Archivia 16 Ottobre 2025

Streghe moderne

Sono una strega moderna. Vado al lavoro in monopattino, ascoltando Quevedo, con il vento che mi arruffa i pensieri. Ho 24 anni e tutta la vita davanti, spero.

Tutti pensano che il cessate il fuoco tra Hamas e Israele sia merito di Trump. In realtà, c’era una piccola apertura interplanetaria, una fessura nel tempo, e le mie sorelle della Wicca ed io ci siamo connesse in rete per convogliare le nostre energie, spingendo il mondo, impercettibilmente, verso quella direzione. Noi pratichiamo magia bianca. Non è mai facile però. Per farlo davvero, dovrei avere la mente sgombra, senza impurità, senza pensieri negativi, senza preoccupazioni. Ora, ditemi voi: come si fa, di questi tempi, ad avere la mente sgombra?

Io no. Io ho la tendinite agli avambracci, quattro mesi di dolore come fili invisibili che mi legano ai ricordi delle molestie subite. Ho il lavoro stabile che non arriva, la mia amica d’infanzia che rischia di perdere l’uso delle mani e il cuore che mi batte come tamburo per lei. Ho il rischio di una guerra planetaria e la mia micia di 17 anni, sdraiata come una piccola regina prostrata in un angolo, vittima di un dolore che nessuno vedeva. Io pensavo fosse la fine, ma erano solo unghie incarnite, e il veterinario non se n’era accorto.

E allora? Allora capisco che la mente sgombra è un mito. Esiste il caos, un vortice di pensieri, ansie e responsabilità che mi attraversa come un vento elettrico, che mi strattona, mi scuote, mi ricorda che la vita non è mai pulita, mai ordinata, mai prevedibile. E forse non deve esserlo.

Domani chiamerò la mia amica, dopodomani porterò la micia di nuovo dal veterinario, stavolta pretendendo che controlli tutto. Una strega moderna fa anche questo.

Ho 24 anni e tutta la vita davanti. E, incredibilmente, forse posso accettare il casino che c’è dentro.

Miele e fiele

Le ombre si allungano, dolci e ingannatrici,
come dita leggere che cercano il viso
per trovare conforto e calore,
ma la bocca non sorride
e la speranza è una sirena.
L’aria sa di sera e di ricordi,
e ho il cuore colmo di miele e di fiele.
Ripenso ai giorni perduti,
quanto tempo fa,
quando ero un batuffolo di cotone,
gli anni in cui bastava un battito di cuore
per sentirmi salva di promesse.
Ora pasteggio col passato
Che mi sfugge, mi graffia, mi chiama
colmo di rancore e di rimpianto.
Cammino tra ciò che è stato e ciò che resta,
tra parole sospese e silenzi che sanno di casa.
Come lenire questa nostalgia soffice,
che mi accarezza e morde insieme,
che profuma di pane caldo e anfetamina,
di sogni rimasti a metà, di gesti mai finiti,
di amicizie al sapore di veleno.
Torno a guardare il cielo che si piega,
un poco più stanco, un poco più vero
e ho il cuore colmo di miele e di fiele.

