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I DUE ORSI BIANCHI

A Irina piaceva dedicarsi alla scrittura la domenica pomeriggio, riscaldata dal tepore della stufa in maiolica e da un buon pasto consumato da sola nella cucina della casa paterna dove dominavano mobili in profumato cirmolo massello. Aveva vissuto a Milano, a Parigi, a Berlino: a San Pietroburgo era tornata, ma non sapeva ancora dire se fosse un ritorno o l’ennesima tappa. Apparecchiava per una sola persona, eppure il secondo coperto era sempre a portata di mano, pronto nel caso di una visita non preannunciata. Nella stanza degli ospiti il letto era rifatto da mesi, con le lenzuola che profumavano di lavanda francese. Cucinando teneva sempre accesa la radio sulla BBC, meno per le notizie che per ascoltare voci in inglese. «Hai sentito?» disse al merlo indiano, alzando il mestolo. «Anche oggi il mondo è andato avanti senza di noi». Dopo la fine della burrascosa relazione con Marcel, il cantante dell’Opéra di Parigi, le domeniche non conoscevano più porte sbattute e nemmeno qualcuno che le sbattesse. La luce del router si spense di nuovo, la voce della BBC si interruppe a metà frase e in cucina restò solo il rumore delle zampe del merlo sul trespolo. L’instabilità della connessione Internet del Central’nyj, il distretto centrale, era frustrante; a Parigi i blackout erano rari. Irina colse l’occasione per fare una pausa e stiracchiarsi. Si alzò e si affacciò al balcone per guardare fuori oltre le coperture in ferro del tetto per cui era famoso il Central’nyj. La totale mancanza di alberi ora la disturbava; se non c’erano persone in giro, era impossibile capire quale stagione fosse. Da bambina non ci aveva fatto caso. Come rimpiangeva i maestosi platani del boulevard Saint Germain il cui fruscio le accarezzava le orecchie a ogni brezza! San Pietroburgo era famosa per il suo brutto tempo, ma con il denaro che Irina aveva inaspettatamente ereditato da un prozio emigrato in America era riuscita a ristrutturare a fondo l’appartamento. Il merlo emise uno stridio prima di volare dal trespolo alla sua spalla e guardare con lei l’orizzonte che imbruniva. Se l’era portato da Parigi affrontando le burocrazie dei due Paesi e ne andava fiera. Ogni tanto, con la voce da baritono di Marcel, diceva: «Tu rentres tard, ce soir?» Irina non rispondeva mai, ma lo lasciava finire.

A volte le piaceva fermarsi sotto la luce gialla dei lampioni per strada, sostare a chiacchierare coi vicini quando rientrava dal lavoro. Gli orari di lavoro che cambiavano frequentemente le davano l’opportunità di incontrare persone diverse. I vecchi vicini erano persone adorabili, incredibilmente educate, e sapevano raccontare molte storie su grandi scrittori o artisti che avevano vissuto nei dintorni. Raccontavano anche degli orsi del Sever, scesi dal Nord con i primi ghiacci del dopoguerra e rimasti là per decidere se fermarsi. Lo dicevano con la stessa naturalezza con cui parlavano del tram o del prezzo del pane.

Ai fronzoli, alle volute, alla joie de vivre di Parigi, San Pietroburgo (che Irina nella sua testa chiamava ancora Leningrado) opponeva la sua massiccia austerità sovietica, l’essenzialità degli arredi dei bar illuminati da neon freddi, che Irina detestava.

Al lungo e buio inverno aveva presto rifatto l’abitudine: poter leggere in un ambiente confortevole alla luce calda delle lampadine moderne, poter suonare il pianoforte poiché durante i lavori aveva fatto insonorizzare pareti, soffitti e pavimenti, le dava uno speciale godimento, dopo le vivaci discussioni coi vicini a Milano.

Il suo lavoro di giornalista l’aveva portata in giro per il mondo, ma ora trovava un dolce conforto nel riappropriarsi delle sue radici, nel riscoprire i sapori e i profumi dell’infanzia: le caramelle all’anice della nonna, che non le piacevano ma riuscivano a evocare emozioni care; quelle al lampone delle gite estive in campagna, il borodinsky di sua madre, il pane nero di segale coi semi di coriandolo, i mazzi di fiori di campo che raccoglieva con la nonna durante le estati nella dacia di famiglia a Siversky.

Irina era tornata perché pensava di poter lavorare alla Biblioteca Nazionale, la più antica biblioteca pubblica della Russia, fondata nel 1795 per volere di Caterina II. «Avendo la doppia cittadinanza, russa e francese, e la laurea in filologia slava, non sarà un grosso problema» pensava. Il russo lo parlava ancora bene, inoltre poteva vantare una conoscenza approfondita di inglese, francese e italiano. Non aveva invece passato le selezioni, così aveva ripiegato su collaborazioni con giornali stranieri che cercavano corrispondenti locali. Aveva inoltre una piccola colonna nella Novaja Gazeta, ma adesso anche il celebre giornale indipendente aveva annunciato la sua chiusura definitiva a causa di una pressione insostenibile da parte delle autorità russe. «Siamo alle solite» pensò. «Le cose non si mettono bene».

