Archivia 13 Aprile 2025

Recupero all’oralità (29/11/2019)

Prima del consueto scambio di baci e abbracci per augurarci la buonanotte, anche stasera racconto ai miei due amati nipotini “storie” della mia infanzia. Soddisfo la loro curiosità rendendo i ricordi a misura di bambino/bambina. Sotto il piumino del lettone, ancor prima che inizi, si preoccupano di strapparmi la promessa che domani faremo la stessa cosa. In cambio mi donano ampi sorrisi d’intesa, applausi sinceri e molti grazieee. Devo a questa forma di trasmissione culturale, a me cara, il sentirmi aperta alla sincerità. Avvolta da un’intima sensazione di pura gioia, godo dell’affetto che regala essere nonna.

“”” Alla fine di ogni anno scolastico delle scuole elementari, i miei genitori decidevano di portarmi insieme alle mie due sorelle maggiori in un piccolo paese collinare, dai parenti materni. Qui avremmo trascorso l’intero periodo delle vacanze estive.

“Portare”, però, non è la parola esatta. A quei tempi, infatti, l’unico mezzo di cui disponevamo era una bicicletta da donna, un po’ arrugginita, forse di colore marrone. In quegli anni, dopo la guerra, circolavano davvero pochissime automobili. Quindi, occorreva prendere i mezzi di trasporto. Per percorrere una distanza di duecentottanta chilometri impiegavamo quasi l’intera giornata. Oggi in macchina basterebbero tre orette.

Partivamo sempre con mamma. Vivevamo in periferia e, per salire sul primo tram del mattino, uscivamo di casa all’alba. Il tram era vecchio e ci dava tremendi scossoni soprattutto quando il conducente frenava. Dopo cinquanta minuti traballanti finalmente si arrivava al capolinea, alle porte di Milano. Qui prendevamo un mezzo chiamato filobus diretto alla Stazione Ferroviaria. Il “nostro” treno era antiquato, tutto di ferro e legno. Oltre a puzzare un po’, era scomodo, rumoroso, lentissimo e si fermava in tutte le stazioni. Sferragliando sui binari produceva un acuto stridore che ci faceva fischiare le orecchie, ma ci portava solo a metà del nostro viaggio.

Per proseguire dovevamo scendere ed attendere l’arrivo di un secondo treno chiamato “Littorina”. Questo nome derivava dalla città di Littoria che oggi è chiamata Latina e si trova nella regione del Lazio. Durante quella sosta, mamma apriva il cestino del pranzo, toglieva i nostri panini e ci sollecitava ad andare a bere dalle fontanelle pubbliche. Non so se le conoscete. Erano a spruzzo e fornivano acqua pulita lungo tutti i marciapiedi delle stazioni. Ricordo benissimo che, dovendo chinare la testa per bere dallo zampillo che saliva dal basso verso l’alto, tagliente come una lama l’acqua mi entrava nelle narici. Dal secondo treno scendevamo nel pomeriggio. Prima di intravedere il casolare dei nonni ci attendeva una camminata di diversi chilometri.

Fuori dalla stazione, paziente e puntuale, ecco il fratello di mamma che, al termine dei festosi saluti, posizionava sul telaio diagonale della bicicletta della zia, la nostra unica valigia. Per mantenerla in equilibrio camminava adagio chiacchierando accanto a noi. Era compito di mamma scrivergli una lettera un mese prima, per confermargli l’orario del nostro arrivo. Con un’altra figlia piccola da accudire a casa, lei sarebbe ripartita quanto prima, o addirittura il giorno dopo.

Noi sorelle, felicissime di essere finalmente in vacanza, non accusavamo alcuna stanchezza. Ogni istante di quel viaggio era pura magia, un’avvincente avventura da gustare. Dai nonni ci saremmo riempite gli occhi e il cuore di nuovi colori e odori e, grazie a Dio, lo stomaco di nuovi sapori. Io, curiosissima non riuscivo quasi mai a stare ferma, come fossi caricata a molla, e fremevo, e correvo, saltellando dalla gioia.