Il ragazzo che vuole indossare il cielo

Mi chiamo Luca, e per anni ho vissuto dentro un’armatura. Non quella di guerra, ma quella invisibile della virilità. Mi era stata cucita addosso da quando ero un bambino piccolo, quando mio padre mi ripeteva che “i maschi non piangono”. Ricordo che avevo appena perso il mio cane, e il dolore mi aveva graffiato il petto come una lama. Avrei voluto abbracciarlo e singhiozzare, ma al posto delle lacrime mi uscì un nodo duro, una specie di pietra che imparai presto a inghiottire ogni volta che la vita mi feriva.
Crescendo, ho capito che quella pietra non se ne andava mai. Restava lì, ferma, ogni volta che fingevo indifferenza davanti a un’ingiustizia, ogni volta che ridevo di una battuta sessista per “stare al gioco”, ogni volta che mi obbligavo a essere forte mentre dentro crollavo. La pietra cresceva con me.
Poi un giorno, durante una sera d’inverno, accadde qualcosa di semplice ma decisivo. Ero solo in casa, la città respirava piano dietro i vetri. Mi feci una tisana alla camomilla e misi su un vecchio film d’amore che mia madre amava e, naturalmente, mio padre trovava stucchevole. Guardai due persone tenersi per mano e promettersi il mondo. Il quadretto era così coinvolgente che mi ritrovai a piangere. Non di tristezza, ma di tenerezza. Quella sera, per la prima volta, avevo finalmente permesso al mio cuore di avere voce.
Da quel momento ho capito che la mia mascolinità non aveva bisogno di muscoli o di silenzi, ma di verità. Ho deciso di essere semplicemente me: fragile e curioso, dolce e disarmato, capace di ridere e di piangere. Amo spettegolare con gli amici, scegliere con cura un profumo, accarezzare i pensieri come si accarezza un gatto. I miei compagni di scuola si prendono gioco di me, mi chiamano gay pensando così di offendermi. Non li smentisco perché non voglio incasellare il mio modo di essere uomo. Mi piacciono le donne, sì, ma mi piace anche l’idea di un mondo dove non serva più dirlo per sentirsi accettati.
Non cerco una compagna che mi completi, non credo nella metà della mela: voglio una compagna che mi  ami per intero, come io sto imparando ad amarmi. Una donna che non si senta costretta a essere moglie o madre per dovere, ma libera di essere ciò che desidera, al mio fianco o altrove. Insieme, vorrei costruire una casa fatta di ascolto, non di gerarchie; di dialogo, non di ruoli.
Le donne hanno già cominciato questa rivoluzione, rompendo gabbie antiche e camminando a testa alta in un mondo che le aveva tenute basse, anche a costo di essere picchiate o uccise. Ora tocca a noi uomini. Voglio riconquistare gli spazi che mi sono stati negati solo perché considerati femminili: la tenerezza, l’emozione, la cura. Le donne hanno conquistato i pantaloni; io voglio indossare una gonna e dei tacchi senza che nessuno pensi di ridicolizzarmi o offendermi. Non perché voglia travestirmi, ma perché voglio vestirmi di libertà. Voglio indossare il cielo.
Quando mi guardo allo specchio, non cerco più un eroe o un guerriero: cerco un essere umano, un ragazzo che ha smesso di difendersi dal mondo e ha scelto di abbracciarlo.
E forse è proprio questo il mio modo di essere forte: non nascondere più la mia debolezza.
Se un giorno avrò un figlio, non gli dirò che i maschi non piangono. Gli dirò che le lacrime sono la lingua dell’anima, e che nessun cielo si regge solo sul sole. Gli insegnerò che la libertà comincia quando smetti di recitare un copione scritto da altri, e che la vera virilità è avere il coraggio di restare autentici.
Sogno un mondo dove la parola “normalità” non esista più. Dove ognuno possa essere come sente, e camminare per strada vestito di sé stesso, senza paura, senza scherno, senza pietre nel petto.
Forse è un’utopia. Ma è una rivoluzione gentile, e io ho deciso di iniziarla da me.

Chi ha rapito i nanetti?