I due orsi bianchi della pasticceria Sever-Metropol, Città del nord, stavano di guardia ai lati della porta. Il più grande, come ogni volta, le strizzò l’occhio sinistro; Irina rispose con un cenno del capo, come si fa con un vicino che si incontra sulle scale. Poi entrò e ordinò una pavlova, un mors e un cappuccino. Si dispose ad aspettare la sua vecchia compagna di studi con cui, da quando si erano ritrovate qualche anno prima, si incontrava una volta al mese. Tatiana arrivò trafelata scuotendo i lunghi capelli biondi. «Non ci posso credere!» esclamò. «Alexei mi ha mentito per tutto questo tempo. Diceva che era pulito, che non prendeva più niente, e io, stupida, che gli credevo!»

«Calmati, Tanechka. Siediti e raccontami dall’inizio. Che è successo?»

«È successo che sono una cogliona! Cogliona, cogliona! Ma come ho fatto a essere così stupida, a credere a tutte quelle cazzate? Mi raccontava che usciva a incontrare dei clienti – sì, a cui vendeva la merda! –, che andava a ritirare degli scatoloni – chissà cosa c’era dentro, merce rubata, sicuramente –, che gli avevano approvato un grosso progetto. Invece erano tutte bugie!» Il tono della voce si inasprì. «Grandi, colossali bugie!» continuò, quasi urlando.

«Come l’hai scoperto?»

«Ha avuto un incidente. Ha CAUSATO uno spaventoso incidente sulla M11. Contro un TIR. Ha completamente distrutto la macchina. Mi hanno chiamata dall’ospedale. Sono andata, mi hanno lasciata entrare, l’infermiera mi ha detto: sintomi da astinenza da cocaina. E mi aveva giurato che era pulito da sei mesi, il porco!» «Ah, ma io lo distruggo!» aggiunse.

«Come sta ora?» chiese Irina.

«Come sta? Se n’è andato dall’ospedale appena è riuscito a stare in piedi. Si è strappato tutto ed è uscito, così com’era, in pigiama. Ha firmato, ha chiamato un taxi e se n’è andato. Così».

Tatiana si guardò la punta degli stivaletti bagnati di pioggia. Cominciò a piangere silenziosamente. Aveva investito gli ultimi due anni della sua vita in quella relazione. Era convinta che lo avrebbe «salvato», che insieme a lei ce l’avrebbe fatta. Insieme al migliore amico di lui erano riusciti a farlo ricoverare in una clinica per farlo disintossicare, lui aveva acconsentito. E ora questo. Era stato tutto inutile. Tanta fatica, tante notti insonni a parlare, tanti progetti, tutto per niente. Si accasciò sul tavolo. Una ciocca di capelli cadde sulla pavlova e si impiastricciò di panna. Irina gliela tolse delicatamente, poi con una salvietta inumidita procedette a pulire prima la ciocca, poi il viso dell’amica. Quando ebbe finito buttò via la salvietta e le accarezzò i capelli.

Tatiana si tirò su. «Tu me l’avevi detto» disse, senza guardare in faccia Irina. Irina tacque.

«Non mi dovevo fidare» riprese con un sospiro. «E ora cosa faccio? Tutte le mie cose sono nel suo appartamento. Mi accompagni? Devo andarmene, al più presto».

Irina si allarmò. L’amica era coinvolta nei traffici di lui? Dove sarebbe andata ora? Come intuendo i pensieri dell’amica, Tatiana le piantò gli occhi in faccia: «Guarda che io non…»

«Non ti ha coinvolta, vero?» chiese Irina.

«Zero. Te lo giuro».

«Bene. È quello che volevo sentirti dire. Andiamo».

Pagarono e uscirono. I due orsi si scostarono di un passo per lasciarle passare. Avevano la neve sul dorso e non ammiccavano più. Una sferzata di vento artico le riportò bruscamente alla realtà.

«Stanotte dormi da me» annunciò Irina. Tatiana le strinse la mano serrando le labbra.

Quando aprirono la porta, il merlo indiano volò dal trespolo alla sedia e le guardò. «Abbiamo ospiti» gli disse Irina, come si dice a un vecchio coinquilino. Per la prima volta il merlo non parlò in francese. Con la voce della nonna di Siversky disse, scandendo bene: «Проходи́, садись». Tatiana si tolse gli stivaletti bagnati e rispose, come se fosse la cosa più naturale del mondo: «Спасибо».