Le vacanze non erano “a gratis” come direste voi. Dovevamo guadagnarcele aiutando gli adulti. Tutti i giorni – compresa la domenica – ci venivano assegnati alcuni lavoretti: faccende domestiche, pulizia del cortile o del pollaio, accudire le chiocce e le loro covate, innaffiare l’orto dello zio e, perfino, armarci di forche e rastrelli per collaborare alla raccolta del fieno. Naturalmente, essendo tutte noi otto cuginette piuttosto piccole d’età, e anche di statura, pur dimostrandoci instancabili, non sempre eravamo in grado di fare le cose per bene. Però imparavamo in fretta, andavamo d’accordo, condividevamo tutto e ci divertivano tanto, soprattutto la sera.

Adoravo, adoro tutt’ora, l’odore dell’erba appena tagliata che profumava di terra, di fiori, – principalmente ciclamini – e insetti. Spesso mi tuffavo sopra un cumulo di fieno, mi rotolavo, fingevo di nuotare e non smettevo di annusarlo. Era inebriante e irresistibile, ma voi non avete idea della difficoltà per togliere i fili d’erba dai capelli prima di ripresentarmi a casa!

Spesso alcuni contadini del paese raggiungevano gli adulti della famiglia sui prati, portando i loro attrezzi a spalla. Ci aiutavano spontaneamente nel lavoro dei campi. Sotto un sole estivo sempre infuocato, accompagnavano il sudore della fronte con canti, racconti e mille risate contagiose. Ad allietare quelle giornate di fatica avevamo il cibo della “banca alimentare del nonno”: fette di polenta dorate e croccanti, salumi e formaggi, pomodori e tutta la frutta che volevamo. I grandi svuotavano velocemente i fiaschi di vino per bere “un bicchiere di quello buono”. Noi correvamo a dissetarci direttamente ad una fonte di acqua limpida e piuttosto gelida, che scaturiva abbastanza vicino.

Ricordo che una volta durante la raccolta dell’uva, la “vendemmia”, a furia di mangiare un piccolo graspo qui e uno là, una delle mie sorelle si ubriacò. Barcollava pericolosamente e non smetteva di ridere a crepapelle tenendosi l’addome con le braccia incrociate. Le risate ci contagiarono mentre lei supplicava: “Qualcuno mi aiuti mi scoppia la pancia!!!”

Il meritato premio per aver raccolto i grappoli dell’uva a bacca nera, consisteva poi nell’affidarci il compito di provvedere alla loro “pigiatura”: So che sapete, avendolo sperimentato a scuola, che veniva fatta con i piedi. Dentro ad un enorme mastello di ferro, disobbedendo ai consigli dei grandi, senza calzare gli stivali, schiacciavamo migliaia di acini da cui far uscire il succo e la polpa. A me piaceva inzupparmi fino a sembrare uno spaventoso zombie. Infatti, come tutte, ero di colore blu, rosso e viola. Riuscite ad immaginare il divertimento? Tra spinte, risate, parolacce, scivoloni, urla di protesta ci gettavamo addosso a piene mani quel miscuglio dall’odore sgradevole. Anch’io, incapace di reggermi in equilibrio, scivolavo andando a sbattere da ogni parte. Ignoravamo volutamente il dolore del corpo. Il giorno successivo le vesciche alla pianta dei piedi ci costringevano a camminare lentamente, rinunciando a correre o saltare.

In quel delizioso paesino, che contava meno di cento abitanti, in compagnia di parenti generosi, persone sane di buon carattere, e fruendo di cibo ottimo e abbondante, so di aver trascorso le più scanzonate, le più felici e le più istruttive vacanze della mia giovane vita.”””

Si è fatto tardi. Osservo i volti angelici dei miei silenziosi nipotini. Si stanno assopendo. Sorrido e rifletto su quanto ho raccontato. Repentinamente davanti agli occhi mi balena l’immagine di nonna Lisetta, la mamma di mia madre. Per colpa del suo adorato gatto Toni, poco si era fatta benvolere da me. Oggi che sono nonna e che, almeno per ora, i ricordi non sbiadiscono in un grigio tramonto, amerei poterle stare accanto su quella “sua” panchina. Felino permettendo, con tenerezza la vorrei stringere al cuore in un lungo silenzioso affettuosissimo abbraccio.

N.B.13 aprile 2025 A distanza di sei anni oggi rileggo questo racconto. I miei nipoti, studenti liceali, ormai sono entrambi assai più alti di me. E la ragnatela delle mie rughe nel frattempo si è infittita.