Hai nostalgia dei nanetti Biancaneve?
Come? Non rientrano da tre giorni e senza di loro ti senti persa, hai rassettato la casa che profuma di lavanda, rammendato, stirato, cucinato e adesso non sai fare altro che startene in giardino ingessata ad aspettarli.
Dai Neve, è ora di darti una mossa!
Chi ha rapito i nanetti? Io! Hai capoto bene IO ho rapito i nanetti.
Gli ho detto: c’è una miniera molto lontana da qui, con un filone di diamanti grandi come noci, chi di voi vuol venire ragazzi?
Dovevi vedere come si spintonavano per salire sul furgone.
Mammolo il tuo timidone è stato il primo ad allacciarsi la cintura di sicurezza accanto al sedile del guidatore.
Chi ha guidato il furgone? Io ho guidato il furgone!
Ho capito, devi mordere la mela avvelenata di Matrigna, devi incontrare Azzurro, devi rispettare la trama della fiaba.
Quante menate che ti fai Neve! Proviamo a rinnovarla noi questa storia: se a darti il famoso bacio fosse una principessa gialla o rosa, se la tua fosse passione mistica, artistica, oppure un appagante carriera lavorativa?
E non si usa più avvelenare rivali in bellezza, Matrigna si è affidata al migliore chirurgo estetico, altro che “specchio delle mie brame” alla dimissione sembra una ragazzina. Non come te che ramazzi tutto il giorno.
Fuori dalla clinica c’era il suo toy boy che l’aspettava alla guida di una Ferrari fiammeggiante.
Che cos’è un toy boy? Una specie di principe, ma rosso, datti tempo, capirai da sola.
Stay tuned  Neve, non precludiamoci niente.
No! con le ballerine non puoi venire, aspetta qui che ti procuro un paio di Nike, ne avremo di strada da fare.
Brava Neve! Si, Nike come la Dea Alata, la Dea della vittooria.

 

 

La bambina che non voleva diventare donna

Non voleva crescere. Non perché temesse le rughe o la fine dei giochi, ma perché aveva intuito, forse troppo presto, che diventare donna significava aprire la porta al talamo del focolare, alla celebrazione della femminilità domestica e addomesticata.
Essere donna e portare sulle spalle incurvate dal tempo il dolore muto delle madri, delle mogli e delle figlie educate al silenzio e alla rinuncia.
Sua madre la voleva “per bene”, docile e tenera come una colomba ammaestrata. Le comprava bambole con occhi di vetro e vestiti di pizzo, come piccoli addestramenti alla cura, alla dolcezza, all’attesa della maternità. Ma lei non voleva. Quelle bambole le parevano prigioni travestite da sorrisi.
Un giorno, cercando libertà tra le ombre del salotto, la madre la scoprì a giocare con i soldatini del fratello. «Non è roba da femmine!», gridò orripilata, e le stampò uno schiaffo sulla guancia, il primo che le avesse mai dato.
Il padre, dal canto suo, la voleva chiusa in casa, “perché là fuori ci sono uomini che guardano e toccano”. Come se la colpa, già in anticipo, fosse anche sua. Come se la femminilità fosse un corpo da proteggere, un pericolo da nascondere.
Così la bambina imparò presto che anche questo è dolore: essere costrette a un ruolo, a una forma, a un destino che non si è scelto. È violenza anche quella che non lascia lividi, ma ti toglie il respiro dei sogni.
Anno dopo anno, però, volente o nolente, il suo corpo iniziò a cambiare. Lei cercò di fermarlo, come si trattiene un fiore dal fiorire, ma la vita ha la sua ostinazione. Ciò che avrebbe dovuto segnare il passo alla gioia e alla consapevolezza della crescita si insinuava nella sua anima come un fumo malefico che non lascia scampo e avvelena.
Fu nel rancore, nelle notti insonni, nel bruciore dell’ingiustizia, che cominciò a capire che non doveva rifiutare di crescere ma rifiutare di arrendersi. Che poteva diventare donna senza diventare quello che gli altri avevano deciso per lei.
Capì che la libertà non è rifiutare il tempo, ma attraversarlo a modo proprio, senza più chiedere permesso, senza più paura.
E così, giorno dopo giorno, iniziò la sua battaglia verso l’emancipazione e cominciò a crescere davvero.

