Archivia 25 Novembre 2025

violenza

Troppe donne subiscono ancora violenza:

violenza fisica

violenza verbale

talvolta si muore

troppo spesso accade

perchè?

facile pensarlo

facile dirlo

tutto si rifà a millenni di educazione sbagliata

ma oggi, perchè ancora oggi accade?

ignoranza

egoismo

potere

e che altro ancora?

Ma tutto questo non è solo per le donne

la violenza non è solo alle donne

la violenza è in tutto ciò che ci circonda oggi

guerre, lotte di quartiere, bande di giovani allo sbando, alla deriva.

Oggi io non dico solo basta ai femminicidi, dico basta a tutta la violenza.

Stop alla violenza qualunque aspetto possa avere.

Un pensiero però nello specifico alle donne che oggi si ricordano come vittime di femminicidio affinchè nelle loro storie possiamo trovare un aiuto a non dimenticare e a poterci migliorare, per le donne e per tutti.

Letizia

 

Li RongMei

Coperta di neve
la terra spera e riposa.
Ricordando la fonte
da cui ha bevuto
il Maestro ha lo sguardo
verso terre straniere.
Ci vuole coraggio
e ferma la mano,
come giunco flessuoso
dalle salde radici.
Lucente la lama
spezza il ricamo del sole,
ostinata carezza
del fiore d’inverno.

Spleen

Resto qui
avvinghiata alle radici
con catene che tintinnano
di domande e di domani

Mentre la terra mi penetra
fredda e umida
eppure accogliente
come il ventre di una madre

Dove sei ora dove sei
dolce risata posata
su bianche dita sfarfallanti
protesa verso un domani
che oggi è vento gelido
a scompigliare l’anima

Meglio restare qui
a nutrirmi di radici
nel buio che culla e consola
dove i perché si assopiscono
e ogni sete si quieta

Ci volevi proprio tu

Ci volevi proprio tu
nel mio quotidiano
Tu, grandissimo cuore,
dolce armonia e tenera mano

Hai regalato,
colmando una lacuna,
a questa folle poetessa
che sostava sulla luna
tutto il tuo essere
e buona dose di fortuna

Ci volevi proprio tu
nel mio quotidiano
Tu splendido presente,
nuova poesia, tu che io amo

Non tutti i tandem sono biciclette

Amo la Spagna e mi piace studiare lo spagnolo. Da circa otto anni frequento l’università della terza età per imparare questa lingua. E sì…dopo tanti anni dovrei saperla a menadito, ma , come dicono a Roma, sono un po’ ” de coccio ” e ancora faccio fatica a parlarla.

L’anno scorso la nostra Prof. ci ha proposto di tenere un tandem con alcuni alunni di una scuola di Madrid. Io all’inizio non mi sono offerta perché non mi sentivo pronta,poi ho deciso di buttarmi e ho mandato a Madrid la mia iscrizione. Nella presentazione ho messo oltre all’ età, al genere,al luogo dove vivo anche i miei hobby e le mie passioni.

Dopo qualche settimana mi hanno risposto che mi avevano gemellato con Carmen,una signora più o meno della mia età e che aveva i miei stessi interessi. Le ho scritto sulla mail e ci siamo accordate di sentirci e vederci tramite Whatsapp. Adesso ci vediamo ogni lunedì, a las cinco de la tarde, come per le corride, e chiacchieriamo mezz’ora in italiano e mezz’ora in spagnolo.

《 Mamma, lei è più brava di te a parlare in italiano che tu in spagnolo》,ha osservato mio figlio quando ci ha sentito. E ha ragione !
Parliamo di libri, di viaggi, di politica, di feste tradizionali, di fiction italiane e spagnole. A lei ” le gustan mucho ” le fiction italiane perché sono avventurose e hanno intrecci complessi e imprevedibili mentre non ama i libri del nostro paese perché, a suo parere, hanno spesso finali tristi. Ne conosce più di me.
Su suo suggerimento ho iniziato a leggere in spagnolo i libri di Almudena Grandes,una scrittrice che ha raccontato la guerra civile e che in Spagna ha ricevuto molti premi.