SONO RIUSCITA

Alla fine, me ne sono andata come volevo. Nel posto in cui sono ora, il tempo non scorre e l’aria profuma di glicine, come sul patio della nostra casa, dove usavamo mangiare tutti insieme nelle belle giornate di sole. Qui tuttavia i giorni non hanno peso.

Da qui posso vedere tutto, ma non posso toccare nulla, se non i cuori. Ho tutto quello che posso desiderare, ma mi mancano moltissimo le mie figlie.

Certo, ho provveduto ad aiutare ciascuna di loro: alla più grande ho procurato il lavoro fisso che tanto agognava. Non è cattiva, poverina, ma non ha troppa voglia di impegnarsi. Si sacrifica fino ad annullarsi, per la famiglia: per la nonna, per la sorella, per me… Ma la mattina, se deve alzarsi presto, è una battaglia. Comunque, ce l’ha fatta. Ora lavora in uno stabilimento farmaceutico, ha delle brave colleghe, si trova bene, ha uno stipendio fisso, fa una vita regolare.

Alla più piccola, invece, ho fatto incontrare l’amore della sua vita. È cubano, un bel ragazzone alto e con una bella parlantina, che l’ha fatta innamorare. È quello che ci voleva per una sanguigna come lei. Professionalmente è una donna capace, non avrà problemi.

Loro non sanno che sono stata io, anche se l’amica della mia figlia più grande, quella che scrive, l’ha capito subito che c’era il mio zampino. Del resto, con lei avevo un rapporto speciale: mi sentivo più sua amica io delle mie figlie. Quando ci trovavamo a parlare, ci intendevamo subito perché condividevamo gli stessi valori un po’ fuori moda: vestirsi in modo femminile, ma non volgare, le camicie da notte della nonna coi pizzi, le gonne a fiorellini, lo stile gitano, le stoffe provenzali, l’amore per la conoscenza, il parlare colorito ma non sguaiato, la pacatezza, la dignità, il femminismo.

Del resto, è a lei che ho chiesto aiuto quando mi sono resa conto che in quel modo non potevo più andare avanti.

Un giorno mi disse: «Sai, la parola giusta può cambiare tutto.» Ridevamo delle frasi a effetto che scriveva nei suoi racconti, di quella sua idea che il mondo si potesse risolvere con la bellezza della scrittura.

«Io non so scrivere» le risposi, «ma so leggere. E capisco quando qualcuno dice la verità.»

Lei sorrise, quasi sollevata. Ero la sua lettrice ideale, diceva. Io non lo sapevo ancora, ma era lei che avrebbe scritto la mia storia.

Quando le ho detto che non ce la facevo più, mi ha guardata con occhi intensi. Ho aspettato che dicesse qualcosa, che trovasse una soluzione, che facesse la magia delle parole che sapeva usare così bene.

Ha solo scosso la testa.

«Non posso aiutarti» ha sussurrato.

In quel momento, qualcosa dentro di me si è spezzato. Se nemmeno lei poteva salvarmi, allora non c’era davvero più niente da fare.

Forse avrei dovuto combattere di più? Pensavo che ci fosse una strada. Invece non c’era.

Quella sera, quando anche lei mi disse che non poteva aiutarmi, capii di stare urlando in un pozzo vuoto.

Mi accasciai nel mio letto sanitario, in silenzio.

Spensi l’interruttore.

Smisi di lottare.

La mia truppa se la cava, anche senza di me. Il padre delle mie figlie sta lentamente andando in declino, la vita fa il suo corso. Mia mamma tra un po’ mi raggiungerà. Ci stiamo già preparando ad accoglierla.

L’amica di mia figlia non lo sa, ma a volte le sussurro all’orecchio. L’altra sera, mentre correggeva un suo racconto, ha trovato una frase che non ricordava di aver scritto.

L’ha letta più volte, si è passata le dita sulle tempie, ha controllato i vecchi appunti.

Ma no, quella frase non era sua.

Eppure era lì, impressa in inchiostro nero.

Sono sicura che ha capito.

Sono sempre stata più brava a leggere che a scrivere, ma questa volta ho fatto un’eccezione.

Mi guardo intorno.

Qui ho tutto.

Tranne il mio cuore, che è rimasto laggiù.