Clotilde e il cielo azzurro

Clotilde aveva un nome che sapeva di vecchio, di lino ammuffito dimenticato in una cassapanca, di fotografie color seppia e nero e di tende ingiallite dal tempo. Quando lo sentiva pronunciare, le pareva di invecchiare di colpo e poco importava che fosse stato il nome di sua nonna e che i suoi genitori, in questo modo, avessero voluto onorarne la memoria.
A trentacinque anni, non le piaceva nulla di sé, si sentiva una donna in cui nulla brillava: capelli piatti di un colore indefinito, pelle spenta, occhi infossati, un aspetto fisico scialbo. Nell’insieme, tutto in lei mormorava color grigio topo.
Quando Matteo l’aveva notata, lui che con quel sorriso disinvolto e lo sguardo che sapeva arrivare dove voleva avrebbe potuto scegliere chiunque, Clotilde aveva creduto che finalmente la vita si fosse accorta di lei. Lui parlava e il mondo si apriva, tutto prendeva senso.
«Tu sei diversa da tutte le altre», le aveva detto il giorno in cui l’aveva chiesta in moglie. Quello era stato il giorno più felice della sua vita.
Poi però “diversa” aveva cominciato a significare “meno”. Meno trucco, perché “le donne serie non ne hanno bisogno”. Meno amiche, perché “tutte invidiose e pettegole”. Meno parole, perché “una moglie saggia ascolta, non contraddice”. Meno rivendicazioni, perché “il femminismo ha reso le donne irrisolte e gli uomini confusi”.
Il tempo aveva cominciato a ridurla, come il vento fa con le foglie d’autunno, in un vagare indistinto di giorni. Ogni volta che lui la sgridava, Clotilde pensava di meritarselo. Forse era davvero troppo lenta, troppo distratta, troppo… poco.
E quando arrivavano gli schiaffi, si diceva che anche sua nonna, quella del nome odioso, aveva sopportato, e che in fondo le donne erano fatte per tenere insieme le crepe della casa e del cuore.
La sera, mentre metteva a posto i piatti, si chiedeva se anche le ortensie sul balcone la pensassero così. Quelle fiorivano pallide, di un azzurro quasi cenere, come se temessero di disturbare.
Un giorno, tagliando i rami secchi, Clotilde notò un piccolo bocciolo nuovo. Non era grigio, ma di un blu deciso, vivo, impavido. Lo guardò a lungo.
Poi, senza sapere bene perché, prese la giacca e uscì.
Camminò fino al parco, quello dove Matteo non voleva che andasse da sola. Si sedette su una panchina e respirò. L’aria era tiepida, e dentro il petto qualcosa le sembrò espandersi, un piccolo nodo che finalmente si scioglieva.
Pensò che forse la nonna Clotilde, quella del nome polveroso, non era poi stata solo una donna rassegnata. Chissà se era stata contenta del suo destino, chissà se aveva conosciuto il rispetto o se, un giorno, avrebbe voluto poter cambiare il suo destino e non ne aveva avuto il tempo.
Lei sì, però. Forse… un giorno…
Alzò lo sguardo al cielo e si stupì di quanto fosse azzurro.

Uno sguardo

“Lisa, smettila di spiare entra e chiudi la porta.”
“Lele, perché sei ancora qui con la testa appoggiata alle persiane chiuse e le spalle curve? E questi occhi lucidi e rossi?”.
“Sabato scorso decido di andare a Milano, prendo la rossa, scendo a Loreto e taglio per il parchetto, per fare prima, non vedo l’ora di incontrare Tina, l’appuntamento è sotto casa sua. Ho un regalo per lei: la felpa gialla con la civetta che le piaceva tanto, già immagino il suo sorriso una volta aperto il pacchetto.  Sto camminando felice, sulle nuvole, Tina occupa tutti i miei pensieri …
All’improvviso qualcuno arriva da dietro e mi strappa la catenella, è come un fulmine mi sento sprofondare sto per voltarmi, ma vedo il ciondolino cadere, mi butto a terra incomincio a cercarlo mentre piango, piango come un pazzo. Pace per la catenella, è andata, ma il ciondolino è stato il regalo della nonna per la maturità, mi bastava tenerlo qui sul petto per sentirla ancora accanto a me. Asciugo gli occhi con la manica della camicia, il graffio che ho sul collo brucia, sanguina: guarda che segno mi ha lasciato, ma io continuo a cecare, non posso separarmi così da nonna, non posso! Sento rumori di passi sulla ghiaia, alzo gli occhi e vedo lo stesso ragazzino che mi ha aggredito venirmi in contro, ho riconosciuto le sue Adisas blu. Si accovaccia sul prato vicino a me, mi tende una mano chiusa e quando la apre dentro c’è la catenella, la prendo, lui mi stringe la mano e mi aiuta a cercare sino a che non vediamo brillare il ciondolino da sotto un ciottolo. Sai Lisa, mi è bastato un solo sguardo per comprendere che di fronte a me non avevo un nemico, ma un essere umano che provava il mio stesso dispiacere e non mi ha lasciato solo.”
“Tina lo sa?”
“No! Figurati! Pensa se qualcuno avesse girato un video con l’intenzione di mandarlo sui social, se si venisse a sapere in giro c’è chi direbbe: Io gli avrei tirato uno schiaffo, gli avrei rotto il muso io! Invece Lele frigna, Lele fa la femminuccia. Mi viene la pelle d’oca.”
“E tu vuoi nasconderti per questo? Bella storie Lele, ho il magone, secondo me si deve dire che  affidarsi alla emozioni, lasciarsi andare è una forza che libera dal dolore e non è prerogativa delle donne: è ciò che ci caratterizza in quanto civiltà.
Ti rendi conto del rischio che avrebbe comportato reagire con violenza? Dov’è la catenella adesso?”
“In tasca, basta con le prediche sorellona. Acqua in bocca.”
“Indossala dai, sarebbe contenta nonna Mina, lei era speciale continuerà a proteggerti vedrai. Vieni qua fratellino, dammi la catenella, te che la metto io.”

 

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Io sono Adamo

Io sono Adamo.
Stavo bene, anzi benissimo, nel giardino dell’eterna primavera. Cosa mi mancava? Nulla. Tutto era perfetto. Io ed Eva ci nutrivamo dei frutti che spuntavano da soli, giocavamo tra noi e con gli altri esseri viventi. Le fronde verdi si piegavano spontanee per proteggerci dal fresco della notte.
Cosa ti mancava, Eva? C’era proprio bisogno di combinare tutto quel pandemonio col serpente, la mela e il resto del teatrino?
Perché non ti bastavo?
Non so se Dio ci avrebbe davvero regalato l’eternità, come aveva lasciato intendere, o se avesse già deciso un limite al nostro tempo. Ma almeno avremmo potuto trascorrerlo insieme, in armonia.
Avremmo potuto essere felici, io e te. Tu ti saresti presa cura dei miei figli, io non ti avrei fatto mancare nulla. Ti avrei regalato fiori esotici da intrecciare fra i capelli per renderti ancora più bella; tu avresti decorato la nostra casa con l’estro delle tue dolci mani, mani capaci di carezze e di doni.
Ma tu no. Hai voluto fare di testa tua. Hai disegnato il dolore con la punta dei tuoi denti su quella mela lucente, e da allora nulla è più stato uguale. Disgrazia, disgrazia su di te, che hai rovinato tutto!
Hai preteso la libertà di scelta e ti sei condannata a partorire nel dolore, alla paura, alla mia ombra, sottomessa a me per l’eternità, madre di tutte le sventure.
Eppure, da millenni ti guardo rinascere, ostinata come la luna che non smette di tornare.
Forse il vero peccato originale è stato il mio, dettato dalla paura di non bastarti, di perderti se ti avessi lasciata libera, e allora ho scelto l’arroganza della forza bruta, ho stabilito i ruoli e deciso per entrambi.
La tua resilienza, la tua capacità di rinascere e risorgere mi fanno riflettere.
Eva, comincio a stancarmi di questo gioco perverso in cui sono il carnefice e tu la vittima. Forse esiste davvero un altro modo di vivere insieme.
Forse, Eva, è tempo di perdonarci, di cominciare a costruire un nuovo giardino di libertà e rispetto perché i nostri figli e le nostre figlie possano finalmente coltivarvi la pace.