Archivia 31 Ottobre 2025

Io odio l’inverno

Odio l’inverno.
Odio il cambio dell’armadio: un rito pagano di sacrificio agli dei del freddo, dove i vezzosi abitini estivi vengono sepolti sotto strati di lana e malinconia. E giù piumoni, maglioni, pantaloni, sciarponi… un’orgia di “oni” che ingoia ogni velleità di leggerezza.
Odio svegliarmi nel buio e cenare nello stesso identico buio, come se vivessi in un film scandinavo senza sottotitoli.
Odio vestirmi tremando, camminare tremando e persino pensare tremando: ormai sono una maracas umana. E poi, addio panchine! Non posso più sedermi a contemplare il nulla, perché, indovinate? Esatto: ho freddo.
Odio avere fame ogni tre ore, perché il mio corpo, da bravo sopravvissuto alla glaciazione, pretende carboidrati come fossero carezze. E quei giorni di pioggia uggiosa, odiosa, tediosa? Perfetti per far risorgere tutti i dolori articolari che in estate dormivano beatamente.
Non so se si era capito… ma io odio l’inverno. Anche se, va detto, lui mi ignora benissimo.

Chi luciderà le scarpe?

Giovanna arriva trafelata in cucina dove suo marito Umberto sta lucidando le proprie scarpe.
«Ah, bravo! Stai pulendo le tue scarpe, puoi lucidare anche le mie?», chiede lei con tono conciliante.
«Veramente a casa dei miei era mia madre che lucidava le scarpe di tutti!», risponde Umberto un po’ seccato.
E Giovanna ribatte : «A casa mia invece era il papà che le puliva per tutta la famiglia!».
«Quindi?», domanda Umberto sempre più piccato.
«Quindi, se tu non vuoi prestarti a pulire le mie scarpe neppure io lo farò con le tue, ma ognuno luciderà le proprie», risponde Giovanna risoluta.
L’autonomia è sempre una conquista!

Pagine bianche

Pagine bianche

Pagine vuote

Ma il vuoto non è nella mia mente

Nella mia mente un turbine di parole

Nel mio cuore un tornado di emozioni

Scorrono dal cuore

Sotto la pelle

Sensazioni ed emozioni insieme

Urlano attraverso il mio essere

Esplodono dentro di me in cerca di un’uscita

Vogliono manifestarsi

Ma la mia mente le imbriglia

Le trattiene

Teme la loro uscita

Teme il loro effetto

E tutto dentro trema e mi fa tremare

Perchè non posso urlare?

Perchè non posso parlare

Perchè non posso abbracciare?

Perche non posso amare?

E’ così bello,

così dolce,

perdersi nelle sensazioni e nelle emozioni

Ma ..

Non si può,

Non sta bene

E lentamente, la mente prende il sopravvento

E tutto dentro di me torna silenzio

Pagine bianche

Pagine vuote

Tu mi salvasti

Il mio cuore
sentì le tue braccia,
dolci nidi
carezze d’angelo
paesaggio
che si perdeva
sotto un Cielo di cristallo
che restava
e
mormorante
di musica,
lanciato nel vento
riposò il mio cuore
mettendo le radici
nel grembo
della tua notte ardente
Senza più fuggire

Povero ladro

Hai inventato una scusa
dichiarandoti innamorato
Poi hai rubato qualcosa
e ti sei allontanato.

Hai preso il mio cuore
– tu non ne hai uno tuo –
ed ora pieno di rancore
non vuoi rendermelo più.

Ma hai perduto qualcosa
che non troverai mai
E’ la forza di essere vivo
quella che tu non hai.

Tieniti pure il mio cuore
– se davvero non ti pesa –
testimonierà il mio amore
piccola luce accesa

Soprammobile

La tua assenza è stata
la sua perfetta nemica mesta

Le tue braccia vuote
Le tue labbra mute
I tuoi baci trattenuti

Eppure arrivavi veloce da lei
quando sceglievi di ferirla

Silva

Sono nata sotto una foglia di cavolo, nell’orto di mio padre, in una terra umida e piatta, scandita da filari di pioppi, abbracciata dall’arco delle Alpi a nord e dagli Appennini a sud. Sono cresciuta in fretta, ben nutrita da mia madre e accudita dalla mia famiglia, con tutte le mie cosine al posto giusto e funzionanti con precisione svizzera. Mia mamma dice che sono perfetta. Sono nata perché ho una missione da svolgere, e la svolgerò bene.

Quando la luna si alza e il silenzio si stende come un velo sulle foglie, io esco e pattuglio l’orto. Controllo che le lumache non divorino le foglie giovani, che le formiche non invadano i confini, che il vento non scompigli troppo le cose. Io custodisco l’ordine silenzioso dei ritmi naturali.

Mi chiamo Silva, e quando il giorno si spegne e il mondo si affida al respiro della notte, io veglio. Sono una riccia, e lavoro affinché ogni cosa stia come deve stare.

Afferra la mia mano

Afferra la mia mano, sorellina.
Lascia che ti tenga saldamente contro chi ti vuole male.
A volte la notte è lunga e il vento si fa cattivo, spinge così forte da farti vacillare. Nelle strade come nelle case la paura cammina in punta di piedi, indossa voci dolci e promesse vane, ti convince a chinare il capo, a credere che la colpa sia tua.
Ma io ti vedo, anche quando abbassi lo sguardo e ti chiudi nel tuo labirinto.
La violenza, sorellina, non è mai amore: ricordalo sempre, nei giorni belli come in quelli di mestizia.
Tieni stretta nel tuo cuore la certezza che tu meriti sorrisi e carezze, meriti la gentilezza semplice che non ferisce.
E nei momenti in cui senti i lividi nel cuore, quando il respiro si fa corto e la voce si spegne, ricordati di questo: non sei sola.
Afferra la mia mano, sorellina.
Lasciati sollevare dal fango e vola con me, più in alto del dolore, più in alto dell’ipocrisia di chi dichiara amore con la bocca ma ha gli occhi duri.
Guarda: non siamo solo io e te.
Siamo in tante, aggrappate l’una all’altra, in una catena che non si spezza. Una catena di diamante puro che risplende anche nel buio, che scaccia l’ombra e la paura, che trasforma ogni lacrima in un seme di luce.
Siamo sorelle, madri, figlie, amiche.
Siamo le voci che si cercano nel vento, le mani che si tendono anche da lontano.
E quando la notte torna, noi siamo lì, a intrecciare arcobaleni sopra le ferite del mondo.
Afferra la mia mano, sorellina. Siamo in tante. E insieme, siamo luce.