Un condominio democratico

Nel condominio De Verbis, in via Paradigmi, abitavano molti tempi e modi.
Era un condominio democratico dove ognuno diceva la sua e si teneva conto delle opinioni di tutti.
Sempre in primo piano c’era il presente che, ogni tre per due, batteva i tacchi e ripeteva ad alta voce: «Presente», al secondo piano viveva l’imperfetto che, non sentendosi perfetto, stava sempre nascosto e non parlava con nessuno.
Al terzo piano si trovava il passato che, siccome guardava sempre indietro, soffriva di cervicale e ripeteva continuamente che: «Una volta si stava meglio», al quarto c’era il trapassato che, poverino, non comunicava più perché era morto.
Al quinto piano abitava il futuro che, essendo un po’ indolente, procrastinava ogni azione ripetendo: «Farò, dirò, studierò…» ma non concludeva niente.
Il sesto piano era di proprietà del congiuntivo che, con un po’ di puzza sotto il naso, si lamentava terribilmente perché molte persone non lo conoscevano o ne sbagliavano l’uso.
Al settimo piano, con la testa fra le nuvole, viveva il condizionale, modo dei sogni, che ripeteva a se stesso: «Vorrei, vivrei, andrei…» e infine all’ottavo, nell’attico, si trovava l’infinito perché, essendo infinito, dal terrazzo voleva vedere l’orizzonte.
Un giorno, i tempi e i modi decisero di indire una riunione condominiale perché qualcuno nel palazzo non pagava le spese.
L’amministratore Participio Deciso si accorse subito di chi era la colpa: era del trapassato che, non essendoci più, non poteva onorare le spese.
L’assemblea, democraticamente, votò di offrire ospitalità a un altro modo, ma non all’imperativo perché voleva comandare solo lui.
Era rimasto il gerundio il quale arrivò nel condominio cantando, ballando e rallegrando la giornata di tutti.
Il problema si presentò la sera quando, addormentatosi, passò la notte russando, russando e russando così forte che tenne tutti svegli.
L’assemblea si riunì nuovamente per risolvere il problema. Modi e tempi votarono all’unanimità per insonorizzare il quarto piano, dove si trovava il gerundio, così, sia i piani sotto che quelli sopra, non sarebbero più stati disturbati dal russamento: di notte tutti avrebbero dormito e di giorno si sarebbero divertiti.
Ma chi avrebbe pagato l’opera?
Il gerundio, naturalmente, decise l’assemblea. Il loro era o non era un condominio democratico?