A Madrid Carmen ha frequentato una scuola di italiano dove rilasciano le certificazioni, ma dopo otto anni non ha voluto sostenere l’esame finale perché l’ha ritenuto stressante e la certificazione non le sarebbe servita per nessun curriculum perché è pensionata.
《 E adesso che hai finito il corso… cosa farai ?》, le chiedo un po’ preoccupata che le nostre conversazioni finiscano. 《 Continuerò a parlare con te così mi terrò in allenamento 》, mi risponde allegra.

Evvai! I tandem non sono solo biciclette, ma come quelle aiutano a viaggiare per il mondo.

Cara maestra…

L’ultima volta che ti ho salutato era un giorno di giugno di moltissimi anni fa.
L’estate ci aspettava per alleggerire con i giochi le nostre giornate di bambini.
Come ogni fine di anno scolastico ci proponevi un libro estivo con tantissimi compiti da assolvere, ma come le più generose maestre, al ritorno dalle vacanze, non ci chiedevi lo svolgimento completo di tutti gli esercizi, ti andava bene ciò che eravamo riusciti a fare.

Ti ricordo magra, alta, vestita sempre di marrone, con una crocchia voluminosa di capelli sulla nuca. A distanza di anni ti avrei paragonato a Olivia di Braccio di Ferro,tanto eri magra, ma come lei mettevi allegria e quando, per qualche motivo uscivi dalla classe e davi a rotazione ai tuoi alunni il compito di scrivere alla lavagna ” i buoni e i cattivi”,tornando non la guardavi neppure e dicevi :《 So che siete stati tutti bravi:sono contenta》.

Ricordo che più di ogni altra cosa mi piaceva scrivere i pensierini, ma spesso sui miei quaderni comparivano anche le macchie di inchiostro che cadevano dal pennino intinto troppo nel calamaio del banco. Più che sgridarmi per aver macchiato il quaderno mettevi l’accento su quello che avevo scritto. Mi gratificavi in ogni occasione.

Che differenza con la maestra che avrei incontrato l’anno scolastico successivo!
In classe aveva istituito la fila degli asini dove si sedevano gli scolari che avevano sbagliato i loro compiti e a cui lei appuntava sulla schiena le pagine che aveva strappato dai loro quaderni e,non contenta, li costringeva a fare il giro delle altre classi. Avevo il terrore di finirci, in quella fila !

È solo per merito tuo se anch’io,da grande,ho deciso che avrei voluto essere una maestra, magari come te: autorevole ed empatica, capace, amorevole e determinata. Ancora oggi mi domando come facevi ad avere tutto sotto controllo, una pluriclasse con quasi quaranta alunni,eppure tutti abbiamo imparato quello che ti chiedevano i programmi ministeriali e anche tanto altro che lì non era scritto.

Ti ho ritrovata, sessant’anni dopo, in una ventosa mattina di fine ottobre quando sono andata a salutare una zia che non c’è più. Eri lì, di fronte a lei, in una foto su una lapide dove sorridevi come allora. Mi sono stupita di averti rivisto. Leggo e rileggo il tuo nome, sei proprio tu .

Raccolgo il vaso di fiori che il vento ha fatto cadere, ti rivolgo un preghiera e ti confido che sono grata di essere stata una tua alunna. Ti mando un bacio. Me ne vado. Da qualche parte, un giorno, ci rivedremo ancora.

Rosa – Rosae

Un sorriso per una rosa
Rosa rossa per la sposa
Rosa mala spina
Rosa d’amore
Mandami tante rose

Boccuccia di rosa
Petali di rosa sull’acqua
Petali nelle pagine dei libri
Rosa, almeno una rosa!
Rosa al primo incontro

Rosa per il compleanno
Solo un bocciolo di rosa
Rose a stelo lungo
nelle camere d’albergo
Fasci di rose per l’attrice

Rosa per chi si è perduto
e in pace riposa
Rosa è la presenza
Rosa il colore dell’assenza
Rosa tra le mani di una donna

Rose sull’altare alla Madonna
Rose per chi parte
Rose per chi arriva
Rose per chi canta
Rose per chi finge

Rose per la tela del pittore
Rose sul palco al vincitore
La rosa e l’usignolo per Allan Poe
Rose sui capelli della ragazza
Rose gettate da una delusa pazza

