Ricordo quella sera come se fosse ieri. Dopo che padre e figlio se ne furono andati, Hilde chiuse le imposte, accese il fuoco nel camino e continuò a suonare la cetra alla luce della fiamma. I lupi ululavano nella notte, cominciò a scendere la neve. Hilde si mise a cantare per accompagnare le sue melodie. Una corda si spezzò, non aveva la muta di ricambio, che era rimasta nella custodia portata via dall’ospite di poco prima. Hilde ripose la cetra nella sua custodia di velluto e lasciò morire il fuoco mentre si preparava per uscire. Riempì la cesta con le provviste e un thermos di tè caldo, si caricò la cetra sulle spalle e si incamminò sotto i fiocchi che scendevano soffici.
Raggiunse la grotta dove, dopo una curva a gomito, ardeva un fuoco. Attorno c’erano l’uomo e il bambino, l’uomo suonava un flauto dolce. Un moto di sorpresa e di piacere guizzò negli occhi di mio padre. Nel silenzio, Hilde disfece il fagotto e distribuì fette di torta e tè caldo. Mangiarono avidamente, si guardarono negli occhi, poi mentre l’uomo riprendeva a suonare, Hilde cambiò la corda alla cetra e si unì a lui nella stessa tonalità. Quando la musica cessò, la connessione tra loro non era più solo musicale. Si coricarono sui pagliericci lungo il lato della grotta, vicino al fuoco, mentre la capra vegliava tranquilla. Ben presto il bambino si addormentò. Nell’oscurità, rischiarata solo da qualche brace ancora ardente, si udivano solo sospiri e canti di uccelli notturni. Mani si sfiorarono, bocche si cercarono, il calore del fuoco ancora ardente dentro di loro divampò fulmineo e si consumò velocemente. Poi, cullati dalla musica che ancora risuonava dentro di loro, tra il buio e il vento, si addormentarono.
Al mattino si alzarono all’alba e si incamminarono lungo il sentiero che mostrò loro Hilde. Non parlavano, ma i pensieri fluivano tra loro e ognuno leggeva perfettamente il linguaggio del corpo dell’altro. Raggiunto un piccolo promontorio, il bambino si lanciò lungo il pendio a bordo di un pezzo di plastica blu trovato lungo il sentiero, la capra lo seguì gioiosa. Quando gli adulti li raggiunsero, tutti e quattro si diressero verso un casolare da cui uscivano volute di fumo. Aprì la porta una donna corpulenta dall’aria gioviale, sembrava che li stesse aspettando. Li salutò e li invitò ad entrare in una lingua sconosciuta. Il gruppetto si avviò su per i pochi gradini di legno della casa in pietra e si ritrovarono in un piccolo tinello dalle pareti ricoperte di pannelli di legno, come si usa ancora in qualche sperduta località di montagna dove la manodopera costa poco. Il locale era riscaldato con una nera stufa a legna in ghisa. Nel tinello aleggiava un’essenza di pino mugo. C’erano alcuni uomini avvolti in lunghi tabarri neri con un’aria di aspettativa che si guardavano attorno con la cautela di chi è abituato a diffidare. Grandi pacche sulle spalle e abbracci fra tutti gli uomini presenti, Hilde se ne stava un po’ in disparte. Poco dopo il gruppetto, tranne la signora gioviale, uscì e si incamminò su per il sentiero al limitare del paese.
Fu così che per me incominciò una nuova vita, e per mio padre un nuovo amore. Hilde ci aveva salvati.