La bambina e la baby sitter

Roxana piangeva lacrime amare, chiusa nell’armadio per non farsi trovare dalla baby sitter. Era buio lì dentro e aveva paura che la vecchia serratura difettosa si inceppasse. Ripensava a quando la maestra, alla fine dell’anno, aveva premiato la classe con la lettura de “Il leone, la strega e l’armadio”. Erano in seconda, allora. Magari avesse potuto fuggire in un altro mondo attraverso l’armadio! Tastò il pannello di legno, ma era solido e inchiodato.
Il groppo che aveva in gola le aveva impedito di difendersi e spiegare perché non era colpa sua per ciò che era successo a Billy, così la baby sitter l’aveva ritenuta colpevole. Avrebbe riferito tutto ai genitori.
Roxana non aveva pianificato nulla. Era stata una specie di vocina dentro la sua testa che le aveva suggerito di prendere il coltello più grosso dal ceppo in cucina, prima di rifugiarsi nell’armadio. Quando la baby sitter, cercandola a gran voce, aprì l’anta dell’armadio, le si scagliò contro con un grido e affondò il coltello senza guardare. Giustizia era fatta!
La vista del sangue la fece barcollare. Sgorgò fuori con un ‘blob’, come nei fumetti, poi la sua mano fu investita da un liquido caldo e appiccicoso.  Puzzava.
Si ritrasse istintivamente,  gettò il coltello e scappò giù dalle scale senza sapere bene dove andare. La nonna! La nonna sicuramente le avrebbe offerto rifugio e protezione. In fondo, era l’unica parente vera che le fosse rimasta, dopo la morte dei genitori per un’overdose quando Roxana era piccola. I servizi sociali l’avevano sballottata da una famiglia all’altra, ma la nonna c’era sempre durante le vacanze estive e qualche volta anche nei fine settimana. Però era vecchia e malata, non poteva occuparsi di lei sempre, così le aveva spiegato l’assistente sociale.
Era stato facile scappare dalla prima famiglia quando l’avevano rinchiusa in casa da sola mentre andavano a fare compere. Con una forcina per capelli, in venti minuti Roxana era riuscita ad avere la meglio sulla serratura e se l’era svignata. Sfortunatamente l’avevano trovata subito dalla nonna e l’avevano rispedita a casa.
Nella seconda famiglia erano più guardinghi, forse li avevano avvisati. Le porte avevano dei catenacci che si potevano aprire solo dall’esterno. Scappare era impossibile. Lei però aveva escogitato un modo per  avvelenarli pian piano, mettendo una mezza pastiglia di sonnifero sbriciolata nella minestra ogni sera. Ogni settimana aumentava la dose. Quando era arrivata a tre pastiglie e mezza, la madre aveva avuto un incidente d’auto mentre era alla guida ed erano morti sia lei che il marito. Nessuno aveva sospettato nulla.
Così era finita nella terza famiglia, dov’era ora. All’inizio le cose sembravano andare bene, poi il fratello aveva cominciato a prendersi delle libertà. La picchiava quando i genitori non c’erano e aveva anche provato a spogliarla per “farle vedere come si fa”. Lei si era ribellata e lo aveva morso. Così era cominciata la guerra fredda tra di loro, a colpi di agguati.
La sera in cui i genitori erano andati al cinema avevano chiamato la baby sitter per curare entrambi. Roxana stava giocando nella sua stanza quando Billy era entrato senza far rumore. Le aveva fatto cenno con un dito sulla bocca di tacere. La schiena di Roxana si era irrigidita subito, tutti i suoi campanelli interni di allarme suonavano. Urlare subito o saltargli addosso prima che avesse modo di preparare una difesa? Optò per la seconda e gli si avvinghiò a una gamba. Gli arrivava fino al petto, in fondo Billy aveva solo quindici anni ed era pure in ritardo con lo sviluppo. Lo graffiò in viso e sulle braccia con tutte le sue forze, come un gatto, come una tigre. Il ragazzo non poté trattenere un urlo e cercò di scalciarla via. Lei ritornò alla carica con una gragnola di pugni che lui non si aspettava, cercò di restituirli, ma Roxana fu più veloce e lui non si muoveva più.
Fu a quel punto che arrivò la baby sitter, allertata dal fracasso che avevano fatto cadendo e rotolando in mezzo alla stanza.
Roxana scappò per i campi fino a una fermata dell’autobus, che aveva visto arrivare. Saltò su e scese al capolinea, prese la metropolitana e si avviò a casa della nonna, attenta a nascondere la mano insanguinata dentro il maglione. Qualche adulto la guardava un po’ più a lungo del solito, ma poi prevaleva il disinteresse e la paura di cacciarsi in qualche bega. Arrivò dalla nonna che era già buio. Sgattaiolò nel capanno degli attrezzi e aspettò che la nonna accendesse la luce della camera da letto. Solo allora si arrischiò a bussare tre volte contro il vetro. Era il loro segnale. La nonna sapeva che in quel modo bussava solo Roxana al vetro della finestra. Infatti si precipitò ad aprire la porta sul retro. Roxana entrò. Da principio la nonna non si accorse del sangue, non ci vedeva molto bene e la luce dell’abat jour era fioca. Era anche un po’ sorda, così Roxana dovette urlare per farsi comprendere.
Un vicino che era ancora in giardino a tagliare le piante nonostante il buio sentì tutto. Sentì come la bambina raccontò dell’attacco col coltello alla baby sitter e come chiese alla nonna di nasconderla.
Fu la sua testimonianza in tribunale che la inchiodò. Per l’omicidio della baby sitter fu condannata a sette anni di carcere. La nonna morì di crepacuore poco dopo la sentenza.
“Ti puoi rifare una vita” le dicevano le suore che venivano a trovarla in cella una volta alla settimana.
Quando riuscirono a spegnere l’incendio della villa di Sean Diddy Combs a Los Angeles fu trovato un cadavere carbonizzato. Sulla base dell’esame del DNA, gli esperti forensi determinarono che il corpo corrispondeva a un individuo di razza caucasica, di sesso femminile, di circa quindici anni, in stato avanzato di gravidanza.

L’uomo dei cavoli

In un paese del Sudeuropa dove gli abitanti vivevano ancora del lavoro dei campi e l’olio scorreva a fiumi abitava una giovane coppia di sposi.
Il marito aveva mani grandi con cui manovrava sapientemente sia l’aratro che la cazzuola. Nel corso degli anni, tra la nascita dei figli e l’acquisto degli armenti, riuscì a edificare una casa per sé e per la sua famiglia.

La moglie era dedita alla casa e all’educazione dei figli, si occupava di preparare pasti nutrienti con i prodotti che dava la terra, curava che le figlie imparassero a ricamare per preparare la propria dote e che il ragazzo andasse bene a scuola. Nei giorni di festa madre e figlie indossavano l’abito tradizionale, costituito da una camicetta e da una gonna scura che si raccoglieva a pieghe. Tutti insieme si recavano allora in piazza, dove si svolgeva la vita della comunità: i suonatori intonavano le canzoni antiche con i tamburelli, le note incalzanti spingevano i piedi dei ballerini, le mani si alzavano al pari delle fiamme, gli sguardi tra i giovani si incrociavano furtivi.
Entrambi i coniugi si dedicavano all’educazione dei figli dando il buon esempio. Le scelte generose cementavano la vita della comunità, il tempo intrecciava una fitta tela di favori tra gli abitanti; al pari di un arazzo in via di tessitura, la tela mostrava il suo disegno generazione dopo generazione.

Le tre figlie avevano ereditato dalla nonna materna delle abilità particolari. Alla nascita del fratellino, ognuna gli aveva fatto dono di una qualità speciale: la più grande gli aveva donato occhi belli, la mediana un’energia inesauribile, la più piccola un cuore buono.

Una a una le figlie si sposarono e andarono a vivere in altre case, dove fondarono le rispettive famiglie. Durante le feste si ritrovavano tutti nella casa dei genitori in cui si celebrava in pompa magna: le figlie aiutavano a preparare i dolci tradizionali, attorno al desco ci si scambiavano le notizie sugli ultimi avvenimenti, nel pomeriggio si giocava a tombola, dopo cena si suonava e si ballavano le danze popolari con grande diletto di adulti e bambini.

Il figlio maschio però tardava ad accasarsi. Nonostante ne avesse grande desiderio, il suo sogno segreto di avere una famiglia tutta sua non si era realizzato. Il suo cuore si gonfiava di tenerezza alla vista dei nipoti, per i quali d’inverno aveva sempre un posto speciale sulla slitta che trascinava nella neve, carica del raccolto del suo orto. L’uomo aveva una predilezione per i cavoli. Aveva trovato, infatti, che i cavoli erano l’ortaggio che più si addiceva al suo appezzamento di terreno, dove crescevano, rinvigoriti da buon letame maturo, come per magia. Ogni mattina, prima di nutrire le galline e recarsi al lavoro, l’uomo ispezionava il suo orto e ne constatava il buono stato di accrescimento. Un giorno, controllando alcune foglie secche da rimuovere da sotto alcune piante di cavolo, ne trovò una grande di una forma inusuale che non si staccava: tirò allora un po’ più forte e ne uscì un vagito. Stupito, scostò le foglie vicine fino a scoprire un piccolo fagotto che si muoveva leggermente: una bambina. Grande fu la sua meraviglia e ancora più grande il suo sollievo nel constatare che la piccola era sana e vigorosa. La portò svelto in casa e la adagiò in una scatola di cartone foderata di lana morbida. Di lì a poco informò la famiglia, che fece festa grande e organizzò una cerimonia in cui la piccola venne battezzata Cavolina.

Da quel momento la vita dell’uomo dei cavoli fu dedicata alla figlia. Cavolina crebbe lieta e leggiadra, aiutando il padre nei lavori dell’orto e imparando da lui i segreti delle erbe selvatiche commestibili e medicamentose, oltre a studiare diligentemente a scuola. Quando arrivò alla pubertà scoprì di possedere anch’ella dei poteri particolari. Per l’amore che portava al padre, Cavolina desiderava ardentemente donargli ciò che nella loro casa mancava di più. Fu così che, una notte, dopo molte preghiere, Cavolina si addormentò sognando la madre mai conosciuta. La madre era una fata e nel sogno le indicò un bosco dove mandare l’uomo a fare legna. Il giorno dopo, su indicazione di Cavolina, il padre andò nel bosco e incontrò una giovane donna; i due si piacquero, si innamorarono e poco tempo dopo si sposarono. La loro gioia fu allora completa e vissero insieme felici e contenti per molti anni a venire.

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