Rosa duri il tempo di un mattino
Rose per sentirlo più vicino
Rosa gioia e vita
Rose talvolta sono la noia
Rose per la festa delle rose

Rose alla Miss per l’elezione
Rose annodate a una canzone
Rose cariche di rugiada
Rosa di Capodimonte
bella come giada

Rosa mai comprata per qualcuno
Rosa intravista dal finestrino
Rosa disegnata su lenzuola
Rosa alla maestra della scuola
Rose inebrianti di profumo

Rosa rubata al buio per nessuno
Rose al centro della tavola
Rosa protagonista della favola
Rosa conservata in boccia di vetro
Rosa, Oh, poter tornare indietro!

Rosa di Natale soavissima e augurale
Rosa Tea per la vergine di Damasco
Rosa gialla per la donna asiatica
Rosa rampicante riempie la vetrina
Rosa noisette per questa mattina

Rosa fiorente
Rosa multi flora dell’oriente
Rosa a cespuglio, ad arbusto
e ad alberello
Rosa per affetto quando è bello

Rosa malata
Rosa sfiorita
Rosa accantonata
Rosa in fin di vita
Rosa inzuppata di lacrime

Rosa per la delizia dei miei occhi
nell’occhiello della sua giacca
Rosa preferita da tanta gente
Rosa impalpabile fatta di un niente
Rosa scelta a caso, velocemente

