Archivia Febbraio 2020

2020 Anno bisesto, anno dissesto

Se ben ricordo gli antichi Romani odiavano il mese di Febbraio, così irregolare, freddo e buio, al punto da associarlo al culto dei defunti e degli inferi.    Alle scuole medie, grazie ad un’ottima professoressa di Inglese, avevo anche imparato che nel mondo anglosassone il “Leap Year” – l’anno del salto – era da sempre considerato “fortunato” e il 29 febbraio unico giorno dell’anno nel quale concedere alle donne di avanzare, in maniera seria, una richiesta di matrimonio ad un appartenente dell’universo maschile.

L’idea che oggi mi frulla in testa, lontana sia dai lutti che dalle nozze, è questa: chiedere a chiunque di voi abbia in casa un numero di confezioni di medicinali pari o superiore a quello di casa mia (e non alludo ai farmaci per l’autoisolamento predisposto dalle Autorità Sanitarie per la presenza del Corona virus, sia chiaro)… che si faccia avanti;

chiedere, inoltre, a qualcun’altra di voi che in questi primi due mesi dell’anno, come capitato a me, abbia bazzicato mediamente più di una volta al giorno Ospedali, Medico di base, Cliniche, Laboratori medici, Pronti Soccorso etc. (sia chiaro: sempre con l’esclusione dell’imprevedibile Virus di cui sopra)… che me lo faccia sapere.

Infatti, (benedetto Virus permettendo), al fine di poter allestire in maniera del tutto originale per il prossimo Natale il mio abete gigante, in pura plastica, e poi magari partecipare anche a qualche concorso che premi fantasia e creatività, ho urgente necessità di iniziare ad effettuare con chiunque, o qualcun’altra di voi, scambi di: scatole di medicine – doppie e vuote logicamente! – fotocopie di scontrini Farmacie o di Fatture saldate.   Grazie.

29 Febbraio 2020

 

Amore Viscerale

Leggere mi dona la gioia di aver imparato sempre qualcosa di nuovo, di aver depositato nella cassaforte dell’anima l’oro delle parole che mi arricchiscono e mi consentono di diventare una persona migliore e, perché no?, più intelligente.

Leggere mi alimenta: è cibo buono, gioia grande, un piacere puro e semplice; leggo di tutto dichiarandomi “divoratrice onnivora” e, talvolta, alla fine di un libro raggiungo perfino uno stato di benessere che si avvicina all’estasi.

Leggere mi dona qualcosa di cui scrivere, di cui parlare: mi aiuta a concentrarmi, imprigiona la mente dopo una faticosa giornata a contatto con la realtà e mi fa evadere consentendomi di entrare nell’immaginazione di un’altra persona.

Amo i libri, tutti, indistintamente: mi fanno sentire viva, ricordare un’infinità di cose della vita, mi impegnano, mi mettono in ansia, mi ispirano nuove idee, ravvivano desideri, traboccano di ricordi di altri libri; questo amore viscerale per i libri, da sempre ben nutrito, mi impedisce di smettere di amarli.

Da bambina ricordo di aver provato più trasporto ed affetto nei confronti dei libri che delle persone adulte; queste ultime si rivelavano incapaci di apprezzare e stimolare la mia voglia di apprendimento.   Ho riservato ai libri un posto privilegiato nell’anima ed un grande rispetto, sentimenti sempre vivi in me dal momento che, come sospetto capiti a tutti i piccoli lettori, avrei voluto essere indistintamente ognuno dei personaggi che incontravo nelle letture, per vivere la loro avventura così particolarmente diversa dalla mia.

I miei primissimi libri rappresentavano i “miei migliori amici” e amici sono rimasti. Li conservo ancora con scrupolo: può sembrare assurdo ma per nessuna ragione al mondo avrei potuto allontanarli dal mio cuore, neppure in caso di incendio.  Tantomeno con il terzo (spero ultimo) trasloco.    E’ notizia piuttosto nota che per motivi di spazio, assai limitato nel nuovo appartamento, giocoforza mi sono vista costretta a rinunciare a centinaia e centinaia di interessanti volumi. A piene mani li ho donati a parenti, amici, conoscenti, alla Caritas, Associazioni, Biblioteche e perfino ad un Carcere.   Eppure, a distanza di quattro anni, non sono riuscita a ricucire neanche in parte lo strappo patito e sono sicura che non ci riuscirò, neppure tra altri quattro.

 

Io sono Eva

Mi chiamo Eva e ho compiuto circa 6000 anni biblici. Gli anni reali non li so, è passato così tanto tempo da fare sfumare i ricordi. Ricordo bene però di essere nata nel giardino dell’Eden. Era un gran posto, verde ed ubertoso, racchiuso fra i fiumi Tigre ed Eufrate. Faceva sempre molto caldo, il che era gradito data la nostra propensione a girare come Dio ci aveva fatti. Scordatevi che fossi bionda e bianca come il latte come solitamente mi dipingono: a quei tempi non avevano ancora inventato le creme solari, quindi ero di un bel colorino brunito. Ad Adamo però piacevo così com’ero, e anche tanto. Non è che avesse poi tutta quella scelta, dato che al tempo esistevamo solo noi. A volte forse si fa di necessità virtù.

Siamo cresciuti insieme come fratello e sorella. Ogni cosa ci stupiva, ogni giorno salutava una nostra prima volta. Sono stati gli anni migliori, quelli dell’innocenza. Dio ci ha fatto da padre e da madre. Scordatevi l’immagine del Creatore come quella di un vecchio dalla barba bianca: Dio è maschio e femmina, lo ha detto anche un Papa.

D’altronde se usate un po’ di logica ci potete arrivare anche da soli: all’inizio dell’adolescenza una donna diventa signorina, che è un modo elegante per dire che le è arrivato il primo mestruo con tutti i gli annessi e connessi. Chi è a spiegare alla bambina tutto ciò che c’è da sapere sull’argomento?  Naturalmente è la mamma! I papà in genere si trincerano dietro a un semplicistico “sono cose da femmine”.

A spiegarmi tutto sul ciclo è stato quindi Dio madre, compresa la raccomandazione, dato che la pillola non era stata ancora inventata, di starci molto attenta.

Io sono la donna dei record, quella che ha aperto la strada a tutto ciò che è successo dopo al genere femminile. Fra le varie cose, sono stata la prima ad affrontare un matrimonio combinato. Non che per dirla tutta mi fosse poi dispiaciuto. D’altro canto non avevo molta scelta e, come ho già precisato, si fa di necessità virtù.

Eravamo giovanissimi e ancora molto ingenui. Soprattutto Adamo, perché si sa che le femmine sviluppano prima mentre i maschi a volte non sviluppano proprio mai. Due adolescenti a cui i genitori non avevano vietato quasi nulla, tranne quella regola così assurda di non mangiare una mela. Si sa che il frutto proibito fa gola a tutti. Noi non facevamo che pensarci, Adamo per primo, lo giuro. Però, essendo immaturo e anche un po’ vigliacco, quando siamo stati scoperti a mangiare lui ha scaricato tutta la colpa su di me.

Il resto è storia. È la comoda scusa utilizzata da tutti gli uomini per relegarci al ruolo di comprimarie, concubine, subalterne, vittime predestinate al ruolo di messaline o vergini, a partorire nel dolore per espiare la colpa.

Ma svegliatevi un po’ su, figlie mie: io ho partorito nel dolore solo perché all’epoca l’epidurale non era stata ancora inventata. Dio non è così crudele e, delle donne, ha sempre avuto il massimo rispetto. Tanto è vero che ha concesso proprio a noi il dono più grande: essere al suo pari, creatrici di nuova vita.

Un ruolo esclusivo che Adamo e i suoi figli, in fondo, non ci hanno mai perdonato. Il primo torto che hanno fatto a una donna, a me, è stata proprio l’accusa della tentazione. Una colpa, la maternità, che ci hanno fatto espiare fin dall’inizio: tutti conoscete i nomi dei figli di Adamo ed Eva: Caino, Abele e Set. Ma naturalmente hanno avuto delle sorelle, a cui è stato tramandato il dono di creare la vita. Chi si ricorda di loro? Nessuno. Sparite dalla storia che conta fin dall’inizio dei tempi.

Quanta strada abbiamo dovuto percorrere prima che sorgessimo dal torpore, prima che trovassimo la forza e il coraggio di riappropriarci della nostra identità.

Per questo oggi sono qui, in mezzo a voi, per ricordarvi chi sono. Non dimenticatelo mai quando parlate di me, prima di nominare il mio nome invano: io sono Eva, sono vostra madre, vostra sorella, vostra figlia, la vostra sposa. Io sono una donna.

SOLITUDINE???

Mi dico che non ha senso per una persona che vive la fede e per la quale il rapporto con Dio è fondamentale dire “mi sento sola”. Eppure quando certe sofferenze sono quasi insostenibili, certi dolori sono accompagnati da paura e smarrimento, sento che non posso comunicare fino in fondo ad altri il mio malessere e mi dico “sono sola”.
Ma non posso fermarmi lì e piangermi addosso, pregando fra le lacrime, trovo un senso a tutto quello che mi fa stare male perché il Dio dell’impossibile mi consola, mi infonde la speranza che avevo perso per strada e mi suggerisce possibili soluzioni che non vedevo. Io lo so che il Signore è sempre presente nella mia vita e che, se mi mette alla prova, è per farmi riflettere sulla mia fiducia in Lui, sulla speranza che non deve mai venire meno e sulla certezza che dopo questa vita, che è un soffio, ce n’è un’altra al pensiero della quale la mente si perde nel mistero, ma che è la vera vita che ci aspetta.
Allora mi posso sentire sola in mezzo a tanti, anche persone care, ma non c’è più solitudine quando prego il Dio che mi ama da sempre e che da sempre vuole solo il mio bene.
Carla

10 febbraio 2020

Rosso Corallo

Oggi inauguro un nuovo elegante tailleur color corallo indossandolo per la prima volta; è bello davvero e mi cade perfettamente. Ho abbinato una camicetta bianca ed un paio di scarpe, dal tacco medio alto, colore blu cielo sulla cui punta è inserita una sottile striscia obliqua che richiama la tonalità dell’abito.   Una spilla color oro, identica a quelle “da balia” ma più lunga, chiude la gonna a portafoglio a metà coscia, è decorativa senza dubbio ma serve a tenere fermo il lembo di stoffa asimmetrica sovrapposta.

Look perfetto per una ghiotta occasione: un “pranzo premio” che oggi viene offerto dal Presidente della Società multiservizi,  per la quale mi prodigo da oltre dieci anni, ad alcuni responsabili dei vari Uffici, di cui faccio parte.    La nostra gradita presenza è prevista per le ore 13.00 in un raffinato ristorante di Via Senato; nostro compito sarà fungere da grazioso corollario ad un personaggio Vip – fratello di un personaggio pubblico extra Vip – che sta per arrivare in compagnia del suo fotografo personale, dicono.

Gli Uffici della nostra prestigiosa Azienda si trovano in Centro Città, ubicati all’interno di un grande palazzo d’epoca, distribuiti su tre piani ospitano un organico di duecento unità.  La felice posizione dell’edificio è molto invidiabile, ideale per me al punto che lo stress da pendolarismo, la stanchezza quotidiana e il peso delle responsabilità vengono alleggeriti dal fascino irresistibile che esercita questo inimitabile cuore pulsante della Metropoli.

Le ore tredici sono trascorse da diversi minuti ed io sto consumando una dose di nicotina, accompagnata dal quinto caffè della mattina, quando vengo convocata in Direzione: qui la “mega segretaria”, con eccessiva serietà e studiata compostezza, comunica ai premiati che il pranzo deve essere posticipato ad altra data: l’ospite atteso si è scusato ma  urgentissimi  impegni lo reclamano altrove.   Senza commentare sorridiamo facendo “buon viso a cattivo gioco”. Alcuni di noi optano per un salto al Burger King, altri alla tavola calda; decido di tornare nel mio ufficio dove ad attendermi trovo un nuovo carico di fascicoli di pratiche da svolgere. Il mio senso del dovere ha la priorità, il lavoro verrà scrupolosamente terminato entro oggi con la collaborazione della collega Mimma, dirimpettaia di scrivania, rientrata or ora dal suo solito pranzo fugace.

Lei, ottima segretaria, giovane signora che da sempre mi lavora accanto e di cui sono particolarmente buona amica, trovandosi in sovrappeso tenta di seguire una sempre più moderna “dieta dimagrante”, io, non più giovane, magrissima in taglia 38, rinuncio a  seguire quella “ingrassante” insensibile all’idea di eliminare il disdicevole cocktail a base di caffeina e nicotina che compone il mio limitato menù.   Trascorro ulteriori tre ore immersa nelle carte e impegnata al telefono prima che il mio organismo dia voce ad una legittima  protesta:  Mimma si offre di scendere al “bar di sotto” per prendermi del cibo ed un caffè.

Scostata la sedia dalla scrivania, divaricate per benino le gambe, reggendo con la punta delle dita di entrambe le mani un untuoso tramezzino che sgocciola, spingo il busto in avanti chinandomi leggermente.   Lo strato del panno della gonna soprapposto si apre creando un bizzarro, poco signorile, “effetto scopertura”.

Nell’attimo esatto in cui addento il primissimo boccone, qualcuno spalanca di botto la porta  alla mia sinistra, facendoci sussultare.    Vediamo spuntare una testa maschile che sporgendosi in avanti getta sguardi indagatori di qua e di là.   Poi segue un corpo che entrando si protende  direttamente verso il mio …tramezzino.   Sollevato a malapena lo sguardo, il volto ormai color del corallo, riconosco immediatamente l’uomo che è entrato, mi ha guardata ed ha sorriso divertito scuotendo il capo.   “Buon appetito!, signora…?”

“Elvira” risponde prontamente Mimma sorridendogli bonariamente, ammiccando nella mia direzione e sforzandosi di non far scoppiare la sua, rumorosa, irresistibile risata.

“Tranquilla, la prego. Continui pure tranquilla. Scusate il disturbo, vado cercando il Dr. F.”

L’improvvisato ospite scoppia a ridere e prima di allontanarsi mi gratifica con una divertita strizzatina d’occhio; dalla soglia ci saluta con la mano, si scusa nuovamente e coglie l’occasione per tornare ad osservarmi, ma non in volto.

Fulminandola con uno sguardo abrasivo, posando il dito indice in verticale sulle mie labbra chiuse, proibisco a Mimma di proferire parola; poi, con desolazione, osservo le macchie di unto che hanno battezzato il mio nuovissimo tailleur rosso corallo che, – sono pronta a scommetterlo – , a lungo conserverà l’incantevole ricordo dell’incontro con un Vip.

 

Precisazioni dovute: Correva l’anno 1993; il ristorante da Alfio ha chiuso definivamente nel 1997; gli Uffici della “mia” Società nell’anno 2002 si sono trasferiti lontano dal Centro Città.

 

10 febbraio 2020

Ho trascorso un mese a Piancavallo

Da molti anni ho vissuto un disagio nel rapporto col cibo. Ho fatto numerosi percorsi senza risultati ma finalmente è arrivata un’opportunità che sentivo di poter affrontare nonostante comportasse un mese intero fuori casa. La motivazione ad uscire dallo stallo nel quale mi trovavo era forte e non era tanto quella di lavorare sul disturbo alimentare quanto piuttosto la consapevolezza che se non mi fossi decisa ad affrontare il problema, la mia situazione generale, muscolare, tendinea ed altro, era ad alto rischio.
Ho presentato la domanda a Piancavallo e quando mi hanno chiamata, pur con fatica, sono partita. La prima settimana sono stati vicini a me, in una pensione, mio marito e mia figlia Benedetta. Questo ha favorito il mio inserimento ma poi sono rimasto da sola.
Posso dire di essermi scoperta diversa, una persona socievole e desiderosa di condividere con le altre pazienti la mia storia. Ho anche recuperato l’abitudine che avevo completamente persa, di pranzare a mezzogiorno. Con le persone che vivevano come me il ricovero, ho legato al punto che abbiamo creato un gruppo whatsapp e tuttora siamo in contatto amicale e di sostegno reciproco. Mi sono stupita di me nel senso che non pensavo d stare così bene con gli altri. Certo mi mancava la mia Betta ma avevo più tempo per me, mi riposavo, ascoltavo le mie nuove amiche, giocavo a carte.
Insomma una bella esperienza. Adesso devo continuare ad alimentarmi meglio e devo accettare l’aumento inevitabile di peso e una fisicità un pò diversa ma so che con l’aiuto di tanti che mi offrono amicizia, ce la faro’. Fra i tanti ci siete anche voi!!!!!! Ci conto…..
Carla

Te la senti?

Te la senti

di asciugare il pianto di una donna

che ha una bimba inconsolabile

nel suo cuore?

 

Te la senti

di colorare il suo sorriso

riaccendendo il fuoco dei sogni

nel camino della sua anima?

 

 

 

 

 

 

La ferita

Loro ridevano forte soddisfatti

torturando il suo corpo di bambina

Lei piangeva piano sul mistero

chiamato sesso sulla violenza sul possesso

 

Il ventre denudato specchio alla ferita

il cuore accasciato dallo schifo delle loro dita

Poi non chiese consolazione a sua madre

a una sorella a un prete o a un’amica

 

Nessuno raccolse attento tanta cruda disperazione

per alleggerirle il peso della vita

Non la accarezzò una tenera mano né la quietò una voce

a dirle “Creatura, tu non hai sofferto invano”