ufficio.
《 Lo rivedrò fra qualche giorno 》 aggiunse e sorseggio` le ultime gocce del suo caffè americano, ormai freddo.

Gabriella Pagani

Lascia un commento