Rosa posseduta con le spine
Rosa mantieni i ricordi senza fine

Minigonna

“Tipo di gonna con l’orlo inferiore che arriva molto sopra le ginocchia, mostrando parte della coscia. Nata ufficialmente nel 1963 grazie alla designer britannica Mary Quant che, ispirata dalle giovani donne che tagliavano le gonne per renderle più corte, decise di produrre una linea di abbigliamento che esaltasse questa nuova ribelle moda.”
Se cerco su Internet questa è la spiegazione della parola minigonna.
Quando ero bambina e poi ragazza di minigonne ne avevo e ne ho indossate molte di diversi colori e modelli. Era uno degli indumenti che mettevo spesso, sia d’inverno sia d’estate, così come gli shorts, i pantaloni a zampa d’elefante e le camicie hippy perché questo era il modo di vestire a metà tra gli anni sessanta e settanta. Per me era normale e non ci vedevo niente di rivoluzionario.
Ma a maggio del 1986 tutto cambiò.
Mancavano pochi giorni al mio compleanno. Ricordo che era domenica perché avevo appena accompagnato il mio ragazzo alla Stazione Centrale di Milano: doveva rientrare in caserma dopo un fine settimana di libera uscita.
Lui, più giovane di me di cinque anni, svolgeva il servizio militare a Padova. Andavo spesso a trovarlo, così potevamo trascorrere un po’ di tempo insieme.
Ogni tanto tornava lui a Milano il sabato, e la domenica sera io lo accompagnavo in stazione a prendere il treno, poi rientravo a casa sulla mia utilitaria.
All’epoca vivevo in un palazzo di ringhiera appena fuori Milano. Entravo nel cortile dall’enorme portone sempre aperto, parcheggiavo davanti al ripostiglio di mio padre e facevo un piccolo pezzo a piedi per raggiungere le scale che portavano al secondo piano dove abitavo.
Anche quella sera feci la stessa cosa. Erano da poco passate le nove e trenta ed era già buio.
Appena fatto il primo gradino, mi sono soffermata sotto la luce delle scale per cercare le chiavi di casa.
Sono una persona ordinata, ma la mia borsetta è ed è sempre stata un campo di battaglia.
Fazzoletti, monete, lucidalabbra, caramelle, vecchi scontrini e quant’altro tutto sparpagliato nella borsa e, in mezzo a quel caos, le chiavi che faticavo a trovare.
Già scendendo dall’auto, avevo intravisto un ragazzo, più o meno della mia età, che era entrato dal portone a piedi. Proprio sotto il mio appartamento abitava una famiglia con tre figli maschi, poco più giovani di me, che invitavano i loro amici tutti i giorni e a tutte le ore, suscitando le lamentele dei condomini per i continui schiamazzi.
Ho pensato che quel ragazzo stesse andando a casa loro. Indossavo una minigonna rosa con i brillantini che mi piaceva molto e non portavo i collant perché faceva caldo.
Impegnata a cercare le chiavi non mi sono accorta che lui era fermo proprio dietro di me. Ho avvertito qualcosa di freddo salirmi tra le gambe fin sulla schiena e ho sentito lo squarcio della mia gonna che si è aperta in due ma mi è rimasta attaccata per la cintura.
Il ragazzo ha farfugliato qualcosa, non ricordo esattamente ma poteva essere “Non fiatare” o “Stai zitta”. È stata questione di pochi secondi, un brivido gelido mi si è diffuso in tutto il corpo e io che, di solito, di fronte a situazioni di emergenza non reagisco e rimango immobile come paralizzata, mi sono girata di scatto e gli ho tirato un manrovescio con forza. Gli è caduto il coltellino di mano, l’ha raccolto ed è scappato a gambe levate. Ho cominciato ad urlare come una pazza, non chiedevo aiuto, urlavo e basta.
Nonostante nel palazzo abitassero molte famiglie le mie grida sono state udite solamente dal papà della mia migliore amica che abitava al primo piano. È uscito di casa, ha fatto le scale di corsa e ha provato ad inseguire e raggiungere il ragazzo che però si era già dileguato.
-Tutto a posto? Ti ha fatto del male? – mi ha chiesto poi.
– No, no. Tutto ok- ho risposto schiacciandomi contro il muro per non far vedere lo squarcio nella gonna.
Sono entrata in casa, mi sono svestita, ho messo il pigiama e sono andata a letto. Fortunatamente i miei genitori dormivano già e non si erano accorti di nulla.
Avrei voluto farmi una doccia e lavare via il senso di sporco e vergogna che provavo, ma non avevo il bagno in casa, solo una turca sulla ringhiera in comune con un’altra famiglia.
I giorni sono passati, ho continuato la mia vita serenamente, ma non ho mai raccontato a nessuno quell’episodio e da allora non ho più indossato una gonna, figuriamoci una minigonna!
Negli anni molti mi hanno chiesto perché non mettessi mai un vestito o una gonna: le mie amiche, mio marito, mio figlio, persino alcuni miei parenti e io davo le risposte più svariate.
-Fa freddo. I collant mi prudono. I pantaloni mi tengono caldo e sono più pratici. Sono cicciottella e le gonne mi stanno male. Sono vecchia e mi sentirei ridicola ad indossare una minigonna.
La verità era che non riuscivo più a mettermi una gonna: ci ho provato e riprovato tantissime volte. Ne indossavo una, mi guardavo allo specchio, poi sentivo un brivido salirmi tra le gambe, cominciavo a tremare e mi toglievo la gonna.
Le ho buttate via tutte: nel mio armadio c’erano e ci sono solo pantaloni, di tanti colori, ma pantaloni.
Non riesco neanche lontanamente ad immaginare quanto deve sentirsi male una donna che ha subito violenza; in fondo il mio è stato un episodio di poco conto. Mi sono spesso detta: – Magari era solo un tentativo di furto o forse uno stupido scherzo che io ho ingigantito nella mia mente.
Comunque quel banale episodio mi ha condizionato la vita.
Ho sentito spesso delle donne affermare: – Se rinasco un’altra volta, voglio essere un uomo -.
No, io no. Se rinasco un’altra volta, voglio essere una donna ………. con la gonna, anzi con la minigonna.

 

Lei se n’è andata

Lei se n’è andata
senza prendere oggetti preziosi
né le cose di valore che tu scegliesti
con l’illusione che vi avrebbero unito

Hai preferito lesinare l’amore,
negare tenerezza e attenzioni,
impoverendola di gioia e canzoni

Lei se n’è andata,
senza odiarti, ad amare se stessa
per essere specchio sincero altrui
e viversi donna ovunque vorrà

Avvolto nella tua granitica freddezza
sei solo, al sicuro, felice, danaroso,
mentre lei respira senza più timori

Lei se n’è andata
con le tasche vuote, spogliata di te
e non tornerà, né la potrai ritrovare.
Fatti bastare quello che ha lasciato

Vedrai,
il suo cuore non cesserà